di  -  lunedì 21 gennaio 2008

Il web2.0, che qualcuno si ostina ancora a sostenere che non esista, o che sia solo una buzz word, produce effetti concreti per la realtà. Sarei curioso di sapere chi, tra i cosiddetti “cittadini digitali”, non abbia mai inserito i propri dati su un social network: Flickr, Linkedin, Youtube, Facebook, ma anche altri servizi, come Gmail, Twitter, ecc..

Bene, ma chi è il legittimo proprietario di quei dati? La risposta potrebbe sembrare ovvia, i dati sono miei, perché li ho inseriti io e si riferiscono a me, i miei contatti, le mie foto, ecc..
Ok, allora provate a cancellare il vostro account da un social network a vostra scelta portandovi dietro le informazioni in esso archiviate. Vi renderete presto conto che forse non avete letto proprio fino in fondo i Terms of use dei vari siti.

Non affannatevi, ci ha provato un certo Robert Scoble, non esattamente un pinco pallino qualunque; Facebook gli ha prima disattivato, poi glielo ha ripristinato.
Si, ma lui è Scoble, ha scatenato un putiferio di reazioni la disattivazione del suo account. Non provateci voi, se non avete svariate migliaia di fedeli lettori: “don’t try this at home”, come dicono i Wrestlers.

Ma lasciamo perdere Scoble, che ha i suoi bravi interessi a sollevare anche altre questioni. Restiamo ai nostri problemi di comuni mortali; ora che sappiamo che c’è il rischio di non poter più controllare i nostri dati, la nostra identità digitale, cosa fare?

Cominciamo con il capire meglio cosa sia dataportability.org, ecco un video di presentazione:

Se qualcuno avesse in mente di lamentarsi del fatto che il video sia in inglese, lo rimando, non a settembre, ma al fin troppo indulgente articolo di Francesco.

Personalmente ho intenzione di offrire tutto il mio sostegno all’iniziativa di dataportability.org, per due classi di motivi:

  1. innanzitutto ritengo un diritto sacrosanto per ogni utente di poter gestire i propri dati secondo le proprie esigenze, anche spostandoli da un network ad un altro, se così mi vien voglia di fare;
  2. in secondo luogo perché sono convinto che la data portability potrebbe aprire nuove frontiere per l’utilizzo dei servizi nella società digitale, per un web ed una vita reale, sempre più integrata.

Fatte salve le questioni legate alla privacy, oggi è avvertita fortemente, da più parti, l’esigenza di poter (ri)aggregare la propria identità digitale, frammentata su più siti, più social network. La portabilità dei dati renderebbe tutto questo molto più semplice.

Ah, la buona notizia è che anche Plaxo, Google e Facebook hanno deciso di aderire al progetto di dataportability.

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