di  -  venerdì 18 settembre 2009

Psion Organizer 1Mentre gli a-ha registravano Take On Me, destinata a trasformarsi in uno dei più popolari singoli del decennio, nella stessa verde e creativa Inghilterra, un’azienda ancora estranea a gotha informatico, si preparava a lanciare un dispositivo che avrebbe rivoluzionato l’intero settore.

Psion, questo era il nome della neonata azienda fondata da David Potter, aveva fino ad allora operato in campo software, per ZX-81, Spectrum e QL, sviluppando un simulatore di volo per ZX-81 (!!!) e un gioco di scacchi, sempre per ZX-81, occupante un solo KB di memoria!

Una sera, presso un ristorante greco, a Potter e i suoi primi dipendenti venne un’ispirazione:

“Immagina quanto più facile potrebbe essere la tua vita avendo un computer full featured, comprendente schermo, tastiera, storage e software, in tasca”

Fu così che da un’ispirazione – che un informatico dell’epoca avrebbe ritenuto figlia di un’indigestione di gyros – e da qualche schizzo su un tovagliolo di carta, nacque lo Psion Organizer, un oggetto destinato a lasciare un segno profondo nella storia informatica.

Lungi dal tentare di esaurire in un sol colpo tutta la storia dei computer tascabili Psion, oggi ci soffermeremo sul primissimo modello di organizer, per riprendere nei prossimi appuntamenti con la nostalgia informatica, le successive milestone dell’azienda.

Prima di proseguire, desidero ringraziare un amico, nonché grande collezionista e nostalgico informatico: Michele Perini, che mi ha gentilmente messo a disposizione un esemplare funzionante di Psion Organizer prima serie, con cui giocherellare.

In un mercato in cui la parola computer e quella personal non andavano ancora molto d’accordo, popolato da ingombranti e costosissimi minicomputer, sistemi portatili come l’Osborne 1 e il Grid Compass facevano già gridare al miracolo. In questo scenario, concepire un oggetto di dimensioni tascabili, capace di assolvere alle funzioni con cui i primi computer andavano facendosi strada nelle case e negli uffici, era di per sé sintomo di genialità e visione.

Molto altro genio richiese la trasformazione dell’idea in un prototipo, quindi in un prodotto definitivo, l’ingresso  nel mercato con prezzi abbordabili (a differenza di molti dei primi personal) e in ultima analisi l’apertura di un mercato ancor oggi sulla cresta dell’onda – benché meticciato con settori adiacenti, telefonia in primis.

Di questa scatoletta delle meraviglie, ad un primo sguardo simile ad una calcolatrice avanzata, spiccavano le linee essenziali e sobrie del design: il dispositivo, da chiuso, consta infatti di un parallelepipedo di plastica nera dalle dimensioni davvero tascabili.

Il display alfanumerico a cristalli liquidi da 16 caratteri per una sola riga (due nel modello successivo), consentiva l’inserimento di stringhe da 200 caratteri; la tastiera, visibile dopo aver rimosso o fatto slittare verso il basso la custodia, aveva dimensioni generose, consentendo un’agevole digitazione col pollice.

Al cuore dell’Organizer, una single-chip microcomputer unit, con CPU Hitachi HD6301X a 8 bit, operante alla frequenza di 0.92 MHz, 4 KB di ROM e 192 byte di RAM integrata. Il sistema consentiva, nel 1984, l’inserimento di due datapack a stato solido per lo stoccaggio di dati e applicazioni.

Pezzo forte dell’offerta software per l’Organizer era lo Science Pack: un datapack che arricchiva il dispositivo di funzioni scientifiche e di un linguaggio di programmazione, il POPL, sintatticamente molto simile al BASIC.

Oltre ad estensioni matematiche e finanziarie, un’altra killer application dell’Organizer era il link-up, un adattatore che, collegato allo slot datapack, consentiva il collegamento del dispositivo a PC equipaggiati con porta Rs-232. Tutto questo per un’autonomia operativa di circa 6 mesi (avete letto bene) con una singola batteria da 9v e un prezzo al pubblico di 99 Sterline.

Quello che, a distanza di venticinque anni dal lancio, colpisce più dell’Organizer, è la modernità dei suoi concetti ispiratori: praticità per le funzioni più comuni, flessibilità per gli utenti avanzati, in mobilità. Si tratta di concetti analoghi a quelli che hanno propulso l’apertura del mercato dei personal, ma proiettati, con una notevole visione tecnologica, nella sfera dell’uso quotidiano in movimento, quindi più vicini alle abitudini dell’utenza.

In questo senso lo Psion 1 rappresenta il padre spirituale di ogni PDA e smartphone oggi presente sul mercato: un oggetto nato attorno al bisogno di mobilità insito in ognuno, pensato per una fruibilità libera da vincoli di spazio. A 25 anni di distanza, questi concetti rappresentano ancora il leitmotiv dell’industria, nonché un obiettivo molto distante per le moderne incarnazioni di personal computer.

5 Commenti »

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  • # 1
    paolo
     scrive: 

    ne ho ancora uno sullo scaffale più alto della soffitta, forse funzione pure! mitico :D

  • # 2
    Marco
     scrive: 

    Gli a-ah non erano inglesi bensì norvegesi… sto ancora pensando come ci si può far stare qualcosa in un kb……

  • # 3
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Marco
    Lo so che erano norvegesi, è che il primo album lo hanno effettivamente inciso a Londra :-)

  • # 4
    jpx
     scrive: 

    OT

    @Marco

    In 1k? Eh già, proprio non lo so! ;)

    http://pouet.net/prodlist.php?type%5B%5D=1k&order=&x=22&y=11&page=1&order=

  • # 5
    Pietro
     scrive: 

    OT: Il mio prof di matematica si chiamava Michele Perini: è possibile che sia lo stesso del tuo articoolo?

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