di  -  martedì 23 giugno 2009

FTCSarà colpa della crisi, della scarsezza e instabilità dei flussi pubblicitari, della furbizia delle aziende o del fatto che il servilismo è spesso più un’attitudine che una costrizione, sta di fatto che le “marchette” – che certo non nascono con Internet – nell’epoca del web 2.0 stanno impennando ferocemente.

Così ferocemente che stanno diventando un modello di business, fondato essenzialmente sull’acquisto di raccomandazioni o recensioni, la seconda espressione rappresentando una palese contraddizione in termini – se il formato della recensione si presuppone imparziale, come inquadrare la categoria delle recensioni a pagamento? – invece che di spazi pubblicitari che il lettore riconosce e, se crede, evita.

Che questo comportamento rappresenti un raggiro della buona fede dei lettori è una constatazione piuttosto banale, malgrado le interessate e sorridenti rassicurazioni di chi lucra dalle “marchette”. Che la questione salga agli onori delle stanze dei bottoni governative, malgrado la sua gravità e il suo potenziale corrosivo della credibilità del web, è tutt’altro che scontato: la materia è difficile da normare, così come è difficile indagare la messa in pratica delle logiche “gialle” di sponsorizzazione occulta.

In quest’ottica sorprende  – per quel che mi riguarda, molto positivamente – la decisione della Federal Trade Commission USA, di perseguire le raccomandazioni/recensioni pilotate, in quanto ingannevoli.

Nei prossimi mesi, stando alle dichiarazioni rilasciate dall’agenzia alla AP, saranno elaborate linee guida secondo cui “la FTC può perseguire i blogger e le aziende che li compensano, per ogni affermazione falsa o per il non dichiarare conflitti d’interesse”.

È la fine del “paid content” imboscato? Temo proprio di no: la materia è scivolosa e chi ne sta lucrando è abile a sufficienza da schivare le trappole più banali. Sperando che le intenzioni della FTC vengano messe in pratica presto e con strumenti efficaci, non posso tuttavia trascurare il profilo in un certo senso paternalistico del provvedimento.

C’è un limite fra la buona fede e l’ingenuità, così come c’è n’è uno fra l’ingenuità e la stupidità, e la convinzione che sia oro tutto quel che su Internet è fruibile gratuitamente, come i più scoprono solo in queste settimane, sta già rivelandosi più che ingenua.

7 Commenti »

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  • # 1
    Roberto
     scrive: 

    “Senti, tu fai una bella recensione del mio aspirapolvere, io in cambio ti metto un banner per un mese a 2000 euro… certo, se ne parli male io la mia pubblicità non la metto sul tuo sito”.

  • # 2
    mede
     scrive: 

    la recensione pagata, nel momento in cui viene verificato il fatto, andrebbe certamente punita. il problema è che questo è vero solo quando a scrivere è un rappresentante dell’ordine dei giornalisti, se qualche società vuole pagarmi per parlare bene di loro sul mio blog non vedo perchè qualcuno dovrebbe potermelo vietare. e soprattutto che genere di controlli può o deve fare sulla mia vita? e chi dovrebbe controllare questo?
    è chiaro che in caso di un organo di stampa certificato e conforme un’associazione che difende i diritti dei consumatori e di un mercato sano se può tutelare il consumatore in questo modo non sarebbe male. ma nei casi in cui si parli di non professionisti secondo me la cosa cambia.

    il punto è che un ordine di persone dovrebbe seguire un determinato codice, condiviso da tutti i membri dell’ordine e riconosciuto dalla società, se vuoi puoi non seguire il codice e dire quello che ti pare, ma l’ordine ti deve espellere subito.

    secondo me bastano un paio di standard, tipo dei bollini che si forniscono ai siti che hanno una copertura ufficiale, l’importante è che la gente sappia e riconosca subito che chi non ha il bollino non è un giornalista professionista, sta poi a lui decidere se c’è credibilità o meno. altrimenti navighi sui siti ufficiali e controllati, in teoria fatti di professionisti.

    Il fatto è che in italia un discorso del genere fa sorridere. dire che è utopistico mi sembra poco.

  • # 3
    D
     scrive: 

    Ma credete davvero che la cosa si fermi solo alle recensioni online ?
    Cosa dovremmo dire dei giornali di videogiochi in vendita in edicola ?
    Credete davvero che tutti i loro editori, ogni mese comprano giochi per migliaia di euro solo per poterci scrivere 3 pagine di commenti ?
    Chi ha mai visto nella quindicennale storia di fifa, un giornale dare il voto che codesto titolo si meritava sul serio soprattutto nel passato dove assomigliava a tutto meno che ad un gioco di calcio ?
    Guai a farlo altrimenti EA non passava più tutti gli altri titoli da recensire.

    Purtroppo la serietà nel settore è morta da un pezzo.

  • # 4
    johnny
     scrive: 

    A me dispiace più vedere gente che crede alle false notizie a scopo di marketing.

    Il recente articolo su google street che fa ritrovare un bimbo sparito.
    Il Macbook Air fermato all’aereoporto perchè troppo sottile per essere un portatile.

    E tante altre di questo tipo a cui purtroppo abboccano in tanti, troppi.

  • # 5
    malkavo
     scrive: 

    riuscire a regolamentare questo tipo di “recenzioni” la vedo dura purtroppo, troppo difficile effetuare controlli e in effetti c’è il rischio di ledere la privacy di chi scrive.

    però sono daccordo, le cose stanno sfuggendo di mano, anche se come già avete detto non è certo una novità.

    quindi ben vengano provvedimenti in questo senso.

    personalmente ritendgo che una recenzione abbia molto più potere su chi legge di una pubblicità e per questo va necessariamente regolamentata.
    vuoi recensire qualcosa sul tuo sito? bene, allora ci sono delle regole da rispettare se ti va bene ok altrimenti parli di altro. imho.
    la pubblicità normalmente viene ignorata, anche solo per un fattore psicologico, una recenzione invece viene letta.
    Almeno in teoria, in una pubblicità vera e propria non puoi permetterti di dire il falso su quel prodotto e, se non mi sbaglio, non puoi paragonare le sue caratteristiche a quelle di altri podotti per farle risaltare, verresti subito citato dal’altro produttore.
    in una recenzione puoi fare tutti i paragoni che vuoi e pilotarli anche e ti puoi permettere di scrivere delle inesattezze o di tacere su caratteristiche di bassa qualità.
    tanto nessuno ti controllerà se non i lettori stessi, ma si devono accorgere che hai scritto cavolate e non tutti sono in grado di farlo.

  • # 6
    mede
     scrive: 

    bisogna anche dire che regolamentare il tutto è in effetti improbabile. è chiaro che le riviste di hardware in molti casi possono fornire recensioni solo se l’hardware viene fornito, è chiaro che non possono comprare tutto solo per provarlo. in alcuni casi, come le recensioni di dischi o giochi la cosa è più semplice, è chiaro che il produttore non ha problemi a mandare una copia gratuita ma questo non è che garantisca a priori una pubblicazione certa o una recensione positiva, ma tutto sommato meglio che si parli di un prodotto piuttosto che non se ne parli proprio. quello di non parlare di un prodotto è già un’arma di discriminazione per una testata, e come si fa a dimostrare che è in torto, sono forse costretti a recensire un prodotto?
    bisogna pure dire che ci sono stati casi scandalosi di siti esclusi da preview di videogiochi importanti perchè in passato non hanno fornito valutazioni positive dei giochi dello sviluppatore. è una guerra politica in cui chi ha il potere lo usa a suo vantaggio. è possibile regolamentare il tutto in tutte le direzioni?

  • # 7
    Quando le marchette vanno storte… - Appunti Digitali
     scrive: 

    […] Dunque le recensioni e i pareri sponsorizzati dalle cosiddette campagne “buzz”, oltre a essere completamente futili, rappresentano una forma piuttosto subdola di pubblicità occulta. Negli USA la Federal Trade Commission sta già prendendo provvedimenti. […]

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