di  -  venerdì 5 dicembre 2008

social_network.jpg Ci dicono che siamo immersi nel web 2.0 e già si parla della prossima “release” improntata sulla semantica. In dieci anni abbiamo visto maturare ed emergere molte tecnologie che hanno cambiato internet fino quasi a far scomparire il concetto di pagina, rendendola multimediale e interattiva tanto da poter usufruire di vere e proprie applicazioni.

Sono fioriti e si sono affermati nuovi modi di comunicare, condividere e tenersi in contatto. Al concetto alla base del social network siamo arrivati partendo da una rete fatta inizialmente da siti web più o meno statici, come piccoli pulpiti in cui ognuno, anche gratuitamente, poteva manifestarsi al mondo.

Tutte le successive evoluzioni sono maturate con l’unico scopo di aumentare la possibilità che qualcuno fruisca dei contenuti che pubblichiamo, così la divulgazione si è trasformata in condivisione. L’ultimo step, votato alle reti sociali ci dà l’ulteriore vantaggio di poter solidificare dei rapporti, creando legami ovunque, con chiunque desideriamo, organizzandoci in gruppi in cui godere e collaborare all’unisono in relazione ad un determinato interesse comune.

Alla luce di ciò, appare incredibile quanto è stato fatto in una decade, ancora di più se lo si paragona alla carta stampata o alla tv. È una rivoluzione dunque? Sì, una rivoluzione mancata, almeno per il momento.

Il web è una complicata realtà fatta di persone, e come tale va analizzato. Per questo a mio avviso il parallelismo più corretto per portare degli esempi va fatto con gli agglomerati urbani, le città. Visto che qualche anno alle spalle il web ce l’ha, è ora che lo si cominci ad analizzare anche da un punto di vista antropologico.

Questo accostamento può sembrare folle e frutto di una mente alienata (ok sì, un po’ alienato forse lo sono, ma datemi la possibilità di spiegare) ma se l’utilizzo di servizi web diventa, sia sempre più frequente, sia sempre più indispensabile nella nostra quotidianità, significa che la rete sta diventando parte integrante della realtà, con sempre nuovi canali che vanno ad aggiungersi a quelli “reali”. Sui marciapiedi camminano le persone, sulla strada le auto e i veicoli commerciali, sulle rotaie i treni, nei doppini in rame e via etere testo, voci, suoni e immagini.

Una volta per prenotare un aereo salivate in macchina e andavate all’agenzia di viaggi più vicina, oggi accendete il pc. La cosa più ovvia da dire è che avete cambiato abitudini, ma potremmo dire ancora più semplicemente che avete cambiato strada.

Le città, ora parlo di quelle che si percorrono (troppo spesso) in automobile, sono così come le vediamo grazie a migliaia di anni di evoluzione e conquiste intellettuali, e si trasformano continuamente mettendo in evidenza la cultura e le necessità di ogni epoca. Le piazze esistono perché era necessario un luogo che potesse contenere tutti, in cui incontrarsi, scambiare merce, organizzarsi e protestare, quindi non sono un’idea scontata e innata (detto questo mette tristezza pensare che oggi si siano evolute in parcheggi). Persino le strade sono un’invenzione.

I primi agglomerati urbani dei primi gruppi sedentari della storia umana non non ne avevano, così gli edifici erano costruiti ammassati uno sull’altro e vi si accedeva quasi sempre dal tetto.

Così come le nostre città anche il web ha una sua struttura, che nonostante quanto fatto fin’ora è estremamente primitiva, il che non è un bene, ma contemporaneamente non è nemmeno un fatto negativo.

In questa estensione della nostra realtà nascono nuovi spazi in cui noi metaforicamente ci muoviamo, dove ancora vige l’anarchia assoluta e a fare la storia sono poche e potenti entità, mentre gli utenti la subiscono.

Qualcuno può obiettare facendomi notare che, mentre anni fa scaricavamo tutto gratuitamente in modo indisturbato, venivamo fregati ogni volta che ci facevamo coraggio e usavamo la carta di credito e “The Anarchist Cookbook” era l’ebook best seller per eccellenza, oggi esistono DRM, milioni di negozi online affidabili, sistemi di pagamento sicuro e una polizia postale ben attrezzata. Se avete pensato questo avete commesso un piccolo errore. Perché non è stata regolamentata la rete, bensì si tratta soltanto di paletti messi dal vecchio mondo per evitare che il nuovo non scombinasse troppo l’ordine costituito fuori dai monitor.

Bene, cosa vuol dire fare ordine nella rete? Significa creare una struttura che concettualmente permetta alle persone di muoversi, incontrarsi, comunicare e scegliere davvero.

Mentre noi utenti vaghiamo ammaliati da un sito all’altro, golosi di sempre nuove possibilità, veniamo in realtà sballottati da un recinto all’altro, fregati da strategie di fidelizzazione con l’effetto trappola. Creiamo un nuovo account in un servizio che sembra interessante e che non abbiamo mai usato, ci piace, lo condividiamo con centinaia di persone con le quali riusciamo ad instaurare un rapporto di una certa intensità. Poi un giorno scopriamo che vorremmo condividere quest’esperienza con altri al di fuori di quel sito, ma il nostro account e tutto quello che abbiamo costruito con esso, non potrà mai uscire da lì.

Forse quello che sto scrivendo risulterà ostico a molti, ma è evidente che qualcuno ce l’ha ben chiaro. Google non ha acquisito Youtube per il gusto di possedere un buco nero dal quale buttare via i soldi guadagnati altrove. Facebook non lavora con perdite mensili nell’ordine dei milioni di dollari senza un buon motivo.

La rete è ancora giovane e non è soltanto terreno di conquista ma anche un enorme laboratorio di idee. L’assoluta mancanza di un’ossatura, una reale struttura che permetta universalmente di interagire e comunicare tra servizi e persone, permette ancora di sperimentare nuovi percorsi evolutivi. Quando il web sarà maturato, proporre e stravolgere sarà via via più difficile.

Proprio le due aziende citate poco sopra stanno promuovendo due approcci che permettano la libera circolazione di account e contatti in una rete universale, scrissi in proposito un altro post. Facebook in sostanza gestisce gli account che possono muoversi in un universo potenzialmente infinito di applicazioni sviluppate e mantenute da terzi. Google ha invece lanciato un social network tramite delle API: in sostanza ogni sito web può integrare il social network di Google, permettendo agli utenti di incontrarsi nei vari siti che lo supportano.

Due approcci diametralmente opposti ma che hanno in comune l’ambizione di creare un’unica immensa rete… privata.

Sareste contenti se le strade della vostra città fossero di proprietà di Google?

7 Commenti »

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  • # 1
    Viaggio nel Blog - i migliori racconti di viaggio dai blog italiani » Blog Archive » Il web non si è evoluto poi così tanto
     scrive: 

    […] View original post here:  Il web non si è evoluto poi così tanto […]

  • # 2
    SirHaplo
     scrive: 

    Post illuminante.
    Anche io avevo questa “sensazione”, te sei riuscito a concretizzare in un articolo i miei dubbi e perplessità.

  • # 3
    Andrea
     scrive: 

    Internet sta rovinando tutto !!!!!! E ve ne parla uno ce ci naviga dal ’93 !!!

    Prima quando c’era un concerto mettevano manifesti lo pubblicizzavano, ne parlavano per tv ! Ora tutto via internet !!! e se non ne vieni a conoscenza sei tagliato fuori !

    E il problema è proprio quello che hai scritto nell’articolo, cioè una grande rete privata ! E se non sei nel giro giusto ne sei tagliato fuori !!!

    Internet sta creando degli idoli che non dovrebbero essere tali perchè non hanno avuto la stoffa di sbattersi come si faceva un tempo ! Come non citare il famoso Aranzulla o VideoMarta, gente priva completamente di talento…..

    Come non citare il fatto che in internet regna il caos non ci sono regole….puoi fare quello che vuoi…..stiamo attenti a questo…….

    Sarebbe bello aprire un dibattito su tutti questi problemi……

  • # 4
    Daniele Gentilini
     scrive: 

    Condivido alcune tue visioni Enrico ma la tua opinione solo in parte, internet è una enorme rete ad invarianza di scala e ciò la distingue nettamente da un tessuto urbano che come hai giustamente osservato ha subito un processo evolutivo ben diverso (per approfondire questi argomenti consiglio a tutti “Link – la nuova scienza delle reti” di Albert-Laszlo Barabasi) e presenta una maglia uniforme priva degli HUB che distinguono le reti come internet. Inoltre i grandi hub (Facebook, mySpace, Google ecc.) non sono indispensabili, la naturale robustezza topologica della struttura li sostituirebbe con altre cellule sane, oggi già presenti, che ne prenderebbero il posto crescendo fino a sostituirle.
    Gli organismi complessi non hanno quale obbiettivo primario gli utili d’impresa … ma la sopravvivenza.

  • # 5
    Massive
     scrive: 

    Se per strade si intende la via per andare (o trasportare) da una parte all’altra, anche le strade sono una rete ad invarianza di scala.
    Sull’argomento c’è anche “Nexus. Perché la natura, la società, l’economia, la comunicazione funzionano allo stesso modo” di Buchanan Mark, credo che sia fatto meglio, ma è comunque da leggere.

    La questione che la rete non è regolamentata è senz’altro un bene, soprattutto considerando la sovente pessima regolamentazione che viene applicata a ciò che abbiamo in italia…
    Se le connessioni fossero gestite tutte da un privato la cosa non mi piacerebbe affatto neppure se fosse Google il padrone.

    Credo che comunque il collo di bottiglia sia più nel login che nella configurazione del nuovo account (con relativo ripopolamento dei contatti), quello anche se è molto noioso prima o poi arriva il momento in cui lo fai sapendo (o sperando) di non doverlo fare nuovamente.
    Il login invece lo devi fare sempre e credo sia molto più tedioso doversi loggare ogni giorno a una dozzina di account diversi.

    Spero che qualcuno inventi una soluzione più efficiente per entrambi i problemi, così da non doversi più arrangiare con gli attuali rimedi in circolazione.

  • # 6
    Web, dove vai? « Tecnologia e non solo
     scrive: 

    […] Il web non si è evoluto poi cosi tanto. […]

  • # 7
    StiloS
     scrive: 

    Davvero a fine 2008 si può definire internet “estremamente primitivo”?

    Se penso che il colosso Google è nato solo dieci anni fa, e fino a cinque anni fa se chiedevi a una ragazza “il contatto messenger” ti guardava inorridita, direi che di strada se ne è fatta davvero molta e in poco tempo.

    Non capisco la solita diffidenza, se non odio, verso ciò che è privato e di grandi aziende. Sono loro, con miliardi di investimenti i cui frutti sono stati raccolti dai consumatori grazie alla concorrenza, che hanno reso possibile tutto ciò di cui stiamo discutendo ora.

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