di  -  venerdì 16 gennaio 2009

Kojima MGSHa fatto il giro del mondo, anche se in Italia pare essere rimasta abbastanza inascoltata, la notizia in cui Hideo Kojima, intervistato insieme a Toshihiro Nagoshi, produttori di due serie molto famose quali Metal Gear Solid e Yakuza, ha parlato del futuro del business made in Japan e del confronto col mercato europeo ed americano.
Nonostante abbia descritto una situazione che è nota non solo agli addetti ai lavori ma anche visibile agli occhi degli utenti finali ( che da qualche anno hanno potuto apprezzare determinati cambiamenti di rotta), fa specie vedere con quanta sincerità e forza abbia voluto trasmettere il proprio messaggio, forse proprio per dare un segnale di scossa ai suoi colleghi.
Ed è un messaggio che sia come contenuto sia come forma assolutamente non in linea con i canoni di comunicazione giapponese, solitamente molto più a basso profilo e mai così diretta.

Come anticipato dal titolo, il tono è assolutamente pessimistico e una presa d’atto quasi ineluttabile di quel che accade in Giappone, se confrontato con gli altri panorami occidentali.
Non è un caso che a un certo punto dell’intervista, seppur probabilmente detto col sorriso, Kojima affermi “Maybe I Should Quit Being Japanese” ovvero “forse la dovrei smettere di essere (e pensare da) giapponese”, una frase che lascia trasparire tutta l’amarezza verso i propri connazionali che non hanno saputo cogliere le tendenze che mutavano di un pubblico oggi molto più eterogeneo ed esigente sì ma su piani differenti di una volta.

A questo punto però c’è il rischio potenziale per il lettore di non capire l’essenza del problema.
In fondo il Giappone è pur sempre una potenza del settore che vale da solo quasi un terzo del mercato globale e che rappresenta appunto uno dei tre poli principali insieme a Stati Uniti ed Europa che va considerata nella sua entità continentale.
Non solo, c’è anche la tradizione importante, i marchi prestigiosi (Sony e Nintendo per esempio), i videogiochi che hanno conquistato l’olimpo e il cuore dei tanti giocatori sparsi per il mondo e Super Mario ne è forse l’icona più adatta in questo senso.
Eppure dall’altra parte, come”altra campana” abbiamo Hideo Kojima, un quarantenne che al pari di Miyamoto ha riscritto la storia, inventando e reinventando un genere come lo stealth game con Metal Gear e prodotto altri capolavori tra i quali Snatcher (miglior gioco con ambientazioni cyberpunk forse di sempre…e ne sentiremo ancora parlare).
Dove sta quindi la verità?
La chiave del problema risiede proprio nella parola “tradizione”. I giapponesi, seppur noi dall’esterno li vediamo come un popolo estremamente votato al guardare avanti (di cui la tecnologia è espressione materiale di questa vocazione) sono molto legati alla tradizione.
In questo modo però concentradosi solo sul mercato interno, si è finiti per perdere gli spunti di originalità e spinta all’innovazione che furono invece il motore di quei 15 anni di dominio tra gli anni ’80 e ’90 in cui le sale giochi erano invase dai coin-op Capcom, SNK, Taito e Namco.
Ora i concept originali scarseggiano ed alcuni sono talmente estremi e lontani dai nostri costumi che le software house nipponiche temono di esportarle oltreoceano e preferiscono rimanere nella madrepatria.
Chiaramente però è un circolo vizioso: le case produttrici non investono per produrre titoli che siano appetibili all’estero, mercato che quindi rimane ad appannaggio dei vendor occidentali i quali nel frattempo con gli introiti accumulati si arricchiscono e possono puntare a prodotti con budget più ampi e più impegnativi dal punto di vista tecnico.
Francesco Carucci in queste settimane ha bene illustrato i complessi passaggi e le disponibilità non solo finanziarie necessarie per portare a compimento un progetto di questo tipo.
E’ chiaro che senza le revenue che un target di pubblico esplorato a 360° può portare, non vi sono nemmeno gli necessari investimenti per creare titoli competitivi.
Vivendi, EA, Ubisoft sono diventati dei giganti ma non lo sono diventati certi dall’oggi al domani, bensì con una pianificazionea livello manageriale di lungo respiro e prospettiva e nel frattempo i competitor nipponici sono rimasti decisamente a guardare.
In più c’è il problema della poca attrattività per alcuni generi quali il First-Person-Shooter che spiccano da anni per l’uso dei più avanzati motori 3D ma che in Giappone semplicemente non sono presi in considerazione; al contrario spopolano i J-RPG, giochi di ruolo for japanese only, anch’essi però con meccaniche di gioco, artwork e character design non così variegati e ben assorti come i Valkyrie Profile, Vagrant Story o Star Ocean dei bei tempi che furono.
Barriere culturali, l’utilizzo della sola lingua giapponese al posto dell’inglese, gestione poco oculata delle posizioni di mercato ottenute durante gli anni d’oro, investimenti non adeguati e incapacità di saper cogliere le nuove tendenze sono dunque le motivazioni per cui secondo Kojima il Giappone potrebbe essere di fronte ad anni bui e di “isolazionismo” se non addirittura terra di conquista un giorno da parte degli operatori “gaijin“.
Se però questo è un problema per il mercato globale che non può rischiare di perdere altri pezzi per strada con tanta storia e profuso talento alle spalle (la dipartita di Sega dal confronto hardware è solo una delle vicende di questa amara cronaca), non lo è per gli appassionati di retrogaming esterofilo-giapponesi che vivono una situazione diametralmente opposta: il fenomeno di massificazione e di unificazione ideale delle tre piattaforme continentali azzererebbe almeno in parte quella disponibilità di titoli in qualche modo unici e producibili solo in Giappone (come i giochi di pachinko o gli hentai-game per esempio) che arricchiscono e completano le collezioni dei retrogamer di dell’intero globo terrestre e che, come abbiamo visto ieri nell’appuntamento settimanale con la rubrica tematica, vede ancora nel Sol Levante la meta per la realizzazione dei propri desideri più inarrivabili.

La frattura tra Giappone e resto del mondo è però storia vecchia e d’altra parte l’isolazionismo e il fiero spirito nazionalista non traspaiono certo solo dai videogiochi che rappresentano solo una piccola faccia di questa complessa area geografica.
Kojima è pessimista poiché rileva come il conflitto sia prima ancora di tipo socio-culturale che commerciale.
Dal canto suo però rivela di essere abbastanza prossimo all’annuncio di un progetto piuttosto ambizioso ma che sarà in grado di rivaleggiare con gli stranieri suoi pari.
Vedremo di cosa si tratterà dunque nei prossimi mesi. Con Project S si era parlato di un possibile utilizzo della saga di Snatcher/Policenauts, poi ci sarebbe l’opzione Metal Gear Solid ma con un nuovo main character e certamente non disdegneremmo (tutt’altro) la presenza di uno Zone of The Enders anche sulle console di ultima generazione, oppure l’ipotesi di un progetto completamente ex novo.
Quel che è certo è che una ventata d’aria fresca anche dall’Oriente servirebbe a tutti, sia ai giapponesi che a noi.

11 Commenti »

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  • # 1
    Ciny2
     scrive: 

    Piccoli appunti:
    Prima di tutto sistemate l’impaginazione perchè ci sono parole attaccate o spazi esagerati.
    Comunque è verissimo che moltissimi titoli non varcano i confini giapponesi, magari giochi molto interessanti che per molti di noi sono iraggiungibili se non per vie non ufficiali e internet in questo ha dato un grande contributo.

    Faccio notare che gli “hentai-game” (nome per altro sbagliato, ma capisco la necessità di far capire di cosa si parlava), non sono sempre stati “preclusi” al solo mercato giapponese. Ci sono alcuni casi che molti di quei titoli sono arrivati anche da noi ufficialmente con tanto di traduzione (ma con l’insensate censura dei genitali ancora presente :D).

  • # 2
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    per quanto riguarda l’impaginazione mi rendo conto ma è WordPress che in giustificato fa questa distribuzione (e io non posso farci niente salvo riscrivere proprio quei pezzi, cosa che non voglio fare perché comunque il significato è piuttosto chiaro).

    Sugli hentai-game hai senz’altro ragione ma già “hentai” è un termine piuttosto specifico e non conosciuto, addentrarmi in terminologia ancora più complessa non mi sembrava il caso come tu stesso hai capito nel commento. :)
    Per quanto riguarda il discorso dell’importazione parallela e della presenza sono temi ricorrenti nella rubrica dedicata al retrogaming e presente anche nell’articolo di ieri che ha fatto da premessa alla spiegazione dello sfogo di Kojima.

    Ovviamente si parla in termini quantitativi di generale esclusività del materiale giapponese ma è chiaro che poi una parte arrivi anche da noi come il fenomeno degli anime e dei manga ha dimostrato in questi anni. Solo che la percentuale di quel che “resta là” rispetto a quel che viene tradotto (anche con adattamenti beceri) in Europa in generale non è paragonabile.
    Motivo per cui si spiega il fiorire di attività intermediarie o di vendita diretta da parte di importatori paralleli.

  • # 3
    goldorak
     scrive: 

    Bel articolo e ottima analisi della situazione ma niente di nuovo sotto il sole.
    Io e’ da quando e’ uscita la ps 3 che dico che il giappone per motivi socio-culturali e in parte economici ha perso il treno delle sviluppo per i videogames a livello mondiale.
    Il fatto di concentrasi prima sul loro mercato interno e poi su quello internazionale e’ stata una politica assolutamente deleteria.
    Ora piu’ che mai, visto che tutti i grossi players della piattforma pc si sono riversati sul mercato console.
    Quando sostenve che il prossimo capitolo di FF sarebbe approdato anche sulla xbox 360 mi davano del matto. Ma e’ la naturale conclusione a cui e’ giunta anche la Square Enix.
    Guardare e sviluppare per il mercato internazionale, non pensare che gli occidentali prendano gli scarti del mercato giapponese solo perche’ sono giochi giapponesi.
    Miopia e tradizionalismo (nel peggior senso del termine) hanno portato ad una involuzione che i gamers giapponesi e non solo loro stanno pagando.
    Avanti il Wii, a morte il videogame epico, questo piu’ che altro sarebbe il motto di questa generazione almeno per quello che riguarda lo sviluppo nipponico.

  • # 4
    Davide
     scrive: 

    Ma fps non era First Person Shooter?

  • # 5
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    ups lapsus freudiano pardon.
    Stavo pensando a Front Mission, altra gran serie targata Square, per quello :D
    Correggo subito, grazie :)

  • # 6
    Ciny2
     scrive: 

    La Sony non vende perchè la ps3 costa veramente un’assurdità è la stessa Sony che non ha ancora voluta tagliare i prezzi come hanno fatto altri. Poi faccio notare che il CEO della Sony non è giapponese.

  • # 7
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    Veramente i tagli ci sono stati e sono stati pesanti. Il fatto è che si è partiti da una base di acquisto inevitabilmente alta a causa del Blu-Ray di cui però Sony difficilmente avrebbe potuto privarsi dato che considerava la PS3 come cavallo di troia per tutto il resto del comparto entertainment. Un ragionamento più che comprensibile.
    Certo a posteriori, col senno di poi, forse si sarebbe potuto offrire una versione liscia e battagliare più ad armi pari con la 360.
    Resta il fatto che la soft-teca è insoddisfacente e lo è anche per gli stessi standard giapponesi (che non a caso hanno piuttosto consacrato il Wii insieme al DS).

    Per quanto riguarda il CEO, non capisco cosa c’entri perdonami.
    A prescindere, se uno è un pirla è un pirla e se lavora male lavora male indipentemente dalla sua provenienza.
    Il ricambio c’è stato ed è stato necessario per dare una scossa ed un segnale agli azionisti, poi naturalmente si vedrà se quello attuale, Stringer, avrà fatto meglio di Idei o meno il quale in ogni caso, seppur eletto come peggior CE0 2005, ha diretto la Sony durante praticamente l’intero ciclo di vita della PS2.

  • # 8
    anr102
     scrive: 

    Mi duole dirlo…ma ottimo articolo e analisi puntuale.
    Mi duole non perchè abbia nulla contro di te (ci mancherebbe) ma perchè la situazione non è delle migliori e lo hai fatto notare anche a chi non aveva aperto gli occhi.
    Che Kojima abbia detto determinate cose spero che non faccia parlare solo noi, ma anche i suoi colleghi.
    La tradizione è importante, ma qui si parla di economia e non di basi culturali. Se vogliono restare in piedi e soddisfare un pubblico ancora “affamato” devono rimboccarsi le maniche e sfornare qualcosa di innovativo.
    Non mi piace essere nostalgico…ma è normale rimpiangere gli anni passati.

  • # 9
    Federico "HyperCAT"
     scrive: 

    Mi sembra un buon quadro generale del pensiero di molti game designer giapponesi. Lo stesso Suda 51, autore di Killer 7 e il più recente No More Heroes, ha accusato per primo il pubblico di casa per esser troppo distaccato dai videogiocatori del resto del mondo.

    Va comunque sottolineato che – almeno a parer mio – il mercato videoludico giapponese è uno dei più importanti, basti pensare alle milioni di copie vendute di GDR provenienti da team importanti o alle follie di vendita delle nuove console. Per quanto si possa dire, lo stesso Super Mario che viene spesso identificato come brand per “bambini”, è uno dei pochi che fa registrare il tutto esaurito in ogni sua forma ed edizione. Al contrario invece, fra i brand occidentali sono realmente pochi quelli che meritano una mensione speciale per le vendite ottenute e ancor meno per la loro qualità.

    Possiamo sicuramente citare GTA, i maggiori titoli sportivi di EA o i brand cinematografici di Activision, ma se guardiamo bene, il calcio giocato da tutti è PES, il platform ideale è Mario, il GDR è Final Fantasy o Tales of e via dicendo. Titoli giapponesi quindi, gli stessi che non vorremmo mai veder mutati drasticamente o semplicemente abbandonati.

    In definitiva l’aria fresca effettivamente servirebbe a tutti e mi sembra che qualcosa si sia abbondantemente smosso; ma sareste in grado di rinunciare realmente alla classicità di alcuni titoli?

  • # 10
    anr102
     scrive: 

    x Federico: credo che nessuno vuole che giochi del calibro di Final Fantasy o Mario vengano abbandonati, ma solo che ai classici jrpg e alle saghe ormai legendarie, vengano anche associati altri giochi di diversa fattura. Continuare col mercato che ha la maggiore utenza in Giappone (magari rinfrescandolo) e ampliare gli sviluppi per nuovi titoli.

  • # 11
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    x anr

    ti ringrazio, i complimenti da chi questa realtà la vive quotidianamente abitando in loco, fanno ancora più piacere :)
    La situazione è questa e si ha l’impressione che il Giappone stia perdendo un treno; sì perché con il crollo verticale di Sony e PS3 ed i dubbi che circolavano sulla nuova console Nintendo (che non reggeva il confronto dal punto di vista delle specifiche) sembrava ci potesse essere una crisi degli operatori nipponici, mentre proprio il Wii sorprendendo credo più o meno tutti gli operatori ha spopolato.
    Con questa base di piattaforme installate quindi si potrebbero proporre davvero un bel po’ di giochi interessanti pur mantenendo una “linea” tradizionale per jap-only e invece tutto sommato le novità e le innovazioni ci sono ma fino a un certo punto.

    x Federico

    “Va comunque sottolineato che – almeno a parer mio – il mercato videoludico giapponese è uno dei più importanti, basti pensare alle milioni di copie vendute di GDR provenienti da team importanti o alle follie di vendita delle nuove console. Per quanto si possa dire, lo stesso Super Mario che viene spesso identificato come brand per “bambini”, è uno dei pochi che fa registrare il tutto esaurito in ogni sua forma ed edizione. Al contrario invece, fra i brand occidentali sono realmente pochi quelli che meritano una mensione speciale per le vendite ottenute e ancor meno per la loro qualità.”

    E’ senz’altro uno dei più importanti come ho scritto nell’articolo, il punto è proprio questo: lo è ma è al tempo stesso molto più stantio degli altri e non va bene.
    Su Super Mario hai perfettamente ragione e rappresenta probabilmente quel tipo di videogioco che non ha bisogno di “strafare dal punto di vista tecnico” per essere vincente. Però è uno.
    Per quanto riguarda i GDR invece sono ben pochi quelli che hanno innovato negli ultimi periodi. Tales of Eternia ok ma tutte le saghe, tra cui alcune citate nell’articolo, che fine han fatto?
    Stanno lì quasi sempre a riscaldare il brodino.
    Il design character è praticamente sempre quello come se in Giappone non sapessero far altro e non è chiaramente così essendo loro gli inventori di manga e anime; anzi è esattamente il processo inverso rispetto a quel che avviene proprio nei fumetti dove negli ultimi anni superando quel periodo di difficoltà che veniva dall’aver prodotto successi planetari (tipo Dragonball e compagnia) si stanno tirando fuori prodotti di altissima qualità sia come storia che come design (Noir, PlanetEs, Last Exile ecc. ecc. chi segue il movimento ha ben presente).
    Evidentemente i team di videogiochi si sono presi una pausa o seduti sugli allori, questo mi sembra palese.
    Capcom ripropone l’ennesimo ResidentEvil, la Namco Tekken…sì ma e poi? Sono poi gli stessi publisher che invece hanno oltre che spazio di manovra titoli rimasti nel Sol Levante di ottima fattura mai esportati all’estero.
    Tra i brand occidentali si può pensarla come si vuole ma al momento alcuni generi sono totalmente ad appannaggio dell’Europa e degli States. I motori grafici di GoW2 o FarCry2 per esempio sono inarrivabili al momento, per quanto riguarda gli RTS la partita è anche lì chiusa perché non c’è nulla di orientale che possa scalfire la Blizzard (e occhio ai prossimi mesi perché con Starcraft 2 ci potrebbe essere il classico “game-set-and match”.
    Idem per i MMORPG.

    “Possiamo sicuramente citare GTA, i maggiori titoli sportivi di EA o i brand cinematografici di Activision, ma se guardiamo bene, il calcio giocato da tutti è PES, il platform ideale è Mario, il GDR è Final Fantasy o Tales of e via dicendo. Titoli giapponesi quindi, gli stessi che non vorremmo mai veder mutati drasticamente o semplicemente abbandonati.”

    Sul calcio da appassionato di vecchia data di PES io risponderei con un “attenzione” perché Konami con gli ultimi due capitoli ha deluso parecchio ed EA ha compiuto dei notevoli passi in avanti tanto che da più parti e non a caso si parla di un superamento di FIFA su PES; naturalmente va molto anche a gusti, c’è chi continua a preferire l’uno o l’altro ma dei due chi ha avuto il merito di migliorare di più è senz’altro FIFA e non solo perché uno insegue allora è detto che riesca a riuscire negli intenti.

    “In definitiva l’aria fresca effettivamente servirebbe a tutti e mi sembra che qualcosa si sia abbondantemente smosso; ma sareste in grado di rinunciare realmente alla classicità di alcuni titoli?”

    Questo non lo vuole nessuno, ma l’attualizzazione di una certa parte di business può benissimo convivere sia con la classicità dei titoli storici sia con l’esigenza di pubblicare giochi “esclusivi” per il mercato interno.
    Una mezza misura insomma :) che per ora manca come ha sottolineato Kojima e Suda con cui ha collaborato dato che No More Heroes prende anch’esso ispirazione da Snatcher

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