di  -  giovedì 6 novembre 2008

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In occasione del Web 2.0 Expo di Berlino, Tim O’Reilly è intervenuto sugli aspetti positivi della perdita dei dati personali. Secondo il quale per avere successo nel Web 2.0 il consumatore e l’azienda devono sacrificare il controllo sui dati personali.

Anche se questo significa una pubblicità negativa per il proprio brand. Se il cliente fornisce i propri dati, continua O’Reilly, potrà ottenere il massimo da un determinato servizio; Viene fatto l’esempio di Wasabi, che utilizza i dati delle carte di credito per individuare le tendenze dei consumatori, ogni volta che una determinata carta viene utilizzata in un ristorante si può facilmente capire se è un buon locale dove si mangia bene.

Certo a mio avviso un esempio troppo semplice ma che riesce a far capire cosa O’Reilly intende con perdita dei dati personali. Questo però presuppone che il cliente sappia quali dati vengono “estratti” e possa valutare in tempo reale il valore a lungo termine e i vantaggi che ne derivano.

Personalmente mi trovo d’accordo con quanto detto da O’Reilly, a patto di sapere quali dati sto condividendo e con chi.

12 Commenti »

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  • # 1
    styleB
     scrive: 

    posso farci sopra una sonora sganasciata? :o/

  • # 2
    1287543632358
     scrive: 

    ppfffffffffgggghghgghgAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAAHAH
    HAAHAHAHAHHAHAHAAHHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAAHAH

    chiudete questo aborto di blog prego.

  • # 3
    Ilruz
     scrive: 

    La trovo una minchiata devastante, persino l’esempio che fa e’ fuori luogo: contiamo quante carte di credito passano al macdonalds e per questo lo eleggiamo a miglior ristorante del mondo? oppure vediamo dove mangia Naomo, e scopriamo che sempre macdonalds e’ il miglior ristorante del mondo?

    I miei dati possono essere analizzati senza il mio consenso, solamente se disassociati dal mio identificativo.

    In caso contrario, voglio i diritti di autore! pardon, di consumatore.

  • # 4
    gabriele
     scrive: 

    Non so se è un problema di traduzione, “perdita” significa che non sono più tuoi, ma certamente la “perdita di controllo dei dati personali” NON è una buona cosa. É “1984” versione libertaria. Tutti-sanno-tutto-di-tutti non è meglio di lo-stato-sa-tutto-di-tutti.

    Può essere una buona cosa avere la possibilità di concedere in usufrutto i propri dati, in forma aggregata con tutti e individuale con chi si vuole (cioè dietro uno specifico segno di volontà attiva) fermo restando la possibilità di reclamarli in ogni momento.

  • # 5
    SirHaplo
     scrive: 

    Beh immagino che sia scontato che i dati di una carta di credito sono disassociati dal nominativo.
    Una volta che conto che sono state usate 5 carte per un totale di 50€ non ho info sui proprietari.
    L’importante è non poter spezzare di più il dato.

    Cmq gente è cosi.
    Si parla di carte di credito … ma le mie conoscenze non sono altrettanto private ?
    E FaceBook invece ha tutto sto successo

    Non tutti diamo la stessa importanza ai nostri dati personali.
    L’importante è che sia fatto in maniera consenziente e consapevole

  • # 6
    ale
     scrive: 

    E se qualcuno gli venisse a dire che la perdita di controllo sul suo culo in uno di quei bar pieni di omaccioni vestiti di pelle nera é positiva lui ne sarebbe contento? E perche dovremmo esserlo noi? Per libertà di informazioni queste persone devono essere divulgate, ma nelllo stesso tempo sputtanate con lo stesso mezzo (internet) cosi tanto da vergognarsi anche solo di essere stati concepiti

  • # 7
    1287543632358
     scrive: 

    commento (6) —->|
    |
    |
    V

    di la verità. Hai dimenticato di prendere le pillole oggi eh?

  • # 8
    machitteladetto
     scrive: 

    “ogni volta che una determinata carta viene utilizzata in un ristorante si può facilmente capire se è un buon locale dove si mangia bene”

    Significa che l’analista ha già identificato le carte di chi frequenta solitamente buoni ristoranti, quindi scremando i dati da pagamenti occasionali, si può ipotizzare che i ristoranti frequentati siano di buon livello.

    Non c’è un collegamento tra carta e nome, l’analista ha deciso che “quella” è la carta di un buongustaio e che quindi vanno monitorizzate le sue spese al ristorante.

    Tanto questi dati a vostra insaputa sono comunque disponibili per ricerche di marketing private.

    La privacy è un’utopia totale.
    Ogni volta che usate una scheda o tessera o carta ci rinunciate.
    Punto.

  • # 9
    Pio Alt
     scrive: 

    Gli americani sono sempliciotti, pensano sempre che chi prende più voti sia il migliore, che chi vende di più sia migliore, che chi ha più soldi sia migliore…
    E’ l’illusione americana…

    Nella realtà chi conta più numeri spesso è peggiore e compensa la scarsa qualità con una politica aggressiva, un marketing bugiardo che ha presa sul pubblico.

    Tim O’Reilly a quanto pare è molto americano :)

  • # 10
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    sempliciotti che però hanno la capacità di mandare a casa chi non governa bene e votare chi si presenta come una novità…a differenza di noi che votiamo quelli e sempre quelli da 50 anni e anzi lo facciamo contenti.
    Eh, non ho resistito…

  • # 11
    Pio Alt
     scrive: 

    E’ solo una illusione…

    La volta precedente avevano fatto l’inverso ed esultavano ugualmente…

  • # 12
    Stefano Bendandi
     scrive: 

    Personalmente sono contrario perchè la perdita di controllo sui propri dati implica di fatto anche non sapere quali informazioni sto condividendo e con chi.

    Senza dimenticare poi gli ulteriori effetti che possono derivare da una diffusione incontrollata, come l’aumento del rischio di subire furti di identità o di essere soggetto ad attacchi di ingegneria sociale.

    Diverso invece è il discorso che, per poter trarre un qualche vantaggio dal cd. web 2.0, occorre avere un atteggiamento non troppo rigido per quanto riguarda i propri dati (sempre però distinguendo di quali dati si tratta ;-)

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