di  -  venerdì 16 maggio 2008

TeraDrive - Courtesy of www.old-computers.comDa piccolo, come molti futuri smanettoni della mia generazione, pensavo al Giappone come una terra delle meraviglie tecnologiche: in particolare, riviste come K, Zzap! e TGM, di tanto in tanto rivelavano gadget con caratteristiche straordinarie, che per motivi imperscrutabili non erano importati, se non – col contagocce – attraverso costosissimi canali paralleli.

L’oggetto di cui mi accingo a parlarvi rappresenta uno di questi gadget fantascientifici e, anche se afflitto da una serie di criticità che analizzeremo tra poco, risveglia tutt’ora l’interesse di migliaia di collezionisti in tutto il mondo.

Vi presento dunque il TeraDrive: un progetto congiunto Sega – IBM, lanciato solo in Giappone, che ibrida un Megadrive con un PC, per creare un sistema capace non solo di far operare entrambe le piattaforme separatamente, ma anche di farle in qualche modo interagire.

Per i più giovani o gli smemorati, nel 1988 (Europa 1990) il Megadrive era una console assolutamente rispettabile. Con un buon parco titoli e alcune esclusive di grande successo – Sonic per citare la più famosa – sfidava senza timori reverenziali, almeno negli USA e in Europa, il coevo Super Famicom alias Super NES alias Super Nintendo.

Il Teradrive, lanciato nel 1991, si proponeva dunque di convogliare in un unico prodotto le velleità videoludiche e quelle più prettamente informatiche, strizzando un occhio a chi aveva voglia di cimentarsi nello sviluppo. La peculiarità della piattaforma era infatti quella di consentire, tramite un’area di memoria riservata, l’esecuzione di applicazioni scritte su PC, sull’hardware Mega Drive.

Con il mercato delle console che viaggiava a ritmi sostenuti e la domanda di PC in progressiva crescita, il TeraDrive aveva buone carte da giocare, posto che si riuscisse a posizionarlo correttamente sul mercato.

A queste potenzialità teoriche faceva però da contraltare una dotazione hardware PC piuttosto scadente – nel 1991 il 486 era disponibile da già due anni, ma il TeraDrive veniva inspiegabilmente equipaggiato con un vetusto 286 con massimo 2.5Mb di RAM – e un prezzo fuori scala. Il sistema fu prodotto quindi in quantità scarsissime e riuscì ad essere un flop persino nel tecnologicamente iper-ricettivo Giappone. È oggi rarissimo e molto ricercato dai collezionisti, che sono disposti a spendere cifre interessanti per venirne in possesso.

Fu seguito in Europa da un prodotto simile, meglio equipaggiato dal punto di vista hardware ma privo di ogni interoperabilità fra le due piattaforme: l’Amstrad Mega PC, anch’esso destinato ad un misero avvenire.

A distanza di molti anni, la convergenza fra console e computer è solo parzialmente realizzata. Da un lato i PC hanno acquisito ottime potenzialità videoludiche, dall’altro le console si sono aperte ad usi diversi dai soli videogiochi – sulla PS3 è persino possibile installare Linux. La strada dell’integrazione di piattaforme eterogenee è del tutto superata, eppure personalmente un’ibridazione fra Eee PC desktop e Wii (usando la TV) la vedrei ancora bene…

4 Commenti »

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  • # 1
    Lanfi
     scrive: 

    Amo questi revival storici! Devo dire che non conoscevo affatto l’esistenza di questo ibrido…dispiace un po’ che non abbia avuto fortuna, perchè l’idea era buona. Sarei riuscito a farlo piacere ai miei genitori che non ne volevano sapere di comprare una consolle perchè mi avrebbe “instupidito” (cosa che poi si è verificata comunque XD!).

    Certo che con quello spot ci credo che non ne hanno venduti tantissimi :D…..

  • # 2
    DioBrando
     scrive: 

    Come no, il TeraDrive.
    Da appassionato di retrogaming e “collezionista” me lo ricordo bene.
    La Sega forse detiene il primato di macchine tra le più ricercate perchè o ebbero scarso successo commerciale o al contrario ne ebbero talmente tanto da scaturire sia un fenomeno di cloning in altri Paesi, sia il proliferare di edizioni limitate.
    Così su due piedi mi vengono in mente l’Aiwa MegaCD (un po’ + recente, dei primi anni 90) e quella buffa televisione (simil iMac) che nascondeva un Dreamcast, ovvero il Divers 2000 CX-1.

    Per chi non li conoscesse, cercate in rete, sono dei veri e propri oggetti di culto (non gli unici chiaramente)

  • # 3
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Mi viene in mente in proposito anche la versione giapponese del GameCube che fungeva anche da media center. Inspiegabile la decisione di Nintendo di non importarlo in Italia. Eppure insistono sul fatto che la console debba fare solo i giochi e non altro. Approccio diametralmente opposto a quello di PS3, eppure sembrano aver ragione.

  • # 4
    DioBrando
     scrive: 

    Ti riferisci al Panasonic Q suppongo.
    Bell’aggeggino, aveva anche un uscita digitale che sparava DD 5.1.

    Sinceramente non pensavo la Nintendo ci azzeccasse (e credo di n essere stato il solo) con questa sua politica eppure tra le console “next-gen” è quella che ha avuto finora maggior riscontro di successo, se vediamo i numeri.
    In pratica ha saputo catturare, come ha fatto il DS, un pubblico estremamente vasto ed eterogeneo di persone che semplicemente si divertono a giocare, vogliono immediatezza, concept carini ma non pretendono xx FPS al secondo o grafiche superpompate.
    E ha avuto ragione (senza considerare che tra le 3, era l’unica a produrre la console non in perdita, guadagnando oltre che sul SW anche sull’HW).

    Sul fatto delle versioni che non sono mai state importate, beh questo avviene perchè spesso le divisioni operano autonomamente a seconda della regione e il pubblico giapponese in questo senso oltre che viziato è estremamente esigente ( del GameBoy esisteranno credo almeno 30 versioni mai viste né in Europa né in USA).

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