di  -  lunedì 7 settembre 2009

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Dopo il post della settimana scorsa in cui ci siamo domandati se possiamo pensare ciò che non sappiamo dire , oggi possiamo porci la domanda immediatamente successiva: possiamo dire tutto ciò che pensiamo? Ponendoci questa domanda dopo quella precedente seguiamo il percorso cronologico che ha portato l’evoluzione del determinismo e relativismo linguistico . Se la settimana scorsa abbiamo parlato delle teorie di Willhelm von Humboldt, Worf e Sapir, oggi vediamo cosa è successo dopo, con Franz Boas e il più contemporaneo Dan I. Slobin.
Un’ottimo articolo è proprio scritto da quest’ultimo autore, che spiega in modo preciso come si passa da “linguaggio” e “pensiero” a “pensare per dire“. L’articolo è “From thought and language to Thinking for Speaking “.
L’idea dell’autore è una’evoluzione della teoria di Boas, secondo cui ogni essere umano, in qualsiasi società e zona geografica viva, ha un’immagine completa di un’idea o di un oggetto nella propria mente, ma a causa delle regole grammaticali del suo linguaggio sceglie che cosa esprimere all’interlocutore, esprimendo ed enfatizzando alcune parti e tralasciandone altre. Slobin elabora maggiormente questo concetto, spiegando che la teoria di Worf-Sapir, secondo cui la nostra mente può concepire solo concetti che possiamo esprimere a parole, è un po’ estrema, poiché Worf non è riuscito a dimostrare che cosa pensano le persone che non esprimono un concetto a parole.

Secondo Slobin non è corretto parlare di pensiero e linguaggio, ma si dovrebbe parlare di pensare per parlare. La differenza è sostanziale, perché in quest’ultimo caso si suppone che il pensiero dell’individuo si suddivida in diversi tipi di pensiero e, in particolare, ce ne sia uno specifico che si ha nel momento stesso in cui si parla, che ci dice come organizzare il flusso di parole.

Questo pensiero, però, non ha nulla a che vedere con la nostra concezione del mondo, ma serve solo per organizzare la frase che siamo pronunciando. Quest’idea, in contrapposizione con quella di Worf, ha il grande vantaggio di essere molto più facile da sperimentare, e può anche rispondere a Boas, introducendo nella sperimentazione un’analisi statistica.

Slobin ha sottoposto l’immagine riportata all’inizio di questo post, tratta dal libro per bambini “Frog, where are you ” di Marcer Mayer, a un campione di persone, suddivise per lingua (inglese, spagnolo, tedesco ed ebraico) e per età (età prescolastica, cioè dai 3 ai 5 anni, età scolare ed età adulta). L’intervistato doveva descrivere con parole sue e nella sua lingua l’immagine riportata, ed altre immagini tratte dallo stesso libro.

I risultati sono estremamente interessanti, e per conoscerli appieno vi consiglio di leggere direttamente l’articolo, perché proprio su un argomento del genere i rischi del “lost in translation” sono molto alti. Cerco in ogni caso di mostrare i risultati nel modo più chiaro possibile.

L’osservazione dei risultati si suddivide in tre parti: lo stile retorico utilizzato dall’intervistato, la descrizione temporale e la descrizione spaziale.
Lo stile retorico si nota, per esempio, osservando che i soggetti madre lingua inglese mostrano una tendenza a esprimere in modo completo la descrizione delle azioni. Per esempio “il bambino cade verso terra” o “il cervo lancia il bambino verso lo stagno”. Al contrario chi si esprime in spagnolo tende a essere molto meno preciso nel descrivere le azione, dicendo semplicemente “il bambino cade”o “il cane corre”.

D’altro canto in spagnolo c’è la tendenza e descrivere con molta più precisione gli ambienti. Si nota inoltre, che I bambini inglesi fanno un uso molto più abbondante di frasi passive, mentre I bambini spagnoli utilizzano più frasi secondarie. In questo modo in inglese è possibile enfatizzare un personaggio nel corso dell’azione, mentre in spagnolo si può descrivere meglio un’oggetto o una persona.
La descrizione temporale mostra a sua volta grandi differenze tra le diverse lingue. Sia in inglese che in spagnolo esistono forme verbali adatte ad esprimere azioni continuative. Per esempio nell’immagine sopra un bambino inglese direbbe “the kid fell from the tree and the dog was being cheased by the bees” e un bambino spagnolo, traducendo in italiano per analogia, direbbe “il bambino cadde dall’albero e il cane veniva inseguito dalle api”.

L’uso dell’imperfetto, in questa frase, ha lo stesso ruolo del verbo continuativo in inglese, ed esprime un’azione che si prolunga nel tempo. In tedesco e in ebraico, invece, questa forma verbale è assente, e nella maggior parte dei casi sia i bambini che gli adulti utilizzano lo stesso tempo per entrambe le azioni “il bambino cade e il cane corre”.

A questo punto è interessante notare due aspetti fondamentali. Uno è che anche I bambini più piccoli del campione, cioè di 3 anni di età, hanno seguito questi schemi grammaticali, proprio come gli adulti. Di conseguenza si può capire che il pensiero per dire una cosa si sviluppa con la conoscenza della lingua fin dagli albori, ed appare chiaramente già nei bambini più piccoli.

D’altro canto quello che osserva è anche che non tutti gli intervistati di una certa lingua seguono questo schema. Si nota infatti che circa il 20% dei parlanti tedesco o ebraico cercano di esprimere la differenza temporale delle due azioni, magari usando il passato per una e il presente per l’altra, o aggiungento un costrutto verbale più complesso.

Analogamente, circa il 20% di chi parla inglese o spagnolo pronuncia una frase che non esprime per niente questa differenza, dimenticandosi di usare l’imperfetto o il verbo continuativo. Questo dimosta che sebbene la lingua induca una forma mentis che predilige l’espressione di certi concetti piuttosto che altri (e questo fin dalla più tenera età) non impedisce all’individuo di capire la differenza tra questi concetti e di cercare modi per esprimerla.

Anche la descrizione spaziale varia molto da lingua a lingua. In inglese si usa affiancare il verbo di movimento (run, fall, throw) con particelle che danno un’informazione sulla direzione in cui avviene il movimento (fall down, throw away…). In spagnolo invece, come del resto in italiano, bisogna costruire una frase che fa intuire all’interlocutore la direzione in cui avviene il movimento (per esempio: il bambino mette la rana nella scatola sotto di lui, oppure: l’uccello esce dal buco dell’albero e vola verso il basso).

In pratica la differenza è questa: in inglese si spiega la traiettoria e si lascia immaginare il punto di arrivo, mentre in spagnolo si spiega il punto di arrivo e si lascia immaginare qual è stata la traiettoria. Anche in questo caso vale lo stesso discorso della descrizione temporale: non è che un bambino spagnolo non può esprimere qual è la traiettoria di un’oggetto; semplicemente tenderà a non farlo, perché nella sua lingua è grammaticalmente più naturale dire qual è il punto di arrivo e lasciare l’interlocutore immaginarsi la traiettoria seguita. Includendo le altre lingue si osserva che il tedesco si comporta come l’inglese, mentre l’ebraico come lo spagnolo.

Questo esperimento, ovviamente, va considerato come tutti gli esperimenti, ovvero come un’osservazione dell’andamento statistico di un campione, e non come oro colato. Resta però interessante vedere come le caratteristiche descrittive osservate nei bambini spagnoli si ripresentino anche nei bambini cileni e argenitini.

Slobin conclude facendo un passo in più, cercando di osservare il comportamente delle persone che imparano una seconda lingua. Quello che si osserva, è che questi schemi mentali acquisiti da bambini, sono difficili da superare, e rappresentano generalmente il più grande ostacolo per chi vuole imparare una nuova lingua.

Per esempio per un italiano è difficile prendere dimestichezza con l’uso delle varie particelle che, attaccate al verbo, ne cambiano interamente il significato. D’altro canto per gli inglesi e difficile imparare tutte le forme modali dei verbi delle lingue latine, visto che la struttura in inglese è generalmente differente. Questo dimostra come sia importante il pensiero che si sviluppa accanto alla parola, nella nostra mente infantile.

Devo dire che personalmente apprezzo molto di più l’approccio di Slobin rispetto a quello di Worf, essenzialmente perché lascia da parte considerazioni irrisolvibili come la nascita dell úovo e della gallina, ma si concentra sull’osservazione diretta dei fatti.

Queste considerazioni portano inevitabilmente a domandarsi, in una società multiculturale come la nostra, quanto queste differenze di espressione pesino nella comunicazione reciproca e, perché no, quali sono i risvolti sociali di quese differenze.

5 Commenti »

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  • # 1
    Possiamo dire ciò che sappiamo pensare? | succoso
     scrive: 

    […] Possiamo dire ciò che sappiamo pensare? […]

  • # 2
    Rodolfo
     scrive: 

    interessantissimo^^ penso che andrò ad approfondire…

  • # 3
    George Clarkson
     scrive: 

    A dimostrazione del fatto che da adulti è più difficile cambiare “schema mentale” nella lingua parlata e scritta, è risaputo come i bambini piccoli siano più facilmente propensi ad imparare nuove lingue rispetto agli adulti. E questo non perché non siano capaci o non ne abbiano il tempo, ma soprattutto perché la loro “forma mentis” è già consolidata e quindi più difficile da modificare in un lasso di tempo simile a quello di un bambino.

    Nel mio caso, ho imparato da piccolo a parlare, scrivere e leggere in 2 lingue differenti, oltre che in Italiano, e non ho avuto molte difficoltà a farlo (anche perché appartenenti tutte allo stesso ceppo della lingua Italiana: Spagnolo e Portoghese). Crescendo ho dovuto imparare anche imparare l’Inglese, aiutato dal fatto che frequentavo una scuola americana, non è stato molto difficile, in fondo. Ora che sono “più” adulto, ho dovuto ributtarmi nell’apprendimento di una nuova lingua, il Tedesco. E devo dire che è molto più difficile ora di allora. Non tanto perché il tedesco sia difficile in sé (ogni nuova lingua è in fondo difficile) ma perché mi costringe a riconsiderare continuamente il costrutto logico delle frasi che voglio pronunciare o scrivere. E questo va contro una vita di comunicazioni fatte in un certo determinato modo. Quello della lingua Inglese, per lavoro, e quello delle lingue Italiano, Spagnolo e Portoghese, per tutto il resto.

  • # 4
    Daniele
     scrive: 

    Trovo l’esperimento di Slobin molto interessante ma, per sua stessa natura, limitato.
    Innanzi tutto la trasposizione letterale di una scena, sia essa osservata dal vero o in una sua rappresentazione, potrà fornirci solamente un sunto, per giunta fortemente soggettivo, delle informazioni che in realtà il cervello tramite il senso della vista sia riuscito ad immagazzinare. Penso si potrebbe sollevare la medesima osservazione per qualsiasi altra forma di percezione sensoriale debba subire la medesima “traduzione”.
    La reale capacità espressiva di un linguaggio “naturale” la si misura nella capacità di modellarsi al comando di chi lo deve utilizzare e si rivela ben più utile per attribuire informazioni astratte più che per fornire dati analitici. Per questi ultimi l’uomo ha da sempre cercato altri mezzi di trasmissione tra cui temporalmente le forme d’arte accademica (pittura, scultura, musica, fotografia, cinema, ecc.) sono di certo state le prime mentre l’informatica (intesa come “programmazione”) può essere ritenuta l’ultima.
    Secondo poi ritengo molto interessanti i legami che si creano tra il concetto pensato e la forma linguistica con cui lo esprimiamo ma non credo assolutamente che ciò costituisca un vincolo nella comunicazione in altri linguaggi o con persone di culture differenti (dando per scontato un pari livello culturale in entrambe i casi). La dimostrazione è che persino un discorso fortemente sgrammaticato e della sintassi traballante possa risultare comprensibile in virtù di un valore semantico che ogni essere umano conferisce e riconosce ad ogni singola parola e ad un discorso nel suo insieme.
    Cmq post interessantissimo! Eleonora complimenti!!

  • # 5
    Massive
     scrive: 

    Credo che in italiano manchino meno cose dell’inglese rispetto allo spagnolo, ad esempio è frequente dire l’uccellino vola giù dall’albero o vola via per indicare la direzione (nell’esempio basso o alto) senza indicare la destinazione.

    Sarebbe interessante uno studio del genere su lingue asiatiche ancora più diverse dalle nostre, ma non credo che queste differenze impediscano di capire ciò che si vuole dire (come fa notare Daniele), al massimo rende difficile apprezzare i significati nascosti di un opera o i giochi di parole, ad esempio “Alice nel paese delle meraviglie” tradotto in italiano appare soltanto come una storia di fantasia.

    Tornando al titolo credo che si possa dire ciò che sappiamo pensare, la questione è se si può dirlo sempre con una o una coppia di parole oppure se a volte bisogno ricorrere ad un’intera frase o più per esprimere concetti che nel pensiero appaiono semplici. Io sono più per quest’ultima, la dimostrazione sta nel fatto che alcuni concetti si possano esprimere con un semplice gesto, ma non con una sola parola.

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