di  -  venerdì 2 ottobre 2009

La mitica Lettera 22Per quella che ormai possiamo considerare una serie, intitolata “È giusto pagare… ?”, entriamo nel nocciolo della questione editoriale, prendendo in considerazione la figura del giornalista professionista.

Si tratta di una professionalità che da qualche anno a questa parte è sotto un fuoco incrociato di critiche, fra cui l’attribuzione di gravi responsabilità sullo stato di salute delle democrazie occidentali, e della democrazia italiana in particolare.

Anche in questo caso darò sul tema una mia lettura personale, come sempre senza pretesa di esaustività e aperta a contributi e critiche costruttive. Altri contributi sul tema della coesistenza fra web e editoria li trovate qui.

Inizio ricapitolando quelli che – fin da prima della rete e delle critiche alla professione venute dopo la rivoluzione di Internet – rappresentano per me i pilastri del mestiere giornalistico (fatti salvi i punti di competenza e imparzialità, accennati la scorsa settimana):

– aggiornamento sui fatti, quelli di diretto interesse (giustizia per un cronista giudiziario, finanza per un giornalista finanziario etc.) più una mole di fatti collaterali utili a costruire un contesto;

– capacità espositiva;

– capacità selettiva, nel diluvio di notizie che, anche da prima di Internet, inonda il pianeta.

Partiamo oggi dal primo punto: da quando l’Ansa e le maggiori agenzie internazionali si sono lanciate sulla rete con servizi gratuiti al pubblico, rivestendo il doppio ruolo di “grossisti” e “rivenditori”, il giornalista si è visto scavalcare in una componente essenziale della sua funzione.

Nel frattempo, in forza della “disintermediazione” creata da Internet, è costretto a guardarsi, o a tentare di coesistere, con un ulteriore fenomeno: il citizen journalism, la cui ipertrofica produzione, batte sulla stessa nota dolente dei tempi di reazione, sincronizzati al ritmo forsennato con cui le informazioni arrivano sulla rete, con o senza giornalisti.

Privato del monopolio su quella che definirei la “registrazione del battito cardiaco” del settore di appartenenza, cosa resta del primo pilastro? Può la “disintermediazione” portata in larga scala e in ogni settore dalla rete, rendere infine superflua la professione giornalistica? Posso io, di converso, trasformarmi in un esperto di ogni materia che incontri il mio interesse, in un giornalista di me stesso?

Malgrado l’enorme flusso di notizie disponibile su Internet in tempo reale, l’abbattimento dei confini geografici, la progressiva e inarrestabile trasformazione degli utenti in produttori attivi di contenuti, è innanzitutto nella parola “mestiere” che vedo una risposta.

Proprio nella misura in cui il flusso è enorme e globale, tenergli dietro non è cosa da poco. Che si tratti di cronaca giudiziaria, di architetture dei microprocessori, di edilizia o pesca della carpa, l’aggiornamento è un processo oneroso in termini di tempo, per definizione non alla portata dell’appassionato degli stessi argomenti.

Essere aggiornati per lavoro, implica passare le 8-10 ore lavorative quotidiane nella comprensione del settore di cui ci si occupa, non certo le poche che i ritmi di lavoro lasciano allo svago e alla cura degli interessi personali.

Il che non significa che il giornalista possa vantare la miglior conoscenza possibile di ogni “verticalizzazione” del suo settore: al contrario è proprio una conoscenza “orizzontale” che gli consente di porre ogni elemento in contesto, di costruire collegamenti trasversali, di offrire analisi di ampio spettro.

Un professionista del settore X conoscerà meglio di un giornalista del medesimo settore, gli elementi specifici del suo lavoro, ma ugualmente potrà trarre beneficio da un approccio più trasversale, posto che all’aggiornamento abbia tempo e modo di provvedere da solo.

Nel frattempo una delle prime “pietre dello scandalo” nella disintermediazione in ambito news, si trova a dover fronteggiare l’ipotesi di una importante retromarcia: come abbiamo raccontato, la AP, prima agenzia di news al mondo, si trova a dover fare i conti con la frequente pratica del copia&incolla, che sta danneggiando il suo business.

Mi viene da pensare che con l’avvento della rete, il cambiamento dei modelli di business, e conseguentemente dei modelli di consumo, non abbia seguito necessariamente la logica della sostenibilità economica. Una considerazione questa, che pone in prospettiva anche il fuoco di fila che ha investito la professione giornalistica negli ultimi anni: se è alle spese delle funzioni vitali del giornalismo che la rivoluzione delle notizie su Internet è avvenuta, le conseguenze del fallimento del newsmaking professionale ricadrebbero sulla stessa rete e sui suoi utenti.

Il che non implica che la categoria giornalistica sia esentabile da ogni critica: al contrario, molti dei difetti che vengono oggi attribuiti alla professione, hanno la medesima natura di quanto abbiamo spesso su queste pagine criticato: accento sull’aggiornamento continuo piuttosto che sull’approfondimento, superficialità, mancata verifica delle fonti, insistenza su argomenti “di moda” piuttosto che su temi scottanti.

In quale altro modo potrà salvarsi il giornalismo se non invertendo questa tendenza, in direzione di una reale differenza rispetto all’approccio amatoriale che il primo decennio della rete ha così insistentemente fomentato?

Non è del resto un caso che, proprio quegli esperimenti indicati come i maggiori casi di successo del giornalismo 2.0, propongano un approccio tutt’altro che amatoriale ai temi di competenza: tanto Arianna Huffington (Huffington Post), quanto Michael Arrington (TechCrunch), devono il proprio successo a quegli stessi criteri e parametri (ivi comprese corpose redazioni full time) che hanno tirato avanti la carretta del newsmaking per più di un secolo.

Da loro, più che dal colorito mondo del “nanopublishing”, farebbe bene a re-imparare qualcosa la vecchia generazione di professionisti, sbarcata sulla rete: per assicurare a sé stessa il presidio su un asset, quello della cultura professionale circa il settore di appartenenza, di cui anche ai tempi della rete, potremmo trovarci a sentire la mancanza.

10 Commenti »

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  • # 1
    Sozzo
     scrive: 

    Certi giornalisti davvero non dovrebbero essere pagati. Quelli che distorcono pure le parole dette da altri, virgolettandole addirittura.
    La Stampa oggi titola “D’Addario in tv: il premier sapeva che ero una escort”
    —————————————
    Ecco come sono invece andate le cose:

    Sapeva che eri una escort?”
    “Lo sapevano tutte le ragazze presenti e pure Tarantini”
    “No, dicevo, lo sapeva lui?”
    “Se lo sapevano tutte…”
    “Non significa che lo sapesse anche lui, lo sapeva lui?”
    “Lo sapevano tutte”
    “Sì ma lui lo sapeva perché glie l’hai detto tu?”
    “Lo sapeva anche la Montereale”
    “Sì ma lui lo sapeva?”
    “Mi sono presentata come Alessia”.
    Ora, a meno di non pensare che il solo fatto di chiamarsi Alessia sia di per sé prova dell’essere escort ed escludendo che non sapendo lui come lei si chiamasse certo non poteva sapere che il nome era falso e quindi chiedersi il perché o arrivarci da solo facendo finta di nulla, questa non è una che ha dimostrato che lui lo sapesse.
    Questo lo lascia libero di continuare ad affermare di non saperlo e, se questa resta l’unica occasione in cui la domanda viene posta, pure con più ragione di quanto non abbia fatto fino a oggi.
    Se a domanda avesse risposto “Certo, glie l’ho detto io”, allora avrebbe dato la prova del suo sapere di essere andato con una escort.
    Se non ha risposto così a domanda che quello chiedeva, è perché non l’ha detto e se non l’hai detto non puoi affermare che lui lo sapesse.
    Lo puoi supporre, lo puoi dedurre, ma non lo puoi dare per certo.

  • # 2
    droid
     scrive: 

    in italia abbiamo una anomalia democratica (fra le tante) nota come ordine dei giornalisti….per cui prima di pensare alla questione è giusto pagare un giornalista,io mi chiedo cosa definisce essere un giornalista.

  • # 3
    ginojap
     scrive: 

    E’ giusto pagare un giornalista?

    Quando fanno il loro lavoro, non solo e’ giusto, ma meritano anche una buona retribuzione. Peccato che in Italia la maggior parte dei giornalisti siano i portavoce dei potenti. Via i giornali finanziati dai partiti ma solo giornali finanziati dai lettori secondo la logica di un mercato sano dove il giornalista che non scrive i fatti fa chiudere il giornale privo di lettori.
    Concordo con droid sul fatto che in Italia abbiamo proprio perso di vista il significato della parola giornalista. Il giornalista vero, attacca, sputtana, investiga e smaschera riportando i fatti. Fa parte del gioco che serve per equilibrare i poteri che ci sono nelle democrazie. Un giornalista che non fa cosi’ dovrebbe essere iscritto all’ordine dei lecca-culi non in quello dei giornalisti.
    Come si suol dire un giornalista dovrebbe essere il “cane da guardia” della democrazia, non il “cane da lecco” dei potenti.

    Parlando invece piu’ in generale (quindi non necessariamente sui giornalisti investigativi), un’altro vero grande problema dei giornali e’ che devono sopravvivere grazie alla pubblicita’. Anche questo rappresenta un grande conflitto di interessi perche’ qualcunque giornale si guarda bene dal riportare un fatto che potrebbe indignare un suo maggior cliente pubblicitario. Ecco perche’ ho il sospetto che la maggior parte dei giornali facciano buon viso a cattivo gioco sulla maggior parte delle merdate che alcune aziende prive di etica fanno sul mercato.

  • # 4
    D
     scrive: 

    E’ giusto pagare tizio, è giusto pagare caio, sempre i soliti discorsi.

    Tizio per diventare programmatore ha dovuto studiare, farsi un mazzo quadro, ha faticato, ha sudato, s’è negato tante cose per raggiungere quello scopo ? Se tizio programma, tizio ha diritto ad essere pagato.
    Caio per diventare giornalista, blablabla stesso discorso di tizio ? Caio ha diritto ad essere pagato.

    Se Tizio e Caio per loro paturnie personali pensano che non sia giusto chiedere un compenso per il loro lavoro, pace amen se sono contenti così.
    Ma nessuno, a cominciare da Tizio e Caio in piena crisi mistica da volontariato, potrà dire a Tizio2 e Caio2 che anche loro non devono farsi pagare.

    Fosse ancora che conoscenza e cultura cadessero dal cielo, senza richiedere sforzo alcuno per poter essere raccolte….

  • # 5
    no
     scrive: 

    fatto sta che il berlusca ha tenuto una cena a casa sua con
    – Tarantini
    – 20 ragazze tra veline,letterine e prostitute
    cioè 2 uomini e 20 ragazze ventenni per lo più,vogliamo pensare che tenessero un torneo di risiko?
    e poi si sa come vanno queste cose…sei a cena e mica sputtani ai 4 venti che sei una troia, tanto lo sanno tutti il mestiere che fai non hai mica bisogno del curriculum o del megafono.
    farebbe bene a dire che è andato a troie dato che sua moglie l’ha lasciato e l’ha sputtanato ancora prima delle escort

  • # 6
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ no
    Questo commento è OT rispetto all’argomento del post… se poi vuoi significare con questo una querelle contro il lo stato del giornalismo generalista italiano, ahimè sfondi una porta aperta. ma se c’è gente che non fa bene il suo lavoro nella categoria, questo non implica che la categoria vada abolita.

  • # 7
    phat
     scrive: 

    @Alessio Di Domizio :

    E se invece di “esserci gente che non fa bene il suo lavoro nella categoria” la situazione fosse che non se ne trova piu’ mezzo,
    che faccia bene il suo lavoro?
    La situazione si e’ vista con la bufala della prima trasmissione di Berlusconi, quelli di striscia la notizia han riso di tutti i buffoni che non verificano le fonti (quando gli fa comodo), ma c’e’ da piangere…..

  • # 8
    David
     scrive: 

    @D

    Non si pagano le persone solo perché hanno studiato, si pagano se il loro lavoro dà un valore aggiunto.
    Se un giornalista riprende a sparge acriticamente una notizia incompleta, superata o falsa, non solo non aggiunge niente ma provoca addirittura danni.
    Un medico che ti fà del male lo pagheresti o gli chideresti i danni?
    Un elettrichista che ti fà saltare gli elettrodomestici lo pagheresti?
    Allo stesso modo gionrnalisti che bovinamente riportatno “La violenza sulle donne uccide quanto il cancro”
    http://blog.panorama.it/italia/2007/06/06/la-violenza-sulle-giovani-donne-uccide-quanto-il-cancro/#comments
    (che è una scemenza facilimente smascherabile andando sul sito dell’ISTAT e vedendo che le statistiche sulle cause di morte), dànno una notizia semplicemente falsa.
    Questi non fanno giornalistmo, fanno terrorismo psicologico. E dovrei pure pagarli?

  • # 9
    ginojap
     scrive: 

    @David
    Va be’ pero’ ora definire “giornale” Panorama, e’ esagerare un po’. Insomma non c’e’ bisogno di essere giornalisti per scriverci.

  • # 10
    MaxArt
     scrive: 

    È giusto, giustissimo, pagare un giornalista. Fa un lavoro importante e molto delicato.
    Ed appunto perché si tratta di un lavoro importante e delicato ha bisogno di regole e di organismo di controllo e di associazione. Infatti, c’è l’Ordine dei giornalisti.
    Peccato però che non sembri funzionare affatto come controllo, per cui delle persone pur iscritte all’ordine ma che fanno della disonestà intellettuale la prima arma per vendere i propri articoli, continuano senza problemi nella loro attività.
    Per non parlare dell’incompetenza nell’esposizione della notizia, che varia dall’incompletezza dei fatti e del contesto, a veri e proprio strafalcioni in italiano.
    È giusto pagare un *cattivo* giornalista? No.

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