di  -  lunedì 19 gennaio 2009

Digital BrainFin dai tempi dei monaci benedettini ed ancora prima, esiste il problema della conservazione delle informazioni, della cultura, dell’arte. Da quando esiste l’informatica, esiste una nuova ramificazione del problema, che riguarda la conservazione dei dati digitali.

In questo post mi occuperò della porzione del problema della conservazione dei dati digitali che concerne l’utente finale, e del riverbero di questo nuovo scenario nel rapporto che l’uomo intrattiene col proprio passato.

L’obiettivo è ambizioso e il tema vastissimo. Mi limiterò perciò a lanciare alcuni spunti di riflessione.

La scintilla che dà vita a questo post, scocca dall’incontro di due considerazioni:

1) oggi possiamo disporre di enormi spazi di archiviazione dati, a prezzi irrisori;

2) mai come prima sono accessibili a chiunque, a prezzi bassissimi, strumenti per la produzione di contenuti quali macchine fotografiche, videocamere etc.; ogni computer è poi equipaggiato con strumenti software che ci consentono di registrare moltissime delle nostre attività, dalle spese domestiche fino al log delle nostre chat.

La compresenza di questi due fattori rende ciascuno di noi produttore e addetto alla conservazione, di enormi quantità di dati. Poco importa che la maggior parte di questi sia ciarpame: da un lato, al crescere del loro volume, diviene più facile conservarli che scremarli. Dall’altro è comunque materiale significativo perché porta la nostra traccia e liberare un mega o due (quanto basta per raccogliere un migliaio di pagine in formato testo) non ha molto senso quando lo storage a nostra disposizione si misura in TeraByte.

Come abbiamo già sentito dire ovunque, la nostra vita, o buona parte di essa, è “digitalizzata”, e va sempre più digitalizzandosi, il che fa dei nostri hard disk delle miniere d’informazioni personali.

Dando per scontato che non incorriamo in macroscopici problemi di perdita dati – causati da smarrimento degli stessi o dal fatto che questi diventino inaccessibili a causa dei formati chiusi in cui sono spesso codificati – le condizioni citate ci preparano un futuro da archeologi della nostra stessa vita.

Se guardiamo alle generazioni precedenti, si tratta di un fatto inedito: nessuno prima di noi ha prodotto e archiviato un simile volume d’informazioni – esatte –  sulla sua vita. Si tratta di una novità comparabile a quella delle sostituzione della scrittura alla trasmissione orale della cultura, se vogliamo un tendenzialmente definitivo azzeramento dei sistemi di trasmissione orale, di tutte quelle inesattezze, aggiunte, rielaborazioni, attorno cui sono nati spesso miti e leggende, ma che pure cadono nel novero dei fatti culturali.

Strati geologici di vita archiviata e più o meno ordinata, nella nostra vecchiaia, rappresenteranno la versione più completa e fedele possibile di un diario di bordo. Chi come me è nato negli anni ’70, magari si ritroverà con una sola parte della vita digitalizzata, il resto appartenendo a un’epoca in cui le macchine fotografiche formato 110 e gli album rosa o azzurri, compilati a mano da madri premurose, registravano il debutto alla vita dei nuovi arrivati.

I nati dopo il 2000, magari figli di padri appassionati d’informatica, avranno invece l’intera vita digitalizzata, e magari anche qualche foto scattata di nascosto in sala parto.

Tutto questo senza neppure considerare la parte della produzione d’informazioni che, più o meno consapevolmente, consegniamo alla memoria collettiva sotto forma di blog, social network etc.

Questa autoarcheologia avrà un ruolo dominante nel futuro della nostra e delle successive generazioni, aumenterà a dismisura i rischi inerenti la privacy, la necessità di conservare i dati, ma soprattutto ristrutturerà, come già sta ristrutturando, il ruolo della memoria, intesa come facoltà dell’intelletto umano.

Nella misura in cui alla macchina sarà sempre più consegnato il ruolo di memorizzare, a noi resterà quello di cercare e collegare. E magari, con un’interfaccia neurale a Google, della memoria potremo fare del tutto a meno, anche per quel che concerne le nozioni più elementari – ferma restando la proprietà del linguaggio, elemento a cui anche il futuro riserva un ruolo cruciale.

Consegnata la nostra memoria alle macchine saremo uomini diversi, con strutture cerebrali modificate ma soprattutto, nudi di fronte all’eventualità di avere la spina del computer staccata, la vita formattata.

2 Commenti »

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  • # 1
    zachele
     scrive: 

    Condivido in toto. Sempre piu’ spesso mi scopro nel tentativo di ricordare non la completezza dell’informazione ma le parole chiave da utilizzare qualora volessi ritrovarla con google.
    La memoria demanda a terzi lo sforzo di ricordare e diviene una raccolta di segnalibri.

  • # 2
    Flare
     scrive: 

    Sicuramente ci sono molti spundi di riflessione.
    Non so quanto cambi, come quantità di informazioni immagazzinate, tenendo un diario cartaceo, dove tra l’altro anche la grafia che hai al momento è un’informazione. Oppure conservando un album di fotografie, ma anche gli scambi epistolari, archivi vari e così via.
    Cambia però sicuramente l’accessibilità a questi: invece di sfogliare chissà quante pagine, andando più o meno a memoria, mentre con un computer è un attimo. E aumenta anche la facilità con cui altri possono avere accesso a queste informazioni, in maniera consensuale (una cosa comodissima) o meno…
    Cambia sicuramente anche lo spazio necessario: da scaffali ingombranti ad un dispositivo di memorizzazione di pochi centimetri, che per giunta sarebbe perfino sovrabbondante, se dovesse conservare solo quello.
    Quindi, come dici giustamente, c’è anche meno interesse a “ripulire” le vecchie scartoffie. Suppongo sia questo il grosso dell’extra in più (di ciò che viene conservato personalmente dall’utente), insieme alla facilità con cui si può tenere la copia di una lettera inviata: si poteva fare anche prima con una fotocopia, volendo, ma la norma era tutt’altro. A questo si aggiunge quello che verrà conservato negli spazi gestiti da terzi: database di forum, blog, social networks,… sempre che questo non venga fatto in maniera anonima e quindi non immediatamente collegabile alla persona che ha prodotto il materiale.

    Però, privacy a parte, a me preoccupa di più la conservazione di questi dati “archeologici”. Oltre all’aspetto da te citato dei formati proprietari, facilmente aggirabile avendo l’oculatezza di salvare con formati aperti e documentanti, c’è il problema dei supporti. Certo, si possono sempre trasferire i file man mano su supporti più aggiornati, ma, parlando di “archeologia”, la gente non è immortale. D’accordo “l’auto-“, perché in fondo del 99% di quel che abbiamo memorizzato può fregarne al massimo a noi stessi, ma non sempre è così. Se trovassi degli appunti di mi nonno in un cassetto o in mezzo ad un libro dimenticato, potrei leggerli oppure potrei trovare una sua foto in bianco e nero e ripensare a lui; ma se trovassi (o se trovasse un mio nipote o discendente) un vetusto floppy da 5/¼, potrebbe essere un problema. Dovrei reperire un drive su eBay o in qualche mercatino, ma prima capire da che macchina proviene, perché magari è stato formattato da un Commodore 64. Mi toccherà cercare quindi un vecchio computer ancora funzionante e compatibile col drive antidiluviano capace di leggere quel floppy disk… e pregare che il disco sia ancora leggibile. Per gli improvvisati archeologi informatici del futuro sarà presumibilmente ancora più complicato, supponendo una minore reperibilità di quei mezzi che saranno sempre più antiquati. Forse scomparirano perfino i desktop e i supporti basati su ingombranti dischi (CD, DVD, Blueray ed eventuali seguiti, se ci saranno). Magari le porte USB saranno più longeve, ma non è detto. Forse nel futuro non esisterà neanche più il concetto di PC come lo intendiamo oggi. Chissà? Nell’informatica e nell’elettronica le cose cambiano in fretta.
    Poi potremmo avere un sito personale o un blog che dice molto di noi, un profilo su un social network, le nostre fotografie, i nostri messaggi e tanto altro. Però un diario o un quaderno di appunti cartaceo sullo scaffale resterà lì fin quando il tempo non lo trasformerà in polvere o qualcosa lo distruggerà. Anzi, gli archeologi moderni possono ancora accedere ad alcuni documenti di secoli o millenni fa. Un server invece, per restare accessibile, richiede un continuo investimento ed alimentazione energetica: server down o chiuso, “sparito” il sito. La società che mantiene i server su cui “esiste” il vostro sito, il vostro blog, le vostre foto e altro potrebbe chiudere i battenti molto prima o cambiare servizi e così via. Ci sono (anzi c’erano) tanti bei siti personali, che col tempo di loro è rimasto solo qualche dead link. Spariti, nulla. Cosa troveranno gli archeologi?

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