di  -  lunedì 27 luglio 2009

Twitter, i social network in generale, sono spesso visti come uno strumento di gioco, o una moda futile e senza senso. Alessio ne sottolinea spesso gli aspetti bassi e meramente commerciali, ma attenzione a non eccedere nelle generalizzazioni.

Come speso accade su Internet e nella vita reale, bisogna saper scegliere, selezionare gli argomenti, le persone da frequentare, le fonti da seguire. Gli strumenti in genere sono neutri, inutile montare campagne di religione. Twitter è uno strumento, può essere usato per scopi elevati ed etici, o per produrre valore in termini di conoscenza, oppure anche per fare spam e pubblicità più o meno occulta.

Ad esempio se chiedessimo a cosa serva Twitter ad uno dei protagonisti delle proteste in Iran, non credo che la prima cosa che vi risponda sia “è uno strumento per fare spam e perdere tempo online”.

università di Tehran

[Università di Tehran, 17.07.09]

Non potendo fare questa domanda ad uno di loro, ne ho rivolta qualcuna a Luca Alagna, che ha seguito le vicende iraniane proprio tramite i social network.

Come è iniziata la tua attività di monitoraggio, e quali scopi ti prefiggevi?

Subito dopo le elezioni mi accorsi che stava accadendo qualcosa di importante e inaspettato in Iran, un’area chiave del Medio Oriente e del mondo.Decisi di iniziare a raccogliere le notizie che passavano sui social media come Twitter, Facebook, Youtube, Flickr e sui siti web e blog per poi scriverci un articolo.
Sapendo che in Iran esisteva una comunità vivace ed eterogenea di blogger (la metà della popolazione è sotto i 25 anni), che è diffusa la connessione a internet, soprattutto mobile, avevo interesse a mostrare alcuni aspetti che sarebbero stati poco coperti dai mass media tradizionali in una crisi del genere. Invece mi trovai di fronte a una situazione esplosiva.

D. I media tradizionali, mostravano di conoscere e divulgavano queste informazioni? E se non lo facevano, perché?

Di fronte agli avvenimenti che si susseguivano i media tradizionali sembravano paralizzati, non riuscivano a fornire aggiornamenti in tempo reale su ciò che stava accadendo.Al punto che su Twitter venne aperto un “canale” dal nome #CNNfail : il fallimento della CNN (il broadcaster per eccellenza).Filtrando i social media mi accorgevo di avere delle informazioni che non erano state ancora date da nessuno, con una frequenza altissima, quasi ingestibile; lì capii che la portata degli avvenimenti era persino superiore a quella che mi aspettavo, i social media erano diventati l’unico canale di news.

I media tradizionali fallivano per diversi motivi. Inizialmente un motivo pratico, il governo iraniano, prevedendo tumulti, aveva già espulso molti corrispondenti stranieri ed era riuscita a bloccare negli alberghi quasi tutti quelli rimasti a Tehran, disturbando o oscurando le loro comunicazioni, comprese quelle satellitari: non è sorprendente, i media tradizionali possono essere controllabili.In secondo luogo la protesta è organizzata in maniera diffusa sul territorio. Non c’erano (nè ci sono) manifestazioni unitarie che percorrono la città, semplicemente la gente spunta come funghi in quasi ogni piazza e strada importante, dopo essersi data appuntamento via internet o sms, dando vita alla protesta in una modalità che ricorda più i nostri “flashmob” che una classica rivolta di piazza.

Per i reporter di tv e giornali sarebbe stato impossibile trovarsi ovunque per testimoniare gli accadimenti: i media tradizionali hanno effettivamente dei limiti “fisici”.Infine tv e giornali non sono stati in grado di filtrare i social media per costruire la notizia.Alcuni hanno lasciato la parola a singoli blogger iraniani (col pericolo che venissero controllati dagli agenti del governo), altri hanno mostrato acriticamente immagini e video che potevano facilmente essere manipolati, come nel caso della ragazza davanti al corteo di Ahmadinejad.

Il caso più paradossale è stato quello di El Pais che non riuscendo a dare alcun aggiornamento ha semplicemente inserito nella versione online l’intero canale Twitter #iranelection sul quale, insieme alle notizie dei blogger iraniani, girano anche controinformazioni del governo, tentativi dell’intelligence straniera e fake di ogni tipo.

[Fine prima parte – continua]

5 Commenti »

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  • # 1
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    Twitter è uno strumento, se usato bene può servire, se usato male fa danni. Proprio alla luce del caso iraniano, sarebbe un vero peccato se twitter divenisse sinonimo degli interessi di parte di chi lo usa per vendere visibilità – sgravandosi dell’acquisto degli spazi deputati dai media tradizionali (e conosciuti al pubblico) ad un uso pubblicitario.

  • # 3
    Twitter, social network e giornalismo: l’esperienza iraniana, parte seconda - Appunti Digitali
     scrive: 

    […] Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Luca Alagna. La prima parte è disponibile qui. […]

  • # 4
    Hamlet
     scrive: 

    fallimento della CNN? Guardate che non esiste solo la CNN, esiste anche BBC World che sta cercando di raccontare cosa succede in Iran in maniera egregia. Io resto scettico rispetto a qualcuno che è all’estero e aggrega informazioni trovate sui social network: l’errore e la disinformazione è sempre in agguato e non ci si può affidare a dei software che facciano da filtro. Mi fido di più di reporter in carne ed ossa.

  • # 5
    Notizie dal basso alla velocità della luce: futuro del giornalismo | Il bloblog di Roberto Carnazza
     scrive: 

    […] – si pensi ad esempio alla vicenda delle elezioni iraniane e alle seguenti rivolte di piazza, raccontate tramite i social media, dato che tutto il resto veniva […]

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