di  -  lunedì 10 marzo 2014

Per l’appuntamento odierno l’argomento non sarà legato a questioni energetiche, ma al tema della ricerca scientifica, sul quale ho già in passato scritto a proposito di Impact Factor ed in generale valutazione della ricerca, ed in particolare l’argomento del post odierno riguarda una notizia di alcuni giorni fa comparsa su alcuni media nazionali.

SCIENZA “SCIENTIFICA” ED IMPARZIALE

Molto spesso, sia tra chi si occupa direttamente od indirettamente di ricerca scientifica e sia tra chi ne è completamente estraneo, accade di discutere sulla reale validità delle ricerche e delle pubblicazioni conseguenti, e sovente viene evidenziato il problema dell’imparzialità “sia di chi scrive” (le pubblicazioni) che “di chi le pubblica” (gli editori).

Tale problema è divenuto ancora più rilevante recentemente a causa (o per merito) della sempre maggiore spinta verso pubblicazioni di tipo “open access”, rispetto al sistema finora dominante del “closed access”, che verranno brevemente spiegati nel seguito.

Il processo editoriale per le riviste (quello per le conferenze con peer review è sostanzialmente lo stesso) si basa generalmente sui seguenti punti:

  1. l’autore (o gli autori) della ricerca sottopongono alla rivista prescelta (comunemente chiamata “Journal”) un elaborato indicato in genere con il termine “Paper”
  2. il board della rivista lo esamina e, se ritenuto rispondente ai topics della stessa, si dà il via al processo di valutazione scientifica del contenuto (“peer review”)
  3. il processo di peer review (che può essere anonimo o meno) si sviluppa generalmente in una richiesta di modifiche o chiarimenti agli autori, il cui risultato finale è (fatti salvi i casi nei quali il paper viene ritenuto non pubblicabile) una modifica del paper ed una ripetizione del processo di verifica, fino al risultato finale (auspicabile) della pubblicazione

Al termine di queste varie fasi si aprono due diverse strade, in funzione del tipo di policy prescelta (o disponibile da parte dell’editore) per la pubblicazione.

Gli editori, solitamente rappresentati dai grandi gruppi editoriali internazionali quali Elsevier, Springer, ecc. sono soggetti privati operanti nel mercato della divulgazione della ricerca scientifica, e pertanto hanno tutto l’interesse a trarne un profitto (anche perché l’intero processo di pubblicazione, per quanto in parte basato sul contributo volontario dei revisor, non è privo di costi), ma tale profitto si basa sul reale interesse da parte della comunità (principalmente quella scientifica) di leggere tali pubblicazioni, pertanto l’obiettivo dichiarato delle riviste è quello di pubblicare i lavori più interessanti (e maggiormente appetibili dagli utenti) e rifiutare i lavori ritenuti non adeguati al livello della rivista.

Se finora la strada comunemente disponibile per le pubblicazioni era quella di cedere integralmente i diritti della pubblicazione all’editore (closed access) a fronte di una gratuità dell’intero processo per l’autore, recentemente si è fatta strada la pubblicazione open access, ovvero (semplificando) una pubblicazione per la quale l’autore, al termine del processo di peer review (ovviamente su l’articolo viene accettato), paga una certa quota per consentire l’accesso gratuito al paper da parte di chiunque, mantenendo (più o meno a seconda dei casi) i diritti sul paper.

Un approccio closed access richiede all’editore un certo prestigio al fine di potere avere una grande appetibilità sul mercato, ma dall’altra parte riduce il mercato delle pubblicazioni ad una “questione tra pesi massimi” in quanto un piccolo editore difficilmente potrà garantire visibilità ai lavori più prestigiosi e quindi si vedrà sistematicamente scansato dagli autori più importanti, mentre un approccio open access permette, grazie all’accesso gratuito per l’utenza (che a questo punto può essere non solo scientifica) una sorta di “virtuale parità” di tutti gli editori sulla disseminazione delle pubblicazioni sul mercato per gli editori.

Se da quanto appena esposto l’approccio open access appare vantaggioso sotto vari aspetti, vi sono comunque alcune questioni aperte di entità non trascurabile, tra le quali:

  1. se l’autore paga può esserci un forte impulso a massimizzare il numero di lavori pubblicati, accettando anche lavori che sarebbero stati rifiutati con un approccio closed access
  2. le piccole riviste (ma anche le grandi, come conseguenza del punto 1) possono ridurre la qualità al punto da pubblicare anche lavori mediocri, purché gli autori paghino

Quanto appena esposto in maniera semplificata sembrerebbe smontare i vantaggi dell’approccio open access, ma nella realtà il tema della qualità è sempre stato dibattuto anche in tempi meno recenti in quanto, a causa della crescente importanza delle pubblicazioni per la carriera e per il riconoscimento scientifico del ricercatore, si è venuta a generare una sovrapproduzione di papers che ha trovato sfogo su un numero di riviste (anche closed access) sempre più ampio, non sempre caratterizzate da processi di peer review rigorosi, rendendo molto difficile la valutazione concreta della qualità dei singoli lavori.

UN COMPUTER PER SCIENZIATO

Se quanto finora esposto solleva degli interrogativi importanti sul fronte della valutazione della ricerca, una notizia pubblicata recentemente sui media nazionali ha presentato alcuni risultati di una ricerca che è destinata a fare discutere, ma per meglio comprendere la notizia è necessario fare un piccolo passo indietro.

Un ricercatore francese di nome Cyril Labbé, mediante l’impiego di un software sviluppato al MIT di Boston conosciuto come SCIgen, ha generato 102 articoli scientifici nel campo della Computer Science ad opera dello scienziato fittizio “Ike Antkare” dell’ancora più fittizio “International Institute of Technology – United Slates of Earth“, divenendo uno dei più citati e prolifici scienziati del settore secondo alcuni strumenti di valutazione quali Google Scholar ed altri strumenti che basano i propri risultati sempre sullo stesso strumento, ed il tutto nonostante l’assoluta inconsistenza dei contenuti delle pubblicazioni.

Una spiegazione di questo risultato la fornisce lo stesso Labbé in questo documento, ma ciò che non appare chiaro è se tutti i documenti (o all’altro estremo, nessuno) siano stati effettivamente pubblicati (sebbene sembri di no), ma considerando che Google Scholar non rappresenta (in Italia come in altre nazioni) lo strumento di riferimento per la valutazione della produzione scientifica, questo massivo fake scientifico si potrebbe ritenere privo di concrete conseguenze.

In realtà un altro ricercatore (Phil Davis) ha pubblicato nel 2009 un articolo ad opera di due autori fittizi (la storia può essere letta in questo articolo) nel “The Open Information Science Journal (TOISCIJ)“, il cui processo di peer review ha avuto buon esito nonostante l’assoluta inconsistenza del testo, ed al momento della richiesta del pagamento della quota richiesta, l’autore (quello vero) ha informato l’editore di avere trovato degli errori tali da preferire la non pubblicazione, segnalazione che ha portato l’editore a fare pressioni perché l’articolo non venisse rigettato dagli stessi autori.

Anche questo evento potrebbe apparire scandaloso ma di portata limitata, se non fosse altro che sempre Cyril Labbé ha individuato oltre 120 articoli scientifici pubblicati da editori importanti quali Springer (16 delle 120 pubblicazioni) ed il prestigioso IEEE – Institute of Electrical and Electronic Engineers (link della notizia) che risultavano generati attraverso SCIgen, e considerando l’importanza degli editori tale notizia ha destato forti preoccupazioni.

Sebbene non vengano riportate molte altre informazioni sugli articoli in questione (non è chiaro se si tratti in tutti i casi di articoli presentati in conferenze od articoli direttamente presentati ai journal, e di che tipo siano questi ultimi) resta evidente la gravità di questi fatti e lascia aperta la questione sulla reale portata di questo problema, problema che potrà divenire ancora più critico in relazione alla spinta (per non dire obbligo) dell’Unione Europea verso l’approccio open access per la pubblicazione dei risultati delle ricerche condotte nell’ambito del programma di finanziamento alla ricerca Horizon2020.

Con queste riflessioni si chiude anche l’articolo odierno, ma prima di salutarvi voglio scusarmi per l’incostanza della pubblicazione di questi post, ma l’impegno a riprendere i ritmi del passato è sempre presente.

Vi saluto e vi invito a continuare a seguire la rubrica Energia e Futuro, naturalmente sempre su AppuntiDigitali.

5 Commenti »

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  • # 1
    Eleonora
     scrive: 

    Ciao,
    articolo interessante, però ci sono alcune imprecisioni.

    Visto che ormai sono quasi due anni che sono Publisher a Elsevier questo è più o meno il mio pane quotidiano, per cui non ti biasimo per qualche imprecisione.

    Però una confusione che sento spessissimo ma è molto importante, è che l’Open Access non c’entra assolutamente nulla con chi ha i diritti di copyright.
    Il copyright viene trasferito al publisher anche in caso di pubblicazione in Open Access anche se, in genere, poi il publisher lo pubblica con licenza CC-BY (di solito CC-BY-NC-ND).
    Inoltre l’idea che l’autore paga possa far si che la qualità diminuisca non ha molto senso, perché il publisher ci guadagna a pubblicare più articoli sempre e comunque, anche quando le pubblicazioni sono dietro paywall. Al contrario è importante poter dare chiaramente un messaggio della qualità delle pubblicazioni perché questo incide anche sul prezzo della rivista (sia il prezzo di abbonamento per le riviste ad abbonamento, sia il prezzo di publication fee per le riviste open access).

    Il problema della qualità insorge nel momento in cui tramite internet è decisamente più facile fare il “publisher”. In teoria basta che uno metta su un server di archivio di articoli in PDF e può definirsi un publisher. Poi in realtà la gestione della peer review, la gestione dei casi etici e legali, la qualità degli editor, i servizi per gli autori e per i reviewers, sono processi molto costosi per cuui chiaramenti i piccoli publisher (cina e medio oriente ne producono come funghi) non si concentrano molto sulla qualità.

    Potrei andare avanti…. ma facciamo che mi rendo disponibile a rispondere alle domande :)

  • # 2
    zil
     scrive: 

    Ecco la nuova edizione del premio Innovazione: http://www.affaritaliani.it/mediatech/focus-innovation040314.html

  • # 3
    Sisko212
     scrive: 

    Si tratta di un problema estramente tecnico e settoriale per chi deve rendere pubblici i risultati di una ricerca.
    Certo che mi chiedo… il peer review di fatto viene gestito da entità private che per vivere hanno quindi bisogno di reperire fondi dal mercato, che per sua natura vuole quindi risultati in breve tempo.
    Come ben sappiamo, sopratutto per certe branche della scienza, come fisica, biologia etc. i tempi stretti mal si coniugano con gli interessi del mercato, e quindi non potrebbe esistere un entità pubblica, magari sovranazionale… europea diciamo (magari già esiste), che venga sovvenzionata dall’ UE stessa e che si occupi appunto del peer reviewing ?

  • # 4
    Eleonora
     scrive: 

    Sisko,
    in un certo senso questo è quello che succede quando sono le società che pubblicano le riviste.
    Per esempio in fisica APS (American Physical Society) ha le riviste più prestigiose in assoluto.
    In Italia riviste come Nuovo Cimento sono gestite dalla Società Italiana di fisica, anche se l’aspetto tecnico della pubblicazione/finanziario è gestito da Springer.

  • # 5
    Simone Serra (Autore del post)
     scrive: 

    Chiedo scusa per l’assenza ma sono stato preso da altri impegni e non sono riuscito a dedicare tempo ai commenti

    @ Eleonora

    hai perfettamente ragione, la mia oltre che una esposizione semplificata dell’argomento è comunque una visuale limitata in quanto mi trovo da un lato della barricata e non conosco nel dettaglio i meccanismi interni degli editor, ma voleva sostanzialmente riprendere alcune questioni che mi erano capitate davanti e di cui volevo discutere

    @ Sisko212

    temo che qualunque entità farebbe prevalere orientamenti discutibili, compresa l’Unione Europea (cosa che fa già ampiamente su temi molto sensibili), andando a compromettere l’autorevolezza ed imparzialità del processo.

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