di  -  lunedì 13 settembre 2010

La comunicazione scientifica (o “science outreach” in inglese) è un’attività che molte istituzioni scientifiche quali università, istituti pubblici e privati hanno scoperto solo ultimamente.

Gli scienziati hanno spesso la tendenza di chiudersi in una propria “torre di cristallo”, in cui svolgono il proprio lavoro senza coinvolgere il resto della popolazione, convinti che chiunque altro non sia in grado di comprenderlo o apprezzarlo. Con il tempo questo atteggiamento ha cominciato a cambiare, per molte ragioni.

In primo luogo gli argomenti studiati dagli scienziati in questione non erano più avulsi dal resto della società umana, ma avevano un’impatto sempre più diretto. Se ne hanno esempi già a partire dall’Ottocento, con lo sviluppo dell’elettricità e delle telecomunicazioni. Il giro di volta in questo senso è stata la seconda guerra mondiale: si è capito a spese di centinaia di migliaia di vite umane, scomparse dopo il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.

Il progetto Manhattan ha mostrato al mondo come argomenti astrusi e teorici quali la struttura dell’atomo e la fissione nucleare possano avere un impatto fortissimo sulla vita di tutti i giorni. Questo fenomeno ha portato a tre tipi di consapevolezze diverse: da un lato i politici hanno compreso il potere celato dietro la ricerca scientifica di base, dall’altro gli scienziati hanno realizzato che le proprie ricerche, seppur sviluppate seguendo unicamente la sete di conoscenza, hanno un impatto reale nella società umana.

Infine tutto il resto della popolazione ha capito che è importante tenere un occhio aperto su quali sono gli avanzamenti scientifici del proprio tempo, perché da essi può dipendere il miglioramento o il peggioramento della propria esistenza. Il progetto Manhattan rappresenta una delle pietre miliari nella scienza anche per un’altra ragione: è stato il primo grande progetto sviluppato a livello mondiale, in cui fisici di tutto il mondo hanno collaborato assieme, richiedendo finanziamenti molto sostanziali.

Anche questa è un’argomentazione che ha convinto molti scienziati della necessità di comunicare con il resto del mondo, per convinvere persone non direttamente coinvolte o interessate allo specifico progetto scientifico a finanziarlo.

Con gli anni questo aspetto del lavoro dello scienziato ha assunto una vera e propria identità, identificandosi appunto con la divulgazione scientifica. Purtroppo molte persone che dedicano la propria esistenza alla ricerca e allo studio matematico e razionale di un progetto mancano delle qualità necessarie per rendere interessante il proprio lavoro a chi non conosce o non comprende le basi scientifiche di questo lavoro. Spesso gli scienziati si dilungano in discorsi infarciti di termini specifici e gergali che sono una vera e propria lingua sconosciuta per la maggiorparte della popolazione.

Per questa ragione molte università e istituti in tutto il mondo hanno deciso di investire parte del proprio budget nello sviluppo della divulgazione scientifica, creando corsi specifici e aprendo le proprie porte a visite guidate per il pubblico.

Un sistema per far conoscere al mondo l’attività degli scienziati sono i musei scientifici.

In passato i musei scientifici non erano altro che mostre statiche di oggetti usati nella ricerca. Questi musei ricalcano l’idea dei musei classici, in cui si osservano opere d’arte e oggetti di varie fattezze. In questo modo però viene sottolineata la distanza tra la scienza e il visitatore, che viene “tagliato fuori” tramite una bacheca di vetro.

La scienza, di qualsiasi tipo, che sia fisica, biologia, scienza dei materiali o informatica, viene fatta “sporcandosi le mani”. I ricercatori devono provare, toccare, sviluppare un’idea e poi magari distruggere tutto e ricominciare dall’inizio. Osservare staticamente il risultato finale della ricerca non comunica il giusto messaggio al visitatore.

La nuova generazione di musei della scienza viene definita “hands-on”, ovvero il visitatore non è più un mero osservatore ma agisce in prima persona, toccando e provando, per comprendere pienamente il principio che viene spiegato.

Il Deutsches Museum (museo della scienza e della tecnica) di Monaco di Baviera è stato uno dei primi musei in cui veniva incoraggiata l’azione, già dai primi anni del 1900. Si potevano premere bottoni, azionare leve e spostare oggetti, in modo da osservare le conseguenze dirette delle proprie azioni. Presto gli Stati Uniti hanno seguito, così come la Gran Bretagna.

In Italia abbiamo dovuto aspettare parecchio tempo prima che ci si convincesse dell’interesse di questo tipo di soluzioni. Sono molto fiera però di ricordare che il primo museo scientifico “hands-on” a sorgere in Italia è stato proprio nella mia città, l’Immaginario Scientifico di Trieste, che inizialmente era soltanto una mostra stabile.

Nel 1985, quando l’Europa unita era ancora un’idea, a Trieste si è cominciato il primo progetto internazionale. La mostra Immaginario Scientifico è stata esibita alla Cité des Sciences et de l’Industrie di Parigi, per poi tornare in patria dando vita al primo science centre italiano. Per lungo tempo questo sforzo è stato solitario in Italia, ma oggi non è più così. A Napoli, Roma, Genova, Perugia, Foggia è oggi possibile trovare dei musei scientifici all’avanguardia, in cui i principi fondamentali della fisica, della biologia e della tecnologia sono spiegati a tutti, con un occhio di riguardo per i più piccoli.

La Città della Scienza di Napoli, in particolare, è un centro di grande successo: ogni anno è visitato da almeno 500.000 persone. Ha un patrimonio di quasi 100 milioni di euro. Conta su 79 dipendenti, 5 borsisti e 13 collaboratori a progetto. Ha un bilancio di 10 milioni, coperti al 65% – caso unico nel continente – non da fondi pubblici ma operando sul mercato.

È uno dei fiori all’occhiello della comunità scientifica italiana, che troppo spesso ha la tendenza a chiudersi sul passato, sui successi scientifici dei nostri antenati, dimenticandosi che la scienza è futuro, e innovazione, è investimento sui giovani.

Oggi il rischio che la Città della Scienza venga chiusa del tutto è tutt’altro che trascurabile. La Regione Campania sta operando un sostanziale taglio sulle spese e, come spesso accade, i progetti a sfondo educativo sono i primi a pagarne le conseguenze (a chi interessa avere un popolo consapevole?).

Questa scelta dell’Ente regionale campano è tutt’altro che sorprendente, viste le abitudini in Italia, in cui la scienza, la ricerca e lo sviluppo non sono certo al primo posto nelle priorità di finanziamento. È importante però che la popolazione si renda conto della ricchezza che con questo gesto le viene sottratta, le possibilità di riscatto di un Paese che spesso all’estero viene visto quasi con compassione e superiorità.

Abbiamo delle persone di grande valore in Italia, che chiedono solo la possibilità di potersi esprimere e di poter dare il proprio contributo. Giovani pronti a dedicarsi al proprio Paese, chiedendo in cambio solo di veder valorizzato il proprio impegno.

Chiunque voglia esprimere il proprio disaccordo per questa scelta che tappa la bocca alla scienza italiana e impedisce al popolo e ai bambini italiani di toccare con mano la nostra scienza, può farlo firmando questa petizione online.

34 Commenti »

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  • # 1
    Cesare Di Mauro
     scrive: 

    Comunista!!! :D

  • # 2
    Leonardo Vaghaye
     scrive: 

    Il punto è che molti degli uomini di scienza che provano a uscire dai laboratori cercando di divenire loro stessi divulgatori scientifici, vengono malvisti dalla quasi totalità dei loro colleghi, come se si trattasse di un demerito. Mi pare che in tal senso ci siano ancora ampi margini di miglioramento.

  • # 3
    alessiodp
     scrive: 

    le cittadelle della scienza devono essere chiuse tutte definitivamente….non solo quella di napoli…ma quella di torino prima ancora di quella di napoli…
    ….e a seguire tutte quelle d’italia…

    è una perdita di tempo per i ragazzi che ci vanno, per i borsisti che vi bivaccano e pure per quelli come odifreddi che ci sguazzano e le mettono in curriculum…
    la scienza non è uno spettacolo, ne’ un circo equestre…

    i problemi della scienza sono altri…sono i capitali privati che fagocitano tutto…
    …sono le nicchie baronali che decidono su quali ricerche puntare…
    …insomma una situazione da vomito…

    …se poi vogliamo prenderla dal punto di vista politico…
    questo governo nordista sta rastrellando ogni attività produttiva al sud…basti pensare che le aziende che hanno lavorato nella ricorstruzione in abruzzo erano tutte del nord italia…
    se potessero togliere tutte le università da roma in giu’ lo farebbero senza problemi…
    ed il bello che i comunisti sono complici di questa situazione…bersani e dalema in testa… l’unico che si salva è Vendola ma poverino è accerchiato….

  • # 4
    G
     scrive: 

    Eleonora, ma vieni da Marte? :D
    Scusa la battuta ;) ma la considerazione che la classe dirigente nazionale (pubblica E privata) ha ed ha sempre avuto , da tempi ormai immemori, nei confronti della scienza è sempre stata bassissima. Perchè una regione (ma poteva essere lo stato, un comune od una provincia) taglia nel settore divulgazione? Semplice : ci sono poche clientele, si creano/perdono pochi voti. Senza tener conto che spessissimo gli stessi amministratori di scienza ne masticano pochissimo se non niente : dopotutto siamo in democrazia , e i governanti sono lo specchio dei governati.
    No, non siamo un paese di “seguaci del grande fratello”, ma è chiaro a tutti che almeno fino a ieri (forse oggi?) la Scienza non era considerata neanche “Cultura” e che lo scienziato o il ricercatore, invece di vederlo come una figura che puo’ contribuire al progresso di tutti, era (forse è?) visto talvolta come un pazzoide, talvolta semplicemente come uno…sfigato che giocherella con gli strumenti! :)

  • # 5
    The Solutor
     scrive: 

    @eleonora

    Detto tra di noi, siamo un paese senza speranza, inutile nascondersi dietro un dito, lasciando perdere i politici di praticamente ogni colore, basta guardare alla clesse imprenditoriale, se togli qualche mosca bianca tipo i Ferrero o i Barilla, e poche altre eccezioni, non ci resta NULLA.

    Abbiamo una classe imprenditoriale che ha svenduto un intero paese costruito a fatica nel dopoguerra, con la fatica delle maestranze, ed i rischi (veri) presi da tanti imprenditori (veri).

    Oggi di questo non c’è più traccia, quasi tutto è stato buttato alle ortiche de finanzieri mezze calzette che non hanno mai sentito nominare la parola imprenditore, e che si sono svenduti tutto alla prima occasione, curandosi solo dell’uovo oggi piuttosto che della gallina domani.

    Senza stare a guardare chi posside Thales Alenia spazio o i gestori di telefonia “italici”, ti invito ad aprire il frigo e a controllare chi è il produttore delle cose che ci sono dentro, con conseguente giretto su wikipedia per capire chi è realmente il proprietario dell’azienda, o meglio del marchio.

    Siamo una nazione piena di debiti, che non produce più, che ha portato all’estero una bella fetta della produzione, che ha portato all’estero anche chi riceve i guadagni derivanti dalla stessa.

    Che speranza vuoi avere ?

    Ricerca ? L’unica ricerca possibile è, purtroppo, quella (quasi sempre vana) di un posto di lavoro.

  • # 6
    Banjo
     scrive: 

    Quotone per “The Solutor”

  • # 7
    Ronde
     scrive: 

    … libertà è partecipazione.

    [Sarcasmo mode on]
    Un grazie ai precedenti, sempre attenti, analisti neo-realisti delle dinamiche SocioFiloBioStorioCultoEconomiche della Nostra Italia. Fate sempre luce nel cammino oscurato di questa nazione in decadimento.

    Un giorno vorrei trovar posto anch’io, per lavorar fianco a fianco, nella illustre società ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica.
    [Sarcasmo mode off]

    Petizione firmata.

  • # 8
    Roberto
     scrive: 

    “Ricerca ? L’unica ricerca possibile è, purtroppo, quella (quasi sempre vana) di un posto di lavoro.”

    Se non ci fossimo messi tutti in testa di fare i dottori e gli avvocati, il lavoro lo troveremmo! Invece se hai il diploma ti senti un inferiore, e se per caso è un diploma classico o scientifico non hai nemmeno una professionalità e quindi sei peggio di una merdaccia.

    Certo, si fatica a fare il tornitore o il falegname, e ci si sporcano le mani, però se la questione è la ricerca del lavoro la soluzione è semplice: specializzarsi in settori dove c’è domanda.

    Invece noi diamo sempre la colpa agli altri… e passiamo la vita tra università, contratti a progetto e l’aiutino degradante di mamma e papà che probabilmente la sera, quando nessuno ci vede, ci fa sentire dottori, sì, ma inutili…

  • # 9
    Nicola
     scrive: 

    oltre a quotare The Solutor aggiungo un’altra nota dolente, mio malgrado, al mondo della ricerca in italia. Conosco 3(tre) persone che lavorano in istituti di ricerca, uno in Puglia, uno in Emilia(per la Ferrari) uno in Veneto. Quando parlo con loro del lavoro che fanno mi viene uno sconforto terribile….La prima risposta è “non facciamo niente”..”quello che facciamo in pratica non serve a niente”…”speriamo che la regione il prossimo anno prolunghi i finanziamenti altrimenti devo trovarmi un altro posto di lavoro”…Io odio generalizzare, anzi lo detesto, ma se 3 su 3 mi fanno gli stessi identici discorsi, a volte mi vien da credere che ormai in italia è tutto ridotto a clientelismo e malaffare…. Poi per avvicinare i “privati” alla ricerca bisogna sì imparare a comunicare, ma bisogna anche imparare a tirar fuori qualcosa di “monetizzabile”(brevetti insomma), non è un fattore da sottovalutare, senza denigrare la ricerca puramente “accademica”, senza la quale oggi dovremmo rinunciare a molte delle nostre comodità tecnologiche.

  • # 10
    Tarrion
     scrive: 

    Cercare di impressionare il pubblico con i trucchetti da prestigiatori non è divulgare la scienza.
    Voglio proprio vedere come l’attenzione del consumatore medio possa essere catturata dal Teorema dei moltiplicatori di Lagrange (che detto tra noi non è niente di troppo complicato)!
    Posso essere d’accordo se si parla di avvicinare il pubblico alla scienza quotidiana, ma è un’illusione credere che si possano spiegare argomenti presi anche solo dal secondo anno di un qualsiasi corso di laurea scientifico; ed è un bene che sia così, altrimenti il lavoro e la carriera del ricercatore avrebbero il valore di un soldo bucato.

  • # 11
    Nicola
     scrive: 

    @roberto

    ognuno è artefice del proprio destino, o comunque dovrebbe cercare di essere quanto meno il “predominante”. Ma purtroppo non tutti a 14 anni sono così lungimiranti da capire le dinamiche socio-politiche-culturali del nostro bel paese, si lasciano trasportare dalle circostanze ed ecco che l’italia pullula di gente con pezzi di carta, “mani pulite” e tasche vuote.

  • # 12
    Andrea Del Bene
     scrive: 

    Che la situazione politica italiana sia da vomito è risaputo, però credo che sia comunque necessario difendere quel poco di buono e pregevole che ci rimane, sia a livello di divulgazione scientifica (come il caso di Napoli) sia di produzione scientifica (come l’INFN).
    Detto questo però capisco bene i molti ricercatori che se ne vanno all’estero a far fruttare gli anni più floridi della loro vita scientifica.
    Ho un fratello laureatosi a pieni voti ed in corso in biotecnologie e nonostante le offerte ricevute in italia ha sempre lavorato all’estero per scelta, prima in Germania, poi a San Franciso e adesso a Parigi.

  • # 13
    goldorak
     scrive: 

    @ Tarion : allora come spieghi che paese come gli Stati Uniti, la Francia e l’Inghilterra, perfino la Russia oltre ad investire in ricerca e sviluppo di base molto ma molto piu’ di noi hanno anche una grandissima cultura scientifico divulgativa ?
    Qui non si tratta di fare corsi magistrali di cromodinamica quantistica all’uomo della strada. Si tratta di fare informazione/divulgazione scientifica.
    Si tratta di aprire un giornale medio e trovare qualche notizia scientifica, senza dover per forza comprare un Nature o Scientific American.
    Si tratta di poter qualche volta accendere la tivu’ e non confondere Voyager o Misteri per trasmissioni di divulgazione scientifica.
    Significa poter avere accesso a musei e mostre scientifiche (ah l’avessimo anche noi una Cite’ des sciences et de l’industrie)
    La scienza nel senso piu’ generale appartiene a tutti. Ovviamente non tutti sono scienziati, ed e’ per questo che opere di divulgazione scientifica sono cosi’ importanti.
    Una societa’ che se ne frega della scienza non ha alcuna speranza.

  • # 14
    D
     scrive: 

    L’Italia è un popolo di ignorantoni.

  • # 15
    Arunax
     scrive: 

    Onestamente sono convinto che tutti coloro che non fanno altro che gridare al “tanto siamo perduti, una nazione sfasciata (e sfascista) ecc..” sbaglino: considerare incurabili i mali dell’Italia è il primo passo per renderli tali, lo stesso discorso (assolutamente identico) di quelli che dicono che la mafia è imbattibile. Se è imbattibile, perché combatterla? Lo vedono tutti dove porta questo genere di ragionamenti.

    Diverso è rendersi conto degli oggettivi problemi di un paese e cercare di contribuire a risolverli con i propri mezzi, piccoli o grandi che siano: per molti questo significa semplicemente mettere un po’ di buona volontà, non cedere a facili clientelismi quando si è “deboli”, e premiare il merito anziché le raccomandazioni quando si è in posizione di potere. E’ molto facile dire che il clientelismo fa schifo ma poi dare un piccolo suggerimento al figlio del compagno di banco delle elementari “perché tanto sarebbe passato lo stesso”. Ogni persona che si comporta in modo responsabile, e resiste contro un mondo che non lo fa, potrà forse un giorno convincere con l’esempio altri ad essere altrettanto responsabili.

    Finita la divagazione… il senso della divulgazione scientifica è, secondo me, non tanto di spiegare un fenomeno al grande pubblico, quanto di catturarne l’interesse: in particolare quello dei bambini. Catturare l’interesse dei bambini verso un certo argomento scientifico significa formare adulti più propensi a studiarlo (se quella è la loro strada) o almeno a tenersi informati, in modo da comprendere le notizie che vengono dal mondo e a decidere responsabilmente. E poi, come la storia, anche la scienza è “magistra vitae” e permette di formare persone migliori, più “a tutto tondo” anche e soprattutto al di fuori dell’ambito della scienza e della tecnica: letterati, economisti, magistrati, politici e, perché no, muratori, elettricisti, operai più informati e consapevoli – il sale della democrazia.

    Senza una trasmissione completa e interessante, pur con tutti i suoi limiti di rigore scientifico, come SuperQuark (che adesso, ovviamente, va in onda solo d’estate…) molto probabilmente non avrei mai provato alcun interesse verso la scienza e la tecnica: oggi non sarei studente di ingegneria elettronica, non leggerei libri divulgativi di fisica delle particelle o di astrofisica, non mi informerei su argomenti scientifici su Le Scienze (edizione italiana di Scientific American).

  • # 16
    gnubbo
     scrive: 

    difficile spiegare scienza a persone che non comprendono le proporzioni o i logaritmi.
    un terzo dei bambini ha difficoltà gravi con questi argomenti, come si puo’ fare scienza se manca la logica, se manca il QI..
    i miei ex compagni peggiori delle medie si riconoscono subito, chi ha cornetti della fortuna, chi crocifissi d’oro al collo etc..
    a gente così che scienza vuoi spiegare.. camicia di seta bianca, impomatati, orologioni di marca, ray ban e audi TT..
    prendono più figa di me, hanno vinto loro.

  • # 17
    Andrea R
     scrive: 

    bello il commento di gnubbo nel finale

    la verità è che nel mondo noi masse siamo comandate e ci vogliono ignoranti, perchè solo se sei ignorante puoi essere un bravo consumatore, soldato, contribuente, dipendente, telespettatore, ecc. Bisogna cambiare i padroni o cambiare i meccanismi del comando.

    In seconda battuta c’è anche l’intrattenimento che compete con la cultura. Uno ha la possibilità di bruciarsi tutti i soldi in divertimento. Ovviamente se lo fa si diverte, dunque si distrae da questioni superiori.
    Mica per altro la televisione all’inizio era un monopolio statale. Dare intrattenimento a costo zero è un modo per fare calare tutte le attività mentalmente impegnative

  • # 18
    The Solutor
     scrive: 

    bello il commento di gnubbo nel finale

    Eh,eh… ha scoperto che la femmina del mammifero uomo, si comporta come come la femmina di qualsiasi altro mammifero o vertebrato in genere.

    In 1.000.000 di anni di evoluzione si è evoluto il (chiamiamolo così) sistema operativo, ma il “BIOS” continua a dire una cosa precisa sia ai maschietti che alle femminucce.

    Nel caso delle femminucce si tratta di trovare il maschio con più potere, fisico, economico e politico, allo scopo (così pensa madre natura) di garantire la migliore protezione possibile per se e la prole.

    Prole che madre natura (che aveva progettato il caucciù per scopi diversi dagli anticoncezionali) presume in arrivo a breve, termine.

    Per cui chi ha i soldi ha più “fascino”, di chi non ce li ha, e di chi potrebbe anche farne tanti in futuro ( questo taglia via, da giovani, ricercatori, studenti promettenti, scienziati in erba, e simili…).

    Chi ha i muscoli ha più “fascino” di chi ha una testa così.

    Chi fa il politico ha più fascino di chi fa il tecnico.

    Non se ne scappa.

    Chi non rientra in una o più delle categorie di cui sopra (sottoscritto compreso) deve arrangiarsi con le armi di cui dispone.

    Riagganciandomi al tema, i ricercatori italiani (specie se giovani), in questa non tanto ipotetica scala, si ritrovano, ovviamente nei gradini bassi.

    Pochi soldi, prospettive incerte, poco potere politico…

    Per la serie le sfighe non arrivano mai da sole.

  • # 19
    Nat
     scrive: 

    Caspita ragazzi… mi auguro ke sia solo depressione da autunno incalzante xD
    Son daccordo ke siamo con il culo a terra, pero’ non mi pare il caso di darci da soli il colpo di grazia.
    Riguardo alle citta’ della scienza io credo che siano carine ed interessanti, pero’ al massimo si traducono in una gita di un giorno, per il resto del tempo i programmi didattici scientifici nelle scuole sono ridotti all’osso. Se i soldi risparmiati da questi megamusei finissero nel rimpolpare i programmi scolastici scientifici sarei + che daccordo (non sono ingenuo e so che non sara’ cosi’).
    La divulgazione scientifica dovrebbe passare per prima cosa dall’insegnare la scienza, poi si puo’ pensare ad un modo semplice per spiegare cose difficili, ma una base ci deve essere e soprattutto dovrebbe essere una base spendibile.

  • # 20
    pierluigi
     scrive: 

    @Roberto

    guarda che non e’ solo lo sporcarsi le mani….il fatto principale e’ che oramai rischi arti salute e molte volte la vita stessa…per che cosa poi? 800-1000 al mese se tutto va bene..e nemmeno assicurati a lungo nel tempo…

    ora spiegami perche’ (soprattutto le nuove generazioni) potendo… dovrebbero scegliere di fare l’operaio,il falegname,ecc…ecc…

    giustamente scelgono il lavoro di scrivania o simili..e sinceramente per come noi poveri schiavi operai (e non solo) siamo trattati non so proprio come dargli torto….

    poi..oh! ovviamente c’e anche tanta gente che non ha proprio voglia di fatica’ sia che faccia lavoro manuale che di scrivania…

  • # 21
    densou
     scrive: 

    Finché gli inutili italici non combatteranno PER DAVVERO tra di loro, nulla cambierà. Come così come è stato ieri, lo è oggi e, ahimé, resterà tale domani.

    Ipocriti pregiudiziali all’ennesima potenza, i più grandi insoddisfatti cronici dell’universo conosciuto, [ecc….ecc….]

    Lo straniero: ‘Oh, ma è così ovunque. Mica è tutto pizza e fichi’.
    ‘Certo esimio, ma lei forse non ha vissuto in mezzo ad essi per così a lungo. *bisbiglio* …e si guardi pure da quelli che sta ospitando dalle sue parti’

    :°D

  • # 22
    simon71
     scrive: 

    @Solutor

    Sei sempre il solito pessimista. ^^
    Ciò che dici è vero, ma l’ antropologia c’entra poco. “La teoria del maschio forte” e della “conservazione della prole” oggi non ha più senso, e “La natura” lo sa bene.

    La Specie umana non è più in pericolo come 1 milione di anni fa, anzi…Il pericolo è che siamo in troppi.

    Se ti ricordi com’era il nostro “piccolo mondo” (parlo dell’ Italia) fino a 50 anni fa: coppie di impiegati anonimi con casalinghe anonime, uomini piccoli piccoli che eppure hanno traghettato i nostri Nonni/padri fino ad ora…

    il problema nel terzo millennio se mai è culturale (quindi sociale), non antropologico.

    Basti vedere i cosiddetti “Paesi del terzo mondo” dove i rapporti uomo/donna sono molto molto diversi, simili ai nostri decenni fa.

    Il nostro problema è che ci siamo lasciati conquistare culturalmente e non dalla società americana, importando biecamente tutti i suoi difetti e pochi (pochissimi) degli indubbi meriti che ha.

    Il mondo, oggi, è lo specchio distorto degli USA, e ben pochi continuano pervicacemente a restare attaccati a cultura e tradizioni locali.

    Perché gli americani a differenza degli antichi romani hanno non solo dato lingua, usi e costumi, ma hanno cambiato il modo di pensare…

    In questa ottica bisogna considerare il “terrorismo islamico”, non molto diverso da ciò che i Palestinesi facevano ai tempi di Augusto o di Tiberio…

    Scusa lo sproloquio ma mi sembrava doveroso aggiungere….

  • # 23
    LASCO
     scrive: 

    Vorrei fare due considerazioni, riprendendo alcune cose dette sopra.

    Penso che una cosa importante sia quella di suscitare curiosità ed interesse nelle persone (bambini ed adulti), in modo tale che poi a qualcuno capiti di voler approfondire certe conoscenze. Ciò può comportare in alcuni casi un’accresciuta cultura personale o determinare una scelta importante nella vita come quella del genere di studio e/o di lavoro che si vuole intraprendere.

    Credo che sia fondamentale capire quale sia il legame tra scienza, cultura e società.
    In particolare penso che il legame tra opinione pubblica e scelte politiche sia biunivoco, l’uno condiziona l’altro.

    Si potrebbe continuare a discutere un bel pò di queste cose, ma un’ultima considerazione “a favore” dell’articolo vorrei scriverla.
    Di recente è uscita la consueta graduatoria annuale delle università più “importanti”, il “World University Rankings” 2010.
    Leggendo per caso scoprivo che il 40% dello score che determinerà la posizione in graduatoria dell’università concerne il grado di “risonanza nel mondo” dell’università in questione e ciò dipende appunto dalle capacità della stessa di fare divulgazione e “pubblicità”.
    Non so se in Italia ci siano stati i soliti articoli con commenti dimessi sulla prima posizione di un’università italiana (quella di Bologna) al 176-esimo posto perdendo due posizioni (porca paletta!) rispetto al 2009.

    Non so se qualcuno se ne sia accorto insomma, ma nel paese che mi ospita, la Francia, un semplice ministro proponeva di istituire un nuovo sistema di ranking su cui non pesasse così tanto (o fosse modificato nel merito) quel 40% di cui sopra (è vero che l’ENS è passata dal 28-esimo al 33-esimo posto!). In Francia la percezione delle persone, della cultura scientifica in particolare e di ogni tipo in generale, è diversa e diverse sono le scelte politiche!

  • # 24
    alessiodp
     scrive: 

    “World University Rankings”
    E’
    ALTRA “%INSERITE TANTE VOLGARITA IN QUESTO PUNTO%” ANGLOSASSONE…

    … misurare l’efficenza delle università è qualcosa di perverso…

    170° posto 180° o 1000° posto…non significa nulla quando

    i corsi semestrali sono una grande boiata…. in 6 mesi non si impara un tubo…che poi si riducono a 100 ore di lezione effettiva quando va bene…

    avere 100 mila indirizzi di studio pure….cosa devi indirizzare….non si capisce…..le materie fondamentali da imparare sono 4 o 5 in campo scientifico e già se riesci a capirne e padroneggiarne una è tanto…

    avere un numero di laureati maggiore non significa che sei piu’ efficente…significa solo che promuovi di piu’…..

    avere 3+2 3+3 3+2+3 e altre alchimie su i corsi di studio e di dottorato e chi piu’ ne ha piu’ ne metta non significa assolutamente nulla….ci sono studenti di ingegneria meccanica che dopo aver fatto il dottorato devono cominciare da zero ad imparare a progettare sui banchi aziendali…i piu’ fortunati si imboscano in università a scaldare qualche sedia rimurginando su qualche progetto pseudo avveneristico…

    …quando a cambridge vidi quei fighetti con il Tight e le nike ai piedi capii che avevo toccato il fondo…eppure ero in una della 10 università piu’ importanti del mondo…alla faccia del ranking…

    l’università italiana ha “per fortuna” una storia lunga…
    …quando gli inglesi giravano per i boschi con i gonnellini senza mutante cacciando cinghiali e giocando a tirare sassi…
    a bologna c’era già un centro di studio che possiamo definire di tipo universitario…

    recuperare la propria storia è il primo passo per indirizzare la nostra università mandando a quel paese il ranking internazionale, europeo, e sopratutto anglo-americano…

  • # 25
    Pleg
     scrive: 

    Misurare l’efficienza delle universita’ e’ perverso?? Cosa dovremmo fare, dare a tutti belle pacche sulle spalle per i bei tentativi? O indirizzare i finanziamenti verso i gruppi di ricerca capaci di produrre lavoro e ricerca e scoperte?

    Prendiamo ad esempio il campo di cui questo blog in genere si occupa, tecnologia: al quinto posto vedo il MIT, e non credo ci sian nulla da obiettare. Nei primi 30 posti vedo Caltech, Stanford e Berkeley, che infatti hanno propulso (e propellono) la Silicon Valley.

    In Italia? Secondo il Censis il Politecnico di Milano si piazza sempre ai primi posti, nella classifica mondiale non lo si vede neanche… e infatti ha generato… boh…? Non mi pare di vedere uan Silicon Valley intorno a Milano. Non vedo aziende che hanno cambiato il mondo, non vedo Apple, Google, Intel, NVidia, AMD, eccetera di sorta. Non vedo dottorandi geniali che vanno a fondare aziende stratosferiche. Tu si’?

    Ecco cosa dice il ranking. Non e’ una questione di essere quarto invece che sesto, e’ una questione di fare parte e costruire un tessuto economico, industriale e di ricerca, che in Italia non c’e’.

  • # 26
    The Solutor
     scrive: 

    Sei sempre il solito pessimista. ^^
    Ciò che dici è vero, ma l’ antropologia c’entra poco. “La teoria del maschio forte” e della “conservazione della prole” oggi non ha più senso, e “La natura” lo sa bene.

    La natura non ne sa NIENTE, un paio di centinaia d’anni di civiltà industriale o 30/40 di postindustriale non sono neanche una cacca di mosca nella lavagna dell’evoluzione umana, non parliamo poi dei mammiferi.

    L’evoluzione usa dei sistemi che funzionano fregandosene delle simpatie o delle antipatie e di qualsiasi sovrastruttura logica.

    Indipendentemente dal credo politico e delle simpatie o antipatie, la prole di Berlusconi ha più possibilità di riprodursi e moltiplicarsi di quella di un Cipputi qualsiasi, nella stessa identica maniera di di quella del Leone maschio dominante nella piana del Serengeti, o del gatto più grosso e forte del vicolo dietro casa.

    Ovviamente anche essere un ingegnere/sicenziato afermato/quant’altro e’ “attraente”, la differenza sta nel fatto che (spesso) ricchi, o forti o potenti lo si nasce, premi nobel bisogna diventarlo.

  • # 27
    alessiodp
     scrive: 

    x pleg

    l’università è il luogo della conoscenza, farne un luogo della produttività è quanto di più sbagliato possa esserci…

    l’università è nata dalla necessità di dialogo tra persone specializzate in discipline e studi diversi, un luogo in cui un chimico puo’ parlare con un fisico o con uno storico…

    gli americani/inglesi ne hanno fatto invece una appendice di un distretto industriale/commerciale

    c’e’ anche da chiedersi che fine fanno le numerose scoperte che non sono in linea con le politiche industriali dei finanziatori…

    cosa fare per tutte le materie umanistiche che non producendo reddito vengono semplicemente accantonate o trasformate in materie legate all’industria della comunicazione…

    ….vedi PLEG i soldi che vengono dati all’università sono una frazione delle spese di uno stato talmente piccola rispetto a quelle militari, industriali, sociali, sanitarie, che fa’ letterlamente ridere….

    negli stati uniti le università sono in mano alle multinazionali che finanziano e si appropriano della cosa piu’ preziosa ossia la conoscenza delle generazioni future….

    pertanto troveremo sempre berkley, MIT, oxford, standford ai primi posti nel mondo….ma siamo sicuri che veramente lo siano?

    …per comprendere come gli americani e gli inglesi intendano la conoscenza faccio l’esempio del latino…

    gli inglesi ogni tanto prendono e citano la loro bella frase in latino”…ma loro non hanno la più pallida idea di cosa sia la cultura latina..ne’ tantomeno la struttura grammaticale e sintattica di una lingua che ha prodotto la più grande documentazione della storia dell’occidente e non solo…
    loro conoscono a mala pena le basi e dopo di che imparano a memoria 4 o 5 frasi fatte che infilano nei discorsi…giusto per darci un tono…poi quando ogni tanto saltano qualche desinenza e tu cerchi di spiegargli che c’è differenza sostanziale tra un ablativo e genitivo….ti guardano come se avessi parlato arabo…
    questa è l’america….una scorza di glassa con dentro il nulla più assoluto…
    la mia citazione non è casuale in quanto con la nuova riforma del berlusca il latino sta scomparendo dai licei scentifici e tra un po’ credo che scomparirà anche il greco antico dai licei classici…la fine è vicina…conosceremo solo la lingua “inglese” che lingua non è perchè è un dialetto con una sintassi del periodo primitiva…e per quanto non ve ne rendiate conto la lingua è la parte di conoscenza che occupa una parte considerevole della nostra mente…

    …ecco perchè il ranking è una grande bestialità…

  • # 28
    bob75
     scrive: 

    Che sia per questo motivo che non esiste nemmeno un progetto di calcolo distribuito italiano (che si appoggi alla piattaforma Boinc)? Ci sono, ovviamente, progetti americani, ma anche giapponesi, cinesi, francesi, tedeschi e pure spagnoli. Ma noi italiano no, che non sia mai che facciamo uscire la scienza dalle sue cattedrali…

  • # 29
    nettu
     scrive: 

    Finché l’elite culturale (questa sì comunista e lo possiamo dire fuori dall’ironia) continuerà a vantarsi di non capire un tubo di matematica o di fisica – parlo di quella studiata nella scuola dell’obbligo – la scienza non acquisterà di certo maggiore importanza o fascino…

  • # 30
    omar
     scrive: 

    Aggiungo a quanto detto sopra che lo scopo degli science center è quello di “incuriosire” il pubblico scolastico e adulto.
    La curiosità è una molla importante dell’apprendimento ed aiuta la scuola ad insegnare.
    Incuriosire ed insegnare (scuola-università) sono due cose diverse e complementari: un buon insegnante sa anche incuriosire e nel museo scientifico trova qualche “strumento” in più.

    Sempre che politici ed “imprenditori” così-così non rovinino quello che c’è di buono.
    vedere anche http://www.aulaguide.net
    o “aulaguide” su youtube

  • # 31
    alessiodp
     scrive: 

    x nettu
    e questa da dove l’hai tirata fuori?!?!

    certo in italia servono più storici che scientifici con il passato che si ritrova…negli stati uniti cosa devono storicizzare?!?!?

    la colpa è della filosofia…
    la filosofia avrebbe dovuto spiegare la scienza con il linguaggio delle lettere…
    oggi la filosofia non si capisce bene cosa sia….
    ….da un lato storia della filofia…dall’altro studio e disquisizione sui cambiamenti sociali….

  • # 32
    Pleg
     scrive: 

    [blockquote]l’università è il luogo della conoscenza, farne un luogo della produttività è quanto di più sbagliato possa esserci…[/blockquote]

    Che la conoscenza non si produce? Si lavora duro per produrla, altro che! E costa non poco (specie la ricerca scientifica)

    [blockquote]l’università è nata dalla necessità di dialogo tra persone specializzate in discipline e studi diversi, un luogo in cui un chimico puo’ parlare con un fisico o con uno storico…[/blockquote]

    Si vede che non ci sei mai stato, perche’ raramente e’ cosi’ :)
    Anzi, ad essere precisi, posso dire che in Italia non l’ho mai visto succedere, mentre negli USA si’… pensa te…

    [blockquote]gli americani/inglesi ne hanno fatto invece una appendice di un distretto industriale/commerciale[\blockquote]

    Diciamo che hanno capito che integrare l’universita’ nel tessuto sociale ed economico e’ una buona scelta, che e’ un po’ quello di cui si lamenta Eleonora nell’articolo. Le aziende hanno soldi, e pagano la ricerca fior di quattrini. Le universita’ incassano e producono nuova conoscenza. Ovvio che quello che interessa di piu’ l’industria ricevera’ piu’ finanziamenti… e che male c’e’? La ricerca di base si paga col resto (e si fa). Mentre in Italia mi pare che non solo le industrie non investano molto in ricerca, ma non ci siano nemmeno i fondi per la ricerca di base… il vantaggio di questo sistema sarebbe?

    [blockquote]negli stati uniti le università sono in mano alle multinazionali che finanziano e si appropriano della cosa piu’ preziosa ossia la conoscenza delle generazioni future….[\blockquote]

    Davvero? Pensa in due anni che sono stato li’ non me ne sono accorto, anzi ho visto valanghe di gente in gamba che fa ricerca che da noi si sognano.

    [blockquote]pertanto troveremo sempre berkley, MIT, oxford, standford ai primi posti nel mondo….ma siamo sicuri che veramente lo siano?[\blockquote]

    Senza alcun dubbio. Ecco perche’ molti dei nostri laureati migliori (cosi’ come i migliori laureati di tutto il mondo) fanno a gara ad andare in questi posti, mentre in Italia non ci viene praticamente nessuno.

    [blockquote]
    gli inglesi ogni tanto prendono e citano la loro bella frase in latino”…ma loro non hanno la più pallida idea di cosa sia la cultura latina..ne’ tantomeno la struttura grammaticale e sintattica di una lingua che ha prodotto la più grande documentazione della storia dell’occidente e non solo…
    loro conoscono a mala pena le basi e dopo di che imparano a memoria 4 o 5 frasi fatte che infilano nei discorsi…giusto per darci un tono…poi quando ogni tanto saltano qualche desinenza e tu cerchi di spiegargli che c’è differenza sostanziale tra un ablativo e genitivo….ti guardano come se avessi parlato arabo…
    questa è l’america….una scorza di glassa con dentro il nulla più assoluto…[\blockquote]

    Hai dimenticato che i tedeschi sono tutti nazisti e gli italiani tutti mafiosi e i rumeni tutti ladri ecc. ecc.

    Questo e’ un rigurgito antianglosassone che non so se e’ piu’ patetico o ridicolo. Quindi gli americani e gli inglesi (tutti eh! mi raccomando!) sono saccenti e ignoranti perche’ nella loro lingua e’ finita qualche espressione latina? Bizzarro. Immagino quindi che tu conosca la filologia e l’origine di tutte le parole straniere che sono finite nel dizionario italiano?

  • # 33
    Bellaz
     scrive: 

    Io cambierei il titolo in “Rimarrà la scienza in Italia?”. Dico solo una cosa: con la prossima finanziaria ci sarà da ridere(ovvero, come buttare al vento decenni di scuole scientifiche senza farsi troppi problemi);tra 50 anni potremo ancora annoverarci tra i paesi sviluppati?

    Per il resto

    Sono anche io concorde sul giudizio espresso.La divulgazione scientifica è preziosissima in particolar modo in un paese dove la maggior parte delle persone rifugge e ignora anche le più semplici basi delle discipline scientifiche(non dico di imparare a fare una spettrografia o calcoli quantistici, ma almeno sapere come funziona un esponenziale o come è fatto approssimativamente il nostro sistema solare). Poi non ci si deve stupire se le classi universitarie di scienze si svuotano, mentre lettere, psicologia e le scienze sociali hanno problemi opposti(senza nulla togliere a queste, è evidente la sproporzione dei numeri, indice di una degenerazione di fondo della società).

    Per la questione Ranking:
    Secondo me la verità è come al solito nel mezzo.
    I ranking sono tarati per modelli di università anglo-americane(è difficile anche solo aggiustare i parametri di valutazione a livello nazionale, figurarsi se si va a considerare il mondo intero). Come riprova di quello che dico basta guardare la classifica. Mettendo un attimo da parte l’Italia come è mai possibile che le più prestigiose università europee appaiano solamente dopo decine di università americane e inglesi?

    In ogni caso bisogna prendere atto che l’Italia sta perdendo terreno(e se non si interviene perderà ancora di più), rispetto alle altre università europee.

  • # 34
    Pleg
     scrive: 

    @ Bellaz

    Verissimo, i ranking sono sempre da prendere con le pinze, d’altro canto come si fa a “valutare oggettivamente” un’universita’? Puoi prendere numero di articoli prodotti, citazioni su riviste prestigiose ecc., alla fine e’ sempre abbastanza vago e alle volte autoreferenziale. Infatti ranking di paesi diversi producono risultati diversi.

    Ma, come dici, il punto fondamentale e’ vedere chi sta nei primi 200 posti e chi no, e li c’e’ poco da stare allegri.

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