di  -  mercoledì 17 marzo 2010

Personalmente, non ho mai potuto soffrire il motto “don’t be evil”. Quando Evan Williams, co-fondatore di Twitter, ha dichiarato su TechCrunch che il “first principle” della sua creatura – chissà che un giorno o l’altro non ne diventi l’orrendo payoff – è “be a force of good” (sii una forza del bene), sono rimasto abbastanza perplesso ma per nulla stupito.

La mia spontanea antipatia per questo genere di uscite deriva da un ragionamento molto rasoterra: l’operazione di rivestire di etica aziende che trimestralmente si confrontano con i bilanci, è piuttosto ambigua, per usare un eufemismo.

Cosa ci si può infatti attendere da un’azienda che dichiara di voler essere una “forza del bene”? Che sia disposta ad adottare atteggiamenti antieconomici pur di perseguire “il bene”? Che sia pronta ad andare incontro al fallimento, all’azzeramento del suo valore azionario, alla vanificazione dell’opportunità di una IPO di successo, pur di servire i nobili principi che declama ai quattro venti? Che non debba confrontare le sue strategie con gli interessi economici degli investitori?

A costo di sembrare cinico, non vedo come la partita doppia possa incontrare l’etica, se non in maniera incidentale. Ci si può dare un codice deontologico, si può operare al di fuori di fronti in cui il conflitto bene-male emerga chiaramente, ma ho qualche difficoltà nell’inquadrare un ente che non operi con espliciti scopi caritatevoli, fra le “forze del bene”.

Contrariamente alla fermezza dei suoi proclami, la stessa Google – che pare intenda cessare le operazioni in Cina – è costretta a muoversi con estrema cautela: non sarà che i buoni sentimenti col business non ci hanno proprio nulla a che vedere?

9 Commenti »

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  • # 1
    Ilruz
     scrive: 

    “Sii una forza del bene” mi mette persino un po’ paura; a tutti i soldati di tutti gli eserciti viene inculcato proprio questo concetto – che loro sono dalla parte del bene, *sono gli altri* che sono dalla parte del male. Brrr.

    “be honest”, l’avrei apprezzato di piu’.

  • # 2
    Tambu
     scrive: 

    anche io odio chi pianta alberi per compensare l’inquinamento. E che dire poi di quei vigliacchi che cercano di fare l’auto a idrogeno spacciandoci la qualità dell’aria come principio primario e che invece pensano solo al vile denaro? ;)

  • # 3
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Tambu
    Io credo che quando si mischiano i sentimenti con la dura legge della partita doppia (o della politica, se preferisci), si attua un’operazione pericolosa e tendenzialmente truffaldina, che cerca di saltare a piè pari la sfera razionale, per attecchire direttamente sull’emotività acritica.

    Riguardo alle auto a idrogeno, nessuno ci perderebbe tempo se non ci fossero lauti finanziamenti in gioco. E per chi pianta alberi, avrei un paio di case study di multinazionali che con una mano piantano alberi e con l’altra fomentano guerre civili, ma preferisco non rischiare lo scalpo…

  • # 4
    Valentino
     scrive: 

    “be a force of good” è decisamente più inquietante come “frist principle” rispetto a “don’t be evil”. Questo “principio” pone immediatamente dalla parte del bene chi dovrebbe essere preposto a farlo rispettare ammettendo meno la possibilità di errore. Al contrario quello di google si pone come obbiettivo di non cercare di far cose deplorevoli in nome del business.
    La differenza è ha mio modo di vedere bella crossa tra i due principi.

    Il business e buoni sentimenti (o almeno un po di etica) qualcuno li dimostra! Infondo cosa avrebbe impedito a google.cn di tacere dell’attacco ai suoi sistemi passare le info che servivano al governo cinese. Cosi sarebbe riuscita a strappare un maggior appoggio da parte del governo locale ed avere un riscontro positivo su un mercato tanto importante; con molta felicità per gli azionisti e senza violare le leggi cinesi a cui google.cn si deve attenere! Poco male se quei ragazzi sarebbero stati probabilmente giustiziati in fondo gli affari sono affari.

  • # 5
    Magilvia
     scrive: 

    Io trovo che “be a force of good” sia effettivamente così spudorato da essere probabilmente una facciata per il contrario. Trovo anche però che sia non solo possibile ma anche moralmente obbligatorio anche per le aziende adottare una politica equa nei limiti del possibile. Ad esempio se si deve scegliere tra guadagnare 100 o guadagnare 80 limitando l’impatto ambientale e/o adottando comportamenti etici.
    Il fatto poi che il 99% delle aziende/persone non lo faccia non è altro che un sintomo dell’avidità e stupidità umana (di chi compra oltre che di chi vende).

  • # 6
    Cesare Di Mauro
     scrive: 

    Quando ci sono interessi di mezzo, non credo ai buoni sentimenti.

    I buoni sentimenti sono una questione strettamente privata.

    Le aziende votate al lucro possono presentarsi con una faccia da buonista, ma è soltanto una farsa, una maschera che indossano all’occorrenza.

    Possibile che soltanto adesso Google si sia fatta uno “scrupolo di coscienza”? Prima non era al corrente dei diritti umani che venivano calpestati in Cina?

    Non prendiamoci in giro. Evidentemente ci sarà stato qualche altro “intoppo” che l’ha infastidita, solo che preferisce riportarlo fuori mascherandolo con un po’ di buonismo.

    Nulla da dire, sia chiaro: è pur sempre una multinazionale che fa i suoi interessi (e quelli degli azionisti).

  • # 7
    mede
     scrive: 

    anche io trovo difficoltà a credere questa strada della bontà come se fosse una setta, tra l’altro cui io dovrei credere a prescindere.
    ma se può essere un modo per dire “non facciamo gli spudorati come microsoft che hanno creato danni enormi utilizzando tecniche di marketing tra le altre cose sleali (oltre che evidentemente scorrette e illegali)” allora può essere positivo perchè sicuramente google e un sito come twitter possono fare soldi anche senza essere scorretti con nessuno.

    è chiaro che poi calcano invece la mano facendo cose scorrette perchè sanno che la multa da pagare non è un problema per le loro tasche, un po’ come quello con la ferrari che la mette in divieto di sosta, il vigile gli fa la multa e lui risponde “tanto paga papà”, come in questa cosa della digitalizzazione dei libri. tuttavia non si può certo dire che non sia un progetto “buono” negli intenti per esempio.

  • # 8
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ mede
    Come scrivo in un pezzo successivo, adesso Twitter si prepara a sbarcare su territorio cinese. Se dovesse piegarsi alla cansura locale, potrebbe ancora annoverarsi fra le “forze del bene”? Direi proprio di no… una ragione in più per non buttarla sui sentimenti.

  • # 9
    mede
     scrive: 

    attenzione che “bene” è un concetto molto relativo, sia dal punto di vista temporale che geografico. valutare con i nostri canoni è un po’ una forzatura, poi con la società perfetta che abbiamo saputo creare direi di fare molta, ma molta, attenzione…

    le società non possono pretendere di portare la cultura del posto da cui provengono e di imporla all’estero. io non accetterei che lo facessero a me, dunque per coerenza dico che è normale che i cinesi impongano certe cose. o si interviene politicamente oppure non è certo google che deve bacchettare. non possiamo sorridere quando “delocaliziamo” e incazzarci quando “loro” non rispettano i diritti dell’uomo

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