di  -  martedì 15 settembre 2009

Atom Hearth MotherCon il lancio di iTunes 9, Apple ha introdotto una feature di grande rilevanza filosofica, per quanto non esattamente rivoluzionaria. Diciamo che più che una nuova feature, è stato re-introdotto un modo di acquistare la musica che andava per la maggiore fino a una decina di anni fa: l’album.

Per la verità gli album su iTunes si potevano acquistare anche prima. Diciamo dunque che la novità consiste nell’enfatizzare il “bello” di acquistare un album invece che singole tracce.

Si tratta dunque di una non-novità, un modo di arricchire l’esperienza dell’acquisto di un album con video, testi, scatti fotografici: tutto quel che normalmente si va a cercare in decine di siti diversi per gli artisti più seguiti.

La non-novità – denominata iTunes LP e, tanto per cambiare, non disponibile in Italia – ha ovviamente i suoi risvolti commerciali: promette infatti di ottenere un miglior guadagno per traccia venduta, cosa che oltre a far sorridere Apple, non dispiacerà alle case discografiche. La rilevanza di questo cambiamento è tuttavia molto più culturale che commerciale.

Una delle rivoluzioni della musica digitale, è stata la liberazione dal vincolo di dover acquistare album a prezzi esorbitanti, infarciti di ciarpame e tracce riempitive, per accaparrarsi una sola canzone di successo. L’alternativa era rappresentata dalla versione singola: una sola traccia (e qualche remix puzzolente) per circa la metà del prezzo dell’intero LP.

In quest’ottica la vendita di album, arricchiti di materiali e memorabilia in formato digitale, rappresenta un ritorno al passato, una restaurazione di antichi privilegi, che a qualcuno farà storcere il naso. Mi pare tuttavia che dietro a questa mossa vi sia la risposta ad un’esigenza inespressa del mercato, perlomeno di parte di esso (incluso il sottoscritto): la possibilità di riappropriarsi, tramite mezzi digitali, di quel pezzo di storia che è stato l’LP.

Gli ultimi dieci anni abbondanti hanno dunque mutato in me e – a giudicare dalla ponderazione del marketing Apple – nel mercato, qualcosa nell’approccio del pubblico alla musica. Si tratta, almeno per quel che mi riguarda, di un processo di maturazione del gusto musicale, di una più sviluppata tendenza all’approfondimento, che nell’album trova miglior soddisfazione. Sarà una rivoluzione collettiva o un servizio destinato a restare di nicchia?
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The PentanglePer come la vedo, la reintroduzione dell’album risponde a due diverse esigenze: innanzitutto quella di poter accedere alla piena esperienza del lavoro artistico, attraverso l’inclusione di materiali extra (fra cui i testi, pezzo fondamentale) che rendono più intensa la fruizione dell’opera. È questa un’esigenza che solitamente trova soddisfazione nell’acquisto di pittoreschi, ma ahimè poco fruibili per il grande pubblico, dischi in vinile.

La seconda esigenza è prettamente legata alla musica: ad attirare verso un artista è spesso un album, e ad attirare verso un album è spesso un brano: mi è capitato spesso di trovare, percorrendo all’inverso questo sistema di “esche”, artisti poi finiti nella mia ristretta seleção. In quest’ottica, quando attratti da una traccia, la si acquista isolatamente, si rischia di perdere tutte le altre, le quali talvolta non sono un cacofonico riempitivo, e spesso contengono la parte più raffinata dell’album.

Non serve essere appassionati del progressive, delle sue lunghissime tracce e dei tipici concept album del genere, per capire che un album può essere qualcosa di più della somma delle sue tracce. Da un “banale” Listen without prejudice Vol. 1, articolata narrazione in chiave pop della maturazione personale di George Michael, a Storia di un impiegato e Creuza de ma di De Andrè, a 900 di Paolo Conte, ad Animals dei Pink Floyd (si potrebbe andare avanti a lungo), esistono album che vanno fruiti per intero, possibilmente di seguito, per restituire pienamente il loro significato.

Chi conosce questi pochi album e gli infiniti altri che, nel loro complesso, raccontano una storia, esplorano uno stile o un tema, guarderà certo con aria di sufficienza coloro che, ascoltato Il bombarolo, credono di aver chiuso i conti con il De Andrè più ribelle, ascoltata By this river non corrono a comprare l’intero Before and after science, ascoltata Wuthering heights non provano curiosità per The kick inside o acquistata l’ultima “greatest hits”, pesano effettivamente di aver colto il meglio di un artista.

Il che è tanto più vero quando si considera che le radio commerciali, più che diffondere buona musica, Before and after scienceassecondano nella stragrande maggioranza dei casi la logica delle hits, dei singoli di successo, piuttosto che guidare l’ascoltatore verso le perle nascoste di un artista o un album.

È d’altronde la stessa macchina del marketing discografico, con il suo pedissequo insistere sulle hits, che ha in certo modo determinato un’intolleranza per gli album, poi sfogata nel download.

Dopo l’ubriacatura di tracce singole, iTunes LP è dunque il segnale di un ritorno in massa all’album? Temo di no. Dopotutto un cospicuo numero di album, forse la maggioranza, rappresenta ancora nient’altro che una hit farcita di ciarpame e servita su un piatto d’argento.

E poi la traccia a 99 centesimi o meno, la possibilità di accostarla ad altre di proprio gusto in personali playlist, la fruizione della musica sempre più lontano dalla poltrona di fronte allo stereo, rendono il ritorno dell’album un fatto di nicchia, che dopotutto riguarda gli stessi che già prima le singole tracce non le pensavano neppure. E che magari, all’acquisto di un LP su iTunes (le cui tracce tra l’altro hanno lo stesso bitrate delle “solite”), preferiranno il caro, vecchio, crepitante vinile.

10 Commenti »

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  • # 1
    Gol. D. Roger
     scrive: 

    Lode a te, o infaticabile mulo!

  • # 2
    TheGreat
     scrive: 

    @ Gol. D. Roger
    LOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOL!

  • # 3
    andrea
     scrive: 

    Ascoltare una traccia soltanto di un disco, o peggio ancora una compilation di un artista, è un pò come farsi un idea di un regista guardando una scena di qualche minuto, o una serie di spezzoni montati a caso dei suoi film…
    Il disco è un opera creativa, d’arte, fatta non solo da una canzone, ma da una sequenza, da dei tempi, da delle storie, da quel che emerge da un tutto…
    Detto ciò, personalmente preferisco spendere 10 euro per il CD, piuttosto che per un album in mp3…

  • # 4
    GIulio
     scrive: 

    Ma veramente ancora credete al fascino delle tracce, alla creatività, alla narrazione di emozioni tramite la musica di un intero album?

    Ma su… Quelli stanno li solo per vendere e spillare soldi a noi poveri ascoltatori (almeno la maggior parte, poi è chiaro che ci sono ancora gruppi che portano in negozio l’album solo quando questo è degno di tale nome).

    Il business non ha cuore e il fatto che gli artisti spesso lavorino a tempo (fai l’album entro il mese tot) o guadagnino già di loro dalla casa senza interessarsi alle vendite e, di conseguenza, ai fans la dice proprio lunga. I guadagni miliardari, eh si, che le case discografiche pretendono di tirare fuori da ogni singolo album che esce…

    Forza gente. Sveglia! E se non dico anche io “Lode a te, o infaticabile mulo!” è solo perché da un po’ di tempo ho quasi smesso di ascoltare musica. Perché in definitiva “MUSICA” è una parola grossa…

  • # 5
    andrea
     scrive: 

    Scusa ma che c’entra questo?
    Se ami la musica, e quindi hai una certa cultura in questo senso, sarai tu a decidere se un disco rappresenta un’opera d’arte o una mera operazione commerciale.
    La storia della musica è ricchissima di album incredibili, e anche oggi escono dischi bellissimi, basta saper ascoltare e cercare…
    Poi è ovvio che c’è anche una marea di schifezze, o di operazioni puramente di mercato.
    Ma questo avviene in tutti i campi artistici… avviene nella letteratura, e non per questo buttiamo al macero tutti i libri che escono, o pensiamo di poterli apprezzare leggendone soltanto qualche pagina a caso…
    Il rapporto fra arte e mercato è sempre stato problematico: in quasi tutte le epoche, perchè gli artisti “commerciali” esistevano anche nel rinascimento…
    Quel che manca semmai è una cultura musicale diffusa… Negli ultimi anni, se da una parte internet ha permesso una maggiore diffusione anche di musica alternativa, dall’altra si è abbassato moltissimo il livello qualitativo dell’ascolto…
    Si ascoltano migliaia di mp3 mescolati, senza evidentemente ascoltare niente… diventa una specie di automatismo, un fatto quantitativo…
    Nel frattempo, la qualità audio media degli impianti per l’ascolto (tipicamente venduti nei centri commerciali) è semplicemente crollata…
    Del resto, gran parte degli mp3 scaricati da Emule suonano semplicemente agghiaccianti, un pò perchè l’mp3 è quel che è in termini qualitativi, ma soprattutto perchè sono fatti con i piedi…
    La cosa buffa è che la stragrande maggioranza di noi non se ne rende affatto conto…
    Ecco perchè l’hi-fi è morto…

  • # 6
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Ho anch’io l’impressione che il fenomeno mp3 abbia indotto un uso molto più superficiale della musica, adeguato per la stragrande maggioranza del ciarpame, ma svilente rispetto a quella buona musica che ancora si produce.

    Credo che in fin dei conti una nicchia interessata ad un esperienza di qualità della musica di qualità, esista ancora. Andrebbero valutate più ampie conseguenze sociali e culturali di questo impatto, ma temo non esista in tal senso un indicatore preciso a cui affidarsi.

  • # 7
    Al
     scrive: 

    Che in mezzo al ciarpame esista ancora buona musica non lo metto in dubbio, in quanto i veri artisti esisteranno sempre; il problema è che sono sepolti sotto tonnellate di autentico sterco che ci viene proposto dalla pubblicità o dalle varie MTV.

    Se dunque la cultura ed il gusto musicale dei giovani (a partire dai giovanissimi) si è ridotto a livelli da uomo delle caverne, la colpa è TUTTA e SOLO delle Major che hanno tirato troppo il rapporto Quantita/Qualità; e così va a finire i fondoschiena delle varie Shakire o Pussycat Dolls contano più di ciò che cantano.

    Se le Major sono in crisi non è quindi colpa del Mulo ma solo della loro avidità che ha ridotto la musica a sottofondo per sexy ballerine(i).
    Riproporre ora l’album quindi sinceramente mi fa ridere.

  • # 8
    Al
     scrive: 

    Aggiungerei qualcosa sull’impatto della tecnologia sulla superficialità dell’ascolto, che a mio parere esiste ma è del tutto secondario.

    E’ vero che già dal passaggio dal Vinile al CD la facilità di poter cambiare traccia con un tasto o col telecomando genera nell’utente una preferenza verso musica più ‘facile’ mentre con i vecchi LP la difficiltà a cambiare brano ‘costringeva’ all’ascolto di brani più difficili ma spessisismo migliori.
    Tuttavia questa tendenza (ora massimizzata con gli Ipod ed i mediacenter) è secondaria rispetto ad altre iniziative dell’industria discografica e cioè:

    – In primis l’uso massiccio del Video per promuovere un brano (artisti di successo quali Madonna o M.Jackson devono più la loro fama al video che non alla musica o alle loro qualità canore) cosa che ha inizialmente creato una nuova forma artistica ma che ora si è ridotta ad una esibizione di culi e toraci palestrati . Anche nei casi migliori l0�€™immagine ormai conta pìù della sostanza musicale.

    – In secundis l�€™uso massiccio della pubblicità per promuovere la musica mirata ad un pubblico sempre più giovane. Non è la pubbilicità che fa l�€™artista.
    – Da ultimo (e non solo) il mefitico connubio tra Gossip, industria della Moda e industria Musicale anche questo mirato ad un pubbilco sempre più giovane (basta leggere una rivista per teen-agers per rendersi conto dell�€™ignoranza che sprizza da ogni pagina)
    In altre parole ma musica non è qualcosa da ascoltare ma è solo un insistente sottofondo ad un insistente martellamento mediatico a scopo pubblicitario. E�€™ chiaro che dunque che l�€™atto di cambiare brano musicale diventa qualcosa di simile al cambiare canale con il telecomando. Tutto il contrario dunque dell�€™impegno che occorre per formarsi una cultura musicale.

    In altre parole: li rovinano (musicalmente) fin da banmbini … cosa si aspettano da grandi?

  • # 9
    GIulio
     scrive: 

    Forse mi avete frainteso: non è che io non sappia che esistono album bellissimi. Però quanti di quelli usciti negli ultimi 10 anni possono definirsi tali in quanto a profondità, stile, completezza, percorso, ecc?

  • # 10
    andrea
     scrive: 

    Guardate, secondo me stiamo dicendo un pò tutti la stessa cosa, o cose molto simili, specificandone aspetti diversi…

    @GIulio
    Capisco benissimo quel che intendi, e in linea di massima la penso allo stesso modo: gran parte di quel che esce oggi è puro merchandising, musica totalmente inutile…
    Però, almeno secondo me, negli ultimi 10 anni sono usciti migliaia e migliaia di bellissimi album… pochi di questi sono stati in cima alle classifiche o nei ripetitivi passaggi radio, molti sono magari poco conosciuti, altri davvero di nicchia, ma ci sono.
    Mi capita spesso di scoprire qualche artista poco noto e di meravigliarmi (e provare, da musicista, anche una certa invidia) di alcuni suoi lavori…

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