di  -  martedì 7 aprile 2009

Wired 2Ted.com è un sito che consiglio a chiunque di visitare, perché raccoglie in formato video, pareri interessanti provenienti da figure più o meno note, ma sempre molto preparate e competenti – una merce sempre più rara nell’overflow informativo che arriva dalla rete.

Una delle relazioni presenti sul sito mi ha colpito e stimolato alcune riflessioni: Jacek Utko, designer polacco, si domanda quanto possa il design contribuire al salvataggio dei giornali, il cui declino è ormai evidente.

La sua presentazione racconta alcune “case history” di giornali dell’est europeo, che hanno conosciuto ottimi incrementi di vendita adottando profondi restyling, che hanno riguardato anche la disposizione e l’esposizione dei contenuti.

Dopo aver dato brevemente conto dei fattori che condannano la carta stampata allo stato di conclamata recessione in cui si trova, Utko presenta il risultato dei suoi lavori: sorprendente, specie se si considera la base di partenza, ossia prodotti in cui la cura grafica era pari a zero.

La sovversione dei canoni di impaginazione e illustrazione, nei casi riportati da Utko, ha propulso enormemente le vendite, facendo dell’ex architetto polacco, uno dei più apprezzati professionisti del settore al mondo.

I risultati sono indiscutibili ma, mi domando, quanto sono replicabili? E quanto sono sostenibili?

In Italia abbiamo visto numerosi quotidiani, mensili e settimanali ristrutturare la propria veste grafica, a volte in modo piuttosto radicale, introducendo formati non standard e soluzioni cartografiche innovative. Al punto che oggi, dal punto di vista grafico, non è semplice come in passato, trovare in un’edicola italiana prodotti visualmente scadenti o totalmente mancanti di appeal.

Pur con significative variazioni in base al pubblico target delle varie riviste nazionali, sembra che ognuna di queste presti attenzione al design, seguendo una tradizione che negli USA è da anni consolidata. I case studies menzionati da Utko fanno invece perlopiù riferimento ad un punto di partenza – i vari magazine illustrati nella presentazione – molto diverso in termini qualitativi da quello di una nazione come l’Italia, per non parlare di altri contesti occidentali.

Cionondimeno, abbiamo osservato anche in Italia tentativi di “alzare l’asticella” dello standard: mi viene in mente Wired, che nel suo numero 2 reca una copertina sorprendente, nella quale le ricercatezze cartografiche coesistono con una composizione grafica di grande impatto.

L’obiettivo è stato centrato: in edicola il giornale “buca”, con un impatto estetico evidente e fuori dal comune. Domanda: cosa succederà quando tutte le altre riviste rivolte a quel pubblico adotteranno uno stile altrettanto “rumoroso”e sopra le righe? Arriveremo a dover entrare in edicola con gli occhiali da sole per non restare abbagliati?

Concludendo, senza nulla togliere al ruolo del design e all’appeal che conferisce al prodotto, ho qualche difficoltà a vedervi una salvezza più che transitoria per la carta stampata, i cui principali problemi derivano dal non riuscire più a mostrare – e non solo per responsabilità propria – il proprio valore aggiunto dal punto di vista contenutistico, rispetto ad alternative gratuite come quelle presenti su Internet, e consultabili sempre più anche in mobilità.

In quest’ottica, non sono certo che spostare la “reason why” di un prodotto editoriale in direzione estetica possa produrre risultati durevoli e che questi effetti – quando presenti – siano replicabili in contesti in cui già molti passi sono stati mossi in quella direzione.

4 Commenti »

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  • # 1
    Pio Alt
     scrive: 

    Per un po’ un buon lavoro dei grafici funziona. La grafica attraente può far vendere i due o tre numeri successivi solo per curiosità, ma inevitabilmente il lettore finisce per leggere quello che le riviste scrivono, è allora che smette di comprarle. :)

    Ho smesso di comperare le riviste per due motivi:
    1 le novità riportate le conoscevo tutte dalla rete;
    2 gli articoli non sono mai abbastanza approfonditi e completi.

    Le riviste sono solo un passatempo e per questo scopo costano troppo (compresa wired) per l’informazione c’è il web, per la cultura ci sono i libri (finché rimane qualcuno a scriverne di buoni).

    Carta patinata, alta copertura di inchiostro, energia per la stampa, gasolio per la distribuzione e spazio per la vendita, pagine e pagine di vacuità pubblicitaria che durano un mese: quanto inquina una rivista come wired? Troppo per quello che vale.

  • # 2
    Banjo
     scrive: 

    Uaird è la rivista della cybercultura per eccellenza, che da decenni spopola in America presso un target molto preciso: 25-35 anni, laureato, vive in una grande città, è appassionato di tecnologie senza capirne un tubo, vota democratico, non porta la cravatta, ha la montatura degli occhiali di un colore improbabile, mangia vegano e gli fa schifo ma non lo dice a nessuno, gira in SUV ma sostiene che il surriscaldamento globale è un casino.

    Il primo numero della versione italiana l’ho sfogliato per caso, c’era un’offerta imperdibile: 2 anni di abbonamento a 19 euro (!).
    Considerato che in edicola costa 4€ a numero, ho subito aderito: qualunque cosa ci scrivano sopra, è comunque un prezzo equo per delle pagine colorate da sfogliare in cesso.

    Il prossimo numero sarà imperdibile:

    – Intervista agli spazzacamino di Brooklyn: come il web 2.0 ci ha cambiato la vita;
    – La pizza transgenica è in o è out?
    – Svelata l’auto che non inquina proprio niente: è la vostra finché rimane nel garage;
    Rivoluzione Facebook: milioni di nuovi iscritti ogni mese, cosa non si fa per baccagliare gnocca;
    – Le cinque migliori blogstar italiane raccontano in esclusiva cose completamente inutili delle quali frega solamente a loro;
    – Sfida alle multinazionali globalizzate: mandate ogni mattina un mazzo di fiori a un abitante del Botswana;

    http://www.pentolone.com/come-sono-figo-leggo-wired/

  • # 3
    phabio76
     scrive: 

    @ Alessio Di Domizio
    Oh, adesso si! (ci siamo capiti…)
    La risposta è “No, ma aiuta.”
    Più che Wired prenderei ad esempio Game Pro che ad una grafica accattivante aggiunge un’impostazione che va oltre la news: approfondimenti, commenti, storie e opinioni “adulte” piacevoli da leggere (quando sono tradotte bene) e da sfogliare.

  • # 4
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    Pagare una rivista quanto un caffé al mese non è male, anche perché caffé praticamente non ne bevo e quindi il risparmio lo posso spendere su qualcos’altro :)

    Scherzi a parte la carta prima del Web aveva molto più senso, un Console Mania era un appuntamento obbligato (ok anche l’età era un’altra), oggi almeno per me no.

    Però c’era anche la curiosità di un equivalente di un approdo in Italia dopo aver spopolato e guidato diversi trend tecnologici negli States (che in fatto di hi-tech tolto il Giappone se ne intendono diciamo così).
    L’estetica conta e rispetto ad altre testate più morigerate ha un certo appeal.
    Curiosità, appeal…ecco un Euro lo spendo, 5 no.
    Hanno due anni per convincermi a rinnovare l’iscrizione :)

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