di  -  giovedì 18 giugno 2009

Ship Sinking

Dalla rete arriva un’aria nuova, che sa di cambiamento. Qualche giorno fa accennavo a uno dei pilastri della rete per come l’abbiamo conosciuta finora, l’anonimato, che inizia ad entrare in forte contraddizione con i più recenti trend che attraversano Internet.

Oggi vorrei ragionare un po’ sul “tutto gratis“, che è un po’ un modello di business (bislacco o meno a seconda dei momenti e delle applicazioni) e un po’ uno stato d’animo dell’utente, indotto dalla “smaterializzazione” che il nuovo medium porta in dote, a confondere concetti come l’accesso e il possesso, a ritenere che tutto ciò cui può accedere, tutto quel che può passare per il “tubo” di connettività che paga, gli spetti.

L’utente Internet si secca davanti alla pubblicità, mal sopporta i banner e, quando individua le marchette, giustamente si sente preso per fondelli e s’indigna. Anni di martellamento da parte di utopisti, digerati e altri teorici di nuovi modelli di business che vedono nel digitale la fine dell’economia – intesa come gestione di risorse scarse – hanno tuttavia alimentato nell’utenza una concezione precisamente antieconomica: ciò che può essere smaterializzato può avere valore ma non merita remunerazione.

Prima di saltare alla sezione commenti per bollare quest’analisi come retriva, antistorica e inutilmente polemica, ci tengo a precisare che io stesso, assieme a tanti altri che oggi si ritrovano, forse con due minuti di anticipo rispetto all’entusiasmo generale, a dover rivedere le proprie posizioni, ho in qualche misura ceduto alla seduzione di questa trappola. Ho dovuto, negli anni, cambiare idea. Se avete un po’ di pazienza, vi spiego perché.

Come si suol dire, cuccagna finché dura, ed è durata a lungo: partendo dalla metà degli anni ’90, siamo già a una quindicina d’anni durante i quali i mutamenti avvenuti nel contesto tecnologico hanno letteralmente ricattato interi comparti economici, costringendoli ad una revisione dei propri modelli di business, pena l’estinzione.

Una revisione non necessariamente negativa: negli anni precedenti all’avvento di Internet, per esempio, le major musicali e cinematografiche hanno goduto di margini esorbitanti, frutto di un’attività di intermediazione/distribuzione che ai tempi della rete è divenuta sempre più povera di valore aggiunto. Cosa più grave, la reazione di questi soggetti alle mutate condizioni tecnologiche è stata minata alla base dall’idea, dimostratasi insostenibile, che la repressione attraverso gli strumenti legali potesse bloccare la corrente.

Dopo anni di tutto gratis, un decennio sano di P2P, lo scoppio di una colossale bolla speculativa, numerosi e nella maggior parte dei casi velleitari tentativi di trovare una sostenibilità economica, ci ritroviamo all’incirca al punto di partenza: fatto salvo il caso di Google, il danaro dei venture capitalist muove oggi il grande ingranaggio 2.0, basato anch’esso sulla totale gratuità ma infestato di dubbi sulla privacy che la massa bellamente ignora.

Parlare di profitti in riferimento ai moderni social network suscita poco più che ilarità: fra Facebook che ha spinto la sua questua fino alla Russia, MySpace che licenzia un terzo della sua forza lavoro, Twitter il quale mi pare campi di solo hype – spesso costruito ad arte da una pletora di agenzie e professionisti “gialli” che sfruttano il network per costruire fantasiosi piani marketing – la quadratura dei conti è ad una distanza siderale.

In attesa che il “grande fratello” diventi un modello di business canonizzato e profittevole, i dati personali accumulati da social network e motori di ricerca, Google in testa, non trovano ancora una remunerazione diretta e definita.

Nel frattempo produrre contenuti e veicolarli su grandi infrastrutture di rete continua a costare danaro vero, il talento e la qualità rimangono un bene scarso che necessita di remunerazione e la fibra ottica non cresce sugli alberi.

1: La distribuzione

Le prime avvisaglie di guerra si stanno scatenando nel fondamentale triangolo delle Bermuda che vede ai tre vertici produttori di contenuti, piattaforme di accesso/distribuzione terze come Google e, infine, i carrier. I primi, piegati dalla crisi delle vendite – una crisi cui la copia illegale non è estranea – cercano di monetizzare i propri contenuti attraverso la distribuzione legale. I carrier e gli ISP dal canto loro, faticano a sostenere la crescita dei requisiti di banda dovuta al video streaming (legale o illegale che sia) e minacciano le piattaforme di distribuzione di chiudere i rubinetti, osteggiando vigorosamente la net neutrality.

Dall’altra parte ci sono i protagonisti dell’avvento dello streaming video, Google in primis, che – pur non riuscendo a loro volta a monetizzare – si avvalgono di due “free ride”: il primo è quello che avviene ai danni dei detentori di proprietà intellettuale, il secondo è quello le cui conseguenze si scaricano, per l’appunto, sugli operatori che forniscono banda di tipo flat all’utente finale (si veda il caso BT vs BBC).

Fermiamoci un attimo per pesare il reale valore di questa querelle: attorno ai tre soggetti citati gira il grosso dei soldi che fanno capo ad Internet.

Un quadro per certi versi simile, si prospetta peraltro all’orizzonte, con la prossima maturità del Software As A Service e il cloud in generale, e il conseguente coinvolgimento di altri titani del mondo tecnologico nel ruolo dei “free riders”.

Dall’altra parte della barricata i soliti digerati – più o meno fortunati collettori di gettoni di presenza presso le conferenze 2.0, autori di libri sulla “grande rivoluzione” ormai vicina al crac finanziario, strenui difensori a priori della libertà dai vincoli del danaro e della vituperata “old economy” – difendono a gran voce la net neutrality finanziata dalle tasche altrui.

Fra i due litiganti il terzo, ovverosia Google, per ora gode, ma nel frattempo, a quel che si sente fin dal 2005, acquista fibra. Quale sarebbe la profittabilità del suo modello di business, dovesse trasformarsi in un grande carrier, è per ora materia delle più astratte speculazioni. Dubito tuttavia che si spingerebbe fino al relativamente povero mercato della connettività privata. Più facile che voglia acquistare segmenti dell’infrastruttura che oggi noleggia a caro prezzo per veicolare contenuti.

Intanto alcuni ISP, mettendo in pratica un poderoso esempio di tradimento della net neutrality, cercano di districarsi nella giungla del business online con le proprie piattaforme di distribuzione: niente di più naturale ed economicamente sensato per un ISP, che cercare di concentrare il traffico all’interno della propria rete. La stessa grande G, dovesse domani essere chiamata a decidere se sacrificare la qualità dei propri contenuti video per lasciare spazio a quelli di Microsoft o Apple, rettificherebbe forse le proprie posizioni sulla net neutrality.

2: Contenitori e contenuti

Guardando la questione dalla prospettiva dei grandi e piccoli gruppi editoriali, la situazione non è più rosea: a piantare un chiodo dopo l’altro nella bara di questi soggetti, a cui – è bene ricordarlo – si deve tutto ciò che abbiamo chiamato informazione per un secolo e più, è il Web 2.0, lo user generated content, il dilettantismo imperante, che con la leva della sua natura gratuita e volontaria, sta producendo due ordini di effetti:

– costringe chi opera da professionista nella comunicazione a scendere a compromessi sulla qualità dei contenuti;

– spinge i professionisti ad avvicinarsi, volenti o nolenti, sempre più alle spinte “marchettare” ottimamente collaudate nel Web 2.0 e messe a sistema dai suddetti soggetti “gialli”: dopotutto la pubblicità fuori dagli spazi pubblicitari vale più di quella che l’occhio si è allenato ad evitare.

Tutto questo si traduce in maniera diretta in un degrado della qualità esperita dagli utenti, i quali si sottraggono alla pubblicità tradizionale per ficcarsi inconsapevolmente nei flussi “gialli” di pratiche come il “conversational marketing”, una delle parole calde del mondo delle marchette 2.0 – dietro cui si maschera la banale considerazione che, a differenza di una comune conversazione, in questo caso, da una parte del “filo” c’è qualcuno che guadagna soldi per promuovere ciò di cui parla, e raccogliere le opinioni del pubblico.

3: Concludendo

Tanto nell’ottica dei contenuti 2.0 quanto in quella dei temi legati alla distribuzione, gli sfasci del “tutto gratis” appaiono complessi e profondi. Una serie di sistemi economici fortemente interrelati sta rimodellandosi – chi guadagnando, chi andando incontro alla rovina – attorno all’ottusa cultura della gratuità, alla percezione, cavalcata ad arte ed interiorizzata dall’utenza, che il pagamento del canone di accesso alla rete compensi il possesso di tutto quel che la rete contiene.

L’insostenibilità di questo paradigma sta emergendo prepotentemente e il futuro della rete nel suo complesso, sembra sempre più configurarsi attorno alla dicotomia alta qualità a pagamento per pochi/scarsa qualità gratis per tutti. Chi non se ne avvedrà in tempo e continuerà a blaterare le futili “keyword” che già sono costate all’economia occidentale la prima bolla, si troverà presto a navigare felice e contento nel mare giallo delle sponsorizzazioni occulte e delle marchette imboscate, dalle quali l’immortale e ben nota categoria di furbi dagli enormi nodi di cravatta, continuerà a guadagnare.

Non ho bisogno di dire che non verserò una sola lacrima per loro: il torto, storicamente imperdonabile, è perpetrato a carico dei miliardi di “digital divisi”, individui inconsapevoli e in questo senso innocenti, sui quali tuttavia ricadrà la storica incapacità della rete di mettere a sistema la qualità e la remuneratività che da sempre propelle il genio, il talento e la professionalità.

Tutti gli altri pagheranno, e pagheranno più di quello che avrebbero pagato se l’utenza nel suo complesso – la famosa massa – avesse dimostrato di saper distinguere il grano dalla pula.

26 Commenti »

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  • # 1
    magilvia
     scrive: 

    Io non concordo comunque sull’equazione “professionista” = “sponsorizzazioni occulte” anzi sono convinto del contrario, anche perchè professionista è molto diverso da professionale. Infatti nel caso di pochi veicolatori di contenuti (i professionisti) sarebbe molto più difficile distinguere l’entità percentuale dell’inquinamento da sponsorizzazioni, proprio perchè essendo pochi sono più facilmente “indirizzabili”.
    Sul fatto invece, che la fruizione della pletora di contenuti di questo cosiddetto web 2.0, che non mi ha mai convinto, necessiti di maggior abbondanza di spirito critico, concordo appieno.

  • # 2
    magilvia
     scrive: 

    L’equazione che volevo scrivere era:
    “professionista” = “no sponsorizzazioni occulte”

  • # 3
    hereweare
     scrive: 

    L’incapacità a distinguere il bene dal male.
    Questo è il male del nuovo millennio.
    Oltre al “digital divide” che separa i ricchi dai poveri nell’ “information retrieval” c’è l’ “information overload” che riguarda solo i primi e rovina gli strumenti di valutazione, omogeneizzando nel web 2.0 pareri professionali con esternazioni adolescenziali. Il “rumore” mediatico supera l’ “armonia” dell’intelligenza. Con il risultato che la vita politica, sociale e culturale si inaridisce. Le pulsioni si spengono ed arriva la noia, il rifiuto.
    L’assenza di remunerazione umilia chi crea i contenuti ed avvilisce quelli che comparano i propri sacrifici per acquistare un bene “digitale” rispetto a chi vi accede a scrocco. L’economia mondiale non può sopportare altre bolle speculative. Pagare per ciò di cui si fruisce non è solo un obbligo morale, ma una necessità perchè la RETE e l’economia in generale possano sopravvivere alle egemonie delle corporation imprenditoriali e politiche.

  • # 4
    andrea
     scrive: 

    La questione è complessa, non vedo certezze nel futuro a breve o medio termine. Dubito che, almeno per certi ambiti (quale in generale quello dell’informazione), possa davvero funzionare un modello a pagamento. Da semplice appassionato, mi sembra di ricordare che l’idea che una – ampia – serie di servizi si trasformassero a pagamento (si parlava pure dell’email, per esempio) ventilava già intorno al 2002/2003 o giù di lì: poi, semmai, è successo il contrario.
    La mia impressione è che alcuni ambiti del mondo del lavoro stiano cambiando talmente tanto che non sia possibile adattarli a un modello precedente, fatto che indubbiamente costituisce un grosso problema: io immagino che in futuro una parte del guadagno dei provider potrebbe finire nelle tasche di chi sviluppa i contenuti…

  • # 5
    entanglement
     scrive: 

    “Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore.”
    Nietzsche, 1880 e qualcosa

    quanto mai vero e profetico

  • # 6
    Roberto
     scrive: 

    Chi scrive contenuti deve mangiare 3 volte al giorno, come tutti… può accontentarsi di due, può sopravvivere con un pasto al giorno, ma se non mangia non sopravvive, no?

    Per mangiare deve guadagnare, no?

    I metodi sono due, o prende soldi dai lettori ovvero dalla pubblicità, con la possibilità di cadere nel circolo vizioso delle marchette (la pubblicità la faccio solos e parli bene del mio prodotto).

    Ai lettori la scelta, basta che poi non si lamentino della parzialità di chi scrive: l’hanno voluta loro.

  • # 7
    phabio76
     scrive: 

    > “alta qualità a pagamento per pochi/scarsa qualità gratis per tutti”
    L’hanno già teorizzato, si chiama modello FREEMIUM…
    ma non sono affatto convinto che pagare per i contenuti diventi poi garanzia di qualità.

  • # 8
    TheThane
     scrive: 

    Secondo me bisogna distinguere il “tutto gratis” venduto a pagamento che danneggia tutti e il “tutto gratis” che tanto non compravo ma nello stesso tempo fa diventare più popolare il prodotto.
    Logico che se tutti scaricano senza un minimo di regole ne controlli a dismisura e non resta più una esclusiva di pochi elitè prima o dopo il p2p come lo conosciamo oggi salta.

  • # 9
    minatore
     scrive: 

    L’open surce e il tutto gratis è quello che spinge i programmi a pagamento a migliorare, programmi peggiori di quelli gratuiti venduti a caro prezzo da furfanti ladri. Se la gente non pagasse non ci sarebbero incentivi per fare vurus malware ecc… Programmatori sottopagati nelle mani di grosse case come la Microsoft dove chi si fa ricco son furfanti commerciali che non sanno nulla di informatica ma laureati sulle vendite (come fregare il prossimo). Idem nel cinema e nella musica sottopagato che crea strapagati giornalisti e commerciali.

  • # 10
    Roberto
     scrive: 

    Minatore, se la metti su questo piano allora perchè non creare automobili gratuite che spingano i produttori a migliorare quelle a pagamento? Non è che il lavoro intellettuale non meriti una remunerazione eh…

  • # 11
    mede
     scrive: 

    rileggerò in seguito l’articolo perchè non credo di aver compreso a fondo tutti i punti. tuttavia mi è sembrato ingenuo o facilotto pensare che prima di internet le riviste a pagamento fossero esenti da marchette e che l’avvento di internet abbia imbastardito i professionisti prima professionali. al limite la forza della rivista sarebbe stato proprio nel garantire l’indipendenza con il costo di copertina, magari si sarebbe affievolito il mercato a causa della gratuità dell’internet machettaro, ma una clientela fedele sarebbe rimasta. invece “abbassarsi al livello di internet” avrebbe significato morte certissima, visto che la carta stampata costa non poco, e la maggior parte dei contenuti è autoreferenziale perciò chi ne è interessato ha accesso a internet, non stiamo parlando di riviste di taglia e cuci (scusate il paragone facilotto).
    sul discorso del pagare e avere, bhe io penso che se i contenuti devono essere a pagamento almeno la connessione dovrebbe essere gratuita. il patto è che un entità (stato o provider) mi fornisce i servizi essenziali in modo gratuito (posta, 2GB di spazio)

  • # 12
    mede
     scrive: 

    continua commento 11

    …il resto lo pago. altrimenti pago un canone ma allora deve essermi garantito qualcosa in più della semplice posta compresa nel prezzo. almeno alcuni servizi privi di pubblicità.

  • # 13
    cdona
     scrive: 

    Analisi assolutamente corretta.
    Resta da capire cos aresterà di Facebook. Twitter a altra compagnia tra due anni.

  • # 14
    MarconWPS
     scrive: 

    Sono sempre ben contento se ho la possibilita’ di usufruire di un prodotto gratuito .Grazie a Linux e grazie anche a quella filosofia per Windows si recuperano parecchi tool utili e capita che
    case di software regalino i loro vecchi prodotti che per un utenza casalinga molto spesso sono piu’ che sufficenti. In questo non ci vedo nulla di male anche solo avere una pubblcita’ nello splah screen a me non da alcun fastidio . Di tutt’altra natura il discorso P2P che veicola software o contenuti coperti da copyright e non distribuibili ma e’ un problema anche del passato vedi le varie videocassette o musicassette copiate per gli amici .
    Il punto e’ il fenomeno oramai di grande dimensione e ha chiuso i rubinetti alle major quindi si sono attivate per fermare il fenomeno cosa che una persona qualsiasi farebbe e’ normale non si vedono pagati per il lavoro svolto copiare un film e’ un crimine federale in usa giusto per far capire come ci tengono. Che poi si venga fuori con il solito discorso dei costi beh… non lo ritente giusto non comprate il prodotto !!
    L’aumento della portata delle reti consentira’ di ridurre il divario tra chi puo e non puo’ faccio un esempio un bluray costa 50euro in streaming 5 euro e cosi via anche per i videogiochi 70 comperato 5 in streaming (inteso che lo giochi su un server e sul tuo pc non viene installato nulla vedi onlive) o che so un libro costa 20 euro leggerolo sul sito 2 e cosi via’ dicendo .Se ci si muovera’ in questa direzione la ritengo una cosa molto positiva e un banner ai bordi per usufruire della treccani gratuitamente perche’ no??

  • # 15
    uno di passaggio
     scrive: 

    Il problema non è la pubblicità in se, ma il modo di propinarla.

    Molti siti usano sistemi invasivi che rendono quasi una tortura, la lettura di un sito web.

    Tra banner il flash che strombettano, finiti link che fanno apparire un popup pubblicitario, nei contenuti di un testo, banner che letteralmente ti seguono quando fai lo “scroll” di una pagiona…

    Insomma…siamo sicuri che sia proprio il banner in se ha dar fastidio ?

  • # 16
    Ilruz
     scrive: 

    Remunero chi se lo merita; e questo gia’ da molto!

    Pagare per i contenuti? ben venga! ma cosi’ come in edicola non compro tutto e/o non lo compro per sempre (se la qualita’ decade smetto di comprarlo), i siti con contenuti a pagamento avranno i seguenti problemi:

    1. Attirare utenza: pubblicita’?
    2. Produrre contenuti VERI, e di qualita’, non frocerie N.0, forum, etc.
    3. Mantenere utenza: qualita’ nel tempo.

    Ora … ci son moltissimi siti *meravigliosi* che si sostengono con i soli banner, e su cui spesso scrive una sola persona. Dall’altro lato (il 95%) ci sono tonnellate di fotocopie, magari stampate in maniera eccellente … ma sempre fotocopie sono.

    Io non credo che spariranno i primi siti; mentre ci sara’ una falcidia/moria dei secondi.

    Neo Gratis? Deo Gratias!

  • # 17
    mariano
     scrive: 

    la crisi economica deve esserci per forza in un sistema economico doce tutto é gratuito (nb non ha senso neanche la parola “economia ” se tutto è gratis.
    l’istinto dell’uomo vuole percepire un guadagno da tutto quello che fa ,questo pero non gli permette di raggiungere il paradiso dove tutto guarda caso è gratis
    Traduco ‘tutti vogliono ‘MERCE’ gratis ,tutti pero vogliono CHE la ”loro” merce gli sia paga

  • # 18
    Giulio
     scrive: 

    Anche io sono convinto di non aver colto tutti i punti dell’articolo, però qualcosa, prima di rileggerlo, vorrei dirla lo stesso. Sicuramente il modo di vedere le cose sul web e l’approccio al pagamento per i servizi online è un qualcosa che non ha precedenti. La gratuità dei servizi è oramai affermata e sarà difficile tornare indietro (infatti quanto scalpore per le proposte di Murdoch per i propri quotidiani che, però, altrimenti, rischiano di chiudere).
    D’altro canto io per Hwupgrade o Multiplayer pagherei tranquillamente il canone annuo che altri pagano per una rivista cartacea (ma capisco che potrei anche essere una eccezione).

    Un’ultima nota prima di chiudere. In tutto questo mondo gratuito, chi non deve lamentarsi c’è: i provider. Loro i loro soldi li incassano bellamente ogni 2 mesi da tutti, pirati e free rider compresi, senza che questo però li spinga anche minimamente (almeno qui da noi) a cercare di migliorare il servizio. La realtà è che la rete (quella fisica) è oramai diventata un servizio pubblico (ci si pagano pure le tasse) ma nessuno tra provider e governo sembra averlo capito.

  • # 19
    floc
     scrive: 

    io la vedo piu’ semplice a dire la verita': sempre piu’ artifizi per impedire la copia, chi e’ scrocco riuscira’ comunque ad avere tutto e gratis, altrimenti si paga

    e questo al di la’ di tutte le politiche del mondo, cloud compreso… il cloud non puo’ sostituire tutto, e comunque non puo’ sempre essere lasciato in mano a terzi

  • # 20
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Se è ingenuo pensare che i contenuti pagati siano di per sé esenti da marchette, è ancora più ingenuo illudersi che il “tutto gratis” possa offrire una remunerazione stabile a chi cerca di applicare criteri professionali all’informazione.

    Tanto più di questi tempi in cui aziende anche di grosso calibro e gran nome, si affidano ad agenzie che vendono piani marketing che non prevedono una pianificazione media basata sull’acquisto di spazi – da cui il massiccio ricorso al contributo gratuito o quasi dei blogger, anche di nessuna reputazione o competenza – togliendo risorse a chi cerca di giocare pulito nei confronti dei lettori, circoscrivendo la pubblicità alle posizioni deputate.

    E già il mercato pubblicitario italiano non è in generale dei migliori, vedasi ottimo intervento di Michele Ficara linkato sotto:

    http://www.youtube.com/watch?v=0yeQ2Mu3R9w

  • # 21
    mede
     scrive: 

    @ Alessio Di Domizio commento 20
    è vero, infatti non intendevo confutare le conclusioni ma solo quella particolare osservazione. Il problema di fondo posto nell’articolo ovviamente rimane, anche dando per assodata la mia tesi che le marchette ci sono sempre state anche nei contenuti a pagamento. Il dubbio semmai è sulla qualità, non vorrei che uno si trovasse a pagare e poi avere comunque le marchette.
    non è la prima volta comunque che si pone questo problema, un tempo nei film del cinema si fumavano determinate sigarette mettendo in bella mostra la marca, oggi si mettono in mostra determinate macchine, ecc. e non mi pare che i biglietti del cinema siano tanto calati. il problema è sempre abbastanza complesso: cosa pago, cosa mi dai, cosa paga lo sponsor. il tutto andrebbe messo su una bilancia, ma il problema è la consapevolezza, di cui ci fate dono con i vostri articoli.

    non sono in disaccordo sul fatto che il lavoro venga retribuito, e infatti quando penso al futuro di internet lo immagino molto diverso e che se avrà un futuro dovrà essere molto più regolamentato, e oggi lo considero qualcosa che sarà considerato un po’ il tempo d’oro.
    bisogna però anche riconoscere la potenza del web 2.0, la fonte di informazione più potente è molto spesso il pubblico stesso in un campione significativo, grazie a questo possiamo apprendere facilmente e in tempo reale se qualche software o hardware ha qualche problema, spesso se e come il problema è stato risolto, un recensore come può accorgersi di un problema che riguarda anche il 50% di un prodotto se a lui viene fornito un modello funzionante? poi l’insieme dei pareri delle persone, se ben analizzato e soppesato può portare ad una idea molto più precisa sul valore di qualsiasi prodotto, e purtroppo per chi fa questo lavoro di giornalista e recensore questo flusso di informazioni internet lo permette a costo quasi zero in modo partecipativo. l’unico problema è che le informazioni da analizzare sono davvero tante al contrario di una sintesi in recensione.

    fatto sta che se uno riesce a farsi un nome di essere indipendente e si offre di fare questo lavoro in maniera di essere dalla parte del consumatore, la consapevolezza dovrebbe portarmi a pagare il servizio se mi serve. il problema è come proporlo per essere sicuri che sia pagato. perchè se uno propone una rivista davvero buona la prima cosa è che finisce scannerizzata su internet.

    bisogna creare un nuovo sistema che però garantisca solo il pagamento dei contenuti, ma anche la qualità, altrimenti è tutto inutile. IMHO

  • # 22
    Il “tutto gratis” è l’unica strada percorribile sul web (almeno per ora) - Appunti Digitali
     scrive: 

    […] questione del “tutto gratis” è già stata trattata da Alessio in un precedente post. Anche se la tesi qui esposta da me è in qualche modo opposta, […]

  • # 23
    Bitte
     scrive: 

    Hai fatto un dumping neurale della mia opinione in merito.

    Pero’ hai spiegato meglio di me quello che volevo intendere senza saperlo.

    Aggiungerei che a volte sono preso dallo sconforto pensando a tutta l’energia (vera) che viene sprecata per fornire l’infrastruttura all’inutilita’ piu’ sfrenata.
    Quanti watt vengono usati per permettere a milioni di persone di scaricare cose inutili e che nel 50% dei casi non vedranno/leggerano/sentiranno mai?, che hanno scaricato solo “perche’ e’ gratis?”.
    Quanti server, firewall, router accessi per il nulla?

    Vuoi inquinare meno? prendi la macchina, ma mangia meno carne e scarica meno bytes..

  • # 24
    L’armata del tutto gratis affila i denti contro Lily Allen - Appunti Digitali
     scrive: 

    […] che l’armata brancaleone del “tutto gratis” oppone a quanto rechi il marchio d’infamia del diritto d’autore è ben nota – […]

  • # 25
    L’informazione in rete che non c’è più, ma a chi interessa? - Appunti Digitali
     scrive: 

    […] soluzioni nuove, cercando nuovi format da legare a nuovi metodi remunerativi, magari basati sul pay per view e forse, nonostante tutte le riserve, potrebbe essere l’unica strada per la sopravvivenza del […]

  • # 26
    Murdoch resiste a Google - Appunti Digitali
     scrive: 

    […] l’attuale configurazione search – centrica della rete, quanto il “dogma” del tutto gratis, quanto l’esistenza di produttori di contenuti a manovella che scrivono solo per […]

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