di  -  venerdì 14 maggio 2010

Alla fine degli anni ’70, IBM è un’azienda con una storia di 60 anni e una presenza nel settore informatico (mainframe e mini) dominante.

Si tratta di un vero pachiderma, con un impatto commerciale immenso, una penetrazione tentacolare sul mercato della grande industria occidentale (grazie anche all’appoggio del governo USA) e una velocità decisionale per l’appunto elefantiaca.

Il business del microcomputer, iniziato con il MITS Altair e proseguito con sistemi come l’Apple II (1977) è tuttavia osservato da Big Blue con crescente sospetto.

Mano a mano che esce dalla sfera dell’Homebrew Computer Club ed inizia a trovare impieghi pratici – lo spreadsheet Visicalc (1979) rappresenta una pietra miliare in questa direzione – il microcomputer ottiene infatti l’interesse della clientela business che IBM tiene tradizionalmente in pugno.

Mano a mano che MOS, Zilog ed Intel evolvono le rispettive linee di microprocessori (8086, capostipite dell’ISA x86, nasce nel 1978), questo nuovo oggetto informatico diventa capace di svolgere funzioni fino a pochi anni prima appannaggio di costosi minicomputer.

Spinto dalla miniaturizzazione dei transistor da un lato, dalla nascita di una intera generazione di software videoludici, applicativi e interpreti dei più popolari linguaggi dall’altro, il mercato dei microcomputer conosce già alla fine degli anni ’70 una grande effervescenza.

Quel che è più importante, i rudimentali progenitori del moderno PC iniziano ad uscire da quella che qui abbiamo spesso definito come “la ristretta cerchia di barbuti sacerdoti dell’OPCODE” e si affacciano, con numeri subito interessanti, sul mercato home ed office.

È a questo punto che IBM percepisce tanto l’insidia che i micro presentano rispetto al lucrativo business dei suoi mini e dei mainframe sviluppati su architetture totalmente proprietarie, tanto l’opportunità commerciale che si profila.

Nasce quindi fra i corridoi di Armonk, l’intenzione di sviluppare un proprio prodotto e diffonderlo per gli uffici di mezzo mondo, tramite la propria possente wehrmacht commerciale.

Come ricorda Bob Cringely nel documentario Triumph of the Nerds, un grosso problema si profila presto all’orizzonte per i manager di Big Blue: la struttura decisionale elefantiaca dell’azienda, le stringenti procedure di valutazione tecnica ed economica di ogni business case, l’approccio proprietario che implica la progettazione e validazione in-house di ogni singolo transistor.

Seguendo i tempi e i modi tipici di IBM (e del mondo mainframe in generale), il time to market del progetto PC sarebbe dunque spropositatamente lungo e produrrebbe un ritardo tecnologico incompatibile coi ritmi frenetici dell’evoluzione del nascente mercato micro.

Arriva dunque la decisione – totalmente aliena alla cultura del colosso di Armonk – di creare un computer assemblando componendi “off the shelf”, a partire dalla CPU: l’Intel 8088 – un 8086 con data bus a 8 bit invece che 16, per limitare complessità e costo di progettazione del sistema. Don Estridge, responsabile sviluppo del progetto PC, mette assieme le specifiche in un anno di tempo circa.

L’architettura è “aperta”, nel senso che sono disponibili a terzi le specifiche hardware necessarie per produrre periferiche compatibili.

Manca tuttavia un OS, e anche qui IBM decide di delegare a terzi. La storia, qui raccontata in dettaglio, porta a prevalere QDOS, alias PC-DOS, alias MS-DOS, che IBM commissiona a Microsoft, Microsoft acquista da Tim Paterson e Tim Paterson “clona” da CP/M – uno degli OS più diffusi nel periodo pre-IBM.

Nasce così, nel 1981, il PC IBM modello 5150, basato su Intel 8088 a 4,77 Mhz, adattatore video CGA, schermo monocromatico o a quattro colori, memoria RAM che parte dai 16 KB dei primissimi modelli e arriva poi a 256 KB, espandibili a 640 (non al massimo teorico di 1 MB per un fondamentale difetto di progettazione hardware di cui abbiamo parlato in questo articolo).

L'”accozzaglia” di prodotti da scaffale che IBM mette insieme, diviene oggetto di un massiccio sforzo commerciale di IBM, il che ne fa presto un successo negli USA e in tutto l’emisfero occidentale del pianeta.

Il BIOS del PC, componente proprietario cui IBM affida la chiusura della piattaforma, dovrebbe per l’appunto contrastare tentativi – altrimenti banalissimi – di clonazione. Non tutto andrà secondo copione e il resto, come si suol dire, è storia recente.

Ricapitoliamo rapidamente le svolte epocali cui IBM ha, inconsapevolmente, dato vita con le scelte tecniche e commerciali fatte per il primo PC:

– il mercato dei cloni e la relativa “dittatura” (qui analizzata a proposito dell’ACT Sirius): la scelta di assemblare componenti standard, fa del BIOS proprietario l’unico baluardo a difesa dell’architettura PC; sarà presto ingegnerizzato inversamente da Phoenix (col metodo cd. “clean room“) e Compaq che, col modello Portable, anticiperà IBM sul mercato con un sistema pienamente compatibile e trasportabile, realizzato con elevati standard qualitativi; una pletora di altri marchi seguirà il colosso texano sulla strada del reverse engineering, dando vita al mercato PC come lo conosciamo oggi; la resistenza legale di IBM, in un panorama del diritto informatico ancora nebuloso, sarà debole e, in ultima analisi, inutile;

– l’uscita di IBM dal mercato PC e la cessione del suo business alla cinese Lenovo: con il boom dei cloni, che si combattono più o meno a parità di feature tecniche, la produzione di computer in mercati occidentali con un elevato costo del lavoro diventa sempre meno conveniente; il baricentro produttivo dell’elettronica mondiale si sposta dunque in estremo oriente, ove attualmente si trova: è l’inizio della fine dell’industria hardware americana e occidentale; IBM dal canto suo tenterà di recuperare lo scettro del mercato PC con le innovazioni proprietarie di PS/2 (di cui abbiamo parlato qui), senza tuttavia ottenere il successo sperato;

– il regno di Intel e di x86: la scelta del microprocessore 8088 e la successiva esplosione del mercato dei cloni, rappresentano la base su cui l’azienda di Santa Clara poggia la sua attuale posizione dominante nel mercato CPU; già negli anni ’90, quando il PC Wintel surclassa un Mac in caduta libera, il ruolo dominante di Intel è solidamente stabilito sul mercato;

– il dominio di Microsoft sul mondo software: malgrado OS/2 (qui un’analisi al riguardo), con cui IBM tenta di conquistare il mercato software PC, l’abilità commerciale e la spregiudicatezza di Microsoft faranno dell’azienda di Redmond un colosso inarrestabile già ai tempi del DOS e, col lancio di Windows 3.0, anche nell’epoca della GUI; per creare un nuovo standard serve qualcosa che riesca davvero a catturare l’immaginazione delle persone diceva Bill Gates nel 1983 a proposito del Macintosh, ma non fu certo grazie all’innovazione tecnologica che il PC divenne lo standard su cui MS costruì le sue fortune;

– la fine delle piattaforme chiuse non x86, schiacciate dalle colossali economie di scala della piattaforma PC, il cui ultimo capitolo si consuma nel 2005/2006, con l’abbandono da parte di Apple della non più aggiornata famiglia di processori PowerPC.

Pare dunque il caso di concludere, a proposito dell’attitudine che spinse trent’anni or sono IBM a correre sul mercato con un prodotto radicalmente opposto alla sua cultura, che anche in ambito informatico, la fretta è una cattivissima consigliera.

14 Commenti »

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  • # 1
    frost
     scrive: 

    Mentre il DOS viene “clonato” dal CP/M (perchè non dire COPIATO? non sarebbe il caso di dire che le fortune del colosso Micro$oft così geloso del suo software inizia con un pirataggio di software altrui?), il Basic viene “clonato” (…) da quello dell’Altair (e torniamo all’Homebrew Computer Club) da un tale Willam Gates III, che poi accusato di pirateria si difende con una celebre “lettera sulla pirateria”… e ancora non ha smesso di difendersi :/

  • # 2
    Z80Fan
     scrive: 

    @frost

    Penso che il basic per l’ Altair sia l’unica cosa che hanno fatto senza averla copiata da qualcuno ;)

  • # 3
    phabio76
     scrive: 

    @Alessio Di Domizio
    Solo per rendere giustizia al povero Ed Roberts, una piccola precisazione:
    L’Altair era prodotto da MITS, l’IMSAI era un clone.

    http://www.wemedia.it/blog/2010/04/intervista-a-ed-roberts-il-padre-del-personal-computer/

    Ciao

  • # 4
    Marco
     scrive: 

    “ma non fu certo grazie all’innovazione tecnologica che il PC divenne lo standard”

    Non vorrei eccedere nella dietrologia, ma le specifiche del 5150, relativamente al segmento business dove intendeva far breccia, non erano poi così malvagie all’epoca.
    Parliamo dei diretti concorrenti: Commodore con i suoi PET ha repentinamente fatto marcia indietro negli sviluppi caldeggiati da Peddle, e in quel mercato proponeva la serie 4000 e 8000 senza sforzarsi più di tanto nella promozione; Apple aveva un Apple III che addirittura ha rischiato di infangarne seriamente la reputazione; poi c’era una pletora di macchine CP/M basate su Z80 o 8080, tutte a 8 bit come le precedenti e quindi con grossi (anche rispetto al PC) limiti di memoria.
    Pur con delle scelte architetturali per così dire “al risparmio” (al contrario della serie 5100/5110), i 16 bit, la memoria > 64K e le 80 colonne hanno permesso lo sviluppo di prodotti come Lotus 123 e un uso più proficuo di Wordstar, che hanno spazzato via i vari Wang (anch’essa “piegata” alla compatibilità) ed eclissato la concorrenza in ambito aziendale.
    Il brand IBM poi non aveva certo bisogno di presentazioni per vendere un prodotto magari non ineccepibile (siamo tutti d’accordo che sarebbe stato meglio un 68000 con OS/9 o TRIPOS) ma semplicemente “adeguato” ai lavori che avrebbe dovuto svolgere.

  • # 5
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ phabio
    Maledetta fretta… corretto, grazie.

  • # 6
    D
     scrive: 

    “Mentre il DOS viene “clonato” dal CP/M”

    Sarà anche un clone ma uno supportava le directory, l’altro una specie di multiutenza castrata con una sola dir per ogni utente.
    Dal punto di vista pratico, in un sistema “personal” quindi per un utente solo, il modello proposto dal cp/m (più per un mini che per un micro) non era molto efficiente.
    Altra cosa da tenere in conto, i nomi dei comandi: “copy” si imparava e si capiva a cosa serviva nettamente più in fretta del suo parente “pip”.
    Se vuoi diffondere l’informatica tra le masse non le devi costringere a farsi le “pip” dietro comandi strani, ma devi essere logicamente chiaro e diretto e lì il dos vinceva 10 a 0 contro il cp/m.

  • # 7
    Flare
     scrive: 

    @D
    (vado a memoria, correggetemi se sbaglio) MS-DOS ha introdotto le sub-directories solo a partire dalla versione 2.0 (1983), imitando questa volta Unix, ma usando “\” (backslash) al posto di “/” (slash), per motivi di retrocompatibilità, infatti il carattere “/” in CP/M (e anche nel primo DOS) serviva per le opzioni nella riga di comando.
    MS-DOS poi all’epoca non era in alcun modo multi utente. Una sorta di multi utenza in CP/M era invece stata inserita appunto con le aree utenti (compatibili con l’MP/M, il vero CP/M multiutente, abbastanza avanzato per l’epoca).
    Il PIP (Peripheral Interchange Program) non era direttamente comparabile col solo COPY. Per copiare i file, COPY era più simile al comando Unix “cp” e relativamente più user friendly (si fa per dire, l’utenza di allora non è quella di oggi che si suiciderebbe di fronte ad un cursore lampeggiante). Gli altri comandi comunque non erano tanto diversi.
    A dettare il successo del primo MS-DOS furono invece una serie di fattori già analizzati anche qui su AD, non ultimo un prezzo molto più basso.

  • # 8
    D
     scrive: 

    Ma anche il comando cp non era molto chiaro ad un niubbo.
    Per chi li usa tutti i giorni sembra banale ma per gli altri cp è un verso fatto da uno col mal di denti.

  • # 9
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Marco
    La mia frase non era tanto riferita alla specifiche HW (per quanto sistemi come il SuperPET o l’HP 9826 non avessero molto da invidiare al PC) quanto piuttosto al fatto che, nel 1981, non si poteva dire che il PC innalzasse così tanto il livello innovativo rispetto alle macchine basate su Intel e Zilog + CP/M già circolanti. Non tanto quanto Bill Gates intendeva parlando del Mac, che portando la GUI (e la CPU 68000) alle masse, accelerò la velocità innovativa dell’industria.

  • # 10
    Flare
     scrive: 

    @D: io parlavo della sintassi e dell’uso dei comandi ecc., ma se il problema è solo intuire cosa fa un comando, prova a chiedere a chi non ha mai sentito parlare di MS-DOS cosa fanno i comandi “CD”, “CHCP”, “FC”, “CTTY”, “FISK”, “SUBST”… ;) Davanti un prompt comunque il problema non si pone, perché se non impari prima quali sono i comandi, non sai cosa digitare: non è che vedi qualcosa sullo schermo e devi intuire cosa fa, sono una mentalità e approccio esattamente opposti.

  • # 11
    Marco
     scrive: 

    @Alessio
    Siamo d’accordissimo sul fatto che il 5150 non sia stato nulla di rivoluzionario, ma era pur sempre un passo avanti rispetto alle macchine contemporanee orientate al business, per la maggior parte ancora a 8 bit. HP aveva un target differente, con l’ottima serie 80 dedicata al calcolo scientifico e la serie 9800 che invece rivaleggiava più con l’IBM 5100.

  • # 12
    D
     scrive: 

    “cosa fanno i comandi “CD”, “CHCP”, “FC”, “CTTY”, “FISK”, “SUBST”…”

    Tolto CD, gli altri comandi sono già ad un livello superiore al banale “come si copia un file”. Ecco che uno può abbozzare un copy, meno un cp, assolutamente niente un pip. Un conto è conoscere perfettamente un sistema, un altro è sopravviverci. Con il CP/M era impossibile anche solo approcciarsi senza un librone vicino

  • # 13
    Flare
     scrive: 

    Non esageriamo, c’è qualche differenza, ma sono molto simili. Poi un comando e la sua sintassi non è che l’abbozzi: o va o non va. Senza un manuale (o qualcuno che ti istruisse) non andavi da nessuna parte in entrambi i casi.

    CD non è intuitivo, come molti altri comandi DOS. Neanche nella sintassi: dimmi cosa c’è di intuitivo in “CD ..” o, se vuoi qualcos’altro di basico, che per creare una directory devi scrivre MD (o MKDIR) ed RD (o RMDIR) per cancellarla.
    Riguardo invece comandi di CP/M rispetto a quelli di 86-DOS/QDOS/MS-DOS 1.0 erano molto simili e oggettivamente le somiglianze sono evidenti a partire dal prompt con la lettera del drive, ma anche nell’uso.
    I comandi di base?

    Per elencare i file presenti sul disco, entrambi usavano DIR. “DIR B:” è usato da entrambi per elencare i file nel disco nel drive B. Con CP/M, quando invece di elencare, si voleva vedere le statistiche, usava il comando STAT. Con MS-DOS si usano degli switch per una modalità o l’altra.
    Per mostrare il contenuto di un file, in entrambi su usa TYPE.
    Per rinominare un file, in entrambi si usa REN (ma CP/M ha una sintassi diversa).
    Per cancellare un file, cambia solo il nome del comando: DEL (delete) per MS-DOS, ERA (erase) per CP/M

    Riguardo al copiare:
    cp sorgente destinazione (il vecchio comando Unix)
    COPY sorgente destinazione (MS-DOS)
    PIP destinazione=sorgente (CP/M)
    La differenza è tutta lì e al massimo puoi dire che “copy” è più facile da memorizzare e che la sintassi di cp e copy è più “intuitiva”.

  • # 14
    freesailor
     scrive: 

    A leggere articoli come questi è inevitabile, per chi ha la mia età, una lacrimuccia nostalgica!
    Allora ero un “odiatore” dell’IBM. Venendo da un Digital Vax all’Università, il mondo dei mainframe IBM mi parve un mondo di presuntuosi primitivi, con sistemi operativi arcaici e farraginosi, che scioccamente pensavano di essere al top della tecnologia confondendo successo commerciale con presunta bontà delle soluzioni tecniche.

    Quando poi conobbi Unix e lo vidi snobbato in azienda a favore del PC IBM con MS DOS, cominciai ad odiare anche quest’ultimo …
    Al quale però, anni dopo, dovetti riconoscere che aveva avuto fin da subito delle validissime carte da giocare. Pur con quel ridicolo “lanciatore di programmi” che era l’MS DOS (non sono mai riuscito a considerarlo un sistema operativo …), ebbe da subito una tal quantità sia di software che di periferiche hardware collegabili che difficilmente non si trovava una soluzione pressochè a tutte le esigenze. Soluzioni limitate, d’accordo, non multitasking, ma soluzioni!

    L’IBM allora capì quello che pochi anni dopo non capì la AT&T, che lanciò il primo “Unix PC” con un “catalogo” di una ventina di programmi. Volevi uno spreadsheet? Potevi scegliere solo tra un paio, sperando che almeno uno ti piacesse. Un DBMS? Due o tre. Applicazioni un pò particolari? Scordatelo.
    E questo quando il catalogo mondiale delle applicazioni Unix allora disponibili era di diverse migliaia, sarebbe bastato chiedere il port (non la scrittura, il port …) sullo Unix PC di duecento applicazioni per cambiare radicalmente la percezione che il mercato ebbe subito di quella macchina: ottimo hardware, ottimo sistema operativo, software applicativo praticamente inesistente.
    E, dopo che era stato ansiosamente atteso per un paio di anni da parte di chi voleva un PC con un vero SO, l’At&T Unix PC “morì” di disinteresse in pochi mesi.
    Il PC IBM non era certamente all’avanguardia tecnologica, ma l’IBM allora capì che cosa chiedeva il mercato, altri non ci riuscirono.

    Fece male l’IBM ad aprire il Vaso di Pandora dei PC (tantando poi inutilmente e malamente di chiuderlo con i PS/2), fu quello l’inizio della sua crisi, che rischiò addirittura di farla sparire all’inizio degli anni ’90?
    Può darsi, perchè mise (quando era ancora super-prestigioso) il proprio “marchio” su una soluzione facilmente clonabile, che poi si mangiò tutta la parte bassa del mercato nonostante la iniziale resistenza dei micro multiutente e aprendo le porte a quel concetto che “i PC possono fare tutto quello che fanno i mainframe”, concetto che il buon Bill Gates ha propagandato per anni anche quando non era ancora affatto vero (vedi bagni di sangue con i server NT).

    Credo che nel contesto dell’articolo una menzione specifica, più che alla Compaq, andrebbe fatta per chi per primo clonò il BIOS del PC IBM: la Phoenix Technologies.
    Il momento in cui in Phoenix decisero di creare una copia del BIOS in modo legalmente inattaccabile, con il concetto di “clean room”, è altrettanto importante per la storia dell’informatica degli ultimi trent’anni del momento in cui l’IBM andò da BIll Gates a chiedergli l’MS DOS o di quando quest’ultimo decise di staccarsi dal carro OS/2 per puntare su Windows.
    Senza quelle copie legali non ci sarebbe stato il mercato di “cloni” e il PC sarebbe rimasto solo una macchina IBM di grande successo, che forse non sarebbe riuscito a resistere all’assalto concentrico dei micro con il molto più evoluto Unix.

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