di  -  martedì 31 gennaio 2012

In questi giorni i riflettori sono puntati su Apple, primariamente a causa di un pezzo del New York Times in cui si sottolinea quanto in fin dei conti strida la situazione del lavoro nel settore industriale americano, con l’enorme ricchezza che produce Apple, e l’enorme forza lavoro che impiega al di là dell’Oceano Pacifico.

Questo discorso ne porta dietro uno molto più grave – sottolineato in quest’altro contributo del NYT – relativo alle condizioni di lavoro dei lavoratori cinesi impegnati nella produzione dei costosi gadget che dall’altra parte del mondo si vendono a milioni.

Apple, l’azienda tecnologica oggi più florida – che contende ad Exxon il ruolo di public company di maggior capitalizzazione assoluta, non è l’unica a trarre profitto da un assetto produttivo in ottima parte delocalizzato in Cina: a questo link potete trovare un elenco dei maggiori clienti di Foxconn, fra cui troviamo HP, Acer, Nintendo e Microsoft.

Secondo gli esperti interpellati nel primo contributo citato, la scelta di delocalizzare l’assemblaggio in Cina non è dettata da sola convenienza economica: un impianto come Foxconn, che impiega qualcosa come un milione di dipendenti, ha una possibilità praticamente illimitata di scalare la capacità produttiva per incontrare le esigenze di un produttore, così come di ridurla quando la domanda venga a calare. In un mercato tecnologico estremamente competitivo, la capacità di far viaggiare domanda e produzione in parallelo rappresenta un vantaggio enorme per evitare per esempio le passività derivanti dalla gestione di un magazzino pieno di invenduto quando la domanda si riveli più bassa del previsto.

C’è di più: un aneddoto racconta di come Jobs, a pochi giorni dal lancio del primo iPhone, abbia chiesto di sostituire il materiale utilizzato per lo schermo con uno più resistente. Una modifica del genere avrebbe richiesto negli USA costi e tempi incompatibili con la data di lancio già stabilita, mentre in Cina è bastato svegliare qualche migliaia di lavoratori nel sonno e accompagnarli in linea di montaggio, dove li attendevano una tazza di tè e un biscotto.

Un’altra criticità citata riguarda l’indisponibilità di personale qualificato in numero sufficiente da soddisfare i colossali volumi richiesti da un produttore come Apple e in generale l’incapacità del sistema del lavoro di adattarsi, dal punto di vista delle competenze e delle condizioni di lavoro, alle mutevoli esigenze dell’industria tecnologica.

Questi ragionamenti, che non hanno in sé nulla di irrazionale, iniziano a preoccupare nel momento in cui si pensa che le forzature applicate sulla forza lavoro Cinese come su quella occidentale – di fatto tagliata fuori dal mercato – hanno come primo motore un consumismo talvolta sfrenato, che le aziende hanno tutto l’interesse a coltivare.

È interessante a questo proposito citare il modello brasiliano il quale, complice un enorme mercato interno e una forte tassazione delle merci tecnologiche importate, ha indotto la stessa Foxconn a realizzare un impianto produttivo in loco, con migliaia di posti di lavoro e una qualifica degli stessi. Si tratta di un’operazione vincente sotto molti aspetti: Foxconn guadagna l’accesso ai mercati del Mercosur e condizioni fiscali vantaggiose sulla produzione mentre il Brasile capitalizza decine di migliaia di posti di lavoro e il know how di un leader mondiale dell’industria tecnologica.

Da un altro punto di vista l’operazione somiglia a un’esportazione del modello cinese per la forza lavoro, e del modello americano per il consumo: due sistemi ormai saldamente interrelati – col corollario che la Cina possiede anche una bella fetta del debito pubblico USA, ma questa è un’altra storia. Si tratta di un modello di dubbia sostenibilità economica, sociale ed ambientale, che tuttavia non mostra segni di recesso, così come non ne mostra la fame – totalmente trasversale in termini di nazioni e strati sociali – di consumi.

Si tratta di una tendenza che solo stati ed enti sovranazionali possono sovvertire, al prezzo di sovvertire pesantemente il proprio calendario di priorità. In che modo? Caricando per esempio le aziende dei costi derivanti da condizioni di lavoro accettabili, indipendentemente da dove decidano di delocalizzare. Questo sposterebbe la partita della delocalizzazione sul know-how della forza lavoro e gli incentivi statali, creando forse un circolo virtuoso. Del quale, ovviamente, farebbe parte anche un consequenziale incremento di prezzo dei nostri gadget preferiti e un rallentamento complessivo dei cicli di consumo. Poca cosa rispetto alla quota di senso di colpa “embeddata” in ogni prodotto tecnologico.

20 Commenti »

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  • # 1
    [D]
     scrive: 

    Belle parole ma da noi non attaccano. Per il medio man occidentale tutto ciò che conta è fare la fila al iNegozio, comprarsi l’iCoso e non importa se si è sfanc…to un paio di stipendi e se farà la fame lui e forse pure la sua famiglia: basta che possa fare il figo in giro.
    Tutto questo cambierà il giorno in cui ci sarà una “apple” 100% cinese e quando saremo noi i cinesini che produrremo i cinaCosi in cambio di un biscottino ed un bicchiere di thè.
    Quel giorno passeranno tante di quelle balle…

  • # 2
    iva
     scrive: 

    Voglio solo dire che il mio collega brasiliano (no, sfortunatamente non faccio il calciatore!) si lamenta sempre della super tassazione in ingresso nel suo paese.

    Moltissime persone che vivono nel sud del Brasile vanno di continuo in Paraguay a comprare di tutto, dalle playstation ai frigoriferi proprio per questo motivo.

    Visto che gli stipendi non sono cosi’ alti probabilmente questa situazione pur creando posti di lavoro in loco alla fine crea piu’ svantaggi per la popolazione che altro.

  • # 3
    zephyr83
     scrive: 

    bello l’aneddoto del pezzo da cambiare, ma rimane il fatto che una cosa del genere la si può fare perché i lavoratori vengono appunto trattati quasi come “schiavi” e costano poco! Scommetto che anche da noi qualcuno sarebbe disposto a lavorare in quella maniera ma vorrebbe ovviamente uno stipendio adeguato che risulterebbe altissimo!
    In Brasile hanno fatto molto bene, ma da altri parti nn è una soluzione praticabile!
    Cmq prima o poi anche in Cina le cose cambieranno, chissà dove ci si sposterà dopo……….bhe l’africa è vastissima, probabilmente saranno i cinesi del futuro a sfruttare gli altri, magari anche qualche paese attualmente ricco……

  • # 4
    Warfox
     scrive: 

    @[D]
    Ancora con l’astio nei confronti di Apple? Non mi pare che sia la sola cliente di FoXConn.. ne la sola a produrre in cina. Prova a comprare un bene di qualunque tipo che non abbia scritto Made in China, Hong Kong, Thailandia oppure.. tunisia.. algeria etc. Le 4 cose che trove made in italy costano un rene e al 90% sono fatte in uno di quei paesi e poi assemblate o rifinite qua’. Portando il ROI a livelli stellari. Il problema e’ proprio che siamo dei culoni mollicci che vogliono l’ultimo prodotto al prezzo piu’ basso per poi buttarlo via ancora integro.. Maglione o telefono che sia..

  • # 5
    CP
     scrive: 

    La Cina sta fondando il proprio sviluppo industriale su tre capisaldi: svalutazione monetaria, alta propensione marginale al risparmio delle famiglie (che impedisce alla svalutazione di sfociare in iperinflazione) e protezionismo. Svalutazione e risparmio permettono di ottenere tutti i vantaggi da politiche protezionistiche riducendo al minimo gli svantaggi.

    Questo è lo stesso identico modello di sviluppo sul quale l’Italia ha costruito la sua potenza industriale!

    Purtroppo dal 2001 la UE e le classi dirigenti nazionali hanno pensato bene di basarsi su modelli opposti: moneta forte, incentivare al massimo i consumi e mercati aperti. Questo sistema, va bene per la Germania, ma per l’Italia ha rappresentato la più grande catastrofe economica dal dopoguerra.. e per giustificarsi ci vengono a raccontare balle su i cinesi che lavorano per un biscottino!

    mò cominciate pure la sagra delle cazzate sull’amico di vostro cugino che è stato in cina..

  • # 6
    iva
     scrive: 

    @CP, sembri competente nel campo ma io mi ricordo che un euro valeva circa 11 Yuan quando sono andato in Cina nel 2004 e mio fratello che e’ tornato un paio di settimane fa da un viaggio di lavoro mi ha detto che sta a circa 9 adesso.

    Quindi la moneta cinese sembra essersi rafforzata in questi anni.
    Andando un attimo a cercare su google sembra sia proprio cosi':
    http://www.chinability.com/Rmb.htm

    Come fai a parlare di svalutazione monetaria allora?
    A me da profano sembra ci sia stato un apprezzamento, sia nei confronti del dollaro che dell’euro…

  • # 7
    Etom
     scrive: 

    Concordo, purtroppo le aziende hanno risolto il problema della produttività, (vincolata dai diritti acquisiti con numerose lotte qui), delocalizzando tutta la produzione dove queste lotte non sono ancora avvenute.

    Stranamente la gente si scandalizza se scopre che le proprie scarpe le ha fabbricate un bambino, ma sembra disinteressarsi totalmente se le ha fabbricate un operaio in condizione di sostanziale schiavitù.

    Penso che la scelta del brasile per l’importazione delle merci sia vincente. Richiede però un grosso mercato, che probilmente come sola Italia, potrebbe non essere sufficentemente considerevole, ma come Unione Europea avremmo un forte potere. Il problema è che la UE, in questi anni è andata in direzione opposta e ci sono troppo potenti che non permetterebbero mai una svolta di questo tipo…

  • # 8
    CP
     scrive: 

    @iva
    È giusto. Una rivalutazione c’è stata, soprattutto perché sono stati costretti a rivalutare per via delle pressioni americane ed europee (NB il cambio cinese è stabilito a tavolino dalle autorità monetarie e politiche del paese, e non dal libero mercato).

    Tuttavia, nonostante l’apprezzamento di cui giustamente parli, la moneta cinese rimane fortemente svalutata rispetto all’euro e al dollaro. E questa è forse la principale fonte di attrito tra Cina e paesi occidentali. Infatti il pil cinese al tasso di cambio ufficiale sarebbe addirittura inferiore a quello italiano, mentre calcolato a parità di potere di acquisto è superiore a quello della Germania.

    Il fatto è che loro possono fare questo perché le famiglie cinesi invece di consumare, i pochi soldi che guadagnano li mettono in risparmio, impedendo la crescita incontrollata dell’inflazione. È sostanzialmente simile alle politiche di austerity in Italia negli anni ’70, che ci garantirono una crescita media del 3% in piena crisi energetica.

  • # 9
    giacomo
     scrive: 

    boicottare tutto cio’ che e’ made in china e made in taiwan, non comprare dal negozietto cinese ma solo italiano, in caso di dubbio, lasciare il prodotto sullo scaffale.

  • # 10
    samslaves
     scrive: 

    Ma che cavolo!
    Continuiamo a parlare delle condizioni pessime di lavoro in Cina come se la causa fosse di Apple.
    In Cina producono anche la carta igenica che usiamo. Se andate a vedere come e dove la fanno, direi che alla Foxconn gli operai lavorano meglio e in condizioni migliori; d’altra parte non lavorano mica in un sottoscala in 50 come fanno qua in Italia.
    Basta buttare merda su Apple. Ce ne stanno così di aziende che fanno produrre in Cina e voglio vedere come i dipendenti Foxconn o altre aziende trattano i loro dipendenti in base alle commesse di queste altre aziende. Non dipende da chi ti commissiona il prodotto ma da chi possiede la fabbrica e dal loro governo/leggi.
    Ripeto: andatevi a vedere come e dove producono la carta igenica. Vi passerà la voglia di andare al gabinetto.

    Salut!

  • # 11
    samslaves
     scrive: 

    Mandate una email a questi che fanno domanda di lavoro:

    http://www.macitynet.it/macity/articolo/Foxconn-assume-100.000-persone-anche-per-la-produzione-di-iPhone/aA57274

    Ditegli di starsene a casa a farsi mantenere o di venire in Italia, che a Milano cercano massaggiatrici o qualcuno in via tal dei tali in un sottoscala che ha da far cucire 100 brache al giorno.

  • # 12
    Leo
     scrive: 

    Ci sono due alternative possibili.

    Una è la già citata esportazione del modello produttivo verso altri paesi, non sono aggiornato sulla situazione in brasile da 20 anni ormai, ma da come li ricordo io mi viene difficile credere che accettino turni di lavoro da 13 ore, 6 giorni su 7, dormire in alloggi assegnati con altre persone, tutto come si vive in Cina appunto.
    L’altra possibilità, che è quella che mi auguro, è che in Cina spunterà lentamente una classe media che a lungo andare vorrà vivere come in occidente, 40/50 ore settimanali, giorni di malattia, ferie pagate, casa privata, insomma una vita dignitosa. Probabilmente questo processo richiederà decenni, e per allora è probabile che la Cina a sua volta esternalizzi i costi umani in Africa.

    In ogni caso, la causa di tutto questo è il nostro consumo sfrenato, proiettiamo il nostro ego attraverso il consumo, consumiamo per competere in società, per dimostrarci migliori e per avere accesso alle migliori risorse, che sia un partner, un miglior posto di lavoro, insomma ad uno status più elevato, e nel processo non fanno altro che mercificarsi a loro volta.
    La nostra stessa società si basa ormai su questo principio. Se non consumiamo, o consumiamo meno, tutti dicono che si entra in “recessione”.
    Già oggi è incredibile che la gente sia disposta a spendere il suo tempo libero dentro a centri commerciali, outlet o chi per esso invece di dedicarsi a cose ben più importanti. Hanno del tutto perso l’orientamento, convinti ormai che coltivare sè stessi sia raggiungibile solo attraverso il consumo. E’ proprio questo il paradosso, esprimere la propria individualità attraverso il consumo di massa.

  • # 13
    RickTheSnake
     scrive: 

    @CP: finalmente qualcuno che conta le cose come stanno.

    Vorrei aggiungere che non solo la Cina, ma anche molti altri paesi asiatici, come il Giappone e la Korea del sud, passando per tutte le attuali potenze europee, hanno costruito la loro posizione economica grazie ad una piu’ che abbondante quantità di gavetta in termini di condizioni di lavoro terribili durante la seconda rivoluzione industriale (europa) e buona parte del dopoguerra (italia,altri paesi asiatici). La cina è entrata nel giro con un certo ritardo (si è dovuta aspettare la morte di Mao) e per questo appare “arretrata” in termini di qualità della vita rispetto ai suoi vicini piu’ prossimi. Ma andiamo a dare un’occhiata in India e altri paesi del Sudest asiatico e ne vedrete delle belle, ne piu’ ne meno che in africa. I cinesi non fanno certo la bellavita e non sto certo scrivendo l’apologia della Foxconn, ma intanto a forza di lavorare stanno costruendo il loro paese seguendo un ben preciso piano socioeconomico, che li porterà nel giro di altri vent’anni ad entrare nella cerchia dei “fortunati”, i paesi consumatori, cioè noialtri (anche se non scometterei granchè sull’italia). Ci sono in giro per il mondo casi di sfruttamento ben peggiori e, soprattutto, imposti da fuori allo scopo di impedire lo sviluppo anzichè promuoverlo.

    Vorrei inoltre concludere con una nota a margine: ci indignamo per i lavoratori sfruttati in cina; com’è che nessuno ha alzato un dito di fronte al disastro del precariato avvenuto proprio qui a casa nostra negli ultimi dieci anni? Com’è che mentre intere generazioni di studenti formati a spese dello stato finivano a 300€/mese nel call center nessuno ha tirato fuori il megafono, di fronte alla distruzione sistematica di quei diritti sul lavoro che hanno richiesto una guerra e trent’anni di lotte politiche per essere riconosciuti? Forse sarebbe meglio tenere un’occhio un po’ piu’ sveglio sul proprio cortile anzichè fare la morale agli altri dal tavolino del bar… mentre si segue la partita in streaming sull’iphone.

  • # 14
    tomminno
     scrive: 

    La differenza è che gli altri producono in cina per tenere i prezzi bassi, Apple schiavizza per vendere a prezzi da gioielleria realizzando margini di guadagno assolutamente sproporzionati.

    Poi nel caso telefonia gli altri seguono (ovviamente), se ci sono polli da spennare in abbondanza perchè non mangiare…

    Se qualcuno tira in ballo il costo dei Nokia di un tempo vorrei ricordare che per lo meno erano costruiti in Europa.

  • # 15
    Leo
     scrive: 

    @tomminno

    non è solo Apple, un galaxy s2 cosa costa? un notebook hp envy?
    una borsa di $noto_marchio? un paio di scarpe di $altro_noto_marchio?
    sono in tanti a fare così. ;)

  • # 16
    zephyr83
     scrive: 

    @Leo

    bhe tutti quei prodotto elencati dopo un po’ almeno calano di prezzo! Ovvio gli altri nn se lo fanno perché se lo può permettere solo apple! sta di fatto che un iphone esce a un prezzo e apple ci guadagna tot……….dopo un po’ di tempo produrlo costa meno ma apple lo vende sempre allo stesso prezzo guadagnandoci ancora di più! Apple è la più criticata perché quella che sfrutta di più e “meglio” questo sistema

  • # 17
    the solutor
     scrive: 

    Il problema degli ultimi anni è che diciamo di volere esportare democrazia ma, all’atto pratico stiamo importando schiavitù.

    Sostengo da sempre che bisognerebbe dare delle classifiche ai paesi in base alle condizioni medie dei lavoratori ivi presenti e fissare dei dazi automatici in base a questi punti.

    Il tutto andrebbe fatto a livello ONU, WTC, o comunque ad un livello percepito come super partes.

    Così facendo si avrebbe il duplice effetto di proteggere economie e lavoratori dei paesi più evoluti, invogliando allo stesso tempo i paesi in fase di sviluppo ad adeguare le propri regole il più in fretta possibile.

    Sio otterrebbe un vero mercato libero, dove vincono i prodotti migliori, non quelli prodotti a prezzi stracciati a spese dei lavoratori.

    M temo che finchè non si capirà che progresso e crescita del PIL sono due cose distinte e separate la faccenda rimarrà nei mie sogni

  • # 18
    Alex
     scrive: 

    I cinesi si stanno svegliando, in futuro non sarà piu possibile far la bella vita per le aziende che decidino di delocalizzare in Cina. Ed era anche ora, il governo cinese vorrebbe continuare come fatto finora, ma i tempi stanno cambiando.

  • # 19
    smoke.kills
     scrive: 

    Ma voi siete impazziti, o forse il pazzo visionario sono io?
    buttare “fango” su Apple? ma sicuramente si! ma non solo su di lei, ma su tutte le multinazionali attive nel mercato mondiale!
    tralasciando il fatto che non riesco veramente a capire il fenomeno del fanboysmo, ma va bene così ognuno è libero di affezionarsi a quello che più gli piace ci mancherebbe,però mettersi i paraocchi senza capire le critiche… pur non facendo l’ipocrita visto che oramai è assodato che è impossibile trovare un prodotto che non sia realizzato in cina, mi risulta impossibile condividere le attuali logiche di mercato…
    il problema non è odierno, nonostante già negli anni ’90 la nike faceva realizzare i palloni e le scarpe dai bambini cinesi o thailandesi,non ricordo,la gente seppur sconcertata continuò a comprare(era la moda,allora erano le nike ora l’iphone è questa la critica) contribuendo a consolidare questa logica di mercato.Per come la vedo io, siamo noi con i nostri soldini a generare le tendenze di mercato, purtoppo per convenienza e comodità immediate abbiamo appoggiato il mercato dello sfruttamento e della delocalizzazione ed ora che ci accorgiamo degli effetti nefasti, ed è solo il principio, ci lamentiamo..è stata una partita a scacchi e l’abbiamo persa.
    Purtroppo in un mercato “democratico” è la massa che decide, ed è giusto che sia così, il problema è che così facendo ci stiamo impoverendo sempre più, praticamente stiamo facendo arricchire le multinazionali senza avere nessun ritorno economico o sociale.
    Guardate che se compro un prodotto italiano, le tasse che lo stato applica ad una azienda x “dovrebbero” servire per garantire i servizi sociali ed il sviluppo del paese, se compro un prodotto estero no, oramai non esiste più l’equilibrio che c’era tra famiglia,banca ed impresa, fate voi gli opportuni calcoli, quelli a cui sono arrivato io sono tragici,se i vari stati non intervengono per ragioni che non sto ad elencare,dobbiamo essere noi a boicottare i prodotti, ma nessuno vuol rinunciare a nulla ne fare sacrifici, siamo poco lungimiranti,felice di essere smentito sk

  • # 20
    Creosoto
     scrive: 

    Il mercato è fatto da chi produce e da chi compra.
    Ora, la miopia degli imprenditroti e la criminale connivenza dei politicanti hanno consentito per almeno mezzo secolo un mostro che non ha nessuna base economica per sopravvivere: facciamo produrre ai poveri per vendere ai ricchi.

    Peccato che
    1) i ricchi senza posti di lavoro non sono più tali: a chi vendi?
    2) i poveri, con il know how, fabbriche, macchinari ecc…, non sono più tali, come conti di continuare a sfruttarli? Ci penseranno i loro governi a sfruttare in proprio i loro lavoratori e mandare i nostri brillanti imprenditroti all’ospizio dei poveri.

    A questo punto l’epilogo non ha molte alternative
    a) I governi delle potenze emergenti cominciano a dare salari decenti e aggredire economicamente l’occidente, che diventa talmente povero da invertire la situazione e mettersi a produrre per loro, o meno pessimisticamente i tenori di vita si livellano e il lavoro (e conseguente potere d’acquisto) si livella, facendo ripartire il mercato.
    Il collasso della cultura ed economia occidentale a favore di un modello di sussistenza basato sull’ottimizzazione della produzione con le tecnologie esistenti ci ferma per un mezzo secolo sull’attuale livello tecnologico, ma non abbiamo risorse naturali per sostenere una produzione inefficiente come quella attuale. Le risorse finiscono, e la civiltà collassa.
    c) i governi delle potenze emergenti continuano a sfruttare indecentemente la loro forza lavoro, che non può permettersi i beni prodotti, ma l’occidente continua a rimanere senza lavoro e nemmeno lui assorbe il surplus. La Cina e l’India si inc*** come delle pantere, gli usa pure, le 10000 e più testate atomiche fanno piazza pulita del genere umano dopo che la diplomazia ha gettato la spugna perchè nessun accordo è possibile su queste basi. La civiltà collassa.

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