di  -  lunedì 26 marzo 2012

Riprendiamo quest’oggi le “riflessioni” sull’argomento introdotto la scorsa settimana, ovvero la Ricerca Scientifica.

RICERCA OD APPLICAZIONI – QUESTO E’ IL PROBLEMA

Parafrasando il celebre “essere o non essere” e riagganciandoci alle considerazioni sviluppate sia nel precedente post che nei commenti ad esso seguiti, possiamo provare ad analizzare con maggiore attenzione i vari contesti intorno al quale è possibile applicare il titolo di questo paragrafo.

Diversi esempi presentati nei commenti (tipicamente di aziende del settore elettronico/informatico) evidenziano come spesso sia complesso individuare i confini tra qualcosa strettamente legato alla ricerca rispetto all’applicazione della stessa, od ancora ad un prodotto che non risulta direttamente legato ai risultati della ricerca.

Tali considerazioni trovano il terreno sul quale svilupparsi nella forte evoluzione tecnologica alla quale abbiamo assistito negli ultimi decenni, in particolare nel settore dell’elettronica, settore che ha abituato tutti noi ad una rapida innovazione di prodotto, permettendo ad oggi scenari di impiego e prestazioni in molti casi solo immaginabili in precedenza.

Tale innovazione nei prodotti è stata sicuramente resa possibile dal miglioramento tecnologico, conseguente alle ricerche condotte dalle numerose aziende coinvolte in vari livelli (si pensi alle problematiche affrontate e risolte nei processi produttivi dei microprocessori, dei display, ecc.), ma se spostiamo l’attenzione al prodotto finale è difficile individuare in esso un processo di ricerca differente da quello orientato al miglioramento di fattori strettamente legati al prodotto (ergonomia, miglioramento delle funzionalità, maggiore economicità, ecc.).

Il discorso sembra quindi spostarsi verso un concetto di ricerca finalizzata ad un obiettivo concreto in un prodotto, ma la ricerca, come  discusso anche nel precedente post, è anche molto altro, ed inoltre non bisogna dimenticare che molto spesso i “confini della ricerca” appaiono alquanto sfumati, ed esempi concreti a riguardo sono quelli esposti sempre nel precedente post.

RICERCA SCIENTIFICA TRA PUBBLICO E PRIVATO

Se da una parte tutti (spero) sono concordi nel ritenere che l’attività di ricerca scientifica e la conseguente innovazione (o semplicemente le nuove scoperte che da essa si originano) siano fondamentali e capaci di divenire trainanti per un qualunque Sistema Paese, dall’altra parte si parla molto meno di chi la fa, al punto che intorno alla figura del ricercatore (e del suo lavoro) aleggia spesso il mistero.

Poiché la ricerca è fatta di ricercatori, ma anche e necessariamente di finanziamenti, penso sia utile andare a discutere su questo tema: chi deve pagare cosa?

E’ evidente che, per quanto detto poco sopra sugli effetti trainanti della ricerca per il sistema economico-produttivo di una nazione, il finanziamento alla ricerca debba essere parte integrante del bilancio di ogni nazione, e pertanto debba esservi un forte investimento pubblico in essa, ma è altrettanto corretto chiedersi cosa debba venire finanziato ed in quale misura, oltre che definire i criteri che permettono di valutarne i risultati.

Tantissime attività di ricerca si basano in larga misura (in certi casi quasi esclusivamente) proprio su fondi di origine pubblica, ed in genere vengono svolte da istituzioni anch’esse pubbliche quali Università e centri di ricerca pubblici (come il CNR). Potendosi basare su fondi pubblici diventa possibile per i ricercatori indirizzare le attività verso direzioni spesso di frontiera, generando nuova conoscenza e risultati che permettono di generare innovazione, strada spesso non perseguibile in industria in quanto l’obiettivo tipico di questo contesto consiste nel risolvere problemi presenti nell’immediato ed inoltre, finanziandosi sui risultati ottenuti nel proprio mercato, meno disponibile ad investire risorse importanti in direzioni non monetizzabili a breve termine.

Notevoli differenze si possono individuare anche nella tipologia dei ricercatori che tipicamente operano nei due contesti, infatti nell’ambito degli istituti pubblici la formazione del ricercatore è in genere maggiormente generalista rispetto ad un particolare ambito, nell’industria non è rara la presenza di specialisti estremamente orientati su un singolo aspetto.

Tali differenze non sono però una caratteristica negativa, bensì un fattore complementare spesso utilizzato (purtroppo soprattutto all’estero, molto meno in Italia) per rendere più efficiente le attività di ricerca operando in collaborazione pubblico-privato, ed è proprio in questo contesto che si ottiene un sostanziale beneficio per l’economia del paese in quanto le potenzialità innovative del mondo accademico vengono completate dalle capacità di concretezza delle aziende, generando al tempo stesso un aumento della conoscenza ed un miglioramento dei prodotti.

Ovviamente tutto questo discorso è per certi versi “un discorso limite”, volto ad evidenziare gli aspetti più opposti ed in certi casi controversi del mondo della ricerca ed a stimolare la riflessione e la discussione su queto tema così ampio e complesso.

Anche per oggi è tutto, riprenderemo il discorso lunedì prossimo e pertanto vi rinnovo come al solito l’invito a continuare a seguirci, sempre su AppuntiDigitali, sempre con la rubrica Energia e Futuro.

8 Commenti »

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  • # 1
    Trovato!
     scrive: 

    Come dire e riassumere in poco tutto il giro di parole scitte da Serra?
    ————–
    “Chi RiCerca Trova!?”

    Si Sempre!
    ————-
    “Cerca Trova” come ci ha fatto vedere Giacobbo a Viyager, C’è stritto pure sul dipinto de Vasari che coprirebbe la battaglia di Aghiari di Leonardo…
    Questa è la conferma Pittoricamenente concepita e telesivamente riportata alla nostra sopita attenzione! E’ vero! La RiCerca RiPaga!

    Peccato che in italia l’unica ricerca che ripaga è quella della furbizia…. e mi fermo qua!

  • # 2
    banryu
     scrive: 

    Tali differenze non sono però una caratteristica negativa, bensì un fattore complementare spesso utilizzato (purtroppo soprattutto all’estero, molto meno in Italia) per rendere più efficiente le attività di ricerca operando in collaborazione pubblico-privato, ed è proprio in questo contesto che si ottiene un sostanziale beneficio per l’economia del paese in quanto le potenzialità innovative del mondo accademico vengono completate dalle capacità di concretezza delle aziende, generando al tempo stesso un aumento della conoscenza ed un miglioramento dei prodotti.

    Da noi funziona proprio così.
    Lavoro in una industria di produzione la cui attività è inquadrabile nel settore gomme/plastiche.
    A fronte di un laboratorio chimico interno composto di due ricercatori specialisti (chimici specializzati nel nostro settore) spesso il reparto R&D aziendale si avvale di collaborazioni esterne con l’università.
    I risultati dei vari progetti di ricerca interni in genere si concretizzano in miglioramenti di diversa natura sui prodotti finali, e a volte in consistenti innovazioni tecniche che ci permetteno di uscire sul mercato con prodotti fortemente competitivi.

  • # 3
    fornost
     scrive: 

    Purtroppo in Italia le sinergie pubblico-privato si concretizzano in un finanziamento pubblico a fondo perduto a favore del privato.

    Partiamo dal finanziamento di un Dottorato di Ricerca. L’azienda si trova ad avere un dipendente per 3 anni pagandogli stipendio + contributi invece che pagare stipendio + tasse + contributi. L’attività di questo dipendente/dottorando è, di norma, scandita dall’azienda e non sempre si incentra principalmente o comunque esclusivamente sulla ricerca…

    Passiamo dai famosi posti da Ricercatore a Tempo Determinato cofinanziati… Anche in questo caso l’azienda si assume metà dell’onere del pagamento per un ricercatore che, fondamentalmente, fa ricerca per l’azienda privata e al pubblico che gli paga l’altra metà dello stipendio non porta niente.

    Finendo per strutture quali laboratori che costano occhi della testa e che vengono parzialmente finanziati dal pubblico anche se l’utilizzo e l’utilità degli stessi rimane esclusiva dell’azienda che li ha cofinanziati.

    Con questo non voglio dire che ci siano casi possibili di sinergia pubblico/privato, ma purtroppo in Italia sono troppo rari per il solito motivo: che l’utilizzo dei fondi pubblici viene troppo poco controllato.

  • # 4
    Nessuno
     scrive: 

    Io lavoro da anni nel mondo dell’informatica e dell’elettronica industriale.
    Ho lavorato per diverse aziende, tra le quali le più grandi del nostro paese (anche militari) vedendo con che modalità lavorano.
    Ebbene, la mia conclusione è che in questo paese non si produrrà mai niente di nuovo. Per davvero.
    A parte l’impreparazione più o meno diffusa di coloro che devono prendere le decisioni, normalmente la ricerca è finalizzata alla creazione di un nuovo prodotto.
    Non c’è l’idea di creare qualcosa ex novo da proporre al mercato come unico e nuovo.

    Infatti in questo paese (con la p minuscola non a caso) non si è mai prodotto nulla che non fosse già presente sul mercato. Non produciamo componenti fondamentali che altri potrebbero comprare. Non facciamo brevetti di base (non essendoci neanche ricerca in tal senso).
    Non siamo in grado di essere innovatori o trascinatori di nessun mercato (tranne quello delle truffe e dell’evasione).
    Non vi dico come vengono spesi i soldi che la Comunità Europea elargisce nel tentativo di realizzare anche piccoli progetti finalizzati alla modernizzazione. Nessun controllo serio, risultati discutibili che comunque non sono qualificabili dagli stessi controllori (tanto se il dispositivo finale fa schifo al massimo non viene preso in considerazione ma i soldi li abbiamo portati a casa lo stesso).

    Guardiamo a cosa fanno certe industrie private nel resto del mondo. Per la farmaceutica in Svizzera, per la chimica in Germania, per l’elettronica in generale (che coinvolge chimica, fisica, nuovi materiali) negli USA (ma anche in Cina). Queste aziende sì, sono enormi come l’IBM, ma sono così appunto perché hanno investito negli anni nella ricerca. IBM ogni anno registra più brevetti da sola di quanto faccia probabilmente l’intera Italia. In tanti e più disparati campi (appunto, chimica, fisica e sopratutto nuovi materiali). Fa ricerca che spesso viene accantonata, ma non è certamente inutile, perché anche una ricerca seria e condotta bene che fallisce significa aver studiato una strada che è stata eliminata (oggi, magari tra 30 anni può diventare più appetibile per il trasformarsi di molte altre cose).

    Da noi non si riescono neanche a realizzare le infrastrutture che beneficerebbero a loro volta delle stesse ricerche (mi viene in mente subito la fibra ottica). Se vogliamo fare l’infrastruttura dobbiamo comprarla dall’estero. Tutti gli algoritmi usati nell’informatica sono di proprietà straniera. No non parlo dei brevetti che fanno da qualche anno che permette anche di registrare i movimenti delle dita su uno shermo,. Parlo di quelli fondamentali per la comunicazione, la criptazione, la compressione, la verifica e recupero degli errori etc…

    Cioè, non siamo in grado di fare nulla in questo paese anche se andiamo a decantare la qualità delle nostre scuole come superiori a quelle di altri paesi (come gli USA). Però là hanno il cervello per capire chi vale e chi no e per tanto producono risultati in qualsiasi forma.
    Qui vigono regole tutte nostre e ancora di tipo feudale che non permettono di progredire autonomamente.

    Non c’è ricerca di base o applicata che tenga. Siamo semplicemente incapaci di competere in qualsivoglia campo. E non credo potremmo andare avanti così per lungo tempo, visti i progressi che stanno facendo altre realtà, soprattutto dell’est asiatico, un tempo fanalino di coda del livello tecnologico (chi dice Corea del Sud pensa giusto, ma non è certamente l’unica o la più pericolosa).

  • # 5
    joe.vanni
     scrive: 

    @Nessuno

    Ottimo intervento per radiografare la situazione.

    Alla fine quel che emerge è che per i soldi della stanziati per ricerca non c’è meritocrazia, i soldi della ricerca vengono spesso elargiti a chi non ne fa buon uso. Se quei pochi soldi fossero dati solo a chi li merita..

    Io aggiungo che non ci sono controlli sistematici e indipendenti da enti italiani e anche esteri.

    Che probabilmente non c’è politica della ricerca, cioè stabilire degli obiettivi, dei progetti di grande respiro; assegnare risorse adeguate e suddividere compiti a vari centri di ricerca adeguatamente coordinati, con scadenze e controlli indipendenti.

    La ricerca di base è strategica. E deve essere pubblica, non avendo immediate ricadute applicative.

    Su una cosa non sono d’ accordo. Il genio italico credo sia parte del dna e ha consegnato alla storia antica e recente grandi invenzioni e scoperte; esiste sempre, nessuno ci batte. Basta solo volerlo sfruttare.

  • # 6
    banryu
     scrive: 

    @Nessuno:
    Non voglio criticare il tuo intervento o sminuirne il contenuto informativo, magari quello che dici in generale e per i settori che conosci è verissimo. Ma volgio portare un esempio esattamente contrario a quello che dici.

    Lavoro da vari anni per un’azienda veneta che produce pannelli preisolati in poliuretano espanso (vengono poi usati per realizzare le condotte di trasporto dell’aria negli impianti di climatizzazione, al posto della più tradizionale lamiera).

    Il laboratorio chimico di questa azienda, anni fa, a messo a punto un sistema per produrre questi pannelli usando come espandente l’acqua, invece di usare i CFC, HCFC o HFC che normalmente si usano. Questo sistema è stato brevettato, e, a quanto ne so, siamo ancora gli unici al mondo nel settore a produrre i pannelli con questo sistema.

    Questa azienda è stata, negli scorsi 15 anni, l’azienda di riferimeno >mondiale< per il settore: cioè l'azienda che ha aperto (all'epoca) il mercato, e trainato lo stesso come punto di riferimento per l'innovazione (ora c'è ancora più concorrenza e non siamo più gli unici a "innovare", anche se ci rincorriamo e superiamo costantemente con i concorrenti più innovativi).

    Ripeto: non voglio sminuire il senso del tuo intervento: capisco benissimo che sto portando l'esperienza di un'azienda (50 persone) e un settore che sono come una goccia d'acqua in mezzo ad un oceano; non nego che il Sistema-Paese italico "funzioni" come l'hai descritto tu, in verità non sono proprio in grado di poterlo giudicare, essendo troppe le cose che non conosco al riguardo.

    Però (spesso e volentieri) esistono anche realtà misconosciute che negano il modello che hai presentato.

  • # 7
    marosini
     scrive: 

    @Banyru, hai sicuramente ragione a rivendicare l’esistenza di aziende particolarmente brillanti che riescono a fare ricerca e a ottenere posizioni di eccellenza, ma – purtroppo – l’impressione è che siano proprio le eccezioni che confermano la regola.
    Il problema invalicabile è che solo sistemi di ricerca statale o aziende di dimensioni planetaria possono permettersi, in linea generale, di fare ricerca DI BASE, e non penso che questa situazione possa essere rapidamente invertita.
    Ormai sono decenni che il nostro Paese è fanalino di coda nella distribuzione di fondi per la ricerca, e queste sono onde decisamente lunghe. Quello che in genere all’estero non ci si spiega, quando si guardano i numeri, è come possa la ricerca italiana, con i fondi ridicoli che ha, riuscire a produrre relativamente tanto!
    Con questi indizi io resto fiducioso, ma obiettivamente il quadro è piuttosto desolante.

  • # 8
    banryu
     scrive: 

    @marosini: capito.
    Non conosco le realtà della ricerca di base, nel nostro paese, ma non ho difficoltà a credere che la situazione sia quella dipinta da Nessuno.
    Il mio esempio in effetti non c’entra nulla, volevo solo portare una “buona notizia” anche se mi rendo conto che è fuori contesto.

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