di  -  lunedì 24 agosto 2009

SalvadanaioPer le testate giornalistiche che operano sulla rete, è da tempo in atto un processo di ripensamento che ha per oggetto il modello di remunerazione dei contenuti prodotti. Su queste pagine abbiamo spesso discusso di come, in particolare con l’attuale congiuntura economica, le molte testate giornalistiche lanciatesi in rete negli anni del primo boom, stiano tornando sulla convenienza economica della loro presenza online.

Attaccate su un fronte dalla rete gialla del buzz – composta da blogger pronti a cantare le lodi di qualunque inutile gadget per qualche tartina e un paio di mojito, o al limite in cambio del prodotto stesso – e su quello opposto dalle aspettative del rispettivo pubblico, messe in discussione da dilettanti di più o meno successo e più o meno talento, ma sempre e comunque numericamente soverchianti, infine gravate dai costi della produzione di notizie di livello professionale, le testate giornalistiche tradizionali stanno esaminando nuovi modelli di business per ritrovare la sostenibilità economica e salvarsi dall’estinzione.

In questo post vorrei analizzare uno scenario diverso da quelli finora più ampiamente e comunemente discussi, ossia micropagamenti e/o abbonamenti percepiti direttamente, accompagnati o meno da un modello freemium che lasci libere solo alcune sezioni.

Partiamo ovviamente dal presupposto che le notizie, le inchieste giornalistiche, gli approfondimenti e gli editoriali di commentatori esperti ed informati, così come la musica, e forse molto più di certa musica, costano. Tanto basta, o almeno dovrebbe bastare, a mettere sotto una diversa luce il “diritto” che molti si ritengono ormai attribuito per nascita, di fruire gratuitamente di tutto ciò che la rete può contenere.

Non è tuttavia di equo compenso che voglio parlare: si tratta di una logica che riporterebbe nell’editoria online le logiche che già osserviamo nel mondo cartaceo, con in più un ulteriore elemento di complessità (e di poca trasparenza) per quel che concerne la spartizione della torta, essendo i soggetti potenzialmente interessati molto più numerosi.

Veniamo dunque al tema del post: una remunerazione che segua la logica del 5 per mille, applicata non alla denuncia dei redditi, ma ai costi di connettività (comuni a tutti coloro che navigano). Immaginiamo di ricevere all’apertura di un contratto di connettività (la cui durata minima è generalmente di un anno), e comunque una volta l’anno, una scheda in cui indicare i domini destinatari delle sovvenzioni (scelti ovviamente fra quelli che possano garantire una rappresentanza legale univoca e definita).

Immaginiamo che ai siti da noi indicati nella scheda (un numero ragionevole, ovviamente), vada una quota applicata al canone annuale di abbonamento (5 euro al mese per una lista di 5 siti, dunque 1 euro a sito, al mese). Andrebbe ovviamente vietata la pubblicità diretta e qualunque forma di revenue sharing per l’intercettazione delle quote di remunerazione: andremmo a remunerare solo quei siti che, per qualità e puntualità d’informazione, meritano secondo noi di essere incentivati a lavorare ancora di più e ancora meglio.

Il tutto proponendo all’utente non di affrontare decine di micropagamenti per trovare l’informazione che cerca, o altrettante decine di pagamenti annuali per altrettanti abbonamenti, ma una “interfaccia” unica e meritocratica, gestita con criteri di trasparenza assoluta.

Offrendo questo canale di remunerazione a chi lavora bene e non ci propina marchette travestite da recensioni, e sottraendolo a chi ci bombarda di pubblicità invasiva e spesso fuori contesto e cerca di manipolare le nostre opinioni per un tornaconto, riusciremmo forse a rendere la rete più simile ai nostri requisiti. Il che sarebbe per inciso:

1) un buon modo di dimostrare a tutti quei signori che ad ogni pie’ sospinto ci ripetono che se i media fanno schifo è perché il pubblico fa schifo, che in realtà sono solo loro a fare schifo;

2) un modo per evitare che le testate giornalistiche, al restringersi degli incassi pubblicitari, inizino silenziosamente a “ingiallire”.

Che ne dite? Le ferie mi hanno reso troppo ottimista? Sarà colpa di un’insolazione? O c’è davvero qualcosa di sensato in questa idea?

NB So benissimo che in Italia il giornalismo naviga in pessime acque, che la libertà di stampa è continuamente messa in discussione, che con le sovvenzioni statali si scoraggia quotidianamente il giornalismo di qualità e che tutto il mondo ci mette alla berlina per l’incapacità strutturale del nostro sistema di comunicazione, di contrappesare le influenze politiche, a partire dalle nomine dei direttori RAI. Tuttavia non è questo l’argomento del post, quindi cerchiamo di volare più in alto. Magari, con la dovuta scaramanzia, un giorno o l’altro il prodotto di una discussione sul tema della remunerazione potrebbe tornarci utile.

16 Commenti »

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  • # 1
    Remunerare i contenuti in rete: modello 5 per mille? | succoso
     scrive: 

    […] Remunerare i contenuti in rete: modello 5 per mille? […]

  • # 2
    arkanoid
     scrive: 

    Per voi non sarebbe una cosa intelligente aprire una raccolta fondi dagli utenti per ridurre un po’ l’ingombro pubblicitario sul sito e ampliare i servizi? Ormai lo fanno tutti e per una testata come la vostra mi sembra ragionevole ottenere qualche migliaio di euro l’anno.

  • # 3
    arkanoid
     scrive: 

    la strategia che proponi è imho inattuabile perchè attualmente 5€ al mese sono il 25% del costo per la connessione in molti casi, e per cifre inferiori (già è poco così) non ha probabilmente senso.
    Poi sono dell’idea che il sovvenzionamento a ombrello sia sbagliato, da evitare come la peste, fonte di distribuzione di denaro sporco e di traffici illeciti, ovunque esso sia praticato.
    Chi vuole usare un servizio può pagarlo o non usarlo, secondo me alla fine questa è sempre la soluzione migliore, anche a discapito di perdere il 70% dei “clienti”.
    Attualmente il vostro forum ha qualche migliaio di persone che ogni giorno legge, scrive e discute sia sulle cazzatucole più assurde che sui vostri articoli.
    Non per questo reputo che nessuno di voi debba ricevere uno stipendio “di stato” (passami il termine).
    1€ a testa all’anno mi sembra che lo pagheremmo tutti per usufruire del servizio, che moltiplicato per gli utenti fanno probabilmente il costo dell’energia che usate.
    Piuttosto, perchè minchia sto codice di sicurezza è sempre sbagliato alla prima? :D

  • # 4
    Franco
     scrive: 

    Io credo che sia applicabile il modello Canonical/Ubuntu anche all’editoria.

    Una informazione di base gratuita ( con Copyright), e servizi accessori a pagamento ,i quali potrebbero essere sms su cellullare con notizie, archivio delle notizie o edizione cartacea a casa…

    Io ritengo che se un servizio è di qualità e la gente ha la possibilità di SCEGLIERE se pagarlo, lo paga volentieri.

    Il problema è quando il pagamento viene imposto secondo me.

  • # 5
    zephyr83
     scrive: 

    Mi pare improponibile come cosa e nn garantirebbe nulla riguardo professionalità e “trasparenza”.

  • # 6
    Gaspode
     scrive: 

    L’idea non è male, anche se secondo me, andrebbe un po snellita.
    Mi spiego.
    I costi di abbonamento a network informativi on line, dovrebbero essere delle opzioni attivabili alla sottoscrizione dell’abbonamento, o ancora meglio in corsa, quando uno meglio ritiene.
    Ammetto però, che un simile sistema lo si possa applicare unicamente a “network” ovvero a consorsiazioni di testate informative, blogger, carta stampante on line e quant’altro.
    Già mi vedo, l’abbonamento ADSL cippa lippa che ti consente di accedere ai servizi del network “La Stampa”, che a questo punto avrebbe anche tutto l’interesse a inglobare bloggers (e a remunerarli) di svariati ambiti informativi per ampliare al massimo la sua offerta, e così farebbero gli altri.
    Ma ci si pone dinanzi un’altro fattore.
    Chi si legge il giornale a casa dopo aver staccato dal lavoro? E anche ponendo un diverso approccio alla stesura dei contenuti, più in tempo reale rispetto a ora, chi lo legge il giornale in questa situazione serale?
    Allora se tutti noi rubiamo i 10 minuti al giorno al nostro datore di lavoro per vedere quello che succede nel mondo, una volta in questa situazione come usufruiamo di questi contenuti? Ci viene rilasciata una user id e una psw? Ok, va anche bene, ma chi se la porterebbe dietro?
    Un “pubblico” come noi, avvezzo alla tecnologia, ma siamo, e rimaniamo una piccola, e spesso demonizzata, minoranza…
    Per quanto apprezzi di principio questo sistema, dovremmo affiancarlo a sistemi “pay per use” tramite sms cellulare e così via…
    Ma ricordiamoci che siamo in italia, e i nostri Cari operatori mobili ci fanno pagare molto, per molto poco…
    L’importante è comunque, parlarne.

  • # 7
    phabio76
     scrive: 

    > Remunerare i contenuti in rete: modello 5 per mille?
    Semplicemente i m p r o p o n i b i l e per una pletora di motivi socio-economico-culturale-politici

  • # 8
    andrea
     scrive: 

    L’idea è interessante, ma di difficile applicazione…
    Ad ogni modo, a mio avviso i provider nel futuro dovranno per forza spartire la torta con chi crea contenuti, ancora non è chiaro quando e come…

  • # 9
    Presidente
     scrive: 

    Pagare i contenuti sul web? Impossibile, questione di mentalità. Internet è nata libera e tale deve rimanere. L’utente paga già il canone adsl o simile, quello deve bastare. Piuttosto, chi può (e sono in molti, per tanti Internet non è assolutamente un bene di prima necessità) rinuncia alla rete.

  • # 10
    Gaspode
     scrive: 

    A costo di essere polemico, vorrei sapere da dove escono fuori queste posizioni vetero comuniste.
    Internet NON è nata libera, internet è nata da bollette telefoniche astronomiche, connessioni ridicole, ore di configurazioni, e, soprattutto, dal tempo libero che ci hanno dedicato i primi utenti “pionieri” nel creare i propri siti e quindi contenuti.
    Ripetere come un mantra la filastrocca dell’internet gratis è specchio di una parzialissima conoscenza sia del mezzo che del fine.
    Se si continua a pretendere che tutto sia gratis sullo web ne decreteremo, non una sua morte, giacchè è impossibile, ma quantomento uno svuotamento completo di contenuti, di fruibilità, di gente che ci lavora dietro.
    Il meccanismo pubblicitario non basta a coprire i contenuti, e quindi si hanno altri problemi, pubblicità invasive, ads che limitano la fruizione ecc…
    Secondo me l’importante è CAPIRE, un sistema che monetizzi i contenuti on line deve essere di tipo allargato, ovvero che consenta di avere bassissimi costi, ma una base di riscossione amplissima, così da non incidere significativamente sui costi per singolo utente, garantendo al contempo il giusto compenso per tutti gli operatori – seri – di questo ambito.

  • # 11
    arkanoid
     scrive: 

    Non sono per nulla d’accordo. Si paga per ciò che si usa, non per dare i soldi a fornitori di servizi che poi è alla fine impossibile verificare se siano utili e seguiti o no.
    Immagini sia possibile controllare qualche decina di migliaia di fornitori di servizi, qualsiasi cosa ciò voglia dire, tutti gli anni, per capire se e quanti soldi vadano loro distribuiti dell’obolo che la collettività deve alla categoria?

  • # 12
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ arkanoid
    Ma perché obolo e non elemosina? :-)

    Immagini sia possibile controllare qualche decina di migliaia di fornitori di servizi, qualsiasi cosa ciò voglia dire, tutti gli anni, per capire se e quanti soldi vadano loro distribuiti dell’obolo che la collettività deve alla categoria?

    Immagino che la tecnologia dia infiniti modi di controllare in modo trasparente la qualità e valutarla, anche su larga scala, e che se questi metodi non sono stati finora applicati pervasivamente è solo perché c’è molta gente che ha la coda di paglia.

    Credo poi che, il fatto che oggi sia diventato tutto molto più numeroso e complesso da gestire e valutare, non possa in alcun modo implicare una sovversione delle logiche economiche secondo cui:
    1) il lavoro (anche quello altrui!) costa e quindi va remunerato;
    2) ciò in cui un fruitore trova valore, deve avere un valore anche per il produttore.

    Se si dimenticano questi banalissimi principi economici, non ci si può poi sorprendere osservando il dilagare delle marchette. Finché i soldi non crescono sugli alberi e i salamini sulle siepi, da qualche parte il guadagno bisogna trovarlo.

    Dopotutto una rete tutta gratis e per la quale non si è disposti a pagare, nel momento in cui degenera – e sta degenerando – non fa altro che verificare la teoria secondo cui se i media fanno schifo è perché il pubblico li vuole così.

  • # 13
    Christian
     scrive: 

    Le mie navigazioni comprendono quasi esclusivamente siti di appassionati/amatori dei vari argomenti che trattano, da quelli tecnici a quelli ludici a quelli professionali, “lavoro” di gente che non si sogna nemmeno di chiedere una ricompensa (a parte essere letti), di gente che i soldi per vivere li fa nelle otto ore normali e che si diverte poi ad avere una presenza on line attiva con un sito o un blog. Gente che scrive con passione di cose verso le quali è appassionata, non che racimola informazioni per produrre articoli a scadenza prefissata. Un web così è possibile ed anzi esiste già senza che nessuno inventi logiche a pagamento o che si scandalizzi perchè qualcuno scrive contenuti di qualità senza essere pagato. Però forse il fatto che i signori che leggo scrivano quasi tutti in inglese non è un caso.

  • # 14
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Christian
    Guardacaso è proprio dal mondo anglosassone che sta arrivando la rivoluzione del paid…

    Dopodiché se per te la differenza fra il giornalismo professionale e l’approccio amatoriale (il che non significa affatto incompetente, in AD non siamo professionisti se non dei settori in cui ci occupiamo in molte delle rubriche) non ha significato, non credo che possiamo andare molto lontano con la discussione.

    Innanzitutto perché c’è una differenza fra l’amatore che di lavoro fa il programmatore, e che sul blog parla di programmazione, e l’amatore che di lavoro frigge patatine e di sera tiene un blog sulla tecnologia, o inserisce in wikipedia le sue concezioni sul mondo open source perché ha installato linux sul portatile.

    In secondo luogo perché un progetto come AD, che dà voce non a professionisti del giornalismo, ma a gente che comunque ha titoli professionali e di studio per parlare di ciò di cui parla, pur applicando criteri “amatoriali” (e quindi costi bassi) alla produzione di contenuti, per campare si poggia quasi integralmente sulle spalle di un sito giornalistico professionale come Hardware Upgrade.

    D’altro canto, siti validissimi che hanno cercato di applicare criteri professionali all’approfondimento e all’analisi, ma non appartenenti a un gruppo editoriale solido, hanno fatto negli anni una brutta fine, proprio per l’impossibilità di coprire i costi vivi necessari al salto dal mondo amatoriale.

    Un problema questo, cui la pretesa di avere tutto gratis – radicata in buona parte sulle illusioni seminate ai tempi della prima bolla – non è affatto estranea.

  • # 15
    Christian
     scrive: 

    Sono in accordo con te sulla differenza tra giornalismo professionale e bloggate amatoriali, ma non credo che internet sia ancora paragonabile alla carta stampata in relazione ad affidabilità dei contenuti. Che poi anche sui giornali si scrivano fesserie è altro discorso. Però sul giornale quel che è scritto è scritto, con tutte le conseguenze del caso per l’autore e, immagino, una sua più forte responsabilizzazione. Su web ovviamente è tutt’altro discorso: tutto più libero, tutto più volatile, tutto modificabile senza lasciare traccia. Non ci vedo i presupposti per pagare. Io, almeno, non pagherei, e trovarmi una voce “contributo al web” nella dichiarazione dei redditi mi darebbe qualche prurito.

  • # 16
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Christian

    Sono in accordo con te sulla differenza tra giornalismo professionale e bloggate amatoriali, ma non credo che internet sia ancora paragonabile alla carta stampata in relazione ad affidabilità dei contenuti.

    Mah uno è anche libero di pensare che le bionde sono più stupide delle more, il bello è poi provare le proprie affermazioni. Nella fattispecie, nelle redazioni giornalistiche online lavorano per l’appunto giornalisti, quindi decidere che giornalisti (e stagisti) della carta stampata sono meglio dei giornalisti (e stagisti) del web, potrebbe in assenza di ulteriori giustificazioni sembrare piuttosto arbitrario.

    In ultimo la denuncia dei redditi non è stata minimamente tirata in ballo dal post…

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