di  -  martedì 9 marzo 2010

L’appuntamento di questa settimana con la mia rubrica “Orizzonti Open” lascerà da parte gli articoli strettamente legati alla tecnica e alla tecnologia per portare alla luce una interessante realtà legata al dinamico mondo delle aziende startup.

L’intervista che leggerete oggi nasce dall’idea di proporre un esempio pratico di come le tecnologie a codice aperto possano essere uno strumento fondamentale per l’impresa se comprese in pieno, utilizzate a supporto di buone idee e soprattutto da persone capaci.

Nel caso specifico parlerò di una startup canadese (i tre fondatori sono tutti italiani) ThinkCode.TV che si pone come obbiettivo quello di produrre, come si può leggere nel loro sito, “screencast e corsi di alta qualità, creati da esperti del settore”.

Per farvi capire che in questo caso la definizione di “esperti del settore” non è una vuota autoesaltazione come purtroppo spesso capita farò una piccola presentazione dei tre fondatori del progetto.

Antonio Cangiano lavora come Software Engineer e Technical Evangelist per la IBM, nel Software Lab di Toronto dove viene prodotto il DBMS DB2 Express-C. Antonio è un grande fan dei linguaggi dinamici come Python e Ruby ed ha pubblicato il libro Ruby on Rails for Microsoft Developers (Wrox, 2009) riguardante la programmazione con il framework ruby on rails in ambiente Microsoft.

Marco Beri è prima di tutto un appassionato di programmazione. Grande conoscitore di linguaggi di programmazione e autore di diversi libri in questo contesto. Al suo attivo ci sono tre libri pubblicati da Apogeo riguardanti la programmazione in python (di cui come me è grande supporter) le espressioni regolari e il framework per lo sviluppo web Django.

Piergiuliano Bossi ha accumulato 20 anni di esperienza nello sviluppo software lungo i quali ha potuto toccare molte delle problematiche della “computer science”. Anche lui è un esperto conoscitore di linguaggi come Java, Ruby, C++, C e SQL, ha esperienza in architetture software, design pattern e sviluppo in ottica object oriented. Attualmente è particolarmente interessato alle metodologie e pratiche nate con il Movimento Agile.

Dopo questa doverosa introduzione lasciamo finalmente spazio all’intervista ai tre fondatori:

Come e dove è nata l’idea di ThinkCode.tv?

Antonio: Nonostante ci separino migliaia di chilometri, Marco e io abbiamo discusso per quasi un anno la possibilità di avviare una startup insieme. Abbiamo una grandissima amicizia che ci lega, una passione smisurata per la programmazione e un forte spirito imprenditoriale. Abbinando le tre cose, ci siamo trovati a discutere per ore di possibili idee. Molte di queste sono rimaste nell’Iperuranio, nonostante fossero con ogni probabilità valide (se implementate propriamente). Ma nessuna idea era riuscita a convincerci davvero.
Poi d’improvviso mi è venuta l’idea di poter creare una sorta di casa editrice digitale, che promuovesse materiale educativo per programmatori, principalmente tramite screencast. Ho proposto l’idea a Marco e gli è immediatamente piaciuta molto. Sapevamo a quel punto che saremmo passati finalmente all’attacco.
Il problema fondamentale è stato che era evidente ad entrambi che il carico di lavoro richiesto necessitava di almeno una terza persona. Giuliano è un altro caro amico, residente a Toronto come me. Anche con lui c’erano state alcune chiacchierate circa possibili idee e startup. Conoscendo la sua professionalità, precisione, e abilità nel campo della programmazione, ho deciso di proporgli la cosa, col beneplacito di Marco. Anche lui ha reagito con entusiasmo sin da subito.
Ed è così che è iniziato un lungo percorso durato alcuni mesi, prima del lancio italiano avvenuto il 9 novembre dell’anno scorso.

Quanto è stato complesso passare dall’una idea alla realizzazione vera e propria?

Antonio: L’ostacolo principale è stato, ed è tuttora, il nostro carico di lavoro al di fuori di ThinkCode Labs, Inc.. Siamo tutti e tre molto impegnati professionalmente e con le rispettive famiglie, per cui il tempo a disposizione da dedicare a ThinkCode.TV è abbastanza limitato per il momento.
Al di là della questione tempo e risorse, il passaggio dall’idea alla realizzazione è stato abbastanza complesso, perché ci sono migliaia di dettagli da curare e siamo tutti e tre affetti da un certo perfezionismo. Il nostro approccio è stato però sin dall’inizio piuttosto pragmatico e abbiamo dato la priorità assoluta a lanciare appena possibile, e iterare giorno per giorno, per migliorare la nostra offerta. Non ho dubbi che questo approccio Agile e di rinuncia alla perfezione, ha garantito alla nostra startup il suo successo iniziale.
Direi anche che il processo di implementazione dell’idea ci ha permesso di ridefinire meglio l’idea stessa, e inquadrare più precisamente quali sono gli obiettivi immediati e quali saranno invece relegati a piani a medio e lungo termine.

Perchè avete scelto di fondare la vostra startup in Canada e non in Italia?

Giuliano: Beh, la motivazione principale è che i 2/3 dei soci di ThinkCode Labs Inc. risiedono in Canada, per cui è risultato più semplice fare così che non il contrario. Da non trascurare poi che è più facile aggredire il mercato nord-americano con una presenza non solo simbolica in Canada, piuttosto che in Italia. Non dimentichiamoci che il bersaglio grosso è e rimane quello. In ultimo, potremmo iniziare a lamentarci della burocrazia italiana in termini di lentezza e costi, ma sarebbe una risposta banale, meglio soprassedere. :)

La vostra scelta di distribuire contenuti senza DRM mi fa pensare ad una vignetta in cui mi sono imbattuto pochi giorni fa:
DRM
avete valutato almeno in partenza la possibilità di fornire materiale protetto da DRM, e se si perchè avete scartato questa ipotesi?

Antonio: L’idea di fornire i contenuti protetti da DRM è stata scartata a priori. Siamo tutti e tre fondamentalmente contrari all’idea di penalizzare clienti legittimi, per cercare di limitare l’accesso a persone che non avrebbero comunque acquistato i frutti del nostro lavoro.
Come per la vignetta che citi, il modo migliore per combattere il problema della pirateria informatica non è di rendere la vita difficile a chi ti fa l’onore di pagare per i tuoi contenuti. L’approccio più giusto è quello di rendere l’offerta quanto più appetibile possibile, rispetto all’alternativa “gratuita”. Ad esempio, il dialogo diretto con l’autore e gli aggiornamenti il giorno stesso che vengono rilasciati, sono disponibili solamente a chi acquista legittimamente nel nostro caso.
Rilasciare video privi di DRM garantisce ai nostri clienti la massima comodità e libertà nella fruizione del materiale acquistato. I furbi ci saranno sempre, ma ci auguriamo che i prezzi abbordabili e le nostre policy customer-friendly mantengano oneste le persone oneste.
Se dovessimo notare che il livello di pirateria è tale da rendere la produzione dei video non soddisfacente dal punto di vista economico, riconsidereremmo, nostro malgrado, questa scelta. Dubito che sarà mai il caso, da quanto appurato finora.

Che ruolo hanno le tecnologie a codice aperto nel vostro lavoro?

Marco: La risposta a questa domanda è abbastanza scontata: un ruolo enorme. Per il sito abbiamo usato Rails; in futuro non escludiamo l’ipotesi di passare a Django (sono uno contro due per cui sono fortunato: sto alla finestra per ora :-) )
Per scriptare parte delle operazioni abbiamo usato Python.
Come database abbiamo scelto MySql (il passaggio a Postgresql è la prima cosa che faremo non appena avremo un pizzico di tempo libero, ah ah ah!).
La parte dove abbiamo purtroppo dovuto cedere a software non Open Source è sulla registrazione degli screencast: in questo caso i prodotti proprietari fanno indiscutibilmente risparmiare molto tempo a chi, come me, non riesce a fare tutto giusto al primo colpo e in presa diretta. Per la verità non ci riesco nemmeno al secondo e spesso neanche al terzo tentativo… :-P )

Come stanno andando gli affari? :P

Marco: Le nostre aspettative sul mercato italiano non erano altissime e i risultati sono stati comunque soddisfacenti. La sorpresa del vedere arrivare i primi ordini appena aperto il sito rimane una bella sensazione che ricorderemo a lungo. Ben altre attese sono invece riposte nel mercato in lingua inglese, con una potenziale base di clientela praticamente universale. Vedremo! Intanto fatemi andare con il mio jet personale a lavare i vetri al semaforo… :-)

Che consigli vi sentireste di dare a chi ha intenzione di iniziare una esperienza come la vostra?

Giuliano: Il primo consiglio riguarda la validazione dell’idea sul mercato: si fa un gran parlare di Lean Statup e a buon ragione. L’obiettivo di ogni fondatore di startup dovrebbe essere quello di portare sul mercato le proprie idee nel minor tempo possibile, magari anche in condizioni non ottimali, con un prodotto non ancora finito, ma che costituisce un valore per qualche potenziale cliente. Il valore che deriva dal feedback del mercato è inestimabile. Ad esempio, come abbiamo raccontato anche in un post sul nostro blog a una settimana dal lancio, le nostre ridicole previsioni di vendita iniziale sono state spazzate via in un baleno. E una volta in ballo, bisogna ballare, non ci sono più scuse. Nelle mie vite professionali precedenti ho visto startup perdersi per anni dietro a potenziali clienti senza riuscire a concretizzare neanche un dollaro (o un euro) di revenue. Se non siete Amazon e non avete astronomici capitali di investimento alle spalle, passare per il mercato è la vostra unica speranza. Pensando alla situazione del Venture Capital in Italia mi sento di poter dire che forse è l’unica speranza.
Un altro aspetto importante riguarda i clienti. Avuto feedback dal mercato, è fondamentale usarlo e nel minor tempo possibile. Sia che uno abbia un prodotto retail, come noi, o corporate, come un servizio, è importante prendere i clienti e metterli al centro della propria strategia. Ciò significa dedicarvi cure e attenzioni, dagli early adopters agli ultimi clienti casuali che si sono imbattuti nella vostra azienda.
Il che mi collega all’ultimo punto: come dice Seth Godin, il marketing è troppo importante per essere lasciato in mano alla divisione marketing. Se sei una startup nessuno ti conosce, o quasi. È importante costruirsi una reputazione e una credibilità. È fondamentale sviluppare poco per volta il proprio brand, in special modo nel mondo retail. Uno può avere il prodotto migliore del mondo, ma se nessuno ti conosce è come non esistere.

L’intervista si chiude qui. Colgo l’occasione per ringraziare sentitamente Antonio, Marco e Giuliano per aver trovato il tempo di rispondere alle mie domande e li invito (compatibilmente ai loro impegni che da come avete letto non sono pochi) a partecipare alla discussione che spero possa nascere da questo articolo.

13 Commenti »

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  • # 1
    Cesare Di Mauro
     scrive: 

    Il software è solo uno strumento. Non conta che sia open, closed, libero, a pagamento: l’importante è che sia utile per risolvere i nostri problemi.

    Come dimostra anche questo caso.

  • # 2
    Emanuele Rampichini (Autore del post)
     scrive: 

    @Cesare
    Concordo in pieno, ed è proprio quello che volevo trasmettere nell’articolo. In base alle esigenze si scelgono le tecnologie più adatte. Ci possono (e devono aggiungerei) essere preferenze per una soluzione rispetto ad un altra ma non si deve fare mai l’errore di confondere il fine con il mezzo.

  • # 3
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    Beh quella di ritenere un valore il software libero è dopotutto una scelta rispettabile, paragonabile a quella di chi promuove una visione proprietaria basata su copyright, brevetti, DRM. Come sempre sono gli eccessi ideologici e antistorici il problema, da qualunque parte provengano. E scusate l’OT :-D

  • # 4
    Dario Solera
     scrive: 

    Congratulazioni per i risultati raggiunti.

    Mi rendo conto che è chiaramente più pratico avere la sede legale in Canada, però… mi piacerebbe che più startup tecnologiche fossero totalmente Italiane, dalle persone alla sede legale. Noi abbiamo fatto questa scelta, ovviamente la burocrazia ha un peso non indifferente, però sono ancora convinto che sia più giusto fare così.

  • # 5
    Emanuele Rampichini (Autore del post)
     scrive: 

    @Alessio
    Ciascun indivuduo ha ovviamente valori e priorità diverse. L’importante è vivere tranquillamente e portare avanti le proprie convinzioni senza vedere in chi la pensa diversamente “il nemico”.

    @Dario Solera

    sono ancora convinto che sia più giusto fare così.

    C’è da dire che due su tre fondatori da come è anche scritto vivono e lavorano in Canada. Inoltre il loro mercato principale punta ad essere quello Nord Americano. Comunque non voglio fare il loro avvocato e visto che so che seguono da vicino i commenti dell’articolo magari loro possono spiegare meglio cosa pensano a riguardo.

  • # 6
    beata ingenuita...
     scrive: 

    Ho dato un occhio per curiosita e tra muli e torrenti si trova gia tutto, e c’è pure gente che scarica a manetta.
    Fra poco metteranno anche uno zippone con tutti i video e chi vuole si scarica in un attimo tutto il lavoro.
    Dopo se li denunciate dicono pure che violate la loro privacy.

    Cosa volete fidarvi dell’onesta della gente.. sti qua vedono il video e pensano “bello questo, aspetta che me lo scarico da emule” e non li passa neanche per la testa di tirare fuori i soldi!

    L’unica soluzione è spingere per un uso universale di DRM trasparenti e semplici che non romapno agli utenti onesti.

  • # 7
    Gianluigi Biancucci
     scrive: 

    Sono contento di vedere un azienda con una base fortemente italiana che sia riuscita a contraddistinguersi ed a farsi spazio in un mercato importante. Anche se la sede non è in italia, penso che la scelta di Marco Antonio e Giuliano di spostarsi in Canada sia stata una scelta vincente ma anche obbligata sotto molto punti di vista (burocrazia italiana e mission aziendali in primis).

    Concordo con Cesare quando dice che il software è solo uno strumento, non conta che sia open o closed. Però d’altra parte bisogna ammettere che , come in questo caso, se si decide di avviare una startup , conoscere, comprendere a fondo, saper utilizzare e all’occorrenza modificare software open rappresenta un valore di fondo in piu’, consente all’azienda di svilupparsi piu’ velocemente e di tagliare incenti costi fissi(spesso dovuti alle licenze).

    Una frase che vorrei sottolineare, e che penso sia la piu’ importante dell’articolo è questa:

    “Siamo tutti e tre fondamentalmente contrari all’idea di penalizzare clienti legittimi, per cercare di limitare l’accesso a persone che non avrebbero comunque acquistato i frutti del nostro lavoro.[…] il modo migliore per combattere il problema della pirateria informatica non è di rendere la vita difficile a chi ti fa l’onore di pagare per i tuoi contenuti. L’approccio più giusto è quello di rendere l’offerta quanto più appetibile possibile, rispetto all’alternativa “gratuita””.

    E’ importante sottolineare che rispetto ai ragionamenti , consentitemi, “da bar”, che spesso si leggono online, i mancati introiti di aziende che distribuiscono software closed, non derivano necessariamente dai “pirati” che per la maggior parte non avrebbero cmq acquistato il software.
    L’idea giusta è proprio quella di differenziare l’offerta, aggiungendo delle alternative “uniche” disponibili solo a chi ha acquistato il software: in questo caso la possibilità di parlare con gli sviluppatori, e ricevere aggiornamenti piu’ repentinamente.

    Concludo facendo i complimenti ad emanuele per l’ottimo articolo ;)

    Saluti
    Gianluigi

  • # 8
    beata ingenuita...
     scrive: 

    Il discorso da bar è dire che scaricano illegalmente solo coloro che non sono realmente interesati e che non comprerebbero in ogni caso, mentre quelli veramente interessati comunque pagano.
    Questa teoria non è assolutamente dimostrata ed è priva di ogni logica, motivo per cui trovo oltremodo fastidiosa la saccenza con cui certi la espongono.

    Certo che ci sono anche quelli che scaricano solo perche c’è la possibilità ma se non potessero piu farlo non comprerebbero lo stesso e quindi non sono un mancato introito, ma quanti credete che siano?

    State sicuri che per ogni screencast che vendono ce ne sono decine che l’hanno guardato senza pagarlo, e di questi una buona fetta se non avesse potuto scaricarlo l’avrebbe pagato.

  • # 9
    beata ingenuita...
     scrive: 

    Poi ci sono quelli che dicono che la cultura e la conoscenza devono essere liberi e accessibili a tutti per cui comprano lo screencast che gli interessa e lo salvano direttamente nella cartella condivisa di emule, pensando anche di fare una cosa giusta per l’umanita.

  • # 10
    Emanuele Rampichini (Autore del post)
     scrive: 

    @beata ingenuità…
    Sinceramente non vedo quale è il punto dei tuoi interventi. La scelta di fornire materiale privo da DRM è stata motivata in maniera abbastanza chiara nell’intervista e personalmente la trovo molto condivisibile. Tra le altre cose ad avere una visione del genere non sono solo degli “ingenui” visto che un modello simile è utilizzato dalla Apple con iTunes che permette ormai da tempo di acquistare file musicali privi di restizioni di sorta.

  • # 11
    Luca
     scrive: 

    dei professionisti italiani realizzano una start-up web rivolta al mercato internazionale nel campo dell’educazione e dell’editoria digitale

    e…

    i commenti si concentrano su una inutile polemica da bar sport tra open Vs commerciale, DRM si o no.

    questo quadro mette ancora piú in risalto l’aspetto innovativo dell’iniziativa e la possibilitá che il successo di questa start-up puo creare un precedente, un esempio che puo cambiare le sorti del mercarto informatico in italia.

  • # 12
    Cesare Di Mauro
     scrive: 

    Evidentemente non hai letto bene l’articolo, a cominciare dal titolo…

  • # 13
    Emanuele Rampichini (Autore del post)
     scrive: 

    @Luca
    Sinceramente spero anche io che la loro esperienza possa tracciare in qualche modo una strada per chi avrò voglia in futuro di affrontare un percorso complesso come quello della nascita di una azienda che va a competere direttamente nel mercato mondiale.

    Piccolo OT:
    Partiamo dal presupposto che ogni argomento ha diverse chiavi di lettura e che la sensibilità delle persone si differenzia rispetto alle possibili tematiche. Mi sembra perfettamente normale (e aggiungerei giusto) che qualcuno faccia commenti su argomenti che comunque sono stati toccati nell’intervista.

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