di  -  mercoledì 25 febbraio 2009

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Dopo tanta attesa e tanto hype è uscito in edicola il primo numero dell’edizione italiana di Wired.
Così come fece Elvis quando i Beatles approdarono per la prima volta negli Stati Uniti, diamo il benvenuto alla redazione di Wired tra noi e auguriamo loro una lunga e prolifica esperienza nel nostro Paese.

Sono felice che questa rivista arrivi a rinverdire lo stantio e scoraggiato panorama dei magazine cartacei. Un punto di vista apprezzato e quindi autorevole, che finalmente cerca di sconfinare fuori dai luoghi comuni degli opinion leader (sia di settore che generalisti) sia nei contenuti che nello stile, portando qualcosa che realmente mancava.
L’abbonamento, considerato anche che costa una miseria, per quanto mi riguarda è una scelta obbligata, anche se molti aspetti della rivista non mi hanno convinto.

Del Wired italiano mi piace il tono schierato ma mai politicamente di parte che spesso s’incontra. Apprezzo anche l’uso di parole che, solo nel Bel Paese, ancora suscitano sospetto a causa delle etichettature dei giornali di partito e delle dietrologie nostalgiche, ridando a queste il significato originario, mostrandosi indifferente alle logiche populiste e riconsegnando un minimo di dignità alla lingua italiana.

Bellissimo poi il paginone pieghevole in cui viene raccontata l’evoluzione culturale documentata da Wired in sedici anni con un diagramma che mette in relazione le icone della cultura contemporanea.

Sono invece stato molto deluso dai contenuti. Uscendo dall’edicola col giornale immano ho subito nutrito dei sospetti nei confronti della luccicante copertina, con un bel foto ritratto di Rita Levi Montalcini. È sicuramente un personaggio che piace e che è da sempre molto ambito dalle riviste italiane, ma perché dovrei essere interessato al rapporto della Montalcini con la sua veneranda età, se compro Wired?

I dossier principali del mensile raccontano storie, magari suggestive, ma che non imprimono al giornale l’identità avanguardista che invece ci si aspetterebbe. Perché parlare ancora di Echelon in un magazine? Perché portare nel primo numero storie che giornalisticamente parlando sono vecchie di mesi e mesi?

Le motivazioni dietro queste scelte secondo me, non screditano la qualità del lavoro in sé, ma più semplicemente si sta cercando di portare lo spirito del capostipite americano in un mercato che non è ancora in grado di apprezzarlo, con tutti i compromessi del caso, e spero che i lettori italiani riescano a colmare questo gap con il tempo, manifestando la volontà di un prodotto più evoluto, in linea con l’originale.

Contemporaneamente  è nato wired.it, progetto parallelo online, anch’esso stretto parente della realtà statunitense e che per il momento attira di più le mie simpatie, probabilmente proprio perché ha un diverso target di utenza, e chissà che una maturazione dell’edizione su carta non possa passare proprio da qui.

13 Commenti »

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  • # 1
    soloparolesparse
     scrive: 

    Sono particolarmente daccordo col fatto che molte delle notizie sono decisamente datate… però tornarci su non mi è sembrato malaccio.
    Moltissima pubblicità… ma bella.
    In ogni caso… le mie considerazioni più approfondite qui: http://www.imdb.com/name/nm1234345/

  • # 3
    phabio76
     scrive: 

    Una considerazione generale: il magazine cartaceo deve essere un piacere da sfogliare, un piacere tattile, deve appagare la vista, deve profumare di “stampato su carta patinata”…
    I contenuti a mio parere devono essere depurati dalla tecnologia da nerd, dalle news smozzicate.
    Voglio storie e riflessioni, spunti.
    Ho letto quasi tutto del n.1 di Wired, sinceramente la cosa che mi è piaciuta di più è questa:

    […]
    c’è una strada vicina ch’è vietata ai miei passi,
    c’è uno specchio che m’ha visto per l’ultima volta,
    c’è una porta che ho chiusa alla fine del mondo.
    […]

  • # 4
    Enrico Pascucci (Autore del post)
     scrive: 

    Questo è uno dei momenti di smarrimento in cui cerco i tasti ctrl+F e non li trovo :-D

  • # 5
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    scopro solo ora l’esistenza dell’equivalente su carta stampata.
    In ogni caso Wired è una delle testate che seguo più volentieri.
    La versione americana offre spunti spesso diversi da quelli tradizionali e anche taglienti soprattutto sulla realtà americana così piena di contraddizioni (erano stati tra i primi a segnalare il caso Palin per esempio).
    Credo che un’equivalente italiano in un panorama editoriale piuttosto stantio e conservatore ci farebbe solo che bene.
    All’inizio non saranno rose e fiori ed immagino dovranno loro stessi calibrarsi su una realtà profondamente diversa da quella di matrice anglosassone, ma l’iniziativa credo meriti di essere seguita.
    Se poi si rivelasse mediocre, beh pazienza, ci sono spazi sufficienti per scegliere autonomamente da chi attingere le proprie informazioni.
    Certo meglio uno in più che uno in meno :)

  • # 6
    Rodolfo
     scrive: 

    a me è piaciuto abbastanza.. anche se le notizie mi sembravano un po buttate li e molto spettacolari ma poco approfondite…

  • # 7
    Andrea_71
     scrive: 

    “Apprezzo anche l’uso di parole che, solo nel Bel Paese, ancora suscitano sospetto a causa delle etichettature dei giornali di partito e delle dietrologie nostalgiche, ridando a queste il significato originario, mostrandosi indifferente alle logiche populiste e riconsegnando un minimo di dignità alla lingua italiana.”

    Questo mi incuriosisce ma non si capisce (o sono io che non ci arrivo?) Potresti fare un esempio? Grazie

  • # 8
    Enrico Pascucci (Autore del post)
     scrive: 

    Andrea_71 l’esempio più lampante che mi viene in mente è “manifesto”

  • # 9
    Pio Alt
     scrive: 

    È una americanata, nel senso dispregiativo, ma è comprensibile che non possa essere migliore di così.

    La cultura europea e più sottile e complessa, mentre quella americana è sempliciotta e schematica.

    Il modo di ragionare di un italiano è più articolato e gioca sui differenti punti di vista, sulle sottigliezze, mentre quello americano è banale e cerca sempre la dichiarazione forte e quanto più elementare possa essere, slogan.

    Leggere sciocchezze scritte con un linguaggio a basso livello perchè sia comprensibile va bene in USA ma per noi a lungo andare diventa insopportabile.

    Tutti i tentativi di portare qui le riviste americane senza capire la differenza che c’è nei lettori hanno avuto risultati scadenti.

    Mi sembra che questo sia un esempio lampante ma è solo il primo numero, speriamo nei prossimi.

  • # 10
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    Stai ragionando per stereotipi Pio Alt. Ti faccio notare che i grossi calibri del giornalismo dell’ultimo secolo provengono in buona parte dall’oltreoceano, soprattutto per quel che riguarda gli ultimi 30 anni.
    NY Times, Washington Post, Herald Tribune, come si fa a definirli esempi di una cultura sempliciotta e schematica?

    Per altro, piaccia o non piaccia e con tutte le contraddizioni che possano esserci, le testate ed i giornalisti sono estremamente più liberali dei nostri che finiscono per farsi condizionare nel loro esercizio di spirito critico dalle ideologie e posizioni dei partiti, per cui non sai mai veramente quanto una critica sia espressione del pensiero del giornalista e quanto invece delle direttive dall’alto.

  • # 11
    Pio Alt
     scrive: 

    È vero che ho esagerato un po’, è vero che che sono stereotipi, è vero anche che le cose stanno così come le ho – pur iperbolicamente – descritte, è vero che le riviste così (import&translation) danno scarsi risultati.

    Ma ciò nasce soprattutto dalla delusione… Sarà per la prossima volta.

  • # 12
    TheNorba
     scrive: 

    Anche io, come te, ho apprezzato molto l’uscita di un magazine come Wired in Italia. E a mio parere come primo numero va più che bene.. :)
    Qui un mio post su Wired: http://www.thenorba.com/2009/02/23/wired-la-rivista-intelligente-sbarca-in-italia/
    Ciao!

    TheNorba

  • # 13
    BOZZA - Il design può salvare la carta stampata? - Appunti Digitali
     scrive: 

    […] in Italia tentativi di “alzare l’asticella” dello standard: mi viene in mente Wired, che nel suo numero 2 reca una copertina sorprendente, nella quale le ricercatezze cartografiche […]

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