di  -  venerdì 30 novembre 2007

E-Waste BeijingNient’altro che un’operazione di facciata: è questo il secco giudizio di una recente analisi della Associated Press circa i provvedimenti finora presi negli USA per la gestione del riciclaggio di materiali elettronici.

Secondo l’analisi, a valle dei sistemi di raccolta messi a disposizione dei consumatori per agevolare lo smaltimento, si celano le solite pratiche illecite, che prevedono l’imballaggio e la spedizione dei rifiuti verso paesi tecnologicamente non in grado di provvedere correttamente al riciclaggio.

Una volta che i materiali – valutati dall’indagine in circa l’80% delle 3/400.000 tonnellate di rifiuti tecnologici prodotti ogni anno negli USA – raggiungono le sponde di paesi come la Cina (che sorpresa!), vengono trattati con procedure e mezzi rudimentali, che disperdono materiali tossici e/o potenzialmente recuperabili e soprattutto espongono i lavoratori e l’ambiente alla contaminazione per mezzo di sostanze dannose.

In assenza di un drastico cambiamento delle politiche di sorveglianza sui cicli di smaltimento dell’e-waste, anche provvedimenti all’apparenza risolutivi, come quello varato dallo Stato della California in merito al riciclaggio obbligatorio dei telefoni cellulari, non faranno altro che alimentare le pratiche di cui sopra.

Va aggiunto che, sempre secondo il rapporto di AP, molte di queste spedizioni, avvengono sotto l’egida del riutilizzo, concetto in voga nel settore e apparentemente positivo, se non rappresentasse un ombrello troppo comodo per occultare sistemi di smaltimento sbrigativi ed economici.

Il governo cinese si dice nel frattempo fortemente impegnato nel tentativo di ostacolare le spedizioni: nei primi nove mesi del 2007 pare abbia rimandato al mittente 85 container di immondizia elettronica, dei quali solo 20 però, provengono dagli USA: un dato da tenere a mente prima di puntare l’indice contro i paesi d’oltreoceano.

7 Commenti »

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  • # 1
    Tudhalyas
     scrive: 

    Se i nostri governi (e con “nostri” intendo tutti quelli occidentali) avessero gli attributi per imporre il riciclo dell’e-waste nello stesso paese dove questo viene prodotto, mantenendo uno stretto controllo su ogni fase della “filiera”… tutto sarebbe molto più semplice e chiaro.
    Ma questo evidentemente può accadere solo in un mondo perfetto, dato che tutti parlano di riciclo e di rispetto dell’ambiente ma alla fine quello che conta è solo il ritorno economico. Tristezza…

  • # 2
    Andrea Demartini
     scrive: 

    Una strada potrebbe essere obbligare le aziende produttrici di elettronica di consumo a dover recuperare e smaltire il venduto. Potrebbero anche organizzarsi e raggrupparsi piuttosto che ciascuna smaltire solo e soltanto la propria produzione.
    Questo potrebbe provocare un aumento del prezzo di acquisto dei beni elettronici, ma in realtà è semplicemente anticipare al momento dell’acquisto le spese di smaltimento, che ricordiamo non essere gratuite già ora in quanto anche le municipalizzate dei rifuiti si fanno pagare tasse e balzelli.

  • # 3
    Tudhalyas
     scrive: 

    Potrebbe essere un’idea, ma a questo punto personalmente preferirei che un’azienda debba smaltire solo ed esclusivamente ciò che lei produce. Faccio un esempio stupido: se l’azienda A produce 100k schede madri all’anno e l’azienda B ne produce solo 10k/anno, non mi pare giusto che entrambe le aziende debbano smaltire 55k/anno schede madri a testa (B sarebbe troppo svantaggiata rispetto ad A).

    Ad ogni modo le regole per lo smaltimento dovrebbero essere concordate e quindi imposte a livello internazionale, in modo tale che la procedura per il riciclaggio avvenga nello stesso modo da noi così come nel resto del mondo.

    Postilla per il mio post precedente: ho menzionato i governi occidentali in quanto sono quelli “tirati in ballo” dall’articolo, ma si potrebbe dire lo stesso per gli stati dell’Oriente… se non cose peggiori ancora.

  • # 4
    Andrea Demartini
     scrive: 

    Sono d’accordo, è quello che sostenevo nel mio post precedente ma volevo sottolineare il fatto che se, per esempio, Dell, HP e Asus si associano per mettere in piedi una sola struttura comune per lo smaltimento sarebbe stato un vantaggio economico anche per l’utente finale, essendo diviso da 3 il costo necessario. Senza contare che per una piccola azienda potrebbe essere problematico e gravoso economicamente oltre i limiti, dover imbastire una struttura del genere, ma se una ventina di piccoli produttori si associano, i costi potrebbero tornare ad essere ragionevoli. Oppure ancora le grandi ditte potrebbero vendere a prezzi ragionevoli alle piccole aziende la possibilità di sfruttare la rete di smaltimento.

  • # 5
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Le idee proposte sono ottime. Al produttore va richiesta la gestione di tutto il ciclo di vita del prodotto, il che rappresenta anche un incentivo all’impiego a monte di materiali non inquinanti. Purtroppo però, a fronte di un prezzo al consumatore maggiorato per la gestione dello smaltimento, dubito che i balzelli richiesti dagli enti locali per il finanziamento dell’esosissima macchina della gestione rifiuti verrebbero meno…

  • # 6
    Tudhalyas
     scrive: 

    Scusa Andrea, avevo leggermente frainteso quello che avevi scritto nel tuo primo post… ^_^” Certo, costruire centri di smaltimento comuni a più aziende, specie piccole, comporterebbe uno sgravo non banale sui costi totali delle operazioni di smaltimento.

    Ora si tratta “solo” di farlo capire alle aziende, ai governi e ai singoli cittadini (dato che ancora non tutti sanno neanche cosa sia la raccolta differenziata)…

  • # 7
    Mika
     scrive: 

    La prima cosa da fare e’ consumare di meno e piu’ oculatamente….
    il resto tutte truffe da camorra

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