di  -  venerdì 7 dicembre 2007

Abdel Kareem NabilIl recente caso del blogger egiziano censurato da YouTube e Yahoo mi ha, ancora una volta, sdegnato e riempito di rabbia nei confronti di società occidentali che si prestano al gioco delle dittature per denaro.

Andiamo con ordine. Il 27 novembre YouTube sospende l’account, e ne cancella gli oltre cento video, di Wael Abbass il noto e pluripremiato attivista/blogger che da tempo si batte contro la tortura e, in generale, le violazioni dei diritti umani cui è testimone nel suo paese: l’Egitto (paese che alcuni definiscono “moderato“).

Il motivo della sospensione addotto da YouTube sarebbe stata una non meglio precisata “lamentela da parte degli utenti”, poi specificata in “video contenenti episodi di violenza gratuita”. Forse la violenza sarà stata anche gratuita, ma i video erano di denuncia non di solidarietà con chi compiva la violenza. Quasi contemporaneamente Yahoo bloccava l’account email dello stesso Abbas.

Prima di proseguire nell’analisi vanno puntualizzate alcune cose. In primo luogo i video di Abbas erano segnalati aventi contenuti non adatto ai minori, quindi chi li guardava accettava esplicitamente il fatto, confermando la propria età cliccando sul pulsante. In secondo luogo i video di Abbas non solo hanno un importante ruolo umanitario di divulgazione, ma sono stati in alcuni casi anche vera e propria notizia di reato utilizzata dalla magistratura locale per attivarsi e condannare i carnefici immortalati nei video.

Insomma, Wael Abbas è un uomo coraggioso che sfida il regime liberticida in cui vive ma si scontra con un altro, non meno potente, nemico: le compagnie occidentali. Molti colossi occidentali, tra cui Yahoo e Google, hanno da tempo siglato accordi con molti stati totalitari e liberticidi (tra cui Cina e, appunto, Egitto) in modo da poter stabilire una propria presenza commerciale anche in questi stati. In cambio di questo favore, devono pero prestarsi alle operazioni di polizia con delazioni e censure varie.

Internet è uno strumento che, vediamo in questo e in molti altri casi, offre una potentissima cassa di risonanza per cause civili ed umanitarie (basti vedere il blogstorm sollevatosi, solidale con Abbas), dimostrandosi quindi un preziosissimo alleato per chi, vivendo in quei paesi, lotta per la libertà rischiando la propria (e spesso pure la vita).

Sapere che società che nascono e dicono di ispirarsi ai valori di società libere e democratiche, per denaro si prestino a operazioni di delazione mi rattrista e delude. Come è possibile scendere a un così vile compromesso? E’ davvero accettabile calpestare i diritti umani e causare, seppur indirettamente, la morte di esseri umani per qualche clic in più?

4 Commenti »

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  • # 1
    n1
     scrive: 

    E’ una situazione abbastanza scontata :(
    Diciamo che una compagnia tesa al profitto non potrà mai essere anche politically correct.
    Molte volte però la correttezza con i propri clienti porta ad una “giustizia migliore” rispetto a quella del paese in cui viviamo. Il “dover” guadagnare rispetto e fiducia della clientela per essere mantenuta è un arma a doppio taglio.
    In questo caso Google e Yahoo hanno dovuto adattarsi alle leggi (sbagliate) del paese che ha richiesto la sospensione dell’account.
    Niete di strano quindi.
    Se il Mondo fosse giusto e quindi uguale per tutti Google e Yahoo non penserebbero certo alla censura.

    Forse una legge che obbliga a mantenere le stesse regole di “giustizia” e libertà che una azienda applica nel paese d’origine ai clienti, potrebbe aiutare la diffusione della democrazia, ma per ovvi motivi la vedo dura far passare una legge così in qualsiasi parlamento democratico odierno.

  • # 2
    Damiano Bassi
     scrive: 

    Condivido il pieno il post di Francesco Federico. E’ chiaro che le aziende devono fare profitto, ma esistono valori ben più importanti. Google e Yahoo scelgono di adattarsi alle leggi dei vari Paesi in cui operano soltanto per fare soldi, e agiscono unilateralmente contro i propri utenti e a favore dei regimi, per mantenere la loro posizione di mercato (vedi quello che Yahoo aveva fatto qualche tempo fa in Cina, fornendo i dati di alcuni bloggers che poi sono stati imprigionati e torturati). I diritti degli utenti devono essere uguali ovunque, non variare a seconda delle situazioni: non si può semplicemente “cancellare” un utente quando la dittatura di turno ne ha bisogno, altrimenti si diventa complici di quella dittatura.

  • # 3
    Petreus
     scrive: 

    Non ero informato di quanto denunciato da Francesco Federico e penso che sia importante parlare di casi come questo. E per questo cercherò di informarmi in modo più completo su quanto accaduto a Wael Abbass, il blogger censurato in Egitto. Per quello che sto apprendendo, tuttavia, mi pare che cancellare dei video su YouTube e fare i delatori come Yahoo ha fatto in Cina (e che ora sta cercando di farsi perdonare rifondendo economicamente le famiglie degli arrestati e offrendo assistenza legale) non sono né sullo stesso piano né della stessa gravità. Anche nei confronti di Wael Abbass mi pare più grave (e più radicalmente censorio e penalizzante) colpirlo con la cancellazione della sua email su Yahoo. Non foss’altro che perché l’email è personale e privata mentre qualunque cosa si mette su un web a libero accesso è pubblico. Non intendo sminuire la portata politica della censura ad Abbass, quanto invitare a non perdere i distinguo che anche in questi casi è utile mantenere per capire cosa possiamo fare noi, in tutti i sensi. Per cui dico come la penso io.

    Primo: su ogni forma di delazione poliziesca in regimi non garantisti non si può transiggere, non c’è “opportunità” che tenga a cui sia accettabile piegarsi: il popolo della Rete dovrebbe chiedere, in ogni caso, un atteggiamento di rifiuuto “senza se e senza ma”. Il caso di Yahoo in Cina non si deve ripetere mai più. Ma questo nuovo, sempre di Yahoo, in Egitto siamo sicuri che è molto diverso? L’email è fondamentale e delicatissima, non dimentichiamocelo. In altre parole, secondo me, i diritti che incidono sulla libertà personale (innanzitutto quindi quella fisica, che in qualsiasi galera si perde) e sulla sfera della comunicazione privata (e quindi l’email innanzitutto, per i cittadini della Rete) sono da considerare “indisponibili”: non si può trattare su di essi, qualunque sia il prezzo da pagare a uno Stato autoritario che ne richieda invece la “cessione”.

    Secondo: per il materiale di denuncia politica e sociale che si pubblica (per es. su YouTube e altri siti) si può accettare un minore grado di libertà? In linea di principio, per me come per chi mi ha preceduto, la risposta è evidentemente no. Detto questo, occorre però domandarsi: nella situazione attuale di Paesi come la Cina, l’Egitto, e tanti tanti altri (purtroppo), se il prezzo da pagare per sottrarsi a un ricatto come quello che probabilmente sarà stato posto a YouTube/Google fosse quello di chiudere l’accesso da questi Paesi a un sito come YouTube, forse “trattare” diventa in qualche caso meno inaccettabile? Temo che la risposta sia (purtroppo) meno scontatamente negativa. Intendo dire che se un canale pubblico (quasi-anonimo) come YouTube rimane praticabile, per quanto si sappia di essere “sotto tiro”, sappiamo bene come sia possibile continuare a usarlo (per gli stessi scopi di denuncia) anche dopo che dei video o un intero account sono stati cancellati. Quanto è accaduto in Birmania poco tempo fa dimostra bene quanto diversamente possano “pesare” uno scenario del tutto chiuso e uno anche solo parzialmente agibile. E considerata la sensibilità e i contributi realmente progressivi che fino ad ora ha dimostrato Google — direi a 360° mantenedosi fedele alla sua natura di impresa capitalistica “anomala” rispetto all’esistente — non mi stupirei che considerazioni simili a quelle che ho fatto prima siano alla base della censura che ha applicato ad Abbass. In ogni caso, è giusto chiederglielo a Google, sollevare il problema, discuterne e saperne di più anche direttamente dallo stesso Abbass. al quale comunque dobbiamo fare sentire solidarietà e vicinanza (magari con un bel video proprio su YouTube!).

    Un’ultima cosa vorrei dirla sulla “legge” di cui diceva a1. Chiaramente una “legge” vera e propria che imponga ai Principi della Rete di fare e non fare all’estero certe cose, essendo all’estero sotto altre giuridisdizioni statali, è oggi per tantissime ragioni (ce l’immaginiamo il Congresso Usa che l’approva?) un’utopia senza speranze. Ma la cosa che più si avvicina agli obiettivi di una tale “legge” in realtà esiste ed è già arrivata (su proposta della stessa Google) all’Onu. In realtà, ci sono già più di una proposta di governance sovranazionale su Internet. Quella più avanzata è stata messa a punto la scorsa estate al summit di Tripoli su proposta italiana di un gruppo di lavoro promosso da Stefano Rodotà e da altre personalità e utenti meno noti. Si chiama “Carta dei diritti di Internet”. Ci si sta lavorando e mi sembra l’iniziativa che meglio e prima di altre potrà portare a un documento giuridico internazionale condiviso e applicabile.

  • # 4
    Sig. Stroboscopico
     scrive: 

    E’ difficile commentare la scelta di google e yahoo.

    Comunque resta un problema molto poco trattato e difficile da trattare.
    E credo che come tutti i problemi sia trattarlo che non trattarlo porta comunque ad altri problemi e a costi comunque che dovremo pagare prima o poi.

    L’unica cosa che penso valga la pena di dire è che parlandone, riflettendoci, agendo è sempre meglio che non sapere, non immaginare, non fare.

    Altro bell’esempio analogo a questo (ma forse peggiore, visto che era un ospite presente fisicamente) è quello che è successo con in Dalai Lama in visita in Italia in questi giorni… bello schifo.

    Bah…

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