di  -  martedì 30 marzo 2010

Eccoci arrivati alla terza puntata del resoconto del discorso tenuto da Lawrence Lessig alla camera dei deputati Italiana riguardante il tema della libertà in internet. Nei precedenti appuntamenti sono stati toccati i temi del gap generazionale e dell’industria del copiright nell’era di internet. Consiglio a chi non avesse letto i precedenti post di riprenderli per avere una visione complessiva dell’intervento.

Oggi si parlerà di come internet abbia cambiato il giornalismo e di come la ricerca della trasparenza sia diventato un tema centrale negli ultimi anni.

IL GIORNALISMO

Come già fatto in precedenza l’argomento viene analizzato segnando una linea netta tra quello che c’è di positivo e quello che c’è di negativo. I lati positivi derivano, come nel caso dell’industria del copyright, proprio da quell’innovazione che ha portato ad una estrema diversificazione nel settore.

Queste innovazioni sono avvenute sia nel mondo professionale grazie a siti che permettono di accedere a contenuti editoriali con un singolo click che in quello amatoriale. Per quanto riguarda il mondo amatoriale Lessig cita ovviamente Wikipedia, ma anche i vari blog che spesso grazie all’enorme successo sono riusciti a fare il salto verso una realtà commerciale ( Pensate a siti come Engadget o Ars Technica o… Appunti Digitali :P ). Tutto questo è estremamente positivo. Ma c’è qualcosa che non va anche in questo ambito.

L’ascesa dell’accesso gratuito alle notizie ha messo pressione ad un certo giornalismo, quello che Lessig definisce essenziale per ogni democrazia: il giornalismo d’inchiesta.

Fatti come la pubblicazione sul New York Times dei “Pentagon Papers” hanno rappresentato un momento chiave per la storia del giornalismo. Hanno in qualche modo cambiato la storia di una nazione. Per chi non conoscesse l’accaduto si tratta della pubblicazione di documenti classificati in cui venne fuori chiaramente che durante la guerra del Vietnam i confini del conflitto furono volutamente allargati mentre i vari presidenti che si susseguivano al potere affermavano il contrario.

Lessig teme che nonostante giornali come il New York Times esistano ancora, quel tipo di giornalismo “con la spina dorsale” non sia più presente.

Per documentare ciò porta ad esempio il fatto che gli stessi editori che in passato non avevano avuto paura di alzarsi e urlare la verità conto il governo, in tempi recenti sono arrivati a tenere nascosti documenti della stessa portata dei “Pentagon Papers” riguardanti fatti della guerra in Iraq fino alla conferma dell’elezione del presidente Bush.

Non c’è alcun dubbio secondo Lessig che internet continuerà a far salire la pressione su questo tipo di giornalismo a causa della caduta degli introiti delle testate giornalistiche che non potranno essere redistribuiti a chi fa inchiesta. E questo è un grande problema per la democrazia.

LA TRASPARENZA

Internet ha portato una enorme esplosione nell’efficienza e nella “accountability” grazie alla libera fruizione di dati che siti come data.gov (promosso dalla amministrazione Obama) rendono disponibili in maniera estremamente semplice.
Ci sono altri esempi precedenti di risorse messe a disposizione in questo senso. Realtà come fueleconomy.gov che permette di avere dati circa l’efficienza energetica delle autovetture attualmente in commercio nell’ottica di informare i consumatori o il portale inglese theyworkforyou.com (che ha un corrispettivo Italiano in Open Parlamento) che mette pressione ai parlamentari d’oltre manica rendendo disponibili in maniera gratuita i dati delle attività che svolgono.

Lessig afferma che senza dubbio la stragrande maggioranza di questi progetti sono estremamente positivi per la democrazia. Ma come al solito non bisogna sottovalutare gli effetti collaterali. Esiste quello che viene chiamato il “lato oscuro” del movimento a favore della trasparenza.

Per far capire di cosa si tratta viene fatto un esempio riguardante la senatrice Hillary Clinton ed il “Bankruptcy Abuse Prevention and Consumer Protection Act.
Lawrence afferma che in quella legge di “consumer protection” c’è ben poco e che fondamentalmente è servita solo ad aiutare la banche.
Il punto è che la legge ha permesso per esempio attraverso l’uso della bancarotta all’industria Benthlehem Steel di liberarsi dall’onere di pagare le pensioni che doveva corrispondere, alla Enron di liberarsi dai pagamenti riguardanti l’energia acquistata, ma non permette in alcun modo di estinguere i debiti delle carte di credito che vengono mantenuti per sempre.

Questo atto venne proposto la prima volta quando Bill Clinton era presidente Americano ma incontrò una fortissima opposizione da parte della allora first lady Hillary Clinton.

Nel 2001 Hillary Clinton, già senatrice anche grazie al supporto economico di 140’000$ da parte dell’industria del credito, vota per ben due volte a favore di quello che solo pochi anni prima aveva fermamente bocciato. La senatrice ha affermato che la scelta non è stata fatta assolutamente per i soldi e che non è certo il tipo da cedere alle pressioni delle lobby.

Lessig afferma che gli crede e dice di avere in mente ben 25 motivi per cui la Hillary senatrice abbia dovuto considerare in maniera differente quest’atto rispetto alla Hillary first lady.
Ma cosa penseranno gli altri sapendo che la scelta è stata fatta dopo aver avuto 140’000$? Ci sarà qualcuno disposto a discutere riguardo alla scelta senza trarre la conclusione che sembra la più ovvia? Questo è il lato oscuro della trasparenza.

Appurato il fatto che negli Stati Uniti le elezioni sono finanziate privatamente, questo genere di dati aumenta a dismisura il cinismo e lo scetticismo nei confronti delle istituzioni.

In California l’88% della popolazione crede che i soldi possano comprare risultati al congresso. Congresso che con la percentuale del 22% ha il più basso tasso di fiducia da parte dei cittadini Americani nella storia. Ed anche questo è un qualcosa di profondamente negativo.

Come al solito spero che l’articolo sia un buono spunto per una discussione costruttiva sui temi trattati.

5 Commenti »

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  • # 1
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    Ci sono contenuti che non possono strutturalmente essere user generated. La mia impressione, e l’ho scritto più volte su queste pagine, è che la rete col fenomeno 2.0 si stia liberando un po’ troppo frettolosamente del ruolo dell'”esperto”, assimilandolo con una grossa dose di ignoranza ed approssimazione, alla crudele figura del gatekeeper culturale.

    Il tutto quando fior di agenzie che si occupano di infiltration e buzz marketing, intasano la rete di contenuti a pagamento che poi finiscono nelle SERP fianco a fianco con il lavoro di professionisti indipendenti e comunque di gente che non è stata pagata per esprimere un parere, che ovviamente non può che essere positivo.

  • # 2
    Emanuele Rampichini (Autore del post)
     scrive: 

    Ci sono contenuti che non possono strutturalmente essere user generated. La mia impressione, e l’ho scritto più volte su queste pagine, è che la rete col fenomeno 2.0 si stia liberando un po’ troppo frettolosamente del ruolo dell’”esperto”, assimilandolo con una grossa dose di ignoranza ed approssimazione, alla crudele figura del gatekeeper culturale.

    In effetti in certi casi quello che dici è vero. Personalmente confido nel fatto che le persone veramente capaci vengano fuori in qualche modo. Magari sono solo uno stupido ma mi piace crederci. ;-)

  • # 3
    Eroes
     scrive: 

    Posto ben di rado qualcosa perchè preferisco leggere, ma il contenuto di questo post è talmente interessante che mi piacerebbe esprimermi; congratulazioni all’autore.
    Non me ne voglia quest’ultimo però, se affermo che la tematica mi sembra sviluppata in modo un tantino superficiale (forse causa mancanza di adeguato spazio per le “colonne” di questo articolo).

    In particolare, il nesso tra la mancanza di fondi relativi al giornalismo di inchiesta ed il tacere in merito a papers sulle ultime guerre combattute dall’esercito Usa mi sembra abbastanza debole. Un editore che insabbia alcuni documenti mi sembra maggiormente succube di un certo potere politico, vuoi per timore vuoi per interessi in gioco, che non impossibilitato a pubblicare per mancanza di denari.
    Anche perchè se l’inchiesta è buona il bravo giornalista (e ce ne sono, sia in Europa che oltreoceano) va avanti, pubblica ed infine capitalizza.

    Per quanto riguarda invece la tematica della trasparenza, nulla da dire: logica stringente. Non mi si era mai palesato il problema della semplificazione delle informazioni sino alla loro banalizzazione, che porta inevitabilmente con sè storture ed errori.
    Vorrei però far notare che forse non è un problema solo del giornalismo, ma di un’intera cultura come quella occidentale. Non osserviamo infatti la stessa cosa in politca, dove slogan populisti e banalizzazione di tematiche invece serie e complesse porta le persone a formare giudizi completamente errati? E per la politica la colpa non può essere certo imputata all’informazione libera e priva di legacci propria dell’online, non trovate? Forse allora il discorso non vale neppure per il caso trattato nell’articolo? ;)

    Ciao!

  • # 4
    Emanuele Rampichini (Autore del post)
     scrive: 

    @eroes
    Prima di tutto ti ringrazio per i complimenti, fanno sempre piacere.

    Non me ne voglia quest’ultimo però, se affermo che la tematica mi sembra sviluppata in modo un tantino superficiale (forse causa mancanza di adeguato spazio per le “colonne” di questo articolo).

    Considera che l’articolo non è nient’altro che un racconto di una piccola parte di una presentazione di una trentina di minuti e che ho volutamente evitato di inserire opinioni personali (da esprimere naturalmente durante la discussione nei commenti) per rimanere quanto più fedele possibile alla fonte.

    In particolare, il nesso tra la mancanza di fondi relativi al giornalismo di inchiesta ed il tacere in merito a papers sulle ultime guerre combattute dall’esercito Usa mi sembra abbastanza debole. Un editore che insabbia alcuni documenti mi sembra maggiormente succube di un certo potere politico, vuoi per timore vuoi per interessi in gioco, che non impossibilitato a pubblicare per mancanza di denari.
    Anche perchè se l’inchiesta è buona il bravo giornalista (e ce ne sono, sia in Europa che oltreoceano) va avanti, pubblica ed infine capitalizza.

    Su questo punto in effetti non concordo pienamente con Lessig. Direi però che la sudditanza al potere politico è spesso data dalla capacità dell’ultimo di spostare gli equilibri economici. Credo che Lessig volesse dire che in un ambito in cui c’è concorrenza spietata da parte del web gli editori cartacei siano in qualche modo obbligati a mettere in secondo piano quel genere di giornalismo che non è facile capitalizzare nell’immediato. E a cascata non avendo più quella forza e autonomia economica di un tempo risultano più timorosi nell’andare contro a chi, come dicevo prima, questi equilibri li può spostare in maniera ancora maggiore. Per come la vedo io è una specie di circolo vizioso che sta portando le grandi testate ad una lenta e progressiva morte economica e di contenuti.

    Vorrei però far notare che forse non è un problema solo del giornalismo, ma di un’intera cultura come quella occidentale. Non osserviamo infatti la stessa cosa in politca, dove slogan populisti e banalizzazione di tematiche invece serie e complesse porta le persone a formare giudizi completamente errati? E per la politica la colpa non può essere certo imputata all’informazione libera e priva di legacci propria dell’online, non trovate? Forse allora il discorso non vale neppure per il caso trattato nell’articolo?

    Come dici tu il problema è in moltissimi campi. Proprio alla luce di questo, nell’ottica di pensare a come rendere il web un posto migliore, non bisogna compiere l’errore di credere che la trasparenza sia la panacea per mali come la banalizzazione e la strumentalizzazione. Io per lo meno l’ho interpretata in questo modo.

    Ti ringrazio per gli ottimi spunti di discussione! ;-)

  • # 5
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    @ Eros
    La semplificazione, se vogliamo la banalizzazione, fa parte del nostro modo di decodificare il mondo che ci circonda. Il problema diventa tanto più cogente quanto più siamo sovraccarichi di informazione.
    Sull’online il problema del sovraccarico trova soluzioni solo parziali e per nulla infallibili.
    Pensiamo alla logica della “reputazione” che sostituisce quella della competenza – un tema trattato spesso su queste pagine (p. es. qui con un po’ di ironia http://www.appuntidigitali.it/4809/linformazione-lopinione-e-il-valore-della-faccia/).
    Pensiamo al ranking nelle SERP, basato su una presupposta “intelligenza della massa” che nessuna scienza ha mai provato, ma che stride con la naturale propensione a spiegazioni semplici per fenomeni anche complessi, che fa parte dei nostri processi cognitivi.

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