di  -  martedì 23 giugno 2009

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La questione del “tutto gratis” è già stata trattata da Alessio in un precedente post. Anche se la tesi qui esposta da me è in qualche modo opposta, quanto scriverò non andrà a scontrarsi con le sua analisi. Mi interessa affrontare la questione da un diverso punto di vista, che vada ad ampliare l’argomento.

Le ragioni di chi critica i modelli economici attuali su cui internet ora si basa sono sacrosante, esistono però delle questioni irrisolte che riguardano sia il modo in cui gli utenti sono abituati a percepire il web e la sua fruizione, che fatica ad evolversi insieme alle nuove possibilità offerte dalla rete, sia le aziende di ogni settore e grandezza, che sul web ci lavorano e non sono riusciti ancora a imboccare una strada migliore del “tutto gratis”.

Le condizioni per lo sviluppo di servizi a pagamento non sono mature, perché chi li offre non è attualmente in grado di garantire una qualità sufficiente da poter giustificare la spesa da parte degli utenti nella maggior parte dei casi. Paghereste per vedere un film con la qualità dello streaming di YouTube o per usare Google Documents? Inoltre attualmente ci sono interessi in ballo troppo grandi perché le aziende che operano sul web possano concentrarsi semplicemente su un ritorno immediato degli investimenti fatti.

La morte dello user generated content e il ritorno dei dinosauri
Tutti i cambiamenti che stanno avvenendo nell’ultimo anno su internet, sono soltanto in minima parte la conseguenza di complicate macchinazioni da parte dei grandi attori del web.

Quando fenomeni come Flickr, YouTube, MySpace o LastFM divennero popolari, gli entusiasti credettero in un cambiamento mai avvenuto: Lo user generated content non è mai stato aiutato né da chi gestisce in contenitori, né tanto meno da chi crea contenuti, i quali si dividono tra plagi di prodotti legati all’industria e spazzatura (peggio ancora quanto sono presenti le due cose contemporaneamente), con poche punte d’eccellenza, che in questo panorama forse non possono fare altro che sperare di essere notati ed invitati a firmare un contratto di distribuzione vecchio stile.

L’incapacità dei contenitori di ideare modelli di remunerazione per i creatori di contenuti premiati dal pubblico, la volontà dei fruitori di non riconoscere economicamente il valore dei lavori meritevoli, accompagnata da un ormai collaudato sistema di marchette volto a promuovere il dilettantismo di amici e conoscenti che strozza l’emersione dei veri talenti, sta consentendo alla vecchia industria dei contenuti di tornare in auge.

Gran parte dei fruitori, ma anche chi crea materiale, sono ancora attratti dalla fenomenologia dello star system, forse non del tutto capaci di filtrare autonomamente il dilettantismo dalla qualità senza qualcuno che ponga una selezione per loro.

Nonostante ognuno di noi potrebbe occuparsi autonomamente della gestione della distribuzione di ciò che produce, l’industria torna ad avere nuova dignità, facendo le veci del nostro senso critico. In questo modo però si creano dei canali preferenziali che vanno a snaturare la natura stessa della rete e le nuove possibilità da essa offerte.

Internet è più sofisticata e complessa degli attuali modelli economici
Il web è una grande opportunità che stiamo perdendo. In circa dieci anni il modo di comunicare e di raccogliere informazioni è stato più volte stravolto. Sono entrati a far parte della nostra vita (in ordine cronologico) l’ipertesto, il blog (l’emblema della comunicazione senza costi e facile per tutti), i tag (che introducono nella nostra vita quotidiana rivoluzioni del pensiero come il quadrato semiotico), la creazione di contenuti per contribuzione, la svincolo dei contenuti dai contenitori e il web semantico.

Nonostante l’evoluzione concettuale del web stia tutt’ora galoppando, già adesso c’è n’è abbastanza da mettere in crisi come minimo tre o quattro generazioni, visto che parliamo di innovazioni che riguardano l’intera umanità, o almeno quella raggiunta dalla corrente elettrica.

Per questo motivo la generale incoscienza dei mezzi a disposizione è una delle principali cause dell’impossibilità di monetizzare la rete. Il sistema dell’advertising attualmente è l’unico che garantisce una certa elasticità e riesce ancora, non senza difficoltà, a seguire i cambiamenti.

Tutti hanno allo studio nuovi sistemi di remunerazione, basati sul contributo (economico questa volta) degli utenti, ma tutti sono legati a vecchi schemi che non sono adatti ad assecondare le caratteristiche evolute del web.

Immaginate ad esempio un’editoria online in cui rimanga libera e gratuita solo per quanto riguarda le news e che metta sotto chiave approfondimenti, inchieste e dossier, consultabili soltanto previo pagamento di un abbonamento o per il singolo articolo. Questo è auspicabile se corrisponde ad un aumento della qualità, ma i sistemi di pagamento attuali, basati sulla carta di credito e pochi e popolari servizi di transazione online sarebbero improponibili allo scopo, perché le commissioni avrebbero un costo insostenibile per l’utente ma soprattutto perché si chiuderebbe l’informazione in stanze stagne, e si andrebbero a distruggere le basi su cui il web è stato costruito e su cui si è evoluto. A quel punto varrebbe la pena tornare alla carta, che è almeno più piacevole e rilassante per gli occhi.

Cosa possiamo sperare per il futuro?
Nella speranza che la marcia indietro verso i modelli economici che potremmo definire AFK si arresti, quello che possiamo fare è prendere coscienza del problema e cercare le alternative valide alla gratuità che guardano avanti, invece che al passato.

Nuovi metodi di pagamento elastici e che si possano cucire addosso ai contenuti indipendentemente dalla forma, dal luogo in cui si trovano e da come ci arriviamo sono possibili, dato che le tecnologie adatte allo scopo non mancano.

Gli utenti non senza difficoltà potranno avvicinarsi a nuovi modelli di pagamento ma potranno farlo se ci sarà la volontà di spingerli. Qualcuno è già interessato ad apportare queste innovazioni: Facebook infatti presenterà a breve un suo sistema di micro-pagamenti per dare ai propri utenti una piattaforma fidata di transazione tra gli utenti e le aziende che sviluppano applicazioni nel social network.

Questo però sarà soltanto un assaggio di ciò di cui avrà bisogno la rete. La piattaforma di Facebook è un valido sistema di intermediazione tra i propri utenti e i fornitori di servizi, ma è pur sempre un sistema chiuso e in larga parte fine a se stesso.

Purtroppo tutte le aziende che operano sul web, sono ancora troppo impegnate a diventare l’unico fulcro delle nostre abitudini informatiche e sono più propense a vedere nelle formule di abbonamento un’arma in più per la fidelizzazione degli utenti, e sono quindi tutte piuttosto restie a delle formule di fruizione pay x view che permetta la fruizione dei contenuti. In poche parole finché si può evitare è meglio non darci in mano lo strmento che per gli operatori del web equivarrebbe all’incirca all’invenzione del telecomando per le reti televisive.

C’è da dire anche che un sistema tanto elastico e in qualche modo meritocratico, comporterebbe la definitiva trasformazione degli editori e delle altre industrie dei contenuti in semplici aggregatori ragionati.

Tutto sommato, avere paura dei cambiamenti è umano.

11 Commenti »

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  • # 1
    pabloski
     scrive: 

    il vero ostacolo è la legge

    prendete la situazione italiana ad esempio, dove è impossibile per un piccolo webmaster o anche una piccola azienda avere un numero mobile per il reverse billing

    in altri Paesi questi sistema sta funzionando alla grande ed è sicuro visto che la transazione avviene tramite un media ( il cellulare ) che è controllato, dove l’identità del possessore della SIM è verificata e non c’è modo di sparare dialer autoinstallanti

  • # 2
    goldorak
     scrive: 

    Io vorrei sottolineare una parte dell’articolo e cioe’ precisamente questo che mette a fuoco il vero problema :

    “…qualità, ma i sistemi di pagamento attuali, basati sulla carta di credito e pochi e popolari servizi di transazione online sarebbero improponibili allo scopo, perché le commissioni avrebbero un costo insostenibile per l’utente …”

    Fortunatamente (per gli utenti) questa miopia del sistema finanziario ha avuto per conseguenza quella di ridurre a zero (in larga parte) la monetizzazione del web. Se avessero capito sin dall’inizio che era inconcepibile su una transazione di 1 € avere un costo di .50 € forse la storia sarebbe andata diversamente.
    Ci lamentiamo che le varie RIAA, MPAA e altre SIAE (Societa’ Italiana Autorizzata ad Estorcere…) sono cosi’ lente nel cambiare, ma confrontate al sistema finanziario sono dei centrometristi.

  • # 3
    Iro
     scrive: 

    bell’articolo, zeppo di riflessioni interessanti e moltissimi spunti di discussioni.

    alcune consideraqzioni sparse:
    internet non è un mondo virtuale, checchè ne dicano i guro della multimedialitò è allo stato attuale delle cose ne iù ne meno che uno specchio di quanto accade nel mondo reale…certo, la corrispondenza non è punto a punto, vi sono sicuramente dei fenomeni di distrosione e simili, ma in ultima istanza se la società reale è strutturata in un modo, necessariamente lo sarà pure internet.
    Da ciò deriva che se il sistema sociale di generazione dei prodotti è ancora ancorato su modelli produttivi che alla fin fine non sono troppo dissimili da quelli fordisti e toyotisti, non aspettiamoci che la generazione di prodotti-contenuti sul web sia dissimile…sarebbe come dire di andare a comprare una casa costruita da un tuo amico-conoscente-sconosciuto in giro per il mondo…io non lo farei mai…chiamerei una ditta di costrzioni!
    Idem nel web, esso ha permesso sì a piccole realtà di nicchia di emanciparsi da canali distributivi altrimenti soffocanti, ma tali realtà raggiunto il livello minimo per potersi considerare “professionali” e produrre pertanto profitto per se devono necessariamente introdursi in sistemi canonici.
    Per quanto riguarda il futuro francamente non mi aspetto di vedere delle particolari novità, se non sul piano tecnico.
    Internet è, come ho cercato di indicare sopra, al traino dei fenomeni sociali che la generano non cambierà mai se non cambia la società.
    Le strutture sociali sono sovrastrutture economiche, se non cambiano queste ultime come possono cambiare le prime?
    Ergo per sillogismo internet non cambierà sostanzialmente sino a qnando non cambierà il sistema econimico mondiale

    P.S.: non me ne vogliano i non materialisti, la mia analisi è di pura derivazione marxiana, ma ben vengano critiche punto punto

  • # 4
    phabio76
     scrive: 

    >
    Immaginate ad esempio un’editoria online in cui rimanga libera e gratuita solo per quanto riguarda le news e che metta sotto chiave approfondimenti, inchieste e dossier…
    >

    Ma facciamo pure l’esempio dell’editoria tradizionale e prendiamo il nostro bel mensile patinato (WIRED?)
    A parte (alcune) belle interviste dov’è la qualità dei contenuti?
    Atari al posto di Altair, vabbè è un refuso, errore del grafico…
    Box superficiali e pieni di inesattezze: per maggiori informazioni consultare il sito…
    La verità è che un buon 90% dei contenuti è del tutto paragonabile (come qualità/approfondimento) a un blog di scienza e tecnologia, ma in più la rivista dovrebbe offrire la garanzia della professionalità degli autori: è questa che paghiamo, non la news in sè.
    Purtroppo non è così, e stiamo parlando di una rivista di settore.
    Più il format diventa generalista (quotidiano), maggiori sono gli spunti per farsi delle grasse risate quando è palese l’incopetenza in materia dello scribacchino.
    Concludendo: insegnate ai bambini a sviluppare una capacità di filtro.

  • # 5
    Giacomo
     scrive: 

    Penso che un’evoluzione del modello di business possa essere l’introduzione del concetto di bouquet a pagamento da parte dei fornitori di connettività, sulla scia dei bouquet delle tv a pagamento: se il mio fornitore fornisse la possibilità di fruire di un forfait di musica-video di certi editori legalmente oppure di accedere a siti a pagamento tramite un bouquet dal costo ragionevole ne usufruirei molto volentieri, e penso molti altri.
    Sarebbe la strada più veloce per i fornitori di contenuti di monetizzare i propri asset e il modo più facile per gli utenti di fruire di questi contenuti senza preoccuparsi di pagamenti e modalità di acquisto che alla fine è proprio ciò che frena la crescita di questo mercato.

  • # 6
    goldorak
     scrive: 

    Assolutamente contrario al concetto di bouquet a pagamento.
    Ma che scherziamo ? Questo sarebbe un modo per uccidere Internet e trasformalarla in una TV ne’ piu’ ne’ meno.
    Guardate quello che succede in america, dove alcuni siti praticamente per monetizzare invece di far pagare l’utente, impongono un pagamento a livello di isp.
    Non fai parte del isp che hai sottoscritto l’abbonamento con quel sito, ciccia non potrai accederci anche se tu volessi pagare.
    Di fatto ci sono movimenti per portare il modello di business dei cable operators in internet.
    No quello che ci vuole e’ veramente l’emergere di un meccanismo funzionante di microtransazioni.
    E il tassello necessario affinche’ la platea sterminata di internet abbia una valenza economica per coloro che pubblicano su internet. E non intendo le grosse corporation mass mediatiche. Ma la gente, il musicista che vuole pubblicare da solo la sua musica, il fotografo che vuole vendere riproduzioni delle foto, etc, etc, etc…

  • # 7
    Giacomo
     scrive: 

    Mettere su un sistema di microtransazioni globale ha dei costi e ovviamente chi lo mette su vuole guadagnarci, e il guadagno o viene da una commissione sulla transazione o da accordi con gli isp, non se ne esce.
    Poi cosa succede se emergono 2,3 o più meccanismi di transazione?
    Il cliente è abilitato al pagamento per una piattaforma, ma il venditore è convenzionato con un’altra..
    l’unica alternativa è se tutti gli ISP si accordassero per un sistema unico di pagamenti, ma mi pare utopico.

  • # 8
    Andrea R
     scrive: 

    Ma se il web fosse il primo spiraglio di una economia diversa, senza più soldi?
    Perchè dobbiamo dare le cose solo ad alcuni quando allo stesso costo possiamo darle a tutti?
    Certo oggigiorno non è facile creare contenuti di qualità e non doversi preoccupare di rientrare dei costi, ma nella mia esperienza ho avuto conferma della famosa espressione “the best things in life are free”.

    Io sono un utilizzatore pesante della rete e sinceramente dentro non ci voglio i soldi. Non pagherò mai, non cliccherò mai pubblicità e contribuirò sempre volontariamente. E donerò invece, come già faccio.

  • # 9
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    Il tutto gratis, come ho avuto modo di sostenere in precedenza, è purtroppo ancorato ad una concezione radicata nell’utenza e ormai difficile da scardinare. Una concezione coltivata a lungo con molte chiacchiere e poca sostenibilità economica, che oggi sta cadendo pesantemente in contraddizione.

    Ti chiedi giustamente: come far pagare per i video di youtube? È in effetti impossibile ad oggi. Resta il fatto che i video di youtube, quand’anche non si tratti di opere protette da diritto d’autore che fino a 5 anni fa si poteva solo andare a comprare in negozio, sono opere che vengono veicolate attraverso un’infrastruttura che va remunerata perché costa. Per quanto siano profonde le tasche di google, le bollette prima o poi YT se le dovrà pagare da sola, altrimenti chiuderà i battenti, in barba a coloro che YT, e tutto quel che contiene, ritenevano gli spettasse di diritto per aver pagato 15 euro marci al mese di connettività internet.

    Per l’altro problema, ossia la remunerazione degli ISP, che da prima a dopo YT hanno visto la propria banda saturarsi senza ottenerne una lira in più, ho già parlato estensivamente nel mio post. In breve, YT sta prendendosi un “free ride” sulla loro infrastruttura, e non è probabilmente lontano il giorno in cui questi signori chiederanno a chi veicola contenuti di partecipare ai costi di banda lato cliente finale (quanto detto non può essere applicato al 100% in Italia perché con Telecom siamo in questo ambito terzo mondo).

    Sul “brick&mortar” mi piace ricordare che, a differenza delle varie e più o meno fallimentari incarnazioni della “new economy”, è l’unico modello che fino ad oggi si è mantenuto in piedi, a livello di remunerazione ma anche, in qualche misura, di capacità di mettere in luce il talento, l’esperienza e la professionalità che giorno dopo giorno costruiscono la nostra cultura. Questo non significa promuovere il modello precedente a priori, né tantomeno incensare i vari gatekeepers a prescindere. (Anche qui vale poi il disclaimer italiano, l’informazione è un’altra materia sulla quale siamo terzo mondo.)

    Significa solo che, come sul discorso economico, l’euforia generale sta sradicando allegramente un modello che, almeno in parte, ha funzionato per decenni, per restituircene in cambio uno la cui capacità di individuare il talento, remunerarlo e valorizzarlo, mi pare ancora tutta da dimostrare.

    Sento parlare spesso della crisi della Britannica causata dal successo di Wikipedia. Non voglio generalizzare il caso e non ignoro che il modello che ha prodotto la britannica ha prodotto anch’esso tonnellate di ciarpame e iniquità a iosa.

    Il centro del problema mi pare tuttavia risieda nel fatto che dei principi ispiratori della rete si sono appropriati dei furbi, che li stanno cavalcando per i loro scopi, che sono poi sempre gli stessi, rischiando stavolta di produrre danni ancor più irreparabili di quelli prodotti dal vecchio. Nel mentre, vendendo alle persone l’illusione di essere divenute più importanti di quel che erano per il solo poter aggiungere il proprio parere su ogni cosa, all’oceano di futilità che inonda la rete.

  • # 10
    Enrico Pascucci (Autore del post)
     scrive: 

    D’accordo con Alessio su tutto, in particolare su questo punto:

    “Significa solo che, come sul discorso economico, l’euforia generale sta sradicando allegramente un modello che, almeno in parte, ha funzionato per decenni, per restituircene in cambio uno la cui capacità di individuare il talento, remunerarlo e valorizzarlo, mi pare ancora tutta da dimostrare.”

    Sostengo che il concetto di gratuità, che bene o male ha tenuto in piedi la rete fin’ora, debba per il momento essere mantenuto, proprio perché credo che in rete manchino ancora gli strumenti e i “luoghi” che possano garantire le opportunità che merita chi ha delle qualità da affermare.
    Lo sostengo perché vedo che il caos che ha caratterizzato l’offerta dei contenuti in rete sta ora prendendo strade e organizzandosi in schemi già conosciuti, dietro la spinta delle vecchie guardie che non ha avuto il coraggio di rimettersi in discussione e di sapersi adeguare.
    Non credo naturalmente che l’evoluzione umana sia una linea retta, ma questo in sé mi pare un buon motivo per non tornare indietro.

  • # 11
    goldorak
     scrive: 

    La rete non e’ mai stata gratuita neanche ai tempi di Arpanet. Il costo che prima era “nascosto” dietro istituzioni come universita’, centri di ricerca etc… nel momento in cui il web e’ divenuto commerciale questo costo e’ ricaduto ovviamente sugli utenti fruitori della rete.
    Personalmente credo che ci sia posto sia per una dimensione commerciale che non.
    Quello che invece non mi va giu’ e che ce’ spostamento deleterio verso la nozione che i dati degli utenti (o piu’ in generale lo user generated content) che per la maggior parte e’ gratuito debba essere gestito centralmente da infrastrutture che ovviamente chiederanno un pedaggio. Vedi caso di Youtube.
    Si sta ricreando in rete lo stesso sistema di distribuzione dei contenuti (commerciali e non mi preme ancora sottolinearlo) del mondo “fisico”. Insomma laddove la rete doveva consentire agli utenti di fare a meno di middlemen e ogniungo avrebbe gestito la sua finiestra aperta sul web, beh questa promessa e’ stata in larga parte disattesa. Siamo passato dalla padella alla brace senza neanche accorgersene o magari senza neanche che ci interessassi. Vedi tutte le masse alienate su Facebook, Myspace e altri “siti” di social networking.

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