di  -  giovedì 8 aprile 2010


Le collaborazioni, o contaminazioni a seconda dei punti di vista, tra diversi settori dell’industria dell’intrattenimento sono ormai all’ordine del giorno.
E’ sufficiente guardare il palinsesto dei film proiettati al cinema o in lavorazione per rendersene conto: Iron Man 2, i futuri Thor e The Green Lantern, il quarto Spiderman che arriverà, temo, tra un paio d’anni e via discorrendo.

Ma anche l’industry ha fornito sempre più spunti negli ultimi anni a cominciare dalla saga multimilionaria di Resident Evil, passando per Silent Hill, i meno roboanti Street Fighter (che sta per tornare sugli schermi, occhio) e Mortal Kombat.
D’altra parte nella penuria di script originali, gli sceneggiatori si sono accorti che qualcosa di buono era stato fatto anche nel “meno nobile” mondo dei videogiochi.
Il discorso vale però anche nell’altro senso.

A partire dalla fine degli anni ‘80 i personaggi più celebri delle strisce americane, Marvel e DC in particolare, si sono dati battaglia sulle console di terza e soprattutto quarta generazione.
Anche Hollywood ha dato il suo contributo con politiche di licensing per trasformare alcune icone cinematografiche in eroi del piccolo schermo ludico.
Solitamente questi tentativi sono meno fortunati perché si tende a far uscire il gioco in contemporanea con il film mentre lo sviluppo del software richiederebbe forse altre tempistiche.
Nonostante tutto chi ha giocato alla saga di Guerre Stellari su Super Nintendo non può che ricordarla come una felice, felicissima trasposizione delle avventure di Lucas.

Ma il mondo che in quegli anni si ispirava di più alle creazioni su carta era, ancora una volta, quello orientale.
Si fa fatica a tenere il conto di quanti titoli siano stati prodotti sulla base dei manga e anime pubblicati in Giappone. Ovviamente con un’ampia casistica, possiamo trovare la serie sfortunata (e la mente corre subito ad Hokuto No Ken, già ampiamente trattato nei suoi innumerevoli flop), sia la piacevole sorpresa.
Go! Go! Ackman suonerà probabilmente sconosciuto ai più, anche perché trattasi di materiale only-jap, eppure, giocandoci, risulta a tutti gli effetti una piacevole sorpresa.

Trattasi di un personaggio inventato dalla geniale mente di Akira Toriyama, l’uomo che, vi piaccia o meno, ha consegnato alla storia DragonBall, forse il primo vero fenomeno mondiale nato dalla penna di un disegnatore nipponico.
Dal 1993 al 1994 con cadenza irregolare vengono pubblicate su V-Jump le avventure di Ackman, un piccolo e simpatico demone ultracentenario che persegue il compito di raccogliere anime per il suo burbero datore di lavoro, ovvero Il Signore Oscuro.
Fin dalle prime immagini potete notare la stretta somiglianza proprio con uno dei protagonisti del manga delle sfere del drago: il taglio ed il colore di capelli riporta alla mente Trunks, seppur condito da un paio di orecchie prominenti ed uno sguardo un filino più demoniaco.

Nonostante la produzione un po’ di nicchia e la relativa lunghezza del fumetto, la critica accoglie favorevolmente l’operato di Toriyama tanto da convincerlo a ripubblicarlo successivamente, in bianco e nero stavolta.
Banpresto, la quale già deteneva i diritti di sfruttamento proprio del merchandising legato a Dragonball, decide di farci un pensierino e nel 1994, in qualità di developer e publisher al tempo stesso, rilascia il videogioco omonimo per Super Famicom.

Il primo capitolo (già perché in un solo anno riusciranno a farne una trilogia) non spicca granché per originalità, forse perché pressati da tempistiche un po’ strette. Nel cercare di massimizzare il successo del manga il team di sviluppo, con la direzione dello stesso Toriyama, prende elementi dei platform di maggior successo, da Super Mario a Megaman per il sistema di power up, Bomberman per l’uso della bomba come fuoco secondario.
Il sistema di controllo e l’armamento sono piuttosto intuitivi, di positivo da segnalare l’idea di non perdere le armi (come avviene in Metal Slug ad esempio) nel momento in cui si perde una vita a patto di non subire il classico e tristissimo “game over”.
La grafica ed il character design di stampo decisamente super-deformed (quella tipologia di caratterizzazione dei personaggi sproporzionati tra testa e resto del corpo, molto di moda in Giappone) sono però un tratto distintivo fin dal primo episodio e rimarranno nel proseguo della serie.

Il secondo capitolo pur presentando diverse novità non eccelle a livello di gameplay ma è comunque una tappa importante nell’evoluzione di Ackman come videogioco.
Il nostro protagonista ora è dotato di un nuovo set di mosse, tra cui una presa e la possibilità di upgradare il livello di fuoco delle armi fino a tre stadi.
Lo spirito che anima il videogioco è ancor più demenziale e se nel primo forse solo il personaggio di Luigi XIV appariva sopra le righe, qui assistiamo ad una carrellata di stereotipi, soprattutto occidentali, resi ridicoli a cominciare dall’immancabile Elvis fino ad arrivare all’Afro tipico dei 70s.

Ma è con il terzo ed ultimo episodio della saga che arriviamo finalmente ad titolo davvero godibile sia dal punto di vista tecnico sia per la giocabilità.
Viene introdotto Tenshi, un cherubino originariamente nemesi del “diabolico” Ackman, si ritrova insieme al suo eterno nemico ad essere braccato dalla “Forza di Polizia Angelica”.
Il capo di questo corpo speciale è chiaramente una caricatura spinta dei poliziotti del Blue Oyster, il “bar dei finocchi” così ribattezzato in una delle più classiche gag del film Police Academy ( o Scuola di Polizia se preferite la nomenclatura cinematografica italiana).
Questo è in realtà solo uno dei momenti di comicità tipicamente orientale che potete trovare all’interno del videogioco, il quale per altro è, come accennato in precedenza, tutt’altro che disprezzabile tecnicamente.

La fisica dei movimenti ed il sistema di controllo è ripreso pari pari al secondo capitolo; ciò che cambia in meglio è il bilanciamento della difficoltà e l’intelligenza artificiale dei nemici i quali rendono Ackman 3 molto meno frustrante e ripetitivo dei predecessori, con una storia e una dinamica dei personaggi più distante rispetto al manga e quindi con spunti decisamente più originali rispetto a quel che poteva essere una banale trasposizione del fumetto in pixel.
Se amate i platform, vi piacciono i titoli dissacranti e sopra le righe allora credo dobbiate dare una chance ad Ackman, in particolare al terzo episodio.

10 Commenti »

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  • # 1
    Ventresca
     scrive: 

    Non bisogna dimenticare che Akira Toriyama è stato dietro anche a quel gran gioco che è Chrono Trigger, che per me è forse uno dei pochi JRPG definibile tranquillamente come “capolavoro” (e a me i jrpg non piacciono per niente, anzi…), e che non è la prima volta che nei giochi dove ha lavorato si incontrano personaggi che somigliano in modo preoccupante a quelli del suo celebre manga (c’è un robot in CT che compare tale e quale in Dragon Ball, nelle prime serie)..

  • # 2
    D
     scrive: 

    Se qualcuno mi garantisce che gli scontri in questo anime non si riducono alla solita serie di onde energetiche mi sa che me lo cerco.

  • # 3
    Flare
     scrive: 

    È vero, Ventresca, anche in Chrono Trigger (anche per me stupendo!) c’erano personaggi molto simili ai personaggi di Arale e Dragon Ball.

  • # 4
    iva
     scrive: 

    @Jacopo: una nota, la parola “jap” e’ offensiva, dovresti evitare di usarla, anche sapendo che tra qualche mese vai in Giappone (come dicevi in un altro articolo).

    Saluti da Kanagawa-ken

  • # 5
    Benedetto
     scrive: 

    Da quando la parola jap è offensiva?!?!????

  • # 6
    iva
     scrive: 

    Dalla seconda guerra mondiale: http://en.wikipedia.org/wiki/Jap

  • # 7
    Benedetto
     scrive: 

    “In Japan itself, most Japanese are apathetic about the term, according to a 2004 study.” (http://en.wikipedia.org/wiki/Jap).

    In realtà, quando mi sono recato in Giappone, nessuno aveva di questi problemi. Credo che il problema sia superato.

    Come odio il “politically correct”

  • # 8
    iva
     scrive: 

    In realta’, visto che mia moglie e’ Giapponese, ti dico che se puoi risparmiartela quella parola, e’ meglio.

    Poi non credo che in Giappone chiamassi la gente con “hey you, Jap”, o mi sbaglio?

    Quando gli stranieri fanno le battute cretine sull’italiano “mafioso” non mi causa troppo fastidio, pero’ se le risparmiassero sarebbe meglio.

    Invece di “odiare” basterebbe cercare di capire un po’.
    Anche se la parola da’ fastidio a 1 persona su 1000, perche’ utilizzarla?
    Il mio era solo un consiglio, poi ognuno e’ libero di accettarlo oppure no.

  • # 9
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    x Ventresca

    hai pienamente ragione. Sarà una delle serie di cui mi piacerebbe parlare prima o poi…in realtà sul JRPG sarebbe bello dedicare proprio un articolo ad hoc dato che tutto sommato si tratta di un’espressione della cultura giapponese, molto differente dai nostri tradizionali giochi di ruolo.
    I vostri feedback comunque contribuiscono alla scaletta come avete potuto vedere in questi mesi per cui raccolgo il suggerimento volentieri :)

    x D

    dai un occhio ai video su youtube del gameplay. Ci sono platform ben più ripetitivi secondo me.

    x iva

    Ti rispondo a pezzi facendo un collage dei tuoi interventi

    “@Jacopo: una nota, la parola “jap” e’ offensiva, dovresti evitare di usarla, anche sapendo che tra qualche mese vai in Giappone (come dicevi in un altro articolo).”

    Sì ci vado (devo ancora prenotare l’hotel in realtà) e non vedo l’ora :)

    “Dalla seconda guerra mondiale: http://en.wikipedia.org/wiki/Jap

    Conosco abbastanza bene la storia moderna ma francamente ignoravo la valenza dispregiativa assunta dal termine Jap come contrazione di Japanese.

    Non credo che per un problema del genere Wikipedia esaurisca granché la questione ma siccome lo citi a supporto della tua tesi io ti faccio presente uno degli ultimi paragrafi dove si scrive:
    “In Japan itself, most Japanese are apathetic about the term, according to a 2004 study”

    Dei ragazzi che conosco, che hanno fatto viaggi di piacere o lavoro legati spesso al retrogaming o che comunque lavorano là nessuno mi ha mai parlato di questo problema, per cui posso desumerne che le nuove generazioni non se ne curino forse così tanto.
    In fondo sono passati sempre 65 anni.

    “In realta’, visto che mia moglie e’ Giapponese, ti dico che se puoi risparmiartela quella parola, e’ meglio.

    Poi non credo che in Giappone chiamassi la gente con “hey you, Jap”, o mi sbaglio?”

    Quando gli stranieri fanno le battute cretine sull’italiano “mafioso” non mi causa troppo fastidio, pero’ se le risparmiassero sarebbe meglio.”

    C’è un grosso fraintendimento di fondo nel discorso che stai facendo.
    La locuzione “only-jap” se rileggi il testo si riferisce al materiale, ai videogiochi, alla produzione giapponese dedicata al solo mercato interno per cui pensata e creata per gli “autoctoni”.
    Tu invece ne stai parlando come se io mi riferissi alle persone.

    E quindi anche il parallelo che fai con l'”italiano mafioso pizza e mandolino” c’entra veramente poco.

    Il suo utilizzo, diventato prassi riassume proprio il concetto per cui la stragrande maggioranza della produzione videoludica non varca i confini nazionali giapponesi proprio perché lontano dagli usi e costumi occidentali (come tante altre cose prodotte in Giappone).
    E’ una contrazione piuttosto comune “jap-only” se si preferisce l’inversione dei termini anglosassone.
    NTSC-J potrebbe essere un sostituto ma non è così comprensibile:
    1) perché non tutti cononosco lo standard NTSC
    2) perché non c’è l’idea di “esclusività

    “Invece di “odiare” basterebbe cercare di capire un po’.
    Anche se la parola da’ fastidio a 1 persona su 1000, perche’ utilizzarla?
    Il mio era solo un consiglio, poi ognuno e’ libero di accettarlo oppure no.”

    Sono sincero non garantisco che mi possa ricordare questo fatto, potrebbe scapparmi anche perché devo trovare un’alternativa che non sia una locuzione complessa e mancante della stessa forza espressiva.
    Però ti posso promettere che ci proverò.

  • # 10
    iva
     scrive: 

    Guarda Jacopo, non volevo fare tanta polemica, di nuovo, era solo un consiglio.

    Quando anni fa iniziai a scrivere un programma per l’aiuto alla lettura dei testi in giapponese avevo due label per la ricerca veloce delle parole, “Eng” e “Jap”.
    Diverse persone mi fecero notare che la seconda abbreviazione poteva risultare offensiva e quindi le cambiai velocemente anche se non avevo assolutamente idea di aver fatto qualcosa di male!
    Lessi un po’ in giro e da quel momento non l’ho utilizzata piu’, poi i casi della vita hanno voluto che diventassi sempre piu’ legato al Giappone avendo informazioni di prima mano…

    Una pagina di wikipedia va sempre presa con le pinze controllando i riferimenti che si utilizzano :)

    Se apri la pagina al link “sospetto” non ci sara’ un vero riferimento a quello studio fantomatico del 2004, ma solo una frase che dice “a recent survey in Japan” e l’entry del blog e’ del 2004, nessun link vero, quindi non si puo’ controllare nessun dato!
    Nonostante questo l’articolo e’ interessante perche’ scritto da una persona Giapponese/Americana ed il senso (e l’opinione personale di chi l’ha scritto) e’ che non si dovrebbe piu’ usare quell’abbreviazione, senza mezzi termini:
    “We don’t use that word anymore, folks. We just don’t.”.
    Piu’ chiaro di cosi’…

    Vabbe’ basta con la lezione e saluti dal Giappone che oggi e’ finalmente una bella giornata di primavera!

    ps hai ragione, l’esempio con “mafioso” non e’ calzante al 100%, e’ solo quello che mi capita di sentire a volte all’estero per riferirsi agli italiani (e non scherzo), piu’ corretto sarebbe stato il parallelo con “eyetie” o “guinea”, che fortunatamente si sentono solo nei film di guerra o di gangster ormai…

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