di  -  mercoledì 21 gennaio 2009

 fiat_charger.jpg

Un tormentone che si sente spesso ripete in questo periodo è che la crisi economica in atto è un’ottima opportunità per imparare dai propri sbagli e costruire un nuovo assetto socioeconomico migliore del precedente.

L’industria automobilistica naturalmente non è interessata a questo tipo di discorsi, essendo protagonista di quello che forse è il mercato più saturo e anacronistico tra quelli che conosciamo oggi.

Ma all’interno di questo contesto vanno sicuramente riconosciuti i meriti dirigenziali di un uomo come Marchionne, che ha saputo guarire una Fiat considerata spacciata (e non da blogger polemici come me, ma dagli addetti del settore) con una cura mirata fatta di tagli, accordi strategici e ricerca e che ora sembra intenzionato a cavalcare le opportunità offerte da un’economia con il freno a mano tirato.

Fiat Group ha appena acquistato il 35% di Chrysler, con l’intenzione di salire al 55%, e quindi assumere il controllo totale dell’azienda, in poco tempo. Marchionne spiega che l’accordo prevede la condivisione di reti commerciali e tecnologiche, ma per raggiungere quali obiettivi? Questo il dirigente non l’ha detto, ma analizzando la situazione del mercato e conoscendo i piani di Fiat a lungo termine, si possono azzardare delle previsioni.

Per capire quali sono i piani per il futuro, partiamo da una breve analisi della situazione presente. I costruttori nordamericani oggi vogliono farci credere che sono ridotti in ginocchio per colpa della crisi dei mutui, ma non è affatto così.

L’attuale crisi ha origini nella crisi petrolifera degli anni ’70 che permise alle piccole giapponesi di farsi strada tra le gigantesche quanto tecnologicamente arretrate auto nazionali.

Gli Stati Uniti risposero con una politica protezionista che permise ai costruttori di casa di dormire sonni tranquilli per decenni, nonostante una pressochè totale assenza di innovazione. Un paio di esempi celebri ed esemplificativi: la Corvette, icona per eccellenza dell’auto sportiva statunitense ha abbondanato l’uso delle balestre nelle sospensioni soltanto nel 2005, in Europa nemmeno i furgoni le montano più; la Viper monta ancora motori con distribuzione ad aste e bilanceri, soluzione che da noi era quasi un ricordo già negli anni ’70.

La nuova crisi petrolifera, dovuta per altro non a crisi politiche internazionali ma alla scarsità di risorse residue e la crisi economica danno un’incredibile vantaggio alle produzioni europea e nipponica, che auto piccole e molto più efficienti le producono da sempre.

In questo panorama catastrofico, si aggiunge un ulteriore svantaggio per Chrysler: mentre tutti gli altri grandi gruppi americani posseggono marchi e produzioni più sofisticate in europa, Chrysler, dopo essere stata ceduta da Daimler (Mercedes) si ritrova senza un partner tecnologico straniero.

Dopo aver prodotto per anni grossi truck a basso costo e vecchi modelli mercedes ricoperti da un design studiato per il solo mercato interno, oggi grazie a Fiat, Chrysler otterrà motorizzazioni performanti ma meno inquinanti e assetate (soprattutto con la futura tecnologia MultiAir sviluppata da Fiat, che sarà lanciata quest’anno), oltre che condividere piattaforme telaistiche via via sempre più piccole, ora che negli USA si vende persino la Smart.

Fiat dal canto suo, che ufficialmente prevede il ritorno negli USA nel 2010 con l’erede dell’Alfa 159, potrebbe approfittare dei nuovi trend di mercato per imporre un’auto piccola  e fascinosa auto come la Fiat 500, nella fascia delle auto microscopiche (per la percezione di quel mercato) in concorrenza con la Smart.

La Chrysler inoltre attualmente ha un numero non indifferente di stabilimenti chiusi a causa del calo della domanda, stabilimenti che potrebbero ospitare la produzione dei modelli Italiani.

Sicuramente poi Fiat avrà necessità di appoggiarsi alla rete vendita e assistenza del costruttore americano per riuscire a coprire capillarmente un territorio così vasto senza versare investimenti colossali.

Un matrimonio proficuo per entrambe, che secondo i piani di Marchionne porterà i marchi italiani a vivere un ruolo di protagonisti un mercato fin’ora visto quasi sempre da lontano e a malapena sfiorato.

E chissà che in futuro non rivedremo riproposta nei film d’azione americani l’antica lotta tra BMW (cattivissime) e Alfa Romeo (paladine) dei meravigliosi polizieschi all’italiana di qualche decennio fa.

14 Commenti »

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  • # 1
    Giulio
     scrive: 

    Insomma niente di nuovo in questo post… Si legge tutto tranquillamente sul sole24ore o sul corriere…

    Un appunto però c’è e non riguarda il tema dell’articolo: dire “la nuova crisi petrolifera, dovuta per altro non a crisi politiche internazionali ma alla scarsità di risorse residue” è dire cose senza senso, senza alcun fondamento scientifico. Tanto è vero che la benzina non è mai mancata da nessuna parte, nemmeno in Cina, e che l’Opec non ha avuto la minima difficoltà ad alzare la produzione giornaliera (se non difficoltà politiche).
    La realtà è che oramai si specula su tutto e il petrolio in questo caso è stato preso di mira (con tutte le conseguenze del caso). Che poi possa esserci qualche problema nei settori di sviluppo e ricerca di nuovi giacimenti, questo è dovuto solo ad una lunga (e, si spera, passata) mancanza di investimenti (scoraggiati appunto dal generale basso prezzo del greggio negli anni).

    Tornando IN, direi che l’articolo coglie un nodo, a dire il vero implicito, della questione: Fiat e Chrysler presentano un elevato grado di compatibilità. Nessuna “macchina enorme” (o ammiraglia) e suv per la prima e, al contrario, nessuna macchina piccola e poco inquinante la seconda.
    Secondo me è a questo che Marchionne ha puntato: rendere la Fiat un costruttore di primo piano nel mondo, a tutti i livelli, e indipendente. Chissà che poi nel futuro arrivi qualche fusione (sempre che Chrysler resti in piedi) in cui la Fiat se la giochi alla pari (oggi è, tra i grandi, uno dei gruppi più piccoli e, in caso di acquisizione-fusione sarebbe quasi sempre la minore nel mega-gruppo che ne uscirebbe).

  • # 2
    Notty
     scrive: 

    speriamo che non sia un flop.. ma se gli va giusta forse la fiat un pochino si risolleva..

    la questione politica la lascio agli altri..

    preferisco vedere una società italiana che finalmente compra all’estero come Del Vecchio

  • # 3
    Giulio
     scrive: 

    @Notty

    Beh già il fatto che non tira fuori un euro la dice lunga sulla furbizia di quel geniaccio che si chiama Marchionne. In pratica si fa pagare proprietà intellettuali (xke i motori anche derivano da li) e uso delle stesse in azioni. Se va bene va bene, se fallisce pace, tanto da fallita le proprietà sono comunque di Fiat, che, anzi, nell’eventualità potrebbe fare un pensierino sull’acquisto di stabilimenti in USA a due soldi (che a quel punto già utilizzerebbe).

  • # 4
    Sig. Stroboscopico
     scrive: 

    Speriamo bene, sarebbe una grande possibilità, per gli italiani, per gli americani. Tanto gli altri non stanno mica a guardare…

    Ciao

  • # 5
    claude
     scrive: 

    Giulio, non credo che con “scarsita’ di risorse residue” si intenda scarsita’ di risorse effettive (cioe’ mancanza di benzina come dal tuo esempio).
    Mi sembra che piu’ insensata l’affermazione del post, lo sia il tuo commento riguardo questo punto

  • # 6
    Giulio
     scrive: 

    @Claude
    Se dovessi aver male interpretato il post, mi scuso con l’autore, ma mancanza di risorse residue non cambia il concetto di fondo: né il petrolio (greggio) è in via di esaurimento entro i prossimi mesi, né la benzina è in esaurimento presso i distributori. La logica dell’aumento del prezzo l’ho spiegata nel post precedente (speculazione unita a mancanza di investimenti nel tempo). Questa stessa logica lo spingerà al rialzo alla fine della crisi (o almeno così dicono gli esperti).

    Sono d’accordo con Enrico quando parla dell’arretratezza tecnologica delle auto americane e del loro eccessivo consumo, ma non quando né fa una questione di petrolio (dato che li un gallone di benzina, equivalente a circa 4 litri, costa meno di 2 dollari al momento, si veda http://www.fuelgaugereport.com/).

    Inoltre non capisco come il crollo del mercato automobilistico non si possa ricollegare anche alla crisi dei mutui. Nel momento in cui una famiglia non può permettersi di pagare il mutuo e/o non può ottenere prestiti, la prima cosa che non viene comperata è proprio l’auto nuova. Chiaro poi che i consumi mostruosi e il resto (chiaramente indicato dallo stesso Enrico) non aiutano…

    Non vedo dunque cosa ci sia di insensato nel mio post. Spiegati meglio e cercherò di capire.

  • # 7
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    @ Giulio
    Come faccio con gli altri lettori che contestano i post, t’invito a documentare le tue affermazioni circa la scarsità del petrolio.
    Pur nella confusione di date e cifre, che il petrolio sia una risorsa scarsa e che l’accesso al petrolio sia in accelerazione, è innegabile. Ne deriva un problema energetico globale, non legato ai prossimi mesi ma senz’altro ai prossimi anni, del quale dovresti essere a conoscenza. Il fatto che in cina non sia finora mancata benzina non significa che non mancherà in futuro…

    http://en.wikipedia.org/wiki/Petroleum#Future_of_petroleum_production

    Sul mantenimento di un prezzo basso per gallone negli USA, giocano una serie di fattori politici. Semplificando, direi che il prezzo basso del carburante negli USA, ha rappresentato per troppo tempo la variabile indipendente nell’equazione energetica, mantenuta tale – assieme alla mancata ratifica di Kyoto – per favorire l’industria automobilistica locale, incapace per l’appunto di abbracciare il concetto di fuel efficiency, e preservare la componente motoristica di uno stile di vita e di consumo ben radicato nella popolazione (=consensi elettorali). La questione ha tra l’altro avuto effetti nefasti sulla politica internazionale.

    Al netto della speculazione, la domanda di petrolio aumenta e le riserve si assottigliano. In conseguenza di ciò, tutti i produttori mondiali di autoveicoli si affannano sulla strada dell’efficienza energetica.

    Di fronte a queste considerazioni la frase:
    “Un appunto però c’è e non riguarda il tema dell’articolo: dire “la nuova crisi petrolifera, dovuta per altro non a crisi politiche internazionali ma alla scarsità di risorse residue” è dire cose senza senso, senza alcun fondamento scientifico. Tanto è vero che la benzina non è mai mancata da nessuna parte, nemmeno in Cina, e che l’Opec non ha avuto la minima difficoltà ad alzare la produzione giornaliera (se non difficoltà politiche).”
    risulta assolutamente non condivisibile, tanto nei contenuti quanto, a maggior ragione, nei toni.

  • # 8
    Massive
     scrive: 

    Spero che Fiat possa riuscire ad assorbire Chrysler, sarebbe ottimo per l’Italia, chissà se poi faranno anche la Viper con motore Ferrari :D

  • # 9
    Enrico Pascucci (Autore del post)
     scrive: 

    @ Giulio
    Con un calo della domanda di petrolio a causa della crisi economica mondiale il prezzo al barile è precipitato, attualmente tra i 35 e i 45 dollari al barile a seconda del mercato di riferimento e questo sembra essere bastato per dimenticare gli attacchi di panico dal benzinaio che vendeva a 1,50 euro al litro, con le quotazioni petrolifere in crescita di giorno in giorno.

    Il fatto che vi siano grosse difficoltà a soddisfare la richiesta è talmente assodato ormai che non credevo di dover fornire link al riguardo, ti invito quindi alla lettura di fonti che trattano la questione in modo molto più scientifico di quanto hai fatto tu:

    ASPO Italia
    Petrolio

    Riguardo alle tue affermazioni debbo spiegarti che la difficoltà incontrata nel soddisfare la domanda non corrisponde ad una mancanza di voglia nella ricerca di nuovi giacimenti, e che anzi specialmente i Paesi dell’OPEC investono cifre di anno in anno sempre più alte, per trovare sempre meno giacimenti, sempre più difficili da raggiungere e da estrarre, e con petroli pesanti che richiedono una raffinazione più complicata e costosa. Proprio a ragione di questi alti costi, con il prezzo crollato intorno ai 40$ al barile, circa metà del petrolio in questo momento viene venduto in perdita. Il costo medio stimato oggi per permettere il sostentamento delle attività di estrazione è di 80 dollari al barile, cioè un casino di soldi, proprio per i motivi che ti ho spiegato poco sopra. Questo comporterà molto presto ad una nuova impennata dal prezzo, a causa della temporaneo arresto dell’estrazione che sarà attuato per equilibrare l’offerta alla domanda.

    Negli ultimi tempi, prima del crollo della richiesta, l’Arabia Saudita, per fare fronte alla domanda di petrolio, era stata sorpresa a rubarne in grandi quantità da un oleodotto iracheno.

    Se poi pensi che per decretare la crisi petrolifera bisogna aspettare di estrarlo fino all’ultima goccia, dovresti sapere che basta soltanto una piccola differenza tra la domanda e la capacità estrattiva per decretare impennate del prezzo del greggio insostenibili per l’economia.
    Quando un litro di benzina per la tua auto arriverà a costare 5 euro al litro, di petrolio da estrarre ce ne sarà ancora tantissimo.

  • # 10
    Giulio
     scrive: 

    @Alessio

    Pienamente d’accordo su tutta la prima parte del tuo discorso. Il petrolio diverrà un problema negli anni a venire e certamente la scelta statunitense del basso costo dei carburanti è stata molto poco oculata. Sulle riserve, invece, avrei qualcosa da ridire:
    il sig. Cmapbell, fondatore della APSO (citata più avanti) ha più volte rivisto al rialzo (direi con molta nochalance peraltro) le proprie proiezioni sulle risorse di greggio dispnibili sul pianeta (quindi comprendenti riserve possibili, probabili e provate) ed esattamente (in miliardi di barili e cronologicamente) 1578mld nell’89, 1750mld nel ’95, 1800mld nel ’96 e 1950mld nel 2002. A titolo di cronaca lo U.S. Geological Survey stimava a 3021mld nel 2000 i barili di petrolio disponibili sulla terra. Si veda anche wikipedia, volendo, alla voce “http://it.wikipedia.org/wiki/Colin_Campbell_(geologo)”. I dati sono presi da “Con tutta l’energia possibile” (2008) di Leonardo Maugeri, direttore dipartimento r&d di Eni e membro dell’Energy Advisory Board del MIT.
    In ultimo mi scuso, questo è certamente dovuto, per il tono chiaramente polemico con cui ho trattato l’argomento nel mio primo post.

    @Enrico

    Alle illazioni di Campbell mi sembra di aver esaurientemente risposto. Sono assolutamente d’accordo con l’ultimo paragrafo, la crisi sta in un piccolissimo divario tra capacità di offerta e domanda. Invece vorrei veder documentata la rapina saudita ad un oleodotto iraqueno (questa me la sono persa… l’Ucraina del Medio Oriente… – non è una battuta o una frase volta a polemica, è che proprio non lo sapevo).
    Per quel che riguarda appunto offerta e domanda, deve essere chiarito che proprio il basso prezzo del greggio negli anni ha contribuito a scoraggiare ricerca e innovazione che, da un lato, permettono di scoprire nuovi giacimenti e, dall’altro lato, permettono di spremere al meglio i giacimenti conosciuti (da cui oggi si estrae una quantità piuttosto bassa di greggio, intorno al 35% mediamente). E lo stesso basso prezzo ha scoraggiato la ricerca e lo sviluppo di forme di energia alternativa (rinnovabile o meno, ossia spaziando dal solare, all’eolico, al nucleare), ritenute non convenienti da implementare, tanto è vero che il maggior sviluppo delle risorse alternative, cosi come i rilanci del nucleare, avvengono sempre in concomitanza alle crisi petrolifere che innalzano il prezzo del barile.
    Per quel che riguarda gli 80 dollari la barile, non posso che dire che la stessa Opec stima ragionevole un prezzo di 55-60 dollari. Per cui non credo che questi paesi vogliano fare beneficenza, anzi penso che ci guadagnino, visto che, peraltro, i maggiori fondi al mondo per denaro gestito sono quelli dei paesi arabi (come quello che ha intenzione di acquistare la parte fondiara di una certa AMD).

  • # 11
    Andrea
     scrive: 

    Per chi dice che in CIna non è mai mancata la benzina:
    http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=3874

  • # 12
    Enrico Pascucci (Autore del post)
     scrive: 

    Mi pare interessante che mentre qualcuno è disposto a sminuire con tanta faciloneria gli studi di Campbell, un uomo che prima di analizzare la situazione petrolifera dall’alto ha deciso di uscire dai giochi, mentre si è disposti a prendere per oro colato un libro scritto da un petroliere, con tutti gli interessi connessi.
    Debbo anche far notare come Giulio si contraddice da solo, quando prima parla di una sovrabbondanza di risorse poi degli investimenti necessari per arrivare a sfruttare meglio i pozzi esistenti e per raggiungerne di nuovi sempre più nascosti e profondi.
    Negli ultimi anni in Arabia Saudita, mentre i costi per la ricerca e lo sfruttamento di nuovi giacimenti è in aumento esponenziale la capacità estrattiva si è prima fermata e poi è addirittura scesa.

    Innanzitutto va precisato che nel calcolo delle risorse disponibili va considerato il petrolio che si considera effettivamente estraibile e non quello presente nella crosta terrestre.

    Lo studio delle risorse petrolifere è sempre approssimativo, per via sia della complessità dei modelli, sia delle incognite che non possono essere conosciute.
    Ad esempio ai fini di realizzare una previsione sulla quantità di petrolio estratto annualmente, questioni politiche o economiche che non possono essere previste. L’esempio lampante viene dalla crisi economica mondiale che ha ridotto la domanda di petrolio, spostando il picco più avanti nel tempo.
    La scoperta recente di alcuni giacimenti supergiganti in aree in cui precedentemente, vuoi per motivi tecnici che per motivi politici, non era possibile fare rilevamenti ha cambiato le stime, ma non cambia molto la situazione.
    Nuove ventate di ottimismo arrivano dalla possibilità di arrivare al petrolio artico, data dallo scioglimento dei ghiacci a sua volta causato proprio dall’abuso che si fa dei combustibili fossili, scenario peraltro previsto anche dagli studi di ASPO.

    Gli studi in questo ambito generalmente non mentono, e definirli semplicemente sbagliati è un po’ superficiale. Tutto sta nel peso che viene dato a determinate incognite all’interno dello studio. Uno studio conservativo (responsabile, potremmo dire) tende a lavorare con i dati a disposizione e con le prove più tangibili di possibili cambiamenti futuri (arrivo di nuove tecnologie, modificazioni ambientali ecc). Esistono poi gli ottimisti, che di solito lavorano nel settore del petrolio o con governi che sono legati a doppio filo con l’industria petrolifera, che tendono a considerare come risorse disponibili anche pozzi di piccole dimensioni, con greggio di scarsa qualità a profondità inarrivabili, nella convinzione che in futuro vi saranno fantasmagoriche tecnologie che permetteranno di arrivare ovunque a costi irrisori. Confidare nelle possibilità che forse un giorno ci saranno date dall’evoluzione tecnologica e come confidare nell’arrivo di una civiltà aliena che un giorno ci rifornirà di greggio attraverso gigantesche petroliere intergalattiche.

    Una cosa che è molto interessante notare, è che quando un settore energetico comincia ad avvicinarsi alla sua morte vengono sempre tirate in ballo fantomatiche tecnologie del futuro. Sta succedendo la stessa cosa con il nucleare, settore energetico che si sta avvicinando rapidamente verso la sua fine e sotto gli occhi di tutti, ma con schiere di “esperti” che magnificano le opportunità che arriveranno dalla fusione fredda e dalle centrali di ennesima generazioni che saranno capaci di funzionare con le scorie e con le scorie delle scorie. Scenari che si son dimostrati nient’altro che chiacchiere da decenni.

    Il costo medio di estrazione intorno agli 80$ al barile si riferisce alla produzione mondiale, e mi risulta molto difficile pensare che i membri dell’OPEC siano così ottimisti come dice Giulio, visto che hanno già iniziato da tempo a reinvestire i soldi incassati dal petrolio nell’industria del silicio (con cui, come penso tutti sappiamo, non si fanno soltanto processori) e su megalopoli turistiche ad alta tecnologia che vantano un’efficienza energetica da primato e che puntano al massimo sfruttamento delle energie rinnovabili per il loro sostentamento. In Arabia Saudita, sottolineo nuovamente.

  • # 13
    Giulio
     scrive: 

    @Enrico

    Io non parlo di s o v r a b b o n d a n z a di risorse. Dove è che l’ho scritto? Ho detto semplicemente che petrolio ce n’è, almeno per un po’ ancora (30 anni? 40?), e che molti dei giacimenti già in sfruttamento potranno essere ulteriormente spremuti in seguito, onde allungarne la vita e le possibilità di estrazione. Che lo si accetti o meno i combustibili fossili sono, ancora oggi, il mezzo più a buon mercato e maggiormente energetico che l’uomo conosce.

    Se non vogliamo parlare di fantomatiche tecnologie, allora cominciamo a chiederci cosa fare quando non c’è vento o quando è notte (visto che non esiste una tecnologia in grado di accumulare grandi quantità di elettricità) o quando tutta l’acqua dolce disponibile verrà esaurita per coltivare biomasse e non grano (visto che il potere calorifero delle biomasse è nettamente inferiore a quello della benzina e che la coltivazione è nettamente più costosa, non solo in termini economici diretti, dell’estrazione di greggio).

    Tutte le fonti di energia richiedono, oggi più che mai visto il tasso di crescita del consumo (soprattutto nei paesi in via di sviluppo), ricerca e innovazione tecnologica. O ti proponi semplicemente di spegnere tutto e tornare alla Roma repubblicana?

    Per quel che riguarda il nucleare, al di là della produzione di uranio (che andrebbe cmq incrementata se ripartisse a livello mondiale una massiccia costruzione di centrali), c’è da dire che è la fonte di energia più potente conosciuta e quella più recentemente messa a punto dall’uomo. Forse più che di morte si dovrebbe parlare di strada da fare. O magari si può entrare a far parte del gruppo “ma a che servono più di 32 mb di ram sui computer?”. E poi bisogna distinguere tra fusione fredda e fusione nucleare (quello che fa il sole con l’idrogeno) perché sono cose diverse. E non sono impossibili da realizzare (almeno la seconda). Per il discorso scorie come carburante per centrali, beh quella finlandese e due giapponesi già funzionano in quel modo (le centrali con reattori veloci). In Francia si sta facendo. Quindi non vedo dove sia la fandonia. Il problema del nucleare è, semmai, che la ricerca è molto costosa e richiede molti decenni per l’impelmentazione (visto che la vita delle centrali è piuttosto lunga).

    I paesi arabi, quelli più attenti al futuro se non altro, non reinvestono i soldi in megacentrituristici perché hanno finito il petrolio, ma perché altrimenti non avrebbero niente da offrire quando finirà (che è un concetto diverso). Se vuoi ti faccio un esempio opposto: l’Iran cerca il nucleare (al di la della sfida ad Israele) perché preferisce usare il gas che ha per reiniettarlo nei pozzi di petrolio, invece che per produrci energia. Però da qualche parte l’elettricità dovrà pur prenderla no?
    Inoltre che se fanno di tutti i dollari che accumulano? Almeno in questo modo hanno l’opportunità di spenderli, di dare lavoro alla popolazione e infine di guadagnarci.

    Un ultimo appunto: non capisco perché i “pessimisti” sono i buoni, i green, quelli che si preoccupano del pianeta, mentre gli “ottimisti” sono regolarmente pagati (sottobanco o meno) dalle multinazionali del petrolio. Potresti spiegarmi le basi del ragionamento? Ho messo tra virgolette perché qui non si parla di ottimismo o pessimismo ma di stime. Però sembra che siano credibli solo quelle catastrofiche. Tutte le altre sono “oppio per i popoli”.

    Per quel che riguarda i dati, prendili dove vuoi, ma perfino su Wikipedia vedrai che la IEA (non so, è pagata dall’Eni anche questa?) critica le cifre della ASPO. Sai cos’è che non è corretto in tutto questo? Il disprezzo per quello che gli altri dicono e sostengono rispetto al tuo pensiero personale. Per la mia iniziale mancanza di rispetto, io mi sono già scusato.

  • # 14
    anche
     scrive: 

    C’è da considerare il fatto che molto probabilmente ci saranno finanziamenti al settore dell’auto e penso che questi verranno assegnati soprattutto a quelle case automobilistiche che hanno delle prospettive migliori, cioé che investono nel futuro ad esempio con auto che inquinano meno e quindi più “ecologiche”, e qui entra in gioco la FIAT.
    Cioé il problema principale non è l’esaurimento delle riserve di petrolio ma l’impatto ambientale delle attività dell’uomo.
    Quindi ci sono due aspetti da tenere in considerazione:
    1)l’impatto ambientale immediato (inquinamento)
    2)il prolungamento delle risorse energetiche

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