di  -  mercoledì 23 gennaio 2008

Extortion - Dvorak BlogPrendo spunto da un articolo di The Inquirer – ahimè orfano del titanico Mike Magee – per trattare un problema che da anni mi ronza per la testa. Vorrei affrontare questo problema con la vostra collaborazione, per capire se davvero, come sembra, siamo vittima di una serie di furbacchioni o se piuttosto la “globalizzazione” è più stupida e inefficiente di quanto credessimo.

In questi giorni apprendiamo che l’intervento di sostituzione della batteria per il Macbook Air, costa in Europa solo il 50% in più di quel che costa negli USA (in sterline, 66 contro 103). Già da tempo vado raccogliendo dati riguardanti le inaccettabili differenze di prezzo fra gli stessi beni venduti. Vediamo qualche esempio.

Per comodità riporterò tutti i prezzi in Euro, al cambio odierno secondo Yahoo Finance.

Apple TV: USA € 158, EU € 299

Macbook: USA € 760, EU € 1049

Macbook Pro: USA € 1383, EU € 1899

Leopard: USA € 89, EU € 129

Sony DSC T70: USA € 207 (sito Sony), EU € 270 (Kelkoo)

Sony VAIO TZ: USA € 1937 (sito Sony), EU 2463 (Kelkoo, prodotto di pari caratteristiche)

Sony BDP-S300: (Lettore Blu Ray): USA € 276, EU 472 (Kelkoo, miglior prezzo)

Sony Playstation3: USA € 276 (Spiderman3), EU € 399

Adobe CS3: USA € 1245, EU € 2639

Microsoft Vista Home Premium: USA € 168, EU € 359

Insomma, potrei andare avanti tutta la giornata. Con i prodotti finora presi in considerazione abbiamo aumenti in media per il 60%, con punte del 113%.

Cerchiamo di capire in che modo l’attraversamento dell’oceano carica le merci di questi sovrapprezzi. A mia conoscenza, ma è gradito il vostro contributo, i fattori che comportano un aggravio strutturale sono:

– garanzia europea, più impegnativa per i produttori;

– IVA

– dazi doganali

– spese di spedizione (pressoché irrilevanti su grandi quantità)

Tra l’altro la VAT – l’IVA americana che vediamo già inclusa nei prezzi al pubblico – viene scorporata, per cui l’IVA si applica sul prezzo al netto della VAT.

La non omogeneità degli aumenti indica di per sé che è rilevante la discrezionalità del produttore sui prezzi nei vari mercati. Che alcuni ci marcino mi pare pure abbastanza evidente: desidero sottolineare che nei confronti fatti sono stati sempre applicati i prezzi ufficiali per gli USA, mentre per gli equivalenti europei, ove impossibile accedere ai prezzi ufficiali, è stato rilevato il prezzo su strada, solitamente più basso. Se dovessimo prendere i prezzi da siti di e-commerce americani assisteremmo ad un ulteriore drastico aumento del gap a causa dell’elevatissima concorrenzialità di quel mercato rispetto a quello nostrano.

Che dire, mi sento un po’ preso per fondelli. Se mai mi verrà data opportunità di acquistare dagli USA con qualche escamotage legale (tipo quello segnalato da Markingegno), non me la lascerò sfuggire.

38 Commenti »

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  • # 1
    dix3
     scrive: 

    Io sta cosa la sto osservando da circa 5 anni e la cosa sta diventando sempre PEGGIORE..

    ammettiamo che da noi ci sia tra IVA-GARANZIA-SS un 30% in più.. 20% IVA – 5% garazia – 5% Spedizione
    latro 30%-60% dova diavolo va a finire…..

  • # 2
    Marco
     scrive: 

    “Tra l’altro la VAT – l’IVA americana che vediamo già inclusa nei prezzi al pubblico – viene scorporata, per cui l’IVA si applica sul prezzo al netto della VAT.”

    La VAT non e’ mai inclusa nei prezzi che vedi, viene aggiunta in seguito quando, nel momento in cui vai a fare il checkout, inserisci il tuo CAP americano. Questo avviene perche’ ogni stato ha la sua percentuale diversa per la VAT.

  • # 3
    soter
     scrive: 

    Forse un modo legale per comprare dagli USA potrebbe essere questo:
    http://www.myus.com/
    Che ne pensi? Vale la pena usufruire di questo servizio o alla fine tra spedizione e dogana i costi son gli stessi?

  • # 4
    viscm
     scrive: 

    @ marco

    Hai ragione quando dici che la VAT non è presente nei prezzi americani,ma anche se aggiungessi ai prezzi usa il 20% (valore dell’iva italiana) vedresti che questi sono ancora estremamente + bassi rispetto ai nostri.

    Es: Apple TV : USA € 158, USA+20% € 190, EU € 299,

  • # 5
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Sul tema ti rinvio a questo articolo:
    http://www.appuntidigitali.it/615/tutta-la-liberta-che-desideri-per-i-tuoi-acquisti-negli-usa/

  • # 6
    Tudhalyas
     scrive: 

    Purtroppo è vero, nonostante il cambio ultrafavorevole per noi, i prezzi di moltissimi articoli tecnologici (e non) in Europa costano un botto di più.
    MyUS come servizio mi stuzzica parecchio, ma bisogna comunque vedere quanto ci guadagneremmo a fare un’ordinazione tramite loro.

    Un’ultima considerazione, fuori dall’ambito ICT: come mai anche quando il costo di un barile di greggio cala, alle pompe il prezzo della benzina non scende di conseguenza? Anzi, a volte si alza pure…

  • # 7
    Pikazul
     scrive: 

    Ma quando lo capirete che l’economia funziona in questo modo? Sia i prezzi americani sia i prezzi europei sono calcolati esattamente allo stesso modo: ricercando il miglior equilibrio tra domanda e offerta. Finchè gli europei saranno disposti a spendere di più (“domanda” più alta) i prezzi da noi saranno più alti.
    Anche iva, garanzia, e altre spese aggiuntive varie contano molto meno di quanto si pensi dato che i loro ricarichi sono sempre tenuti in considerazione quando si stimano le vendite.
    Realisticamente, se oggi un prodotto costa TOT euro è perchè qualche “esperto” ha calcolato che sia con TOT+1 (prezzo più alto->vendite minori) sia con TOT-1 (prezzo più basso->vendite maggiori), il profitto sarebbe minore, tutto il resto incide solo marginalmente su questo studio base.

  • # 8
    edward
     scrive: 

    Anche io e da tempo che vedo questa differenza di prezzi pur non avendo mai acquistato negli usa.
    Ma per quanto riguarda dazi, spese di spedizione per far venire in italia un prodotto avrei i miei dubbi, perchè ho provato sulla mia pelle un acquisto online di un gioco da EA, il gioco in questione era battlefield 2142. Si trattava solo di pagare e scaricare una versione ad hoc del gioco che funziona senza il cd. Ma la cosa furba e che nel sito americano il gioco veniva venduto a 49$ mentre nel negozio italiano (sempre di EA) costava 49€. Ovviamente non era possibile acquistare in dollari.
    Ora ricontrollando i prezzi siamo a 44.90€ per la verisone italiana e 29.95$ per la versione usa.
    Ora al di la del fatto che EA ci mangi sopra di conto suo visto che su steam ho comprato direttamente in dollari a prezzi convenienti. Non vedo come possano fare un ricarico cosi alto su dei prodotti virtuali.

  • # 9
    Gaspa
     scrive: 

    Scusa, ma chi l’ha detto che i prezzi dei beni debbano essere legati ai cambi?

    Questo è un assioma assolutamente infondato.

    Le aziende decidono i prezzi in base a strategie di marketing e non in base al cambio euro-dollaro.

    Per esempio la SONY, che non è una azienda americana ma giapponese, applica prezzi diversi per Giappone, Europa ed America che sono quasi del tutto non influenzati dai tassi di cambio.

    E’ chiaro che se il dollaro si svaluta fortemente rispetto allo Yen, la Sony non è che può vendere la Playstation a prezzi folli sul mercato USA, altrimenti non ne venderebbe nessuna!

    Mi ripeto, la “politica di prezzo” fa parte del sistema di marketing ed è pensata per ogni singolo mercato in cui il bene viene venduto.

    Mi sembra una cosa abbastanza banale e scontata.

  • # 10
    CereS
     scrive: 

    Potrei sbagliare ma mi par di ricordare che il dazio si calcola sul totale ivato.

    Per fare un esempio.

    Fotocamera valore 300$ + spedizione 50$ -> 241€

    241 + 20% = 289€

    Il dazio su una fotocamera è al 14%

    289 + 14% = 329€

    Alla fine si ha che il prezzo americano era 207€ (+ Vat che varia da 0 a 6/7%) mentre quello italiano 329€

  • # 11
    R3GM4ST3R
     scrive: 

    @CereS
    Anche se fosse così, ritornando all’esempio dell’apple TV
    sarebbe:
    Es: Apple TV : USA € 158, (USA+20%)*%Dazio circa uguale a
    € 217, ma la paghi EU € 299 xkè?
    Magari ho sbagliato i conti…

  • # 12
    stefan odorico
     scrive: 

    I prodotti Apple per il mercato europeo vengono inviati direttamente dalla Cina e smistati, successivamente, in Olanda. I dazi doganali vengono perciò applicati per il trasfermiento beni Cina-Europa.

  • # 13
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Il discorso del prezzo fissato univocamente per ogni singolo mercato va diventando sempre più relativo mano a mano che la cosiddetta globalizzazione marcia avanti. Un tempo si facevano lanci di prodotto regolarmente sfalsati di semestri e strategie di prezzo realmente indipendenti (fermi restando i parametri fissi). Oggi, in tempo di globalizzazione, i lanci di prodotto si fanno sempre più su scala mondiale e le politiche di prezzo vanno uniformandosi su molti fronti (fermi restando i beni soggetti a particolari tassazioni governative). È per questo che appare sempre meno giustificabile la talvolta macroscopica differenza di prezzo che intercorre fra beni del mondo IT.

  • # 14
    CereS
     scrive: 

    @R3GM4ST3R:

    Lungi da me giustificare le differenze di prezzo, tanto più che considerando la spedizione di un intero container e non di un singolo pezzo le spese di spedizione diventano trascurabili.

    Comunque in molti casi non parlerei di politica europea…

    Per tornare all’esempio che ho fatto prima, quell’ipotetica fotocamera che ci costa 329€ molto probabilmente in germania costerà 330€+ss (350 spedita facendo male i conti) e in italia 400€ tondi tondi…

  • # 15
    Gaspa
     scrive: 

    X Alessio: il discorso del marketing sul singolo mercato sta andando avanti oggi come ieri.

    Per determinare il prezzo di un bene su un mercato si devono tenere in considerazione molteplici fattori: il reddito pro-capite, la concorrenza che ha il bene nel mercato, i vari target che si vogliono colpire, ecc…

    Il tasso di cambio influenza la politica di prezzo solo marginalmente perché ancora gli acquisti fuori confine hanno delle grosse limitazioni: la dogana, le spese di spedizione, le garanzie, le differenze tecnologiche (vedi i sistemi video PAL-Secam o le prese elettriche nei vari paesi), la lingua, ecc…

    Per questi motivi i produttori possono ancora permettersi di fare un prezzo per ciascun mercato e ciò avviene regolarmente.

    In futuro magari sarà diverso, ma quello del mercato unico mondiale è ancora oggi un miraggio.

  • # 16
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Certo, il mercato unico mondiale è ancora in buona parte un miraggio ma:
    1) in questo articolo mi interrogavo innanzitutto su quale fosse il peso dei fattori che strutturalmente impongono un aggravio su mercati internazionali e quale fosse il margine di discrezionalità delle aziende;
    2) il reddito pro capite americano è più alto che quello europeo quindi dovrebbe semmai causare un fenomeno inverso;
    3) il tasso di concorrenzialità è senz’altro più elevato negli USA ma lo è d’altronde anche in Cina, tra l’altro paese produttore, dove spesso osserviamo delle discriminazioni di prezzo simili a quelle europee (vedi la batteria del MB Air sull’articolo da cui ho preso spunto, http://www.theinquirer.net/gb/inquirer/news/2008/01/21/uk-stiffed-again-apple-air)
    Il discorso è molto complesso ma, ti ripeto, discriminazioni di prezzo così macroscopiche mi sembrano piuttosto anacronistiche.
    Tra l’altro pare che la tassa europea d’importazione di beni informatici sia zero (http://ec.europa.eu/taxation_customs/dds/cgi-bin/tarduty?ProdLine=80&Type=0&Action=1&Lang=EN&SimDate=20071111&YesNo=1&Indent=-1&Flag=1&Test=tarduty&Periodic=0&Download=0&Taric=8471800000&Country=TW%2F0736&Day=11&Month=11&Year=2007)
    In ultima analisi è senz’altro la concorrenzialità del mercato a buttare giù i prezzi negli USA, ma, anche dopo tutte queste riflessioni, mi pare dominante la discrezionalità dei produttori o in altre parole il fatto che “ci marcino”.

    Che questa discrezionalità sia per molti versi inaccettabile lo dimostra anche la questione sul prezzo delle canzoni di iTunes, di cui si è interessata anche la Commissione Europea: http://arstechnica.com/news.ars/post/20070919-apple-itunes-pricing-should-be-the-same-across-europe.html

    Per approfondimenti: http://en.wikipedia.org/wiki/Price_fixing#Price-fixing_cases_in_the_rest_of_the_world
    http://forums.hexus.net/hexus-lifestyle/123230-prices-usa-prices-europe-fight-power.html

  • # 17
    Gaspa
     scrive: 

    Non capisco perché la discrezionalità di prezzo debba essere ritenuta inaccettabile…

    Le aziende hanno i loro obbiettivi, magari vogliono saturare un mercato e quindi vendono anche sottocosto, mentre in un altro vogliono massimizzare i profitti e quindi vendono a prezzi molto più alti.

    Insomma non è che si possa sindacare sulle scelte aziendali, se un prodotto non ci interessa ad un determinato prezzo non lo compriamo, se lo troviamo all’estero a pressi competitivi, compriamolo all’estero.

    Ma stabilire che una azienda debba vendere su diversi mercati allo stesso prezzo mi sembra una cavolata!

  • # 18
    XSonicFromTexas
     scrive: 

    “La VAT (…) viene aggiunta (…) al checkout”
    Non sempre, ho comprato una fotocamera online a 220$. Quello era il prezzo sul sito e quello ho pagato, le spese erano pure gratis.
    Ho dato un’occhiata sul sito della Apple e per spdirlo qui in Texas c’erano 216$ su 2799$ (MacPro), cioè circa 7,7%

  • # 19
    n1
     scrive: 

    Diciamo che x lavoro ti serve photoshop.
    Te lo sei studiato e lo conosci a menadito.
    a-Cambi soft x “risparmiare” ?
    b-Lo compri ITA così se nell’ultima versione fosse cambiato qualcosa puoi leggere il manuale?

    Magari, sempre x lavoro ti serve una batteria x il tuo bel MacBook.
    a-La ordini in USA?
    b-La prendi nel primo negozio Apple con la garanzia?

    Vuoi una console x i tuoi figli, ma sai che essendo di cristallo si rompono entro un mese.
    a-Rischi ad ordinarla oltre oceano?
    b-Cerchi di convincere i tuoi figli che non è un buon acquisto e speri che non prendano la strada della droga x vendetta?
    ;)

    Vedi non è che si può proprio “fare a meno”.

    In più aggiungo che il prezzo è legato alle quantità, e un pezzo venduto in USA, in EU o in JP parte con gli stessi costi di produzione, di conseguenza una volta ammortizzati i costi iniziali e stabilito un margine di guadagno sappiamo che con lo stesso prezzo farà sicuramente felice il produttore sia che sia venduto in Korea o in Irlanda.
    Il mercato USA è competitivo, sbagliato!
    Tutti i mercati sono competitivi!
    Quello del pesce alle 4 di mattina, quello asiatico dei semiconduttori o quello italiano dell’elettronica.
    Se un pirla di analista mi vuol far credere che io non acquisto come un americano lo mando a quel paese!
    Se avessimo i prezzi che ci sono di là, si potrebbero fare delle statistiche più sensate, ma fino ad allora che la smettano di lamentarsi della piazza italiana dicendo che non è competitiva, non è redditizia , è statica e complicata, sanno solo dire che le tasse, la garanzia, i costi di gestione e la distribuzione qui sono più cari.
    Ma per piacere!

    Questi direttori di multinazionali, analisti e commercianti per la distribuzione italiana si devono rendere conto che per paura, incapacità o incompetenza rallentano loro il mercato, tenendo prezzi che garantiscono oltre il 50% di margine in più rispetto al riferimento che possono essere gli USA.
    E si lamentano!

    …ce l’avete pronta la carta igienica?

    Bene, tutti in fila.

  • # 20
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Non sono né il solo né tantomeno il primo a ritenere la discrezionalità del prezzo inaccettabile. Come ti dicevo nel precedente post anche la Commissione Europea ha valutato le differenze di prezzo fra mercato USA e mercato Europeo come potenzialmente interessanti.

    Questo è un problema che tocca le radici del sistema capitalistico e non si presta a facili soluzioni tipo “tutto normale, è il libero mercato”.
    La domanda è: per quale motivo il 90% dei prodotti IT costa sensibilmente più in Europa – dove tra l’altro il reddito medio pro capite è più basso che negli usa?
    Certo, se fosse poniamo solo Sony a praticare queste differenze di prezzo, sarebbe subito fuori mercato, ma sono tutti, in tutti i diversi comparti dell’IT.
    Allora la domanda diventa: signori cari, mi spiegate per filo e per segno quali sono i fattori che comportano l’aggravio di prezzi (ricordiamo che le tasse d’importazione per materiali informatici sono pari a zero)? Altrimenti sono autorizzato a credere che fate cartello per mantenere i profitti artificialmente più alti e vi affibbio una multa che vi fa tremare i polsi. Questo è il lavoro che fa l’antitrust in un’economia che funziona e mi auguro che la Commissione si interessi presto della questione.

  • # 21
    Max Della Torre
     scrive: 

    Lo stesso discorso vale per le automobili. Avete provato a vedere quanto costa una BMW, una Mercedes o una Porsche in America? Dal 20 al 40% in meno… e si tratta di macchine importate dall’Europa. Assurdo! Io vado in Florida!

  • # 22
    Gaspa
     scrive: 

    E’ chiaro che se ci sono pratiche anti-concorrenziali le autorità competenti debbano vigilare e sanzionare gli autori.

    Nel caso dell’elettronica, il mercato è tra i più concorrenziali e mi sembrano veramente inverosimili dei trust tra aziende che si scannano per rubarsi fette di mercato.

    Se si osservano i prezzi dei beni Hi-Tech, si possono registrare dei cali generalizzati ormai da anni a tutto vantaggio dei consumatori (questo settore è uno di quelli che tiene basso l’indice di inflazione!).

    Non riesco proprio a vedere questi grandi cartelli!

    Tutto è possibile, ma la vostra sembra una lotta contro i mulini a vento.

    Non vi fate ottenebrare dai cambi, che, come ho già ricordato, influiscono veramente poco nella decisione dei prezzi!

  • # 23
    Giulio
     scrive: 

    Posso darvi una “dritta” per la dogana… Molto spesso se il prodotto arriva via nave non viene controllato e passa indenne la dogana (oppure se un prodotto è piccolino, tipo memoria ram, conviene farselo spedire xke di solito i pacchettini non vengono vacgliati a dovere). Io con il sistema navale ci ho perso un minidisc parecchio tempo fa, arrivato in 20 giorni circa. Il problema è che se la nave affonda o imbarca acqua proprio li dove sta il tuo pacco non c’è assicurazione che tenga, lo butti e fatti tuoi.

    Tornando IN, posso accettare tutte le scuse di marketing che volete, ma la differenza è vergognosa!

  • # 24
    DioBrando
     scrive: 

    Per quanto a volte + di qualche volta faccia pensare per non dire peggio, la questione secondo me sta nei termini in cui l’ha espressa Gaspa.
    Le varie aziende decidono in base al mercato di riferimento come collocare il bene di consumo e a che prezzo.
    Non è vero e in questo sono in disaccordo con l’articolista che il mercato globale debba per forza determinare anche un costo “paritario”. Basti pensare al mercato videoludico. Globalizzazione sì perchè per esempio le anteprime (mi viene in mente Halo) magari vengono fatte lo stesso giorno in tutto il mondo ma poi i costi sono differenti.
    Sony ha proposto la PS3 ad un prezzo in Giappone, un altro in USA un altro ancora un Europa…e non sono diversi solo i prezzi, sono diversi i bundle, sono diversi i titoli tanto che alcuni sono esclusive di quella particolare area geografica e viceversa (perchè soprattutto per quanto riguarda l’intrattenimento, l’offerta è fortemente condizionata dai costumi e dalla società che rappresenta la domanda).
    E oltre ai vari costi relativi a tasse/dazi ci sono da considerare le voci oscure all’utente finale ma che fanno poi pendere la bilancia verso un innalzamento dei prezzi per esempio per noi europei.
    Seppur la produzione sia spesso delocalizzata in Paesi terzi il grosso della progettazione, dove viene detenuto il cuore del know-how è nel Paese di origine dell’azienda/company e solitamente nel comparto IT sono quasi tutte americane. Questo significa che quando io poi vado a progettare per esempio il lancio del mio prodotto in Europa, i costi di le analisi di mercato per quell’area geografica, tutto l’apparato della filiera che giocoforza dovrà essere trasferito in Europa rappresenta un’ulteriore voce nei costi che verrà poi riassorbito a spese dell’utente finale.

    E naturalmente se nelle analisi di mercato risulta che l’utente è disposto a spendere mediamente di + il prezzo sarà + alto (mi ricordo ad esempio di quanto costava la PS2 in Europa rispetto agli altri continenti)

    Tutti questi fattori indicano come secondo me non ci sono particolari congiure o complotti e che purtroppo il parametro cambio favorevole non significa per forza che ci sia convenienza.
    Magari bastasse così poco…

    sulla questione benzina, è tutto un altro paio di maniche, non è possibile fare raffronti con i prodotti menzionati nell’articolo.

  • # 25
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    “Non è vero e in questo sono in disaccordo con l’articolista che il mercato globale debba per forza determinare anche un costo “paritario”. Basti pensare al mercato videoludico. Globalizzazione sì perchè per esempio le anteprime (mi viene in mente Halo) magari vengono fatte lo stesso giorno in tutto il mondo ma poi i costi sono differenti.”

    Se devi chiamarmi “l’articolista” preferisco Alessio :-)
    Che l’unificazione di un mercato determini una omologazione dei prezzi, più che varie case history lo dicono le teorie economiche classiche. Volendo applicare al problema una prospettiva di “realismo economico” possiamo dire che il mercato grigio dell’importazione parallela non ha ancora assunto una dimensione sufficiente per giustificare una revisione delle politiche di prezzo.

    “Seppur la produzione sia spesso delocalizzata in Paesi terzi il grosso della progettazione, dove viene detenuto il cuore del know-how è nel Paese di origine dell’azienda/company e solitamente nel comparto IT sono quasi tutte americane. Questo significa che quando io poi vado a progettare per esempio il lancio del mio prodotto in Europa, i costi di le analisi di mercato per quell’area geografica, tutto l’apparato della filiera che giocoforza dovrà essere trasferito in Europa rappresenta un’ulteriore voce nei costi che verrà poi riassorbito a spese dell’utente finale.”

    Credo che la progettazione a sua volta sia piuttosto delocalizzata e poi davvero non vedo come il fatto che un bene è progettato in un paese possa determinarne le politiche di prezzo. Semmai è nel paese di produzione che le politiche dovrebbero differire, ma nemmeno questo sembra essere il caso. Dopodiché i costi di distribuzione, salvo alcune variabili geografiche e politiche, dovrebbero essere omogenei per tutti i bacini di utenza. Dopotutto parliamo di paesi “civilizzati”.

    Infine, se davvero il cambio non fa differenza, come mai Confindustria non finisce di ripeterci che l’euro forte frena le esportazioni (il che è stato capito molti anni fa)? Non dovrebbero di converso essere più convenienti i prezzi della merce che importiamo dai paesi deboli? Il cambio è una variabile fondamentale negli scambi fra due economie. Il fatto che al significativo variare dei cambi e delle condizioni di mercato, in anni e anni la forchetta di prezzo nel settore IT resti più o meno costante, puzza di bruciato.

  • # 26
    Giorgio
     scrive: 

    Mah..ho letto, anche se velocemente, le domande-risposte, non so, non vedo il problema. Si tratta di guadagnare sempre e comunque il più possibile, non di mercato. Un accurato esame universitario d’ economia mi tolse qualsiasi illusione su “mani invisibili”, libero mercato e altre fantasie. Inoltre, in un momento in cui, per uno statunitense avere in mano dell’euro forte gli sfrizzola il vilopendulo, come avrebbe detto una pubblicità di parecchi anni fa…bé é pur sempre un modo di recuperarne in quantità e alla faccia nostra, no? Tra l’altro ho girato in America di recente e devo dire che li ho proprio trovati assolutamente ossessionati dai soldi. Esisti in funzione di quanto vendi e se ti sai vendere, punto. Il resto non conta, qualsiasi cosa ti raccontino. Infatti, perlomeno a New York,la cosa che ultimamente li irritava oltremodo, era che, al momento fossero gli europei a girare giocondi per i negozi e fare shopping a NY e non loro, come al solito, coi dollaroni in giro per le capitali europee…Oibò…!

  • # 27
    DioBrando
     scrive: 

    “Se devi chiamarmi “l’articolista” preferisco Alessio :-)”

    ok Alessio :) non conoscendoti non mi permettevo di darti del tu…

    “Che l’unificazione di un mercato determini una omologazione dei prezzi, più che varie case history lo dicono le teorie economiche classiche.”

    Ma guarda, parli a un keynesiano piuttosto convinto quindi di teorie classiche qualcosa conosco.
    Resta il fatto che la loro applicazione era ancorata su prospettive molto diverse da quella di oggi (dinamiche diverse, l’influenza delle nuove tecnologie, spostamento di capitali via telematica) quindi quando vi si fa riferimento si rischia di estranearsi dalla realtà.
    E in ogni caso al di là di quel che una teoria può o non può spiegare restano i case studies singoli. Come ti ripeto, nell’industria videoludica quel che tu affermi non si verifica, vi sono prezzi di lancio diversi perchè diversi ad esempio sono gli usi e costumi di una certa società e di un pubblico di potenziali acquirenti (Giappone +ttosto che USA).


    Volendo applicare al problema una prospettiva di “realismo economico” possiamo dire che il mercato grigio dell’importazione parallela non ha ancora assunto una dimensione sufficiente per giustificare una revisione delle politiche di prezzo.”

    Mah, sono ormai decenni che si parla dell’importazione parallela, come un fattore che spinga i produttori a una maggiore rivisitazione dei prezzi eppure siamo sempre qui.
    Il fatto è che a parte quei pochi che dietro a questo fenomeno riescono a costuire un business (perchè vi sono i margini di guadagno che consentono di farlo), non è possibile.
    Tasse, dazi, grane con la dogana, secondo me l’importazione parallela è e resterà sempre nel suo stato di nicchia.
    Anche perchè nonostante la crescita di servizi come gli auction agent, la necessità di informazioni da ottenere e da padroneggiare per usarli al meglio è notevole.

    “Credo che la progettazione a sua volta sia piuttosto delocalizzata e poi davvero non vedo come il fatto che un bene è progettato in un paese possa determinarne le politiche di prezzo.”

    Ma mica tanto delocalizzata…in ogni caso la costituzione e la duplicazione degli apparati porta a un raddoppio se non + dei costi che hai avuto all’inizio. E come fai a rientrare di quelle spese?
    Le ammortizzi rimodulando i prezzi per l’utente finale.
    Poi è chiaro che se vendi in un paese del terzo mondo non possono così distanti dal costo della vita di quel paese. Questo è sottointeso.

    “Semmai è nel paese di produzione che le politiche dovrebbero differire, ma nemmeno questo sembra essere il caso.”

    Qui non ti seguo.

    “Dopodiché i costi di distribuzione, salvo alcune variabili geografiche e politiche, dovrebbero essere omogenei per tutti i bacini di utenza. Dopotutto parliamo di paesi “civilizzati”.

    “Infine, se davvero il cambio non fa differenza, come mai Confindustria non finisce di ripeterci che l’euro forte frena le esportazioni (il che è stato capito molti anni fa)? Non dovrebbero di converso essere più convenienti i prezzi della merce che importiamo dai paesi deboli? Il cambio è una variabile fondamentale negli scambi fra due economie. Il fatto che al significativo variare dei cambi e delle condizioni di mercato, in anni e anni la forchetta di prezzo nel settore IT resti più o meno costante, puzza di bruciato.”

    Guarda è meglio non tirare affatto in mezzo Confindustria perchè le lamentele per me equivalgono quasi esclusivamente a scuse.
    Scuse che servono a giustificare le mancanze croniche dell’Italia.
    Gli industriali per esempio ci dovrebbero spiegare perchè nel 21° secolo questo Paese non ha un sistema industriale (di fatto tutti i grossi nomi italiani non ci sono + e quelli che ci sono sono in bolletta da decenni e mantenuti a spese nostre chiaramente).
    Poi ci dovrebbero spiegare perchè per produrre ricchezza nel nostro Paese non ci si riesce a svincolare dal sistema perverso clientelare delle banche (che con la collaborazione dello Stato lassista ha permesso ai + grandi scandali finanziari italiani non solo di avvenire ma anche di rimanere sostanzialmente insabbiati o senza colpevoli dietro le sbarre).
    Poi ci dovrebbero spiegare perchè rispetto agli altri paesi europei siamo fanalini di coda anche per la competitività (nonostante le qualità e la storia che l’Italia soprattutto nel settore del design, abbinato alla pelletteria, automobili ecc.) eppure l’Euro ce l’hanno anche loro, o sbaglio? Un po’ l’argomento dei leghisti che tiravano avanti con l’argomentazione bizzarra di introdurre i dazi…
    Poi ci dovrebbero spiegare perchè nemmeno nel privato si investa nei giovani, con stipendi da fame, sfruttati con i classici rapporti di collaborazione a progetto e simili nonostante questi si presentino con curricula di tutto rispetto e dopo aver sudato e speso anni e anni sopra i libri.
    E contemporeamente dovrebbero anche spiegarci il perchè il portafoglio dei top manager che dirigono le maggiori aziende in Italia sia sempre quello, trito e ritrito da anni e il perchè poi i CdA siano comandati da affiliati alle grandi menti italiane, nonostante una partecipazione azionaria minima a volte anche del 3-4%.

    Quindi in sintesi, per favore non parliamo di Confindustria per tentare di criticare il cambio Euro-Dollaro, perchè sono gli ultimi ma veramente gli ultimi del lotto a poter presentare alcun tipo di rimostranze.

  • # 28
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    OK, elimino volentieri Confindustria dal discorso: condivido le tue critiche e preoccupazioni.
    Rileggendo comunque l’intero thread, sono sempre più convinto del fatto che le barriere di prezzo siano condizionate da due fattori principali:
    1) floridità del mercato grigio/nero;
    2) condizioni economiche del paese di destinazione.
    Questi due fattori poi si condizionano a vicenda: in paesi più poveri, quando le politiche di prezzo non sono rapide ad adattarsi, il mercato nero esplode. Vedi il caso della Cina, in cui MS è arrivata a dover vendere Windows a 3 dollari.
    In Europa viviamo la situazione ancora in equilibrio. C’è soprattutto il discorso della garanzia che frena molto il fiorire del mercato grigio: quella europea è obbligatoriamente di due anni, il che scoraggia l’utente dall’accedere a beni d’importazione con inferiori benefici di garanzia. In paesi extraeuropei in cui la garanzia ottenibile acquistando merce straniera è identica a quella nazionale, è difficile che si ripetano le stesse condizioni. Il mercato videoludico e software in generale, non mi pare un esempio calzante: il discorso della localizzazione linguistica ha un peso preponderante e consente di mantenere dei confini di prezzo molto più solidi di quelli del solo mercato.

    Sulla delocalizzazione della progettazione, ti posso assicurare che in Cina esistono molte realtà che, particolarmente in fasce basse del mercato elettronico, progettano dei veri e propri reference design a cui poi ognuno attacca il proprio marchio. Il new product development fatto in “casa” è un lusso che solo alcuni grandi marchi possono permettersi. Per quel che riguarda il software poi, è da anni che schiere di programmatori indiani, cinesi etc. programmano intere porzioni di OS e applicazioni commerciali, lasciando agli HQ un ruolo di gestione dell’avanzamento, controllo di qualità e coordinamento generale.

    Torniamo ai costi di progettazione – produzione – distribuzione. Prendiamo un Notebook. Il marchio Pear acquista dalla Intel i diritti per l’uso di un reference design, ordina e paga a monte le personalizzazioni del caso, stabilisce i volumi. Le schede vengono lavorate e personalizzate poniamo a Taiwan e consegnate a uno stabilimento vicino, dove vengono assemblate nel prodotto che poi viene finito, inscatolato e spedito ai nodi di distribuzione. Fin qui stessi costi per tutti. Poniamo il caso di un prodotto con le stesse specifiche per tutti i mercati, ovviamente con manualistica, software etc. localizzati. Quello della localizzazione è sì un costo addizionale, ma quanto rilevante in scala?
    Partono poi le navi che smistano la produzione nei mercati di riferimento.
    Tornando ai prezzi abbiamo quindi: costo di produzione (uguale), garanzia (diversa), dazi doganali (ove applicabili), costi di magazzino (qui potrebbero esserci differenze, ma non significative dato che la logistica fa spesso riferimento a strutture multinazionali e comunque parliamo di paesi “civilizzati”), costi di distribuzione (idem, considera che poi è proprio nei mercati più poveri che magazzino e distribuzione costano di più).

    A queste considerazioni, da cui non emergono ancora differenze macroscopiche (non quanto le differenze di prezzo direi, per i trasporti basta dare uno sguardo alle tariffe *al pubblico* dei corrieri), se ne aggiungono altre sulla concorrenzialità del mercato, ma qui siamo entrati nel campo dei margini, dove la discrezionalità è più alta. Ma se questo fosse il fattore determinante, come giustificare, per esempio, i prezzi unici del bacino dell’Euro? Sarà vero che in Irlanda, dove tra l’altro Apple ha l’HQ europeo, il tasso di concorrenzialità è identico a quello italiano? E come ugualmente giustificare i prezzi di PS3, definiti anch’essi per tutta l’eurozona, in misura molto superiore a quella americana? Mi fermo qui ma potrei andare avanti a lungo…

  • # 29
    stefano
     scrive: 

    fai un giro su un qualsiasi libro di marketing ben fatto (universitario) e scoprirai che è tutta una politica di vendite dipendente dalla risposta che il mercato da.

    Il caso APPLE: si tratta di una differenza data dal posizionamento del prodotto sul mercato italiano e americano.
    Da noi Apple è sinonimo di lusso, ha un appeal superiore a qualsiasi altro prodotto pari qualità e prezzo inferiore o simile.
    in USA la Apple è un marchio come tanti altri, e come tale ha un posizionamento pari alla concorrenza, e i prezzi sono di conseguenza.

    La politica di targeting delle imprese la decidono gli utenti (o melgio, a questo punto, utOnti).

    prova a fare una piccola ricerca sui prodotti IKEA: italia vs Giappone. Nel sol levante sono prodotti di lusso e costano oltre il doppio che in Italia…. Però vende alla grande.

  • # 30
    maurizio
     scrive: 

    ok avete ragione…il prezzo dipende dalla domanda e offerta….ma allora perchè qualcuno non comincia semplicemente ad importare in maniera parallela dagli USA all’ITALIA ? tipo io…potrei andarmene in USA, riempire un silos di lettori bluray e tornarmene in europa e venderli…avrei fatto soldi senza faticare granchè e senza mettermi d’accordo con le aziende proprietarie…

  • # 31
    Tambu
     scrive: 

    la dogana non te la farebbe pagare liscia, e nemmeno il fisco con l’IVA. Alla fine se non ci rimetti ci vai in pari…

  • # 32
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Tambu
    Non credo che la somma di spese di spedizione, IVA e dazi doganali possa aggiungere un +60% di media (con punte del +113% per i prodotti analizzati) al costo finale del prodotto… Ci sono precise scelte commerciali dietro a queste differenze di prezzo. E non parlatemi di mercato più concorrenziale perché la Adobe CS suite non ha rivali di calibro paragonabile né in Europa né negli USA.

  • # 33
    zaR
     scrive: 

    Dite quello che vi pare…leggi commerciali, dazi, domanda offerta…tutte c***** vogliono, semplicemente, spremerci come limoni. punto e basta.
    Come me lo spiegate il 120% in piu su alcuni prdotti?
    Io compero ugualmente, anzi di piu, se i prodotti costano meno…vi pare?

  • # 34
    Daniele
     scrive: 

    Uhm, leggendo mi avete acuito la curiosità di sapere: ma se io volessi acquistare un software in america via download, quindi non vi è niente di “fisico” che attraversa la dogana, io posso acquistarlo senza problemi di sorta? Considerando che ho un’attività, giusto perchè qui in Italia ciò che vado a prendere costerebbe 1200 euro, in america poco più di 500…

    Grazie

  • # 35
    Luca Gambetti
     scrive: 

    @daniele
    hai l’obbligo dell’autofattura sul bene che acquisti. quindi conta un 20 % in più sul prezzo.
    Ciao,
    Luca

  • # 36
    attilio
     scrive: 

    Due sono le possibilità: o sono troppo furbi o sono troppo ignoranti poichè anzichè dividere il prezzo in dollari per il cambio lo moltiplicano soltanto; e questo mi sembra che possa somigliare ad una truffa.

  • # 37
    diego
     scrive: 

    Ragazzi sono uno spedizioniere doganale. Iva al 20 dazi (a seconda dell’origine della merce…attenzione origine e non provenienza e si calcolano in percentuale sul valore spedito) eventuali dazi sperimentali e antidumping (imposte particolari a protezione del nostro mercato nazionale. Costo di spedizione , nolo container trasporto eventuale assicurazione. E qualche soldo a noi poveri spedizionieri che facciamo questo lavoro ingrato e abbiamo a che fare con dogana e g.d.f. tutti i giorni volete darcelo??
    Ecco perchè il prezzo sale. Del resto se noi pagassimo ad esempio prodotti elettronici con solo la conversione della valuta…tempo un anno e in italia le imprese chiudono.tutti disocuppati.

  • # 38
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Ciao Diego e grazie del contributo.
    La tua spiegazione fa luce sul problema, ma non spiega l’enorme variabilità dei sovrapprezzi per prodotti provenienti dalla stessa nazione.
    Il che introduce un elemento discrezionale che mi pare pur rispetto ai costi che indichi la faccia da padrone…

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