di  -  venerdì 1 febbraio 2008

BloggerDa tempo, anche in Italia, si parla ormai di vera e propria contrapposizione tra giornalisti e blogger, attori di due modi molto diversi di fare informazione. Da un lato “old media” con procedure, regolamenti e burocrazia, dall’altro “new media” in cui non conta il titolo ma il contenuto.

Per quanto negli Stati Uniti i giornalisti siano molto più autocritici e “informatizzati” dei nostri e per quanto da loro anche la blogosfera sia più attiva e ramificata, anche oltreoceano sentono questo problema e tentano di proporre soluzioni.

Una proposta interessantissima proviene da Chris Mooney , noto giornalista e blogger, che propone di fondare una “Bloggers Guild of America” anche alla luce delle recenti polemiche sui compensi dei blogger, solitamente molto al di sotto di quanto dovuto.

Personalmente sono contrarissimo a qualsiasi forma di corporativismo che, come ci insegna la storia e la cronaca, spesso sfocia in ordini e albi, ricettacolo di privilegi che tutelano troppo spesso chi non dovrebbe essere tutelato e soffocano il meritevole di tutela.

Allo stesso tempo concordo con David Weinberger che sottolinea come la figura tradizionale del giornalista, cioè di quel professionista che full time si occupa di fare informazione, non scomparirà mai. Serviranno sempre, o quanto meno ancora per molto tempo, grandi gruppi di informazione con dipendenti a tempo pieno. Utopico è pensare che il “citizen journalism” spazzi via tutta questa consolidata professionalità.

Ciò che va capito, invece, è che il lettore è oggi anch’esso produttore di informazioni e che non è un produttore di serie B. In Italia, da blogger, noto che per quanto famoso e rispettato un blogger possa essere, è sempre considerato un giornalista di serie B, come se il possedere una tessera che ci dice iscritti all’ordine fosse condizione sufficiente a testimoniare la nostra competenza.

Io penso che l’appartenenza all’Ordine dei Giornalisti non sia condizione né necessaria né sufficiente per dirsi professionisti dell’informazione. Ciò che conta è la qualità dei nostri elaborati, la nostra indipendenza, la nostra capacità di suscitare riflessioni nella mente di chi ci legge.

Molti giornalisti, soprattutto in paesi più evoluti, stanno capendo questo cambiamento e rispettano, dando loro voce, anche i lettori e i blogger. Non a caso qualche anno fa Arthur Sulzberger, proprietario del prestigioso New York Times, ha dichiarato che, a breve, ritiene di non uscire più con l’edizione cartacea, pubblicando direttamente online.

Ebbene in Italia questo dibattito si è acceso solo dopo l’articolo del prestigioso quotidiano, anche se a dire le stesse cose vi erano già da tempo schiere di blogger e pensatori. In Italia è servito lo scossone “autorevole“: ancora una volta è la forma a prevalere sulla sostanza.

Sono quindi favorevole alla creazione di una associazione di blogger che possa così far meglio apprezzare il valore e l’importanza del nostro lavoro, ma allo stesso tempo non auspico e non desidero che questa associazione possa assumere le sembianze dell’ennesimo ordine e/o albo cosa che, in una eventuale applicazione italiana, qualcuno cercherebbe sicuramente di fare.

2 Commenti »

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  • # 1
    Markingegno
     scrive: 

    Ho appena scritto qualcosa di molto simile nella sostanza, rispetto al citizen journalism, anche se diverso nella forma e nella prospettiva da cui l’argomento e’ affrontato. Come si chiama questa, serendipity?
    :)

    Per quanto riguarda l’associazione o pseudo-albo, mio Dio, no, non prendiamo il peggio di quello che gia’ c’e’. Appena crei un’associazione poi ci vuole il presidente, la sua corte e le elezioni. No, meglio una community, un social network, chiamala come ti pare, chiamala e-democracy, ma non un albo.

  • # 2
    Andrea Contino
     scrive: 

    Da collega Blogger posso lanciare una provocazione? Nano publishing a parte, di cosa sopravvivrebbe un blogger? Solo di pubblicità? Di sola fama non si vive…

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