di  -  venerdì 11 dicembre 2009

psedithueL’intervento della scorsa settimana a firma di Alessandro mi ha dato il la per proporvi un’elucubrazione (non potendo usare termini meno eleganti e più prosaici) che coltivo da qualche tempo. Iniziamo da una premessa rigorosa: il significato di fotografia è scrivere con la luce.

Tutto ciò che vediamo non è altro che, in maniera molto poco romantica, una porzione della radiazione luminosa che viene riflessa dai corpi che da essa vengono colpiti. Macchina fotografica e luce stanno al fotografo come pennino e inchiostro stanno allo scrittore. E’ compito del fotografo, mediante tecnica, fantasia e sensibilità, utilizzare questi strumenti per comunicare.

Ma fino a che punto si comunica mediante la fotografia e quando si inizia a comunicare mediante un’altra forma d’arte?

La prendo larga: al di la della “battaglia dei megapixel” o dei “lati oscuri della tecnologia” di cui parlava Alessandro, l’avvento del digitale nell’ambito fotografico ha avuto sicuramente almeno un pregio: ha permesso a molte più persone di avvicinarsi alla fotografia in senso stretto, in quanto semplifica enormemente una serie di operazioni per le quali fino a non moltissimi anni fa era necessario disporre di attrezzatura e spazi non alla portata di tutti.

Sto parlando, ad esempio, di tutto ciò che è definibile come sviluppo in camera chiara (cioè le operazioni necessarie allo sviluppo dei file RAW), che si contrappone al tradizionale sviluppo in camera oscura: ora è sufficiente disporre di un comune PC, qualche anno fa era necessario allestire un locale atto allo scopo, con pesanti tendoni su porte e finestre, vaschette ricolme di opportune soluzioni chimiche e via discorrendo.

Lo sviluppo in camera chiara, tuttavia, tende sempre più facilmente ad ibridarsi con operazioni che poco hanno a che vedere con lo sviluppo in senso stretto, ma che si avvicinano molto a ciò che rientra nell’ambito del fotoritocco, pur senza arrivare agli eccessi del mondo pubblicitario.

La mia elucubrazione nasce da un esperimento che ho condotto con alcuni amici, loro insaputa. Tra una serie di fotografie casuali ho mostrato loro un’immagine realizzata partendo da una foto un po’ piatta a livello compositivo, ma ritoccata enfatizzando tonalità e colori in maniera piuttosto ruffiana, alterando anche di parecchio l’immagine di partenza. Il risultato? In molti, vedendo questa immagine, esclamano: “Ma che bella foto!”

Siamo sicuri si tratti ancora di una fotografia, intesa in senso stretto? Certo, la base è pur sempre una foto, ma il risultato è qualcosa di profondamente diverso. Il che non è necessariamente qualcosa di spregevole o negativo, ma talvolta accade che questo risultato sia ottenuto in maniera forse inconsapevole, andando in ultima analisi a “tradire” il fruitore dell’opera.

Oppure, molto più spesso, si tratta del frutto di una approccio che scaturisce da uno dei tanti vantaggi della fotografia digitale, la possibilità di riparare facilmente gli errori commessi in fase di scatto: “scatto come mi pare, tanto poi le posso ritoccare”. Ma, in questo caso, che cosa si vuole davvero comunicare?

14 Commenti »

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  • # 1
    Gas
     scrive: 

    La risposta alla tua domanda temo sia “dipende”:
    Una foto con i colori un po piatti che vengono un po ravvivati e’ un discorso (in genere le foto con colori piatti vengono da un errore durante lo scatto e raramente da “realta’ ” con colori piatti.. quella non la vuole fotografare nessuno ;-) ), la foto ritoccata con PS a cui aggiungi particolari, ne togli altri, modifiche le forme ecc e tutt’altra cosa.

    Mentre IMHO nel primo caso si tratta ancora di fotografia in senso stretto, la seconda e’, nella migliore delle ipotesi, arte (nella peggiore truffa ;-) ), e probabilmente non identificabile come fotografia.

    Il confine tra i due aspetti e molto sottile e probabilmente ambiguo, ma ritengo sia una differenza non da poco.

  • # 2
    Giorgio
     scrive: 

    Tutto è in fuzione del significato che diamo alla parola ‘comunicare’.
    La fotografia, come dici, è ‘scrivere con la luce’, per comunicare qualcosa che ha colpito il nostro sguardo, la nostra sensibilità. E come comunico? Esibendo il risultato del mio scatto, nudo e crudo se questa è la mia visione della realtà, oppure ricorrendo ad elaborazioni (in camera oscura o camera chiara) che adattino di più la realtà che voglio comunicare alla MIA visione della realtà. I ‘sandwich’ con le diapositive, le ore in camera oscura per ottenere un negativo con determinati contrasti oppure le maschere da applicare al negativo non erano altro che le attuali elaborazioni con PS, solo ‘leggermente’ più laboriose. Ed anche allora il confine fra foto in senso stretto (scatta e mostra) ed elaborazione più o meno artistica era molto labile. Oggi PS consente di ‘espandere’ la percezione della realtà, fermo restando che qualsiasi purista potrebbe storcere il naso di fronte ai risultati ottenuti, però il fine è raggiunto: comunico – nel bene o nel male – la MIA personalissima percezione della realtà, che ottiene consensi da parte di quanti hanno una visione che si avvicina al mio modo di vedere. Ovvio, la foto non è più il punto d’arrivo ma il punto di partenza, l’esposimetro ed il cavalletto diventano oggetti alieni, lo stesso significato di ‘fotografia’ dovrebbe cambiare, sulla base di quello che è diventata attualemente. E’ forse questo che ci trae in inganno: la fotografia, intesa come ‘scrivere con la luce’, è diventata qualcos’altro. Cosa, ancora non si sa…

  • # 3
    nucci
     scrive: 

    Ho avuto a che fare molte volte con questo dibattito, quindi ormai mi sono fatto una certa esperienza!
    Il punto centrale è che la fotografia analogia è una cosa e quella digitale un’altra.
    Con il digitale non è possibile ricavare immagini o video che non hanno bisogno di post-produzione. Questo perchè abbiamo a che fare con un dispostivo che interpola la realtà e ci fornisce delle informazioni più o meno affidabili.
    Se, quindi, vogliamo realizzare delle fotografie corrette non possiamo non utilizzare gli strumenti di post-produzione, che nella maggior parte dei casi digitalizzano quello che una volta si faceva durante il processo di stampa.
    Anche ai tempi delle macchine analogiche una fotografia veniva completamente stravolta nel processo di sviluppo e stampa, soltanto che questo richiedeva non solo un ottima tecnica ma anche una grande manualità, il che rendeva la procedura fattibile solo per i professionisti del settore.
    Oggi per ottenere buoni risultati è richiesta soltanto una discreta tecnica nell’utilizzo di photoshop/lightroom e simili, il che ha permesso a molte più persone di appassionarsi e praticare questo mestiere, ma questo non vuol dire che la fotografia con il digitale ha perso il suo valore!

  • # 4
    Davide
     scrive: 

    Diciamo che io la post-produzione la vedrei + che altro solo per la correzione di difetti minimi nello scatto (macchie o aloni dovuti a polvere o riflessi, oppure colori/lumininosità e contrasto smorti rispetto al panorama originale) e non al ritocco pesante! Ho visto fotografi bravi che tolgono pali della luce, rami o quant’altro pur di avere foto da poster! Ritoccare la luce tipo HDR! Questo non mi piace! Non è + fotografia, ma diventa Matte-painting! La foto deve rispecchiare ciò che l’occhio vede, non un panorama fantastico o irreale, per quello esiste appunto il Matte-painting. Se sei un bravo fotografo non ti serve ne Photoshop e usi il pc solo come archivio digitale.
    ;-)

  • # 5
    gnubbo
     scrive: 

    @Davide.
    sbagli, se con uno strumento digitale gratuito tipo Gimp posso ottenere un effetto che mi costerebbe 5000 euro per un ottica ad hoc.. diciamo che i discorsi che fai tu sono quelli classici delle lobbies e chiudamola li :D

  • # 6
    Vittorio
     scrive: 

    Alcune note e spunti di riflessione:

    1) Nel momento in cui si fotografa scegliendo la macchina fotografica, l’obbiettivo, l’apertura del diaframma, la distanza dal soggetto, il tipo di luce e altro si da già una personalissima interpretazione e lettura della realtà, che non necessariamente corrisponde a quello che è il soggetto “vero”. Un esempio? Un buon ritrattista sa come rendere “ovale” il volto di persone che non lo hanno, facendole sembrare più gradevoli scegliendo un obbiettivo un punto di ripresa specifico.

    2) Prova a prendere un vecchio libro di camera oscura: molti si sorprenderanno nel constatare che praticamente tutto quello che si fa oggi, anche ritocchi piuttosto pesanti e “innaturali”, si potevano fare già tempo fa, molto prima del digitale. Oggi è tutto più veloce e alla portata, anche per come si diffondono rapidamente tecniche e tutorial grazie a internet, ma di veramente “inconcepibile” per un fotografo esperto di analogico non c’è molto.

    3) Personalmente penso che il digitale e l’analogico abbiano sempre e comunque bisogno di un processo di sviluppo dell’immagine: prima si scegliava come trattare la pellicola, oggi si lavora il RAW, con più possibilità magari. Per non parlare della foto su carta: ci sono milioni di possibili combinazioni per l’analogico come per il digitale.

  • # 7
    manublade
     scrive: 

    @Daniele
    ciao, in linea di principio sono d’accordo con te.
    Ma l’hdr se usato con intelligenza può aiutare a mostrare in foto quello che l’occhio meglio percepisce. E’ molto difficile avere una latitudine di posa tale da non bruciare, ad esempio, un cielo in una giornata grigia e quindi con i soggetti in ombra.
    Quindi usare l’hdr per avere un cielo più reale non la vedo come una cosa negativa.
    Certo che se si usa l’hdr per avere risultati irreali la pensiamo allo stesso modo, ad esempio http://www.hdrsoft.com/gallery/gallery.php?id=19&gid=0 Qui si parte da una foto per ottenere una cosa diversa…

  • # 8
    manublade
     scrive: 

    ops… volevo indirizzare il mio commento a Davide ovviamente.

  • # 9
    Andrea
     scrive: 

    Piccole modifiche nell’ambito della fotografia ci stanno, venivano fatte allo sviluppo della pellicola, vengono fatte anche oggi. Si tratta, per quel che riguarda la fotografia “vera”, di piccoli ritocchi anche perchè è facile migliorare una buona foto ed invece non è per niente facile migliorare una foto mal riuscita.

  • # 10
    Alè
     scrive: 

    Ci sono sempre stati i ritocchi.Solo che adesso potendolo fare chiunque è balzato alla cronaca.
    Facevamo gli stessi lavori attuali in un laboratorio AGFA nel 79.
    Solo che per fare ciò che facciamo ora in 10 minuti occorrevano 4-5 giorni. :D

  • # 11
    manublade
     scrive: 

    @Ale
    Nessuno mette in dubbio che i ritocchi ci sono sempre stati e la questione posta dal blog c’è sempre stata anche lei, solo che come hai detto anche tu ora li può fare chiunque e questo riporta la questione alla ribalta.
    A volte anche io faccio dei ritocchi, ma è una cosa che distinguo dalla normale foto, è un’altra arte. Come lo era quella di chi prese delle foto vere e ci dipinse sopra.

  • # 12
    Eleonora Presani
     scrive: 

    Beh, alla fine dipende da qual è il tuo scopo: è fare una fotografia o è fare un’opera d’arte? Se vuoi comunicare, non importa come, vuoi esprimere quello che senti, e il fotoritocco ti permette di farlo, non vedo cosa ci sia di male. è una forma d’arte diversa dalla fotografia, ma non per questo meno valida. Condannarla sarebbe come condannare Picasso perché non rappresenta correttamente la realtà….

  • # 13
    eru
     scrive: 

    La fotografia è sempre stata composta da cattura e sviluppo, mentre l’analogico perdonava molto meno il digitale è molto più indulgente. Ansel Adams era un mago della foto, ma era proprio un Dio della camera oscura, le sue stampe sono frutto di maschere e contromaschere che sembrano un puzzle eppure nessuno si sognerebbe di dire che sta ingannando il fruitore dell’immagine. Ci sono molti tipi di fotografia, tutti degni, soltanto che in alcuni la perfezione esecutiva, la perfezione dei passaggi tonali, la nitidezza ecc. hanno un gran peso, in altre meno. Essere bravi in camera chiara non vuol dire essere dei truffatori, vuol dire solo essere bravi, perchè di foto ben post-processate in giro non se ne vedono molte anche se è molto più facile di quando ci si bagnava le mani negli acidi.
    Mi sento molto più ingannato quando vedo brutte foto, non ritoccate magari, ma inequivocabilmente brutte, spacciate per foto “concettuali” (stesso discorso per una certa arte), rispetto ad un bel paesaggio con curve e livelli ben aggiustati per rendere l’immagine piacevole.

  • # 14
    Riccardo Tartaro
     scrive: 

    L’opera di un artista termina solo quando l’artista decide di esibirla. Visto che la fotografia viene realizzata almeno in due fasi distinte, non comprendo perch… Mostra tuttoé si debba negare all’artista la possibilità di terminare la sua opera, travasando su questa tutte le \informazioni\ che desiderava mettere in evidenza, utilizzando la propria capacità espressiva e gli strumenti che gli sono messi a disposizione. La macchina fotografica è uno strumento, ne più ne meno di quanto lo è un computer o una telecamera.
    La fotografia non è esprimibile come la \purezza assoluta di un unico gesto\ , o la riproduzione fedele ed incontaminata di una \realtà\, anzi, spesso è proprio il contrario. L’artista fotografo, ti regala la \sua\ visione della realtà e non la realtà stessa. Se non fosse così sarebbe sempre e soltanto una forma cronistica di rappresentare ciò che ci circonda. Inoltre chi fotografa effettua un atto creativo e vorrei sapere perché tale atto creativo deve essere limitato soltanto al momento del \Click\. Per finire, se accettiamo un fatto risaputo, ovvero che le macchine fotografiche non sono capaci di cogliere la realtà così come questa si manifesta e neppure come questa si manifesta agli occhi di un uomo, dobbiamo dare per scontato che la realtà incontaminata nel supporto fotografico non esiste; giusto come esempio, il range dinamico in natura è circa 1:100.000, l’uomo è capace di cogliere un range dinamico di 1:10.000 ed una macchina fotografica solo 1:400, mentre una fotografia ben stampata ed illuminata solo 1:80. L’HDR è nato proprio per consentire al fotografo di rappresentare un range dinamico maggiore di quello accessibile alla macchina fotografica.
    Togliere dignità alla fase di “editing” considerandola sempre e solo una componente artificiosa dell’atto creativo è un errore grossolano. Si può disquisire sul fatto che la creazione ottenuta sia in grado di comunicare emozioni o no, che sia esteticamente gradevole o no, etc.. ma non si può bloccare la mano dell’artista a metà dell’opera. Io ad esempio, delle volte riprendo delle scene, pensando già alla fase di editing delle stesse, sapendo cioè che ciò che desideravo rappresentare, la macchina fotografica non era in grado di restituirlo.

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