di  -  venerdì 23 ottobre 2009

Sembra paradossale che stia scrivendo un articolo dedicato alla mancanza di informazione in rete. Internet: il mezzo di libero scambio di notizie e idee vede una grave crisi del settore editoriale, grande, piccolo o “nano” che sia.

Non è un caso che l’editoria e le questioni economiche legate intorno ad essa siano state trattate molto spesso anche qui su Appunti Digitali. Si cercano soluzioni nuove, cercando nuovi format da legare a nuovi metodi remunerativi, magari basati sul pay per view e forse, nonostante tutte le riserve, potrebbe essere l’unica strada per la sopravvivenza del settore.

Spesso ho visto dare la colpa alla crisi economica mondiale che scoraggia gli inserzionisti, eppure c’è un altro dato che influenza in modo marcatamente negativo. Poiché ogni testata e ogni editore ne è una diretta vittima, nessuno ne parla, ma dato che in questa sede ci piace essere scaltri ve lo dico subito: Gli accessi di tutta l’editoria online sono dimezzati, per chi è andata bene si intende.

Non si è salvato nessuno, grandi quotidiani, stampa specialistica di ogni settore, grandi network di blog e la nanoeditoria, quella vera.

Se parliamo di soldi, possiamo tirare in ballo la crisi con facilità, ma in un ambito in cui i contenuti sono praticamente sempre gratuiti, che fine hanno fatto gli utenti?

Già, dove sono tutti? È incredibile che la circolazione di informazioni in rete stia rallentando e non perché non si ha la possibilità di scrivere, ma piuttosto perché non c’è più nessuno che legge.

Osservando le statistiche degli accessi di siti grandi e piccoli, vecchi e nuovi, al di là delle vicende particolari di ogni progetto editoriale, un segno si può notare in tutti i grafici, come un’impronta nel fango.
L’editoria online è piombata in una fase di vacche magre nel momento in cui è esplosa la popolarità di Facebook e Twitter.

Questi servizi hanno indubbiamente cambiato le abitudini di milioni di persone, tra perplessità e entusiasmi.
Attendo ancora che qualcuno riesca a spiegarmi l’utilità di Twitter e i suoi 140 caratteri di niente, mentre avevo speso belle parole inizialmente per Facebook, salvo poi rimanere sempre più deluso, ad ogni sua evoluzione.
Nulla da eccepire ai concetti che sono alla base del social networking, ma tanto ci sarebbe da discutere su come questi vengono applicati. La diffusione capillare dell’uso del pc non è passata soltanto per la copertura di aree via via sempre più vaste con la banda larga, ma anche attraverso la creazione di servizi capaci di attrarre un numero sempre più vasto di persone, ma è ormai universalmente assodato che per fare grandi numeri bisogna scendere a compromessi con un certo tipo di qualità.

Una volta trovata la strada giusta gli utenti hanno fatto tutto da soli, un po’ perché è più semplice trovarsi in un servizio a cui sono tutti iscritti, un po’ perché vendersi senza pudore è ormai una pratica consolidata e accettata che necessita la propria presenza nei luoghi affollati.

Il risultato di tutto questo è un mare caotico di messaggi pressoché privi di significato, che non originano mai un confronto e che si perdono in un nulla talmente denso da non riuscire più a ritrovare nemmeno quello che noi stessi avevamo scritto. Tutto questo però richiede tempo e (se così si può dire) dedizione, così nei buchi liberi che una volta utilizzavamo per andare a leggere le ultime notizie su Repubblica o sul Corriere o nei blog tematici oggi lo trascorriamo, almeno in parte, ad assecondare la logica del twittering, che mette da parte gli editori, ora senza gli introiti di un tempo e dall’altra gli utenti che sono meno informati che in passato.

La cosa “divertente”, se così si può dire, osservando il lato economico della questione, è che mentre gli editori hanno dovuto accusare un duro colpo, sia che siano rimasti in piedi, che abbiano dovuto farsi assorbire o organizzarsi in network, chi ha portato via loro gli accessi, nonostante siano ai vertici della classifica mondiale per numero di visitatori, non riesce a trovare una propria sostenibilità economica.

Nella guerra senza esclusione di colpi per il dominio della rete i debiti non fanno paura, presupponendo che il ritrovarsi al centro del web porti nel lungo periodo un ritorno economico più che adeguato ad anni di investimenti. Il problema è che questa è una guerra che probabilmente non vedrà mai una fine, ma che logora tutti.

Chiudo riflettendo sul fatto che probabilmente se tutto questo avesse portato ad uno scenario realmente migliore in termini di quantità e qualità dello scambio di esperienze ora avrei comunque ben poco da lamentare. Se facciamo però una breve sintesi della strana evoluzione al contrario del web e dei luoghi di confronto che si sono susseguiti nel tempo, vediamo che iniziammo tanto tempo fa con i newsgroup e le mailing list, poi ci spostammo tutti nei forum e successivamente fu l’esplosione dei blog personali. Oggi siamo nel pieno dell’era del twittering e, se continueremo di questo passo e in questa direzione, presto ci ritroveremo a fare gare di rutti in conferenze sfruttando le tecnologie VoIP. O abbiamo giù qualche pioniere?

14 Commenti »

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  • # 1
    Vanna
     scrive: 

    >

    Quoto in toto.

    Più si va avanti con internet più mi sembra che sia utilizzato solo per queste cazzate (almeno in Italia).
    Peccato che sia molto di più.

  • # 2
    anonimo
     scrive: 

    Come in tutte le altre cose, la fuffa conta più della sostanza.

  • # 3
    Gas
     scrive: 

    Personalmente sono in disaccordo:
    E’ facile lamentarsi che i lettori si occupano d’altro perche’ “distratti” da Facebook piuttosto che da Twitter & C.

    Twitter, Facebook, sono nati per gli utenti che in qualche modo vogliono essere attivi in rete, non piu’ solo “un click” e un target per una pubblicita’. Vogliono poter scrivere e farsi vedere.
    Che poi si limitino al “torna a casa stanco dal lavoro” di un tweet oppure a commentare lo status di un amico/collega su FB ritengo sia dovuto al fatto che scrivere in italiano (o qualcosa che gli somigli) costa fatica e tempo, ma questo e’ tutto un altro discorso.

    Credo che lamentarsi del fatto che FB e Twitter portino via lettori ai siti di informazione sia come lamentarsi che adesso tutti possono comprare la macchina fotografica digitale per fare foto se questa macchina non la sanno usare come i professionisti. E dire che, a causa del tempo che passano a fare tutte queste foto (brutte), le visite ai musei sono diminuite.

    Se oggi il mio blog personale/tecnico/tematico fa 50 (100, 1000) visite in meno e’ perche’ ho scritto qualcosa di poco interessante, non perche’ gli utenti sono distratti.
    Se scrivo qualcosa e un utente trova interessante lo pubblicherà’ su Twitter o su Facebook e come per magia le visite aumenteranno di 50 (100,1000).

    E’ banalmente selezione naturale.. (IMHO)

  • # 4
    roberto
     scrive: 

    a dire il vero le gare di rutti via voip le facciamo su xboxlive da parecchio :asd:

  • # 5
    Pikazul
     scrive: 

    Gas, se fosse come dici tu allora non avremmo osservato un calo generalizzato di ogni sito, a meno che una strana influenza non abbia improvvisamente dimezzato la qualità del materiale presente in rete.

    E non vedo cosa ci sia di strano nel lamentarsi che la gente passi più tempo a fotografarsi il pacco che a visitare musei. E’ una osservazione “snobbona” ma pertinente :)

    Comunque, alla fine vince sempre il fancazzismo, ma c’è da chidersi quanto assorbissero davvero dai mezzi di informazione le persone che oggi preferiscono passare il tempo a scrivere cose inutili piuttosto che a leggere cose interessanti. Io penso che il mercato “perso” non sia mai stato davvero “di proprietà” di chi sostiene di averlo perso, la gente leggeva e navigava perchè non aveva niente di meglio da fare, un po’ come chi guarda certi programmi solo perchè “non c’è altro in TV”. Oggi sono nati i reality…ehm, volevo dire i social network e la gente si è spostata dall’altra parte, è fisiologico in una società dove la gente torna a casa la sera e l’unica cosa che chiede è di spegnere il cervello per qualche ora, perchè non c’è mai abbastanza tempo per riposare.

  • # 6
    ilruz
     scrive: 

    Presonalmente leggo online molto meno di prima, dopo aver preso una/due sonore fregature basate su “oneste recensioni” a cinque stelle di prodotti veramente scadenti.

    Letto uno, letti tutti – ci sono ormai pochi produttori di informazione, molti “traduttori” (spesso senza nemmeno sapere di che si parla), e moltissimi prezzolati, che generano finta informazione e rumore.

    Lo stesso vale per i forum pubblici; una volta punto di incontro di appassionati, ora quasi sempre area di riproduzione incontrollata di troll, e/o ring dove scambiarsi insulti e minacce di morte.

    Internet e’ cambiata molto, e’ come una pianta cresciuta in maniera trascurata, in parte sul terreno avvelenato del marketing selvaggio, in parte predata da utenti che raccolgono frutti spesso per lanciarseli addosso.

  • # 7
    Gurzo2007
     scrive: 

    @Pikazul

    il problema che a volte con FB e derivati il cervello la gente lo spegne non solo la sera quando torna dal lavoro

  • # 8
    dtm
     scrive: 

    mah, sono in disaccordo.
    facebook non mi ha tolto un solo momento dedicato all’informazione, anzi: i gruppi sul fattoquotidiano o voglioscendere e affini portano le notizie direttamente all’utente, in una maniera più invasiva addirittura dei feed rss. il problema è la gente, non la tecnologia: chi passa ore a far nulla su facebook, passava ore a far nulla davanti a maria de filippo prima. o li concilia entrambi, ora.

  • # 9
    Stefano
     scrive: 

    in termini quantitativi, se io ieri mi tenevo aggiornato seguendo alcune testate online, oggi anche con la nascita di facebook continuo comunque a tenermi aggiornato, ma magari la mia scelta è cambiata o variegata (e non utilizzo FB per rilevare informazioni giammai).
    prima esistevano 10 testate attendibili, oggi 100 e mediamente poco attendibili, contro un numero di utilizzatori che non è aumentato equamente (o addirittura è rimasto bloccato, vista la “qualità” dei nuovi utilizzatori, ovvero fuori target).
    social network a parte, il problema del mercato (da parte di chi offre) sta nella nuclearizzazione dello stesso, contro la logica egemonica richiesta per il profitto.
    in termini esemplificativi: se nel quartiere prima c’erano 3 bar e facevano affari, oggi ce ne sono 15, ma la gente del quartiere e quindi i clienti sono sempre numericamente gli stessi, che possono quindi solo variegare la loro scelta, diminuendo il rapporto di profitto per ogni bar.

  • # 10
    busker
     scrive: 

    le statistiche citate sono riferite alla sola Italia o si tratta di una situazione globale? e nel caso, ci sono aree/continenti controtendenza?

  • # 11
    Massive
     scrive: 

    Purtroppo la situazione è questa, speriamo che sia solo un fenomeno passeggero…

    per quanto riguarda l’ultimo punto lo si faceva già su msn quando apriva in automatico i messaggi vocali, magari con infarto del malcapitato che faceva tutt’altro :D

  • # 12
    carlo
     scrive: 

    Devo dire che anche io ho notato questa cosa pero’ penso che la questione sia un po’ piu’ ampia.
    L’evoluzione dei blog su internet, o prima ancora degli sms e’ nata secondo me da’ una necessita’ di evadere dalla routine, oggi secondo me i social network mettono in risalto come la societa’ e’ annoiata non avendo cose interessanti e stimolanti da fare, ha spostato la sua attenzione sulle amicizie e personalmente non penso che questo sia in assoluto sbagliato o grave, l’importante secondo me e’ capire che questi strumenti sono un mezzo, non il fine. I social network se presi come passatempo non portano a nulla, ma per questo anche leggere dieci testate diverse scorrendo solo i titoli e’ altrettanto insensato secondo me.
    Io non penso che i social network siano popolati solo da persone superficiali, anzi probabilmente molti li frequentano nella speranza di trovare le persone giuste con le quali creare un rapporto umano di spessore, purtroppo secondo me’ al giorno d’oggi come in passato del resto e’ molto difficile creare dei rapporti profondi tra le persone perche’ molto probailmente non ci si dedica ne’ il tempo ne’ l’impegno necessario, e forse il fatto di avere centinaia di contatti su cui concentrarsi non aiuta.
    Tornando al discorso della crisi dell’informazione, quello che mi viene da dire e’ che l’informazione nei giornali e’ percepita’ cosi’ lontata dalla piccola vita di tutti i giorni che quasi non sembra reale, e non puo’ competere con un messaggio ‘reale’ di un amico su twitter.

  • # 13
    custom
     scrive: 

    sembrerà strano ma le informazioni che mi servono le trovo ormai solo in rete.
    per me è più importante avere informazione di come è il tempo ad Artesina e se c’è coda sulla tangenziale ovest, rispetto ad all’informazione che in Kulistan, il paese in culo al mondo, si è ribaltato un pullman di bambini povri.
    sempre in rete trovo informazioni sulle emissioni nocive delle centrali a carbone e posso farmi un’idea a riguardo, sui tiggì e i giornali ovviamente si tace.
    io non ho molti contatti sono utili, ma bisogna fare un distinguo tra i gruppi di discussione pubblica for fun e le discussioni private su canali moderati, su irc sapete che funziona così da anni.
    facebook è un passo avanti rispetto a irc perchè è più facile l’utilizzo, e l’informazione che transita su di esso è per forza maggiore, l’utente esperto sa valutare cosa gli è utile dalle scemenze, i nuovi arrivati si adegueranno tra breve.

    per tornare in thread, ha senso spendere 1 euro per leggere il giornale ( online o cartaceo ) se mi serve sapere le previsioni del tempo e l’altezza della neve ?
    credo che nessuno abbia il tempo di leggere tutto il giornale ma si focalizzi su ciò che gli interessa.
    un blog di sciatori puo’ essere una fonte di info migliore ( sempre che non sia sponsorizzata )

  • # 14
    Ale
     scrive: 

    “Sono completamente d’accordo a metà col mister”… ma sospetto le cause della diminuzione delle visite sui siti d’informazione sia più la scarsa flessibilità e snobismo di alcuni produttori di contenuti rispetto ai social networks, nonchè un gap infrastrutturale di questi ultimi nella fruizione dei contenuti approfonditi (cosa per cui non sono stati progettati).

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