di  -  martedì 6 ottobre 2009

“Non domandare all’oste se ha buon vino”: lo si sa fin dai tempi dei romani, eppure qualcuno ha trovato il modo di dimenticarsene ultimamente, e la rete si è riempita di (ben poco) “genuine raccomandazioni” prezzolate.

La FTC ha dato ieri seguito all’intenzione manifestata qualche settimana fa, di normare il business creatosi attorno alle peer recommendations, ovverosia alle recensioni commissionate a blogger e altri “dilettanti”, in cambio di emolumenti o del prodotto recensito.

L’intervento di un’autorità federale di alto profilo come la Federal Trade Commission, mi pare indichi che negli USA l’economia del buzz e di tutte le pratiche analoghe, abbia raggiunto dimensioni ragguardevoli – poggiando sulle spalle della fiducia del pubblico.

Da quando esiste la rete, in effetti, il pubblico usa le informazioni in essa contenute per orientare le proprie decisioni di acquisto. È dunque legittimo che un’autorità competente sulle pratiche ingannevoli ai danni del consumatore, si occupi della pubblicità occultata in contenuti apparentemente neutrali.

Le sanzioni arriveranno fino a $ 11.000 per episodio contestato, con un controllo su tutti i social media.

Andrew Keen si domanda giustamente quando vedremo misure simili applicate alle recensioni pilotate che vediamo apparire in calce ai prodotti, nei negozi online come Amazon.

Aggiungo che, data la accessibilità globale dei contenuti Internet, e data l’attenzione che il pubblico di tutto il mondo riserva a contenuti sviluppati in lingua inglese, il problema richiederebbe un’attenzione internazionale: se pare giusto tutelare la buona fede degli utenti americani rispetto ai contenuti sviluppati negli USA, essa va tutelata dalle identiche pratiche aventi luogo in tutto il bacino linguistico anglosassone.

Da italiano, abituato a ben altri ritmi e tutt’altra competenza tecnica da parte delle istituzioni, sarei già contento se qualcuno iniziasse a porsi il problema di come i parassiti della rete stanno sfruttando spazi gratuiti,  dirottando a loro vantaggio tutto quel che di buono il web 2.0 ha portato.

Non dico legiferare, ma almeno prenderne atto.

5 Commenti »

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  • # 1
    mede
     scrive: 

    nell’ultimo capoverso mi pare ci sia qualche problema…

    vediamo cosa si riesce a fare, certo comminare pene per ragazzini che scrivono cavolate magari perchè sono fanboy di sony o microsoft, piuttosto che di ati o nvidia, oppure di apple o di microsoft, bho mi sembra una forzatura. il bello e il brutto della rete è che chiunque può dire quello che gli pare. a mio avviso si dovrebbero fare dei bollini, sia favicon sia della grafica sul sito certificata avverte se un sito ospita contenuti controllati e quindi se la redazione è soggetta a controlli di qualità sull’operato oppure in mancanza di questi, l’utente sa che si tratta di un sito amatoriale e dunque “totalmente libero”, anche di dire cavolate ovviamente.

    l’alternativa è togliere la libertà di stampa. perchè chiaramente una corruzione di questo tipo è difficilmente dimostrabile. non è che li coglieranno mai con il sacchetto con il simbolo del dollaro sopra

  • # 2
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ mede
    Giusto, accidenti alla fretta.

    Venendo al punto, la libertà di stampa non è libertà di prendere per il naso la gente. La pratica è difficilmente dimostrabile, ma ti assicuro che è molto comune e che per smascherarla lo sforzo è inferiore a quel che sembra, ammesso che ce ne sia la volontà.

  • # 3
    mede
     scrive: 

    si ma di fatto controllare questa roba ha un costo e più prolifera e più costa, l’unica soluzione è che i “seri” si consorzino pagando il controllo sugli altri e distinguendosi come ho detto. Il risultato (com’è ovvio in italia) è che all’inizio si partirà bene, dopodichè diventerà una mafia e per entrare nel consorzio ti taglieggeranno, dopodichè si venderanno comunque le recenzioni. ahahah sono ottimista io

  • # 4
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Possibile che finisca così, ma se il mondo degli editori che ancora offrono professionalità non saprà fare la differenza, ci perderanno loro ma soprattutto ci perderà la rete tout court, divenendo un ricettacolo di roba irrilevante.

  • # 5
    Engagement di influencer: nuove parole per vecchi trucchi - Appunti Digitali
     scrive: 

    […] passa come tale: quand’è che la solerte autorità competente se ne renderà conto, come è già successo negli […]

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