di  -  mercoledì 5 novembre 2008

Portarsi comodamente dietro documenti, dati e programmi, poterci lavorare ovunque si vada. Un’esigenza comune, a cui si potrebbe dare una risposta ovvia: il portatile. Basta comprarne uno, installarci le applicazioni che servono, e il gioco è fatto.

Benissimo, ma dovrei trascinarmelo sempre dietro e, per quanto la parola sia eloquente, tanto comodo non è di certo, anche prendendo in considerazione l’idea di un piccolo e leggero netbook che va di moda oggi…

Un palmare o uno smartphone sposano sicuramente il concetto di comodità in termini di facilità di trasporto, ma pagano un prezzo troppo elevato alla versalità e praticità (per non parlare del costo d’acquisto) che sono notevolmente più ridotte, senza considerare poi l’hardware limitato e il ridotto parco applicativo.

A questo punto molti avranno pensato alla classica chiavetta USB in cui infilare quanto meno i dati (fino a qualche anno fa questo ruolo lo rivestivano i CD o i DVD riscrivibili). Comodissime (occupano uno spazio irrisorio), pratiche e anche con un ottimo rapporto capacità / prezzo data l’elevata diffusione, ma anche lente e con cicli di scrittura limitati.

Farci girare programmi non è consigliabile per queste ragioni e, tra l’altro, difficilmente le applicazioni si potranno installare su questo supporto e farle girare ovunque si vada. Peggio ancora su qualunque computer e sistema operativo.

Quanta pignoleria: non me ne va bene una! Vero. Verissimo. D’altra parte ogni soluzione presenta pregi, ma anche difetti. Anche qui, come in altri casi e settori della tecnologia, la pietra filosofale non è stata ancora inventata. E il cloud computing non fa certo eccezione…

Con questo termine, che incontriamo spesso negli ultimi tempi, s’intende la possibilità di accedere a servizi (e dati annessi) attraverso internet senza avere idea dell’infrastruttura che li mantiene e li fa funzionare (in buona sostanza “ciò che sta dietro” è ignoto).

Siamo passati dal concetto di programma da far girare localmente sul proprio computer, a quello di servizio accessibile tramite un comunissimo browser (e, quindi, su qualunque altra macchina e s.o.). Infatti questo approccio viene chiamato anche software as a service (SAAS).

E’ così importante conoscere chi e come sta facendo girare i servizi che sto usando? Dove stanno i dati? Quali risorse sto impiegando? Direi di no: l’importante rimane sempre il risultato finale; che poi è ciò che serve effettivamente. Devo sapere, questo sì, se chi mantiene il mio ambiente di lavoro sulle sue macchine garantisce anche l’affidabilità necessaria. Non possiamo certo permetterci di perdere dati o, peggio ancora, documenti importanti né tanto meno “servizio non disponibile” frequenti.

Sembra perfetto, ma… che tipo di servizi girano? In genere è il provider che mette a disposizione la rete di cloud computing a determinarle, dando eventualmente la possibiltà all’utente di installare anche proprio software, sebbene spesso sia soggetto a limitazioni. Si tratta, in ogni caso, di applicazioni web 2.0.

Dunque il parco software è scarno anche rispetto ai palmari precedentemente citati, essendo limitati a tecnologie web, ma si riescono ugualmente a realizzare cose egregie. Non vedremo sicuramente girare Duke Nukem Forever (perché i giochi sono particolarmente esosi in termini di risorse consumate e sono votati sostanzialmente al realtime), ma tante applicazioni utili per il lavoro quotidiano ci sono e, in ogni caso, arriveranno considerate quante multinazionali stanno investendo ingenti risorse su questo giovane mercato.

La parola mercato, poi, non è certo casuale. Infatti l’idea che gravita attorno al cloud computing è quello di far pagare non il software ma il servizio appunto, magari con un canone mensile o annuale, oppure in base alle risorse consumate (spazio, potenza di calcolo, banda; si fornisce un minimo superato il quale si blocca o si limita fortemente il servizio).

Sono tutti fattori che si debbono tenere in debito conto nella valutazione dell’impiego o meno di questo nuovo strumento, ma di certo è affascinante pensare di poter andare dall’altra parte del globo e continuare a lavorare su quello che si stava facendo a casa o a lavoro, senza la necessità di caricarsi qualche chilo di roba o tenere sempre acceso il PC per collegarsi in remoto (e se poi va via la luce?)

16 Commenti »

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  • # 1
    Pippo
     scrive: 

    Avete dimenticato le VPN diffusissime in ambito aziendale e per ora uniche che diano un certo livello di sicurezza per la condivisione.
    Pensate forse che le aziende siano così contente di affidare i propri dati riservati a Google o a altri senza sapere chi li tratta o altro?

  • # 2
    Cesare
     scrive: 

    Indubbiamente, ma… non ci sono soltanto le aziende che hanno certe esigenze, e in ogni caso cloud computing non significa necessariamente mancanza di riservatezza (tranne per Richard Stallman). ;)

    Ci sono aziende che si affidano già a Google Documents, e si saranno posti il problema, ma evidentemente i pro sono superiori ai contro.

    Poi non l’ho citato (anche perché l’articolo è già di per sé lunghetto), ma c’è anche Google App Engine che è un esempio di cloud computing che può far gola a chi vuol tirar sù del business basato su questo strumento.

  • # 3
    +benito+
     scrive: 

    Imho queste cose sono una boiata, probabilmente in ambito enterprise prenderanno piede, ma affidare i propri dati ad un chiunque potendoseli tranquillamente dimenticare, trasferire continuamente dati su linee che tutti possono usare per qualsunque scopo, non lo trovo in alcun modo vantaggioso per l’utente. Si sta cercando di convincere la gente che sollevare una biro per scrivere è scomodo, e che se potessi passare attraverso una ditta che ti capta i segnali nel cervello lo devi fare. Non sono per niente d’accordo, si sta andando imho in una direzione molto pericolosa.

    OT perchè il codice di sicurezza la prima volta e SEMPRE sbagliato?

  • # 4
    Cesare
     scrive: 

    Quando ti colleghi al sito della tua banca, i tuoi dati passano in chiaro? Non mi sembra.

    Non vedo, quindi, perché non si dovrebbero adottare accorgimenti di questo tipo per fruire dei proprio dati immagazzinati in un sistema cloud. ;)

  • # 5
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    le elucubrazioni di Stallman sono appunto elucubrazioni…fosse per lui saremmo all’età della pietra visto e considerato che già una strisciata di carta di credito espone una serie di dati sensibili che trascendono l’utilizzo “monetario” della stessa.
    Ma questa è la tecnologia…dovremmo forse farne a meno? Allora non si vive +.

    Il cloud computing per quanto a volte sia presentato in modo fumoso e confuso si lega in realtà ad un movimento + complesso ed un generale cambiamento della prospettiva informatica.
    Si lega per esempio e ne parleremo al discorso della virtualizzazione e più in generale al cambiamento del paradigma attuale di sviluppo di sistemi.
    Si sta tornando in qlc modo al concetto di mainframe con un accentramento delle risorse, ma con al contempo un fruire diverso delle stesse (le tecnologie RIA per esempio).
    Se trattato con dovizia trovo sia estremamente interessante, perché permette di fare un’analisi a tutto tondo non solo del settore ITC, ma più in generale dei servizi

  • # 6
    Cesare
     scrive: 

    Esattamente. D’altra parte cloud computing e virtualizzazione non hanno la pretesa di essere soluzioni universali: sono strumenti, coi loro pro e contro, e il loro uso o meno va quindi valutato in base alle problematiche che dobbiamo risolvere.

  • # 7
    Sig. Stroboscopico
     scrive: 

    Io tengo tutto sul mio pc.
    Ovunque sia nel mondo vi accedo tramite logmein.
    La cartella documenti, solo per il testo, sono 3 gb + almeno 30 di dati vari (foto, presentazioni, altro).

    Il cloud computing può soddisfare solo certe esigenze.
    Va molto ponderato ma non credo che molti documenti di lavoro riservati possano essere messi a zonzo con backup non facili come dalla propria postazione.

    Ciao

  • # 8
    Maxim
     scrive: 

    @Jacopo
    “fosse per lui saremmo all’età della pietra”..Eh questa te la potevi risparmiare. E tu? Che fai? hai scritto qualche software importante? Hai contribuito allo sviluppo di tutto il software GNU per Linux? Credo di no..Anzi ti diro’ di piu’, se ti informi, scoprirai quante banche utilizzano metodi “poco sicuri” per le transazioni..E se permetti, un’azienda importante, i dati sensibili, se li tiene in casa propria. O forse, mischi foto,mp3, con i tuoi dati bancari? Ponderare, prima di sparlare..Quando sarai ai livelli di Stallman allora potrai criticarlo…

  • # 9
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    x Maxim

    il reato di lesa di maestà non esiste da qualche secolo, per cui io non mi risparmio proprio niente e le mie idee le sostengo con tanto di argomentazioni.
    Se non piacciono chi vuole è liberissimo di contestarle e di confutarle, ma nessuno si può permettere di dire a qualcun’altro non criticare Tizio o Caio o non criticare tot idea.
    Anche perché allora noi non potremmo criticare i politici senza aver un passato di politica, non potremmo criticare l’idraulico che non ha fatto il lavoro assegnato perché non abbiamo un passato di mestiere di idraulico ecc. ecc.
    Quindi il tuo appunto è privo di logica.

    Entrano nel merito Stallman si critica da solo, le sue posizioni antistoriche in cui il software invece di essere materia pragmatica diventa strumento per portare avanti le proprie ideologie.
    Questo lo ribadisco ora e l’ho ribadito in altri interventi anche qui su Appunti Digitali (penso tu possa cercare con il motore di ricerca interno) non lo accetterò MAI.
    Che poi alcune sue critiche siano fondate e ci si possa fare delle discussioni sensate è fuori di dubbio, ma portate avanti in questo modo, spaccando in due spesso l’ITC ottengono solo effetti nefasti.

    Al livello diStallman non ambisco minimamente e se devo ispirarmi lo faccio a figure (inarrivabili per me) come Turing, Dijkstra, Kay, Hejsberg, Beck, Fowler, le persone che hanno reso l’Informatica da un’utopia ad una realtà e continuano a farlo giorno per giorno.
    Richard Stallman non vale nemmeno mezzo mignolo di questi autentici luminari.

    Per quanto riguarda il discorso dati sensibili avrai una risposta nei prossimi articoli comunque la tematica è complessa e certamente non si riferisce alle sole policy per la memorizzazione dei dati.
    Anzi è solo la punta dell’iceberg.
    Questo fatto patti saldi che per quante tecnologie si possano utilizzare il vero problema come asseriva Mitnick è l’utente e la sua inguaribile tendenza a ricercare fiducia e approvazione nel prossimo; tutti concetti su cui si basano le tecniche di social engineering.

    Come vedi non ho sparlato ma argomentato; mi attendo la medesima serietà e disponibilità. Ci posso sperare?

  • # 10
    Francesco Carucci
     scrive: 

    Totalmente in linea con Jacopo. Le posizioni di Stallman hanno pochissimo o niente a che vedere col software, tanto meno con il suo sviluppo. Non sono pragmatiche, non vedono il software come uno strumento per risolvere problemi, ma come una forma di lotta ideologica totalmente al di fuori della realta’.
    Francamente ho poche volte letto dichiarazioni di Stallman che non arrivassero a me come quasi assoluti deliri (spesso di onnipotenza).

  • # 11
    Marco
     scrive: 

    Giorni fa mi sono imbattuto in questo: http://www.qube-os.com.
    Da quello che ho capito è un esperimento (è in beta) di cloud computing destinato agli utenti finali, gratuitamente.

    Avevo già seguito esperimenti simili (icloud, eyeos ecc.) ma questo mi sembra molto più stabile e veloce e a differenza degli altri mette a disposizione la possibilità di gestire un vero e proprio network: si possono condividere cartelle, gestire amici ecc.

    Se lo provate, vi suggerisco di farlo con firefox 3.6.3, a detta della società con questo browsers si hanno i massimi vantaggi dell’HTML5. Non so esattamente quali siano, a me è piaciuto molto poter fare drag&drop dal desktop a terra a quello di QubeOS per l’uploading dei files.

    E sono pure italiani.

    Marco

  • # 12
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    Ne ho sentito parlare bene.

    Dovrei provarlo con Opera, visto che non posso fare a meno di questo comodissimo browser: spero che funzioni.

  • # 13
    Marco
     scrive: 

    con opera non dovresti avere problemi! un mio amico lo usa sempre e mi ha detto di avere un account su qubeos. non mi sembra abbia inveito troppo :-)

  • # 14
    Marco
     scrive: 

    se ti interessa fare due riflessioni sul cloud computing, ho fatto un gruppo su linkedin in cui vorrei ragionarci, utilizzandolo e ho scelto appunto qubeos per farlo.

    http://www.linkedin.com/groups?mostPopular=&gid=3246509

  • # 15
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    Intanto mi sono sottoscritto al gruppo, grazie.

    Ma al momento non ho tempo per sperimentare con QubeOS.

  • # 16
    marco panerai
     scrive: 

    ciao a tutti, faccio parte del gruppo di lavoro che sviluppa qube-os e vorrei dare il mio contributo condividendo con voi una parte di video relativa all’intervento di qube-os al Cloud camp di Napoli che si è svolto il 28/10/2010, infatti in questa occasione è stato presentato in anteprima il nostro SDK.

    guarda il video

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