di  -  lunedì 14 settembre 2009

Dopo il post sul pensiero e sulla parola , ora dobbiamo arrivare al sodo: è ora di parlare di significato. Abbiamo parlato di come il linguaggio si sia sviluppato nel corso della storia in modo differente in diverse società. Abbiamo però concluso che la ragione per cui si è sviluppato in questo modo è che le suddette società avevano bisogno esattamente di quelle parole e frasi per esprimere quello che gli serviva.

Ciò vuol dire che il linguaggio si è evoluto attorno al suo significato. L’effetto principale del significato di una frase è la reazione delle persone che ci circondano. Se io sono in una stanza e dico “Può qualcuno, per favore, chiudere la porta?” vedrò che dopo un certo tempo una delle persone presenti nella stanza interromperà la sua attività, si incamminerà verso la porta, e eseguirà una serie di gesti finché la porta non sarà chiusa.

La mia frase, la sequenza di suoni che ho emesso dalla mia bocca hanno così un effetto fisico, reale. In un certo senso è come se le mie stesse parole abbiano aperto la porta, servendosi della persona in questione. E perché proprio quella persona, e non un’altra, si è mossa per aprire la porta? Le mie parole sono state udite da tutti e hanno stimolato la parte del cervello chiamata “Area di Broca” di tutte le persone presenti. Solo in una, però, l’effetto è stato abbastanza forte da suscitare una reazione fisica.

L’area di Broca è la parte del cervello, indicata nella figura a inizio post, incaricata di gestire il linguaggio. È stata scoperta dal neurologo Paul Pierre Broc, osservando che i pazienti che avevano subito un trauma in quella zona del cervello perdono l’uso della parola. Per questo inizialmente si pensava che quella zona fosse responsabile solo dello sviluppo del linguaggio nella nostra mente.

Si è invece presto osservato che l’area di Broca si attiva anche nella fase della comprensione del linguaggio. E ciò che è più sorprendente è che non si tratta solo del linguaggio verbale, ma anche del linguaggio gestuale, come per esempio le ombre cinesi. Questa osservazione è di grande importanza perché dimostra che il nostro linguaggio si è evoluto a partire dal linguaggio dei primati, fatto di gesti e movimenti. L’evoluzione del linguaggio ha fatto si che si possano traferire informazioni sempre più precise, con sfumature che trasmettono urgenza, passione, noia, rabbia e quant’altro nella maniera più efficiente possibile.

Ho cominciato a pensare a questo concetto leggendo l’intervista al CEO di Google pubblicata da TechCrunch. Eric Schmidt sostiene di voler passare “dalla parola al significato” nella scienza della ricerca su internet. Scherza addirittura sul fatto di inserire degli impianti nelle teste degli utenti per capire esattamente di cosa hanno bisogno. Da questo punto di vista credo che Schmidt stia sbagliando approccio: non deve entrare nel nostro cervello, deve dare un cervello a Google. In particolare deve dotarlo dell’area di Broca, che gli permetterebbe di capire cosa intendiamo.

Ma come potrebbe capire Google cosa intendiamo, come ci sentiamo, che cosa vogliamo veramente, attraverso poche parole?

In alcune note di una lezione dell’università di Stanford, R.E. Jennings , spiega l’importanza dei connettori semantici nel linguaggio. Parole come “e”, “infatti”, “però”, “perché” ecc. ecc. sono di estrema importanza nel convogliare un significato preciso alla propria frase. Non a caso, posso testimoniare per esperienza personale, che imparare le preposizioni (di, a , da in, con, su, per, tra, fra) in una lingua straniera è una delle cose più difficili. Vengono addirittura utilizzare per definire una persona madrelingua: solo con una perfetta dimestichezza della lingua si riescono a utilizzare nel modo corretto.

Questo potrebbe senz’altro essere un primo passo da parte di Google: imparare a interpretare i connettori delle frasi. Attraverso questo sistema passerebbe per forza di cose dall’interpretazione della parola all’interpretazione del significato. Non oso nemmeno immaginare quanto può essere complicato per un programmatore donare questa capacità di pensiero a un software, ma sarebbe sicuramente un passo da gigante nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Ma non deve essere per forza l’ultimo. Jennings spiega anche come il linguaggio sia fondamentalmente l’effetto dell’unione di un serie di individui che svolgono delle attività fisiche. In pratica, una società. La definizione stessa di società è un’insieme di individui che comunicano tra di loro, suddividendosi ruoli, effettuando azioni e sviluppando nuove infrastrutture. Tutto questo è possibile quando questi individui sono in grado di stimolare l’uno con l’altro zone specifiche del cervello delle altre persone, causando delle reazioni reali.

Questo è molto importante. Mentre ero all’università mi ricordo di aver partecipato ad un esperimento di scienze cognitive portato avanti dagli studenti della Sissa, a Trieste. Facevo da cavia per un test che stavano portando avanti: il mio ruolo era ascoltare un lungo discorso fatto in una lingua fittizia, non esistente, ma con delle regole grammaticali precise e consistenti. In seguito dovevo rispondere a delle domande sulla comprensione del testo ascoltato. I risultati del test erano riservati, per cui non so quanto abbia capito, però sono abbastanza sicura che il mio cervello era attivo in quel momento.

Cercavo di sforzarmi di trovare un pattern familiare nel corso della registrazione, di capirci qualcosa insomma. Lo stimolo al mio cervello, però, non ha portato a nessuna reazione fisica, reale, della mia persona. Semplicemente perché non ho capito niente di quel testo, per cui non so se mi è stato chiesto di aprire la porta, di saltare, di rispondere o di iniziare una rivoluzione.

Sono rimasta li seduta e ho fatto quello che mi veniva detto di fare in una lingua più nota. Affinché una lingua sia efficace, quindi, è necessario che l’altra persona abbia una reazione, abbia capito cosa gli viene detto. Ecco quindi il passo successivo che potrebbero fare gli scienziati di Google. Farlo reagire al significato della lingua, a quello che gli stiamo dicendo.

Provate a pensare cosa vorrebbe dire se Google riuscisse a capire il significato delle vostre ricerche. Fondamentalmente vorrebbe dire che potrete comunicare con una macchina, che una macchina potrebbe capire il vostro pensiero e magari anche i vostri sentimenti. Se ricercassimo “come costruire una bomba atomica” Google potrebbe risponderci “Ma perché vuoi costruire una bomba atomica, lascia perdere, dedicati alla pace nel mondo”. Potremmo avere intere discussioni con Google, perché, tanto, capisce cosa stiamo dicendo!

Forse con queste ultime frasi sto tirando troppo la corda, però è impressionante vedere come pochi concetti, poche modifiche nell’interpretazione del linguaggio da parte di un software possano veramente donargli l’intelligenza, possano renderlo parte della nostra società.

10 Commenti »

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  • # 1
    Nat
     scrive: 

    Articolo interessante, tuttavia credo che il problema della comprensione per una macchina, vada un po’ oltre alla capacita’ di capire strutturalmente e nel suo insieme il linguaggio umano.
    Per concepire realmente certi pensieri e’ necessario avere una comune base da cui partire. Una corrispondenza tra il significato di una parola e di una frase e la sua reale manifestazione nella realta’.

    Un sentimento noi lo possiamo comprendere anche in altre lingue, non solo perche’ conosciamo la lingua e la sua struttura, ma anche perche’ abbiamo esperienza del sentimento stesso, e questo non credo valga solo per i sentimenti, ma per tutto. Se un inglese mi parlasse di architettura moderna, io capirei le sue parole e il contesto in cui le usa, ma non mi direbbero cmq nulla, perche’ non ho esperienza, conoscenza, ne corrispondenza tra i concetti che esprime e quello che il mio cervello conosce.

    Credo che la lingua sia piu’ un link, ma non penso rappresenti in se il concetto che viene espresso; piuttosto un collegamento alla nostra memoria, alle nostre esperienze ed informazioni.

  • # 2
    The3D
     scrive: 

    Purtroppo (o per fortuna, ancora non è dato saperlo) Eleonora il percorso che si sta seguendo nel tentare di raggiungere un’interpretazione semantica delle informazioni e delle ricerche non ha niente a che vedere con l’interpretazione del linguaggio comune, ma con la formalizzazione tramite appositi linguaggi della conoscenza e dei concetti. Detto in un solo termine, ontologie.

  • # 3
    Marco
     scrive: 

    Per The3D, non sempre il riconoscimento semantico avviene tramite ontologie. La semantica nella linguistica (in questo caso lingustica computazionale), serve a relazionare le parole ai concetti. Le ontologie servono a modellare questi concetti, eventualmente relazionandoli tra loro. Si può benessimo fare riconoscimento semantico anche senza ontologie e a dire la verità anche senza risorse linguistiche. Per esempio confrontando pattern linguistici, al ripetersi di pattern simili, è “probabile” che facciano riferimento allo stesso concetto. Quelli di Google vogliono fare uan cosa molto più semplice che la compresione di tutto il linguaggio, cioè di espandere la ricerca anche tramite parole simili, per esempio i sinonimi. Probabilmente utilizzando risorse esterne (non necessariamente pesanti ontologie), o tramite relazioni tra query simili. La quantità di dati che riesce ad elaborare Google è impressionante e la sua tecnologia è stata pensata per essere scalabile, il problema è capire se l’utente è pronto per una tale feature.
    Comunque argomento molto interessante l’intelligenza artificiale e la linguistica computazionale.

  • # 4
    banryu
     scrive: 

    @Eleonora:
    visto che si è sfiorato l’argomento IA, a maggior ragione ti caldeggio la lettura del libro di:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Douglas_Hofstadter

    Tutti i temi che hi toccato negli utlimi 3 articoli, sono trattati in quel testo. Se queste tematiche ti intrigano di quel testo ti innamorerai.

    Comunque, per amor di discussione, se Google svilupasse un motore di ricerca che tentasse di interpretare il significato di quello che gli chiedo, non so se sarei felice di utilizzarlo: un motore di ricerca del genere potrebbe appunto interpretare la mia richiesta in un modo magari inaspettato e indesiderato per me.

    Già mi capitano anche troppo spesso fraintendimenti con le persone, lasciatemi stare almeno il motore di ricerca :-)

  • # 5
    Luca
     scrive: 

    Nel secondo paragrafo:

    Se io sono in una stanza e dico “Può qualcuno, per favore, CHIUDERE la porta?” vedrò che …..
    ….. finché la porta non sarà APERTA

    E a quel punto capirò di essere circondato da gente che non capisce cosa dico!

  • # 6
    Eleonora Presani (Autore del post)
     scrive: 

    @ Luca
    Ehehe, hai perfettamente ragione… lapsus! Ora correggo.

  • # 7
    Massive
     scrive: 

    Se google mi facesse una domanda del genere o una qualsiasi altra non lo userei più! Anche se fossi stato ambiguo dovrebbe limitarsi a indicare link per entrambi i significati.
    L’unico caso in cui un motore di ricerca semantico potrebbe iniziare una conversazione è nel caso non avessi idee precise su cosa cercare… in tal caso sarebbero ben accetti anche i consigli.

  • # 8
    Massive
     scrive: 

    @banryu: Douglas Hofstadter parla in diversi libri di AI(anche prendendo il discorso molto alla lontana), ti riferisci a “I Am a Strange Loop” o ad un altro?

  • # 9
    Ale
     scrive: 

    Nelle ultime righe mi sembra di rileggere le parti finali dei testi di turing… da L’uomo che sapeva troppo di David Leavitt.

    Siccome mi occupo di neuroscienze cognitive, rileggo con calma i tuoi post e poi ti mando una mail.

    Comunque acute le osservazioni per una persona che non è del settore, anzi agli antipodi (phy vs. psy)

  • # 10
    banryu
     scrive: 

    @Massive: no, non mi riferivo a “I am a strange Loop”, ma all’eterna ghirlanda brillante.
    In un suo precedente articolo, consigliavo a Eleonora la lettura di quel testo proprio perchè di contenuti trasversali ai temi che lei ha toccato negli ultimi articoli, e sono convinto che quel libro sia assolutamente unico nel suo genere, e molto stimolante.

    L’unico appunto è che per quanto riguarda un modello del funzionamento del cervello umano (e quindi per esteso le implicazioni che questo fatto porta anche nel campo dello studio della IA), Hofstadter si basa molto (beh, daltr’onde il libro è stato pubblicato la prima volta nel 1979) sulla teoria cognitivista, mentre da allora sono emerse altre teorie, una recente su cui ho letto qualcosa è quella illustata nel libro dal titolo “Il cervello emotivo”.

    Vale la pena leggere di questi argomenti, se ci si ritrova affascinati e incuriositi dalla mente umana, e il senso di identità o di io cosciente.
    Io a queste letture afianco anche testi di autori/pensatori di culture diverse.

    Sulla mente, in particolare, consiglio i testi sul tema della libertà di Jiddu Krishnamurti.

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