di  -  venerdì 23 ottobre 2009

Grid Compass, 1982

L’oggetto a di cui parleremo in questo nuovo venerdì dedicato alla nostalgia informatica, rappresenta una vera chicca per i feticisti del genere vintage in salsa tecnologica. Se fosse una motocicletta, sarebbe una Honda NR750, se fosse un’auto, sarebbe una Countach LP400 ruote strette o la Porsche 959. Se fosse un computer, come effettivamente è, sarebbe il Grid Compass (1982).

Un nome questo forse meno noto di quanto già poco lo siano i mostri meccanici menzionati, ma che si accosta perfettamente ad essi in forza di soluzioni tecniche raffinatissime e un grado di “esotismo” fuori dalla norma, caratteristiche che ne fanno un oggetto alieno rispetto alla linea evolutiva del PC, come fosse venuto dallo spazio.

IMG Courtesy of Wikipedia - Grid nel Voyager

Che sia venuto dallo spazio ad oggi non è stato dimostrato, ma di certo nello spazio ci andò nel 1985, in quanto selezionato dalla NASA per l’operatività in orbita degli astronauti – al 2001 profetizzato da Kubrik mancavano 16 anni, ma da quel momento in poi HAL dev’essere sembrato a tutti un po’ più vicino.

Del Compass spicca innanzitutto il formato, del tutto inedito nel 1982 e per molti anni a venire: ampiamente ispirato al Dynabook sviluppato nello Xerox PARC, il computer somiglia molto più dei suoi coevi (Osborne 1) ed immediati successori, a quello che oggi chiamiamo laptop.

Il formato clamshell ha in effetti nel Compass la prima incarnazione disponibile sul mercato, ed è reso possibile dall’adozione di un innovativo monitor monocromatico ambra al plasma elettroilluminato, da 320×240 punti, che andava a reclinarsi sulla tastiera, similmente a quanto avviene sul laptop da cui scrivo.

Altra caratteristica straordinariamente innovativa e piuttosto tecno-snob del Compass, era l’uso di una enclosure completamente in magnesio con finitura nera opaca, che oltre ad appagare l’occhio, offriva all’intero sistema un’ampia superficie per la dissipazione del calore, che rendeva superflua l’adozione di sistemi interni dedicati.

Kaypro IIPer tenere in piedi la metafora spaziale, la distanza fra il Compass ed ogni altro portatile comparso sul mercato di lì a qualche anno, è siderale.

Il formato più in voga era infatti quello che oggi definiremmo a “cestino della carta”, con il computer che andava a svilupparsi nel senso della profondità e la tastiera che faceva da tappo alla parte frontale, in cui veniva incassato un piccolo monitor CRT, a fianco delle unità di memorizzazione di massa, LED e interruttori, e finanche di comodi portafloppy. Il tutto per un peso che arrivava a superare i 10 Kg, ed un ingombro pari a quello di un piccolo trolley.

IMG Courtesy of home.total.net/~hrothgar/museum/Compass/Il Compass, con i suoi 4,3 KG e i suoi 38x29x5 cm, era davvero su un altro pianeta. Anche, ahimè, come prezzo: per portarne a casa uno servivano dagli 8.000 ai 10.000 dollari, una somma da far tremare le vene ai polsi – particolarmente se confrontata ai $ 2-3.000 sufficienti per portare a casa, badando ad evitare stiramenti muscolari e contratture, un Osborne 1 o un Kaypro.

Dal punto di vista hardware e software, il Grid Compass offre alcuni spunti di grande interesse. Al cuore del sistema troviamo una CPU Intel 8086 con FPU 8087, servite da 256 KB di RAM espandibile fino a 512. La funzione di memorizzazione di massa – oltre che da HD e floppy esterni – veniva svolta da un banco di memoria tipo magnetic bubble, una tecnologia questa che ha avuto la sua massima fortuna nella prima metà degli anni ’80, per poi sparire col calo dei prezzi dei dischi magnetici, ma che offriva il pregio di un’elevata resistenza a vibrazioni ed urti rispetto alle unità tradizionali con parti in movimento.

Non per nulla il Compass fu utilizzato, oltre che dalla NASA, anche dall’esercito statunitense, come equipaggiamento per il corpo paracadutisti delle forze speciali.

Altra caratteristica hardware di un certo rilievo, è il bus adottato dal Compass, l’oscuro IEEE-488, che consentiva similmente al neonato SASI/SCSI, il collegamento di dispositivi in cascata. Sul fronte software, il sistema era governato da un OS dedicato, basato su menu piuttosto che sulla tradizionale linea di comando, il Grid O/S.

Malgrado il Compass rappresentasse un’ottima premessa per una solida leadership tecnologica, Grid non riuscì a mantenere il distacco con la concorrenza, di certo meno avanzata, ma più presente su punti di prezzo capaci di generare grossi volumi.

Fu così che, nel 1988, la Grid fu acquisita, lock, stock & barrel, dalla Tandy Corporation. Rimane un aneddoto di qualche interesse, relativamente al brevetto, detenuto dalla stessa Grid, per il formato clamshell del Compass. Un brevetto che la Grid stessa non monetizzò mai, e che passò silenziosamente alla Tandy, la quale solo dopo alcuni mesi realizzò di possederlo.

Da quel punto in poi, non mi è ben chiaro se riuscì a monetizzarlo a sua volta, mietendo royalty da tutto il resto dell’industria informatica, che nel frattempo aveva abbracciato completamente il formato.

Tornando a bomba, il Compass rappresenta una pietra miliare della storia informatica, tanto per essere stato uno dei primi computer portatili (benché privo di batteria) ad aver visto la luce, quanto per aver portato innovazioni che l’industria avrebbe impiegato una decina d’anni per metabolizzare appieno.

A chi cercasse maggiori informazioni, consiglio questo video del Computer History Museum.

7 Commenti »

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  • # 1
    Don Luca
     scrive: 

    Cavolo, lo schermo a 320×240 non era affatto male…chissà quanti pollici era! Anche il resto della configurazione comunque era ottima.
    Bello comunque, sicuramente un pezzo di storia considerando che stiamo parlando del 1982!
    Mi sembra quasi di essere davanti ad un primo tentativo di fare un ultraportatile stile Sony Vaio TT per capirci (il confronto tra l’altro calza bene anche a livello di prezzo direi xD)

  • # 2
    lakar
     scrive: 

    Semplicemente impressionante per il 1982.
    Una curiosità: mi sembra di aver letto da qualche parte che l’immagine sul Grid dell’astronauta Nasa della foto sia il vulcaniano Spock di Star Trek.

  • # 3
    TheFoggy
     scrive: 

    Cavolo..per l’epoca era qualcosa di veramente fantasmagorico.. Anche l’uso del magnesio (costoso da “maneggiare” anche al giorno d’oggi, tra l’altro!) era veramente all’avanguardia!
    “il formato più in voga era infatti quello che oggi definiremmo a “cestino della carta””..mai metafora fu più azzeccata! :D

  • # 4
    Simone
     scrive: 

    Articolo molto interessante, complimenti all’autore.
    Mi desta curiosità l’utilizzo del bus IEEE 488 più noto forse come GPIB (General purpose interface bus) all’interno di un oggetto come questo, dato che questo standard è utilizzato, ancora attualmente, per l’interfacciamento degli strumenti da laboratorio.

  • # 5
    Raffaele
     scrive: 

    Giuro, non sto scherzando, mio papà ne possiede un uguale o quasi.
    Come dimensioni e forma è identico ma ha l’lcd più grande, che occupa tutto lo spazio dedicato.

    Il modello preciso in suo possesso è GRID CASE2.

    Se vi può interessare vi posso inviare le foto.

    P.S. Sapete se ha anche un valore economico?

  • # 6
    vulcano
     scrive: 

    Ciao Raffaele, il suo prezzo di mercato a oggi è sulle 80/100 euro, perchè ben si una bella pietra miliare per la storia dell’informatica, ma non molto ricercato sul mercato in quanto non è stato un modello che ha venduto milioni di pezzi, e solo in pochi lo conoscono. Se ti servono altre informazione chiedi pure.

  • # 7
    Alberto
     scrive: 

    Faccio eco a quanto scritto da Simone.

    Definire “oscuro” il formato IEEE-488 è semplicemente ridicolo.
    Stiamo parlando di una macchina professionale che adottava come interfaccia quella che era all’epoca (e resta tutt’ora) la più comune interfaccia per strumentazione sul mercato, presente in ogni singolo strumento di laboratorio o quasi (solo di recente parzialmente soppiantata da USB ed Etherner, ma in genere affiancata).
    E del resto nello stesso periodo la Commodore (con il PET) adottava anch’essa l’inrefaccia IEEE-488 come interfaccia per periferiche.
    Indubbiamente si trattava di una soluzione molto più professionale della RS232 che IBM ci impose de facto

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