di  -  giovedì 7 luglio 2011

Mentre le premesse del provvedimento AGCOM iniziano a sfaldarsi, vorrei condividere con voi qualche riflessione sull’intera vicenda. Partendo dal contributo di personaggi che hanno a lungo seguito da vicino la traiettoria del diritto d’autore ai tempi di Internet.

Partiamo da Stefano Quintarelli, uno di quelli che hanno fatto Internet in Italia, che in un pezzo di cui consiglio la lettura integrale intitolato Il mondo nuovo, tratteggia le premesse che rendono ineludibile una revisione dell’attuale disciplina del diritto d’autore e conclude con alcune linee guida molto concrete:

  • i beni digitali devono essere ottenibili e  fruibili su ogni dispositivo : per evitare abusi e creazione di monopoli se chi fornisce il contenuto è lo stesso soggetto che gestisce la rete di distribuzione o che produce l’hardware
  • ogni bene digitale si deve portare dietro la propria licenza d’uso: così si può sapere se è un Creative Commons, o una copia privata di qualcuno o un oggetto venduto da qualcuno o un oggetto nel pubblico dominio, ecc..

Guido Scorza, esperto di diritto legato a questioni online, liquida oggi su Il fatto quotidiano il recente sviluppo della questione con un “molto rumore per nulla”:

è difficile resistere alla tentazione di interrogarsi sul costo sin qui sostenuto per partorire il mini-schema di mini-regolamento: il lavoro degli uffici dell’Autorità, quello di schiere di lobbisti ed avvocati, quello dell’industria e delle associazioni di categoria, le decine di migliaia di euro buttate dalla finestra dalla Siae per acquistare inutili pagine sui giornali e, soprattutto, il nostro tempo, quello dei cittadini che hanno dovuto rimboccarsi le maniche per far sentire la loro voce.

Nelle “inutili pagine sui giornali” cui Scorza fa riferimento compare un appoggio incondizionato della SIAE al provvedimento AGCOM – che, lo ricordiamo, prevedeva procedure di takedown unilaterali al di fuori del parere di un giudice, di qualunque sito o contenuto venisse, ripeto, unilateralmente, reputato lesivo del diritto di qualsivoglia autore. L’appello della SIAE è consultabile qui.

Per inciso fa un certo effetto vedere, fra i sostenitori dell’appello SIAE e quindi della direttiva AGCOM, il nome di Dori Ghezzi, presidente della fondazione Fabrizio De Andrè. Fondazione sul cui sito campeggia la A cerchiata, un simbolo che rispecchia i valori del cantautore genovese certo più di quanto non faccia la SIAE.

La quale, come ricorda sempre Stefano Quintarelli, è stata “smantellata eticamente ed economicamente da chi la gestisce” con una inequivocabile lettera congiunta della FEM – FEDERAZIONE EDITORI MUSICALI, ANEM – ASSOCIAZIONE NAZIONALE EDITORI MUSICALI, FA – FEDERAZIONE AUTORI, in cui fra le altre cose si scrive:

…La SIAE e’ diventata la più costosa tra le società di collecting europee, con un aggio superiore rispetto a tutti i suoi diretti competitor.
A fronte di un maggiore costo per gli autori e gli editori (per tutti, dai più grandi ai più piccoli), vanta la peggiore performance in termini di servizi e una maggiore lentezza nelle ripartizioni. SIAE ha un debito verso gli associati autori e editori che raggiunge cifre da manovra finanziaria, circa 800 milioni di euro

Come sempre invito a farsi un’idea di prima mano leggendo la lettera in originale sul sito del Corriere (datata 16 gennaio 2011).

A conclusione di questa vicenda, sulla quale spero di aver fornito utili spunti di ragionamento, vorrei ribadire quanto ho commentato proprio sul contributo precedentemente citato di Stefano Quintarelli intitolato Il mondo nuovo, in merito alla fattibilità più che sulla scontata utilità dell’auspicata riforma del diritto d’autore:

[…] Il problema è che abbracciare una tematica del genere ed estrarne una legislazione al passo coi tempi richiederebbe una politica forte. Al contrario l’impressione – e la delibera AGCOM è solo l’ultimo degli esempi in tal senso – è che la politica sia divenuta ormai da anni la longa manus di poteri lobbistici, per giunta – ed è quel che è più patetico – di dimensioni economiche anche trascurabili.

Giunti a questo punto, supporre che con le armi della ragione si possa raddrizzare questa stortura è puro “wishful thinking”, o forse uno scambiare gli effetti con le cause. Perché se il lobbismo ha sostituito il primato della politica, lo si deve ad una classe dirigente i cui orizzonti di visione si sono via via ristretti al minimo indispensabile per garantire la sua stessa sopravvivenza. La libertà, apertura, neutralità della rete non è funzionale alla sopravvivenza di questa classe dirigente più di quanto non lo sia il colore degli autobus di Roma.

E forse, perdonami la conclusione luddista, sono proprio i mass media, sempre più pervasivi, sempre più real-time, ad aver azzerato la visione di lungo termine, ad aver creato questo mercimonio del consenso di breve gittata e questa forza persuasoria ineludibile (sempre utile per far inghiottire al popolo pillole indigeste) che sono gli unici salvagenti rimasti a tenere a galla il potere.

Chi mi legge sulla rubrica semisegreta il tarlo sa che reputo le problematiche legate al diritto d’autore non decodificabili col filtro delle visioni pseudo-progressiste di chi, in questo nuovo ciclo tecnologico, ha convenienza economica nell'”aggregazione” dell’opera altrui (i cd. “over the top”).

Se da un lato ci sono soggetti che pretendono che tutto il mondo si adegui alle tecnologie che con profitto mettono in campo, dall’altro però c’è chi pretende che il mondo si conformi alla propria incapacità di rivedere modelli di remunerazione radicati nella prima metà del secolo scorso.

Se è vero che un futuro sempre più scandito dai ritmi della tecnologia getta ombre sinistre sulla cultura umana per come l’abbiamo conosciuta finora, la risposta compete ad un progetto politico radicato sugli interessi di lungo termine della collettività. Rispetto a questo esito, tanto auspicabile quanto improbabile date le attuali premesse, gli interessi lobbistici di parte e le loro conseguenti rappresentazioni istituzionali, rappresentano l’ostacolo per eccellenza.

28 Commenti »

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  • # 1
    Antonio Barba
     scrive: 

    Non potevi trovare immagine più azzeccata di quella, per accompagnare l’articolo! Grande :-D

  • # 2
    [D]
     scrive: 

    Secondo me tutte queste regole sono ridicole ed inutili.
    Loro credono in questo modo di tutelare il diritto d’autore ma di fatto non otterranno mai nulla.
    Chi avesse realmente intenzione di mettere su un sito warez tanto per cominciare non lo registrerebbe qui in italia (quindi dagli di rogatoria internazionale per farlo chiudere), non lo registrerebbe con dati riconducibili a se stesso (userebbe dati puramente fasulli o metterebbe in mezzo qualcun altro), se ci guadagna dei soldi li farebbe alloggiare in qualche conto estero e gli utenti iscritti imparerebbero nel giro di mezz’ora (i più niubbi) a pararsi da eventuali censure sul dns (open dns tanto per cominciare ma è pieno di metodi ancora più semplici a cominciare dalla cache di google, dal turbo mode di opera o il primo proxy che passa per strada).
    Gli unici che ci rimetterebbero sarebbero gli onesti che verrebbero tirati dentro chissà quale casino e che ovviamente non si sono tutelati preventivamente.

  • # 3
    blackshard
     scrive: 

    Bell’articolo.
    Vedo che le critiche, com’era da aspettarsi, fioccano verso agcom. Ed è interessante notare che ci sono critiche inerenti alla presuntuosità di voler tutelare il diritto d’autore (o diritto d’editore?) da parte di agcom.
    Non dimentichiamoci però che c’è anche l’altro fronte in contrasto con il potere giudiziario: agcom vuole ergersi a giudice e decidere la sorte di una risorsa web arbitrariamente, senza che la costituzione gliene dia alcun diritto. In altri paesi (e forse un tempo anche in italia) questa si chiama Censura.

  • # 4
    [D]
     scrive: 

    In altri paesi si chiama… comincia per “C” e finisce per “oglioneria”.
    Quello che questi cialtroni non vogliono capire è che quando c’è di mezzo internet e l’informatica in genere, prima di sparare certe leggi bisognerebbe avere almeno una vaga idea di cosa si pretende imbrigliare, del suo funzionamento e soprattutto della sua capacità di evoluzione raffinata proprio allo scopo di rendere di fatto nulla qualsiasi forma di controllo, tanto più quando viene gestita da personaggi che non hanno titolo per farlo

  • # 5
    v
     scrive: 

    Bello!
    io voglio un indagine fatta bene bene alla siae sulla scia di quello che stà succedendo alla sgae

  • # 6
    Andrea R
     scrive: 

    Ma io mi chiedo:
    se oggi il mondo produce, mettiamo, 10 miliardi di pagnotte e se domani tutti i vari settori di intrattenimento, finanza, media e pubblicità si prendono un giorno di ferie, alla fine quante pagnotte ci sono? sempre 10 miliardi.
    Allora se già c’è il modo di dargli da mangiare a questa gente, ma perchè ci dobbiamo porre il problema del diritto d’autore? Perchè non ottimizzare il beneficio, invece che il loro ritorno finanziario?

    Non facciamo finta che film e musica siano “cultura” da tutelare e poi tagliamo i fondi a tutta la ricerca scientifica e all’istruzione.

    Potremmo lavorare tre giorni a settimana se nel mondo non si lavorasse su cose inutili, se non fastidiose.

    Massì, continuamo come abbiamo iniziato: facciamo buttare via latte e frutta agli agricoltori, facciamo finta che un opera che possono fruire tutti costi un tanto alla copia, facciamo finta che la pubblicità sia un impiego produttivo invece che distruttivo.
    Facciamo finta che la “remunerazione delle opere dell’ingegno” alla fine aumenti il numero di pagnotte che ci sono da mangiare, quando al massimo è il contrario oramai.

  • # 7
    Cesare Di Mauro
     scrive: 

    Non vedo quale sia il problema. Le “opere dell’ingegno” non sono beni indispensabili e se ne può fare tranquillamente a meno.

    Non ti piacciono le condizioni delle major? Non comprare i loro prodotti. Sic et simpliciter.

  • # 8
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Il problema è che le società d’intermediazione non sono gli artisti ma gente che raccoglie soldi per conto terzi. Il punto è che non sono eludibili: se domani mi sposo e suona mio fratello suoi pezzi originali, devo comunque pagare la SIAE. Ugualmente se domani voglio tentare di avere qualche centesimo di € per il mio album, sempre da lì devo passare.
    Se tutto questo non fosse, se cioè fossero facilmente praticabili dei modi per eludere l’intermediazione remunerando direttamente l’artista a condizioni eque, se quindi il mercato fosse aperto come non è, sarebbe lecito porla nei termini “se non ti piace non comprare”.

    In altri termini dovremmo secondo me porci il problema dei danni che una simile concentrazione di potere sta procurando alla nostra cultura. Un problema politico, che andrebbe affrontato con autonomia di pensiero e autorevolezza. Nell’assenza delle quali le lobby dettano e i politici scrivono.

  • # 9
    Cesare Di Mauro
     scrive: 

    Rimane un problema fra artisti e major, allora.

    Ma gli artisti non sono costretti a stringere accordi con le major per pubblicare i loro lavori. Ci sono, infatti, tante etichette indipendenti.

    Anche qui, è una questione di opportunità: evidentemente agli artisti fa gola la possibilità di arricchirsi sfruttando la capillare rete di distribuzione delle major.

    La SIAE merita un discorso a parte. E’ un ente che è nato per piazzare poltrone e stipendi a un po’ di gente. Dovrebbe scomparire del tutto.

    Anche perché la difesa del diritto d’autore non passa obbligatoriamente da quest’ente.

  • # 10
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Pienamente d’accordo. D’altronde basta ricordare le parole di federazioni legate al mondo artistico citate nel pezzo per capire che anche dall’altro lato della barricata la SIAE rappresenta solo un peso. Correrebbe, in un paese normale, l’obbligo di domandarsi cosa ancora stia lì a fare…

  • # 11
    andres
     scrive: 

    un paio di cose:

    – non conosco quasi per nulla il provvedimento AGCOM, però ritengo SACROSANTO tutelare il diritto d’autore anche sul web.
    Ritengo SACROSANTO che l’autore, o colui che detiene i diritti su uno scritto, su una musica, su un video, possa decidere dove e come pubblicarlo.
    Fra l’altro, mi piacerebbe un sacco ci fosse una procedura semplice e veloce per sanzionare migliaia – milioni? – di siti la cui UNICA attività è il copia&incolla di lavori altrui.

    Se invece si pensa a una società diversa, dove i beni immateriali e materiali siano liberamente fruibili e di pubblico dominio per tutti, va benissimo. Però la stessa cosa deve valere se domani occupo la villa al mare di xxx, o entro da un concessionario Ferrari e mi prendo una macchina senza pagare nulla.
    Tutto a tutti, mi va benissimo. Ma che sia TUTTO.

    – sulla SIAE leggo da 15 anni una quantità di sciocchezze e luoghi comuni davvero incredibili… soprattutto a molti non è chiaro assolutamente cosa sia.
    Intendiamoci, non dico che non ci sono problemi reali, ma quelli che vengono evidenziati sono quasi sempre luoghi comuni del tutto privi di fondamento.
    Nessun musicista è obbligato a iscriversi alla SIAE per lavorare con la musica, così come nessuno è obbligato a scegliere una certa banca o una certa assicurazione.
    La SIAE fornisce un servizio: se io musicista decido che non mi interessa quel servizio, non delego a loro la gestione delle mie opere e non mi associo a questa società.
    E posso suonare le mie cose ovunque, senza dover pagare nulla a nessuno.
    Poi vabbè, in Italia è di moda ripetere sempre le stesse cose…

  • # 12
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Andres, qui nessuno reclama la trasformazione dell’occidente nel paese dei balocchi. Non so a cosa ti riferisca quando dici “è moda ripetere le stesse cose” però ti inviterei, se ti interessa partecipare ad una discussione costruttiva, ad entrare nel merito del provvedimento AGCOM e delle critiche che in questa sede sono state non gratuitamente rivolte, ma ben circostanziate, nei confronti della SIAE. E se noti qualche “sciocchezza” segnalala pure, saremo lieti di correggere il tiro.

  • # 13
    andres
     scrive: 

    @Alessio
    sì, scusa i toni forti, non volevo mettere in dubbio la serietà di questo blog, che anzi in genere apprezzo in questo senso.

    Però ad esempio quando in una risposta scrivi:
    “Il punto è che non sono eludibili: se domani mi sposo e suona mio fratello suoi pezzi originali, devo comunque pagare la SIAE. Ugualmente se domani voglio tentare di avere qualche centesimo di € per il mio album, sempre da lì devo passare.”

    Assolutamente NO. Sarebbe come dire, mio fratello va da un concessionario FIAT, firma un contratto con la FIAT, poi è obbligato a comprarsi una FIAT.
    Se tuo fratello ha deciso di non associarsi alla SIAE, e quindi delegare volontariamente a loro la gestione delle proprie opere musicali, ne fa l’uso che gli pare senza dover pagare nulla.
    E’ lui che ci mette la firma, e nessuno gli punta la pistola alla testa per farlo. Anzi, deve pure andare nelle loro sedi e fare una procedura per associarsi.

    Sinceramente, se davvero non lavori come artista, non ha molto senso iscriversi; soprattutto se uno poi se ne lamenta.
    Considerato anche il fatto che sul piano pratico il mercato discografico non esiste più da almeno 10 anni, e chi lavora come musicista ormai guadagna fondamentalmente in altri modi, con poche eccezioni.
    Eppure c’è un sacco di gente che si iscrive pensando a cose che con la SIAE c’entrano poco o nulla, tipo una tutela contro il plagio ecc…

    Ti chiedo una cosa.
    Tu ci sei mai stato alla SIAE?
    Hai mai letto lo statuto?
    Hai mai letto un po’ di numeri della loro rivista?

    Poi la mia non E’ una difesa della SIAE a 360 gradi.
    Anche perchè a me, di difendere la SIAE, proprio non frega nulla.
    Ma quando si accusa la SIAE di essere retrograda perchè difende un diritto d’autore novecentesco, beh, perchè non dovrebbe farlo?
    Ha buttato migliaia di euro per comprare pubblicità sui giornali? e allora? ha una sua posizione, è un ente autonomo, perhè non dovrebbe scegliere dove e come far pubblicità?
    Io da musicista e da appassionato di musica credo fosse MOLTO più “moderno” un contesto dove l’artista guadagnava per i diritti sulle proprie opere, che uno dove guadagna sul merchandising o sui live a ripetizione o sulla pubblicità o sulle PR.
    Che poi questi soldi, non è che siano spariti, ma in genere sono finiti nelle tasche delle varie Telecom, delle varie Apple e compagnia…

  • # 14
    [D]
     scrive: 

    “Nessun musicista è obbligato a iscriversi alla SIAE per lavorare con la musica, così come nessuno è obbligato a scegliere una certa banca o una certa assicurazione.”

    E allora, perchè un locale deve pagare la siae se decide di far suonare qualcuno non associato ad essa ?
    Perchè la finanza si basa sulla presenza/autenticità del bollino siae per stabilire a priori se un’opera è “originale” o “contraffatta” ?
    Non mi pare ci voglia un genio a girare un cd/dvd ed a valutarne il colore (grigio “pieno” allora cd stampato/originale, altri colori dal giallino, al blu, al viola allora copia).

  • # 15
    andres
     scrive: 

    @D
    dipende da cosa suonano nel locale; se suonano pezzi loro, e non sono iscritti alla SIAE, non vedo perchè il locale debba pagare alcunchè…

    Sul bollino, è stata una legge a renderlo obbligatorio anche su opere di non iscritti (qualche anno fa non era così). Non ho idea se quei soldi vadano tutti alla SIAE o sia una specie di tassa.
    Cmq sono questioni minuscole, che poi ragioniamo su un’industria – quella discografica – che, ripeto, non esiste semplicemente più.

  • # 16
    [D]
     scrive: 

    Spiegami questa: http://www.businessonline.it/news/2403/siae-interviene-festa-bambini-taranto.html

    Personalmente ho qualche dubbio che l’autore bielorusso della canzone risultasse iscritto alla siae ma a sto punto se non lo fosse, gli consiglierei vivamente di sistemare la cosa in quanto i soldi su quei diritti estorti ai bambini sono ancora suoi e non di qualche scalda poltrone.

  • # 17
    dechisitoti
     scrive: 

    mi son sposato a dicembre quindi: festa privata + amici che suonano pezzi loro. ho comunque dovuto pagare alla siae (buttare nel cesso) 186 euro (sarebbero stati di più se dichiaravo che gli invitati ballavano).
    Peccato non siano venuti a controllare quella sera… giusto per negargli l’ingresso e fargli fare due chiacchiere con qualche mio amico ubriaco e molesto!

  • # 18
    andres
     scrive: 

    non so che dirvi, per quanto ne so io, non vedo nessun motivo per cui un non iscritto che suona pezzi propri, dovrebbe pagare la SIAE.
    Caso diverso è un musicista italiano o straniero iscritto a una società estera: in base agli accordi fra queste società, in linea di massima se suona in Italia immagino risulti soggetto a obblighi identici a quelli di un iscritto alla SIAE.

  • # 19
    [D]
     scrive: 

    “non vedo nessun motivo per cui un non iscritto che suona pezzi propri, dovrebbe pagare la SIAE.”

    Qui in italia ci sono tante cose strane per le quali dovrebbe valere il “non vedo nessuno motivo per cui…”, una tra le tante il fatto che un commerciante sia obbligato ad iscriversi al inps e non abbia la libertà di scegliere se farsi in alternativa una pensione privata (che magari potrebbe offrirgli soluzioni migliori), ma purtroppo non è il buon senso che conta bensì il dover mantenere caste in ogni dove e quando.

  • # 20
    Cesare Di Mauro
     scrive: 

    Vogliamo parlare dell’inno d’Italia? Da quant’è che è morto Mameli? E perché per cantarlo pubblicamente bisogna pagare la SIAE? Siamo sicuri che questa fosse la volontà dell’autore?

    Per il resto concordo con gli altri interventi. Anzi, la prossima volta che i vicini fanno festa fino a mezzanotte col volume sparato al posto di chiamare i vigili chiamo la SIAE, e vediamo se sono così bravi nel loro lavoro…

  • # 21
    andres
     scrive: 

    @cesare
    il diritto d’autore, in base alla legislazione italiana, decade 70 anni dopo la morte dell’autore stesso, quindi, a meno che per l’inno italiano non ci sia una legge ad hoc, non c’è nessun motivo di pagare la SIAE.

    Bisogna però distinguere un’esecuzione dal vivo da una riproduzione di un’opera registrata: per capirci, se io passo via radio musica di Bach eseguita dall’orchestra xxx, è probabile che l’orchestra xxx detenga i diritti su QUELLA precisa registrazione.

    Cmq, ripeto, fossero questi i problemi…
    Perchè non si parla mai della messa in discussione del diritto d’autore/brevetto sui farmaci?
    Lì girano interessi infinitamente più grandi, ma sull’altare del sacro diritto al denaro si immolano decine di migliaia di poveracci ogni giorno.
    E a chi lo mette in discussione, perchè qualche paese c’è stato, si puntano sul serio i missili alla testa.

  • # 22
    [D]
     scrive: 

    “il diritto d’autore, in base alla legislazione italiana, decade 70 anni dopo la morte dell’autore stesso, quindi, a meno che per l’inno italiano non ci sia una legge ad hoc, non c’è nessun motivo di pagare la SIAE.”

    Onde far fronte a questo problema si sono già inventati una nuova casta, della quale mi sfugge l’acronimo, che “tutela” gli esecutori materiali della melodia.
    In altre parole prima si pagava per “tutelare” l’autore, dopo si paga per “tutelare” l’orchestrina che riproduce il brano.

    Alla fine l’unica soluzione è mandarli tutti a…

  • # 23
    b
     scrive: 

    l’esistenza in sé di un ente che tuteli il diritto d’autore lo condivido, il fatto che vi sia un monopolio no, nella maniera più assoluta.
    per lavoro ci ho a volte a che fare, e non sono soddisfatto di come lavorano. il problema è che non ci si può rivolgere altrove, quindi tocca stare alle loro condizioni, volenti o nolenti

  • # 24
    Cesare Di Mauro
     scrive: 

    @andres: non ho nulla contro il diritto d’autore, che ritengo sacrosanto. Semplicemente per com’è stato realizzato in Italia lo trovo fallimentare, e l’esempio che t’ho fornito (concreto, reale: prova a farti una ricerca su “SIAE inno d’Italia” e vedi un po’ cosa trovi).

    Se fosse come dici tu, cioè che viene tutelata l’opera se e solo se è l’autore che ha deciso di registrarsi alla SIAE per avvalersi dei suoi servigi, sarebbe già una cosa diversa (fermo restando che la ripartizione agli artisti è, come dire, “bizantina”). Ma così non è affatto.

  • # 25
    andres
     scrive: 

    @cesare
    forse la cosa migliore sarebbe contattare un esperto in materia, possibilmente obbiettivo e non “schierato”; io parlo semplicemente da iscritto, ma non riesco a vedere nessun motivo per il quale un non iscritto che esegua pezzi non depositati alla SIAE o omologa società estera, o pezzi “scaduti”, debba pagare qualcosa.

    @D
    non c’è nulla di strano sul fatto che un’interpretazione+registrazione+produzione musicale precisa sia tutelata. Nessuno ti vieta di noleggiarti un’orchestra e eseguirtela per conto proprio, se non ti piace l’idea di pagare qualcosa per usufruire del lavoro altrui.
    La stessa cosa avviene più o meno in tutti i paesi occidentali.

    Fra l’altro, in Italia abbiamo un certo automatismo all’esterofilia, ma la gran parte delle società estere funziona su logiche molto simili a quelle della SIAE, e in diversi paesi sono riuscite ad ottenere dalla politica legislazioni molto più restrittive di quella italiana…

  • # 26
    [D]
     scrive: 

    “Nessuno ti vieta di noleggiarti un’orchestra e eseguirtela per conto proprio, se non ti piace l’idea di pagare qualcosa per usufruire del lavoro altrui.”

    Scusa ma nel momento in cui ho affittato l’orchestrina per suonare un brano o ho comprato il suo cd dove lo esegue, che mi..ia vogliono ancora questi. Sono già stati pagati per il loro lavoro, se vogliono altri soldi, vengono di nuovo a strimpellare o fanno un cd nuovo puro e semplice.
    Il punto è che quei soldi extra che partono per non si sa dove, non li intasca l’orchestrina ma un preteso ente di “tutela” all’interno del quale individui poco noti (ma di sicuro non i membri dell’orchestrina) si dividono una torta che in larghissima parte non è loro.
    Pensa a tutte quelle cause a danno dei locali pubblici dove prima devono pagare la siae e poi si vedono appioppare multe da altre pretese organizzazioni per motivi collaterali.

    E comunque la storia è vecchia, almeno quanto quel detto “chi troppo vuole nulla stringe”. Se chi di dovere non è capace di darsi una regolata, semplicemente gli si chiude il tubo dell’ossigeno.

  • # 27
    andres
     scrive: 

    @D
    secondo me stai parlando di cose che conosci molto poco…

  • # 28
    [D]
     scrive: 

    Io sto parlando di un senso di decenza generale che è venuto a meno anche troppo.
    Qui siamo ad un passo da un cataclisma paragonabile al crollo della borsa nel 29 e l’unico modo per evitarlo o per lo meno ridurne l’impatto è far si che l’economia riprenda a girare.
    Nutrire i parassiti, tutto fa tranne che permettere il riavvio del sistema.

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