di  -  giovedì 27 novembre 2008

Il mese scorso è nata nel Regno Unito una nuova organizzazione, la UK Music, il cui scopo è quello di rappresentare l’intera industria musicale britannica e fornire un piano quinquennale per “salvare un settore che è stato martoriato negli ultimi dieci anni”.

Lo chief executive di UK Music è Feargal Sharkey, cantate irlandese fondatore degli “The Undertones” che ha dichiarato che questo nuovo organismo rappresentare un nuovo importante capitolo per l’industria musicale del Regno Unito.

Per il momento gli obiettivi della UK Music sono: pubblicazione di un manifesto, proposta di legge al governo sulla condivisione di file illegali ed estensione della durata del diritto d’autore che attualmente è “soltanto” di 50 anni.

Sharkey si è detto contento del recente accordo tra le case discografiche e i fornitori di servizi internet, i quali hanno importanti mezzi per monitorare e colpire gli utenti chepresumibilmentecondividono file protetti dal diritto d’autore, e che lavoreranno con le etichette discografiche per sviluppare un nuovo modello di business che vedrà musica illimitata, previo pagamento di un costo extra nell’abbonamento.

La sensazione è che UK Music tenti di emulare quello che la RIAA fa negli States, ma il Regno Unito non è nuovo al tema filesharing, quindi aspettiamoci ulteriori novità.

3 Commenti »

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  • # 1
    Ilruz
     scrive: 

    Solo 50 anni? uno scandalo, io propongo almeno 500 anni di diritti, e altri 500 di rovesci, piu’ il ripristino dello jus prime nocti.

    Il diritto d’autore e’ sacrosanto, quello dell’industria discografica e’ semplicemente illegittimo, e non dovrebbe esistere.

    A mio parere, il diritto d’autore dovrebbe essere limitato nel tempo, e terminare comunque con la morte dello stesso.

  • # 2
    godson
     scrive: 

    bhe cercano di difendersi, se tutti scaricano i dischi di musicisti sconosciuti e poco pubblicizzati il risultato è un cattivo risultato dei big odierni.
    qualcuno sa che è uscito l’ultimo album dei Queen ?? no, è stato ignorato, purtroppo se le persone ascoltano gli ottimi bootlegs di charlie parker di 50 anni fa evidentemente le majors non hanno più i milioni per le campagne pubblicitarie e come risultato crollano le vendite.
    idem io con Cubase mi metto a fare psytrance e butto tutto su youtube o su un blog, e le case discografiche per questo si strappano i capelli.
    putroppo la vendita di schede audio professionali ai dilettanti dovrebbe essere possibile solo a coloro dotati di un patentino da musicista..
    sono ironico spero che si sia capito.. ma queste dimostrazioni di odio per il filesharing sono l’ultimo sussurro di una vecchia compagnia di marpioni morenti.

  • # 3
    Andrea Demartini
     scrive: 

    E’ da anni che ho una certa “sensazione” in merito alle case discografiche. Parliamoci chiaro, come ventilava godson, sono un paio di decenni che la qualità dell’industria discografica è in un declino qualitativo impressionante. Non si scommette più su giovani promesse o talentuosi garagisti, si costruiscono gruppi e cantanti a tavolino, con il marketing come obbiettivo principale. Ovviamente se si favorisce la commerciabilità di un brano rispetto alla qualità artistica non è che nasceranno chissà quali mostri sacri della musica. (negli ultimi 20 anni se ci pensate, chi è nato a grandi livelli?).
    Or ora semplicemente le case discografiche sono seccate che non compriamo e non consumiamo come vogliono loro e pensano che tagliando ogni fonte di approvigionamento musicale oltre al loro lucroso canale di vendita, ricomincerebbero a fare profitti astronomici. O meglio, quelli li fanno ancora, sono i tassi di crescita del mercato che sono prossimi allo zero. Pensano che eliminando il file sharing tutti gli scaricatori volerebbero anei loro punti vendita a fare incetta di cd. Sarebbero degli ingenui e chiunque riconoscerebbe la follia intrinseca di un tale ragionamento, ma finchè hanno a disposizione budget milionari per fare azioni di lobby in tutto il mondo riescono ad ottenere dai legislatori quello che vogliono.
    Se la musica è arte, deve circolare liberamente come prodotto della cultura alla pari della letteratura e di altre discipline. Se è un prodotto commerciale deve sottostare alle regole del mercato, concorrenza, giusto prezzo, etc. Invece no, i vantaggi di entrambe le situazioni e gli svantaggi scaricati sul groppone dei fruitori. Come l’anima pia di mio nonno era solito sostenere: “eh, bella la vita così, eh?!”

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