di  -  mercoledì 22 ottobre 2008

“Che cosa stupida. Come si fa a lavorarci?!?” Questa è stata la prima impressione che ho avuto quando mi sono trovato di fronte a quello strumento di sviluppo che ha poi condizionato pesantemente la mia esperienza di programmatore.

D’altra parte quella di “chiudersi a riccio” davanti a novità di cui si conosce poco o nulla è la tipica mentalità reazionaria di chi è ancora poco esperto o caratterialmente fragile, e tende quindi a “tutelare” il bagaglio culturale acquisito arrivando anche a screditare le innovazioni (salvo poi ripensarci una volta padroneggiato lo strumento).

Era il 1987 e io ovviamente non facevo eccezione. Arrivavo dagli interpreti BASIC e dai monitor degli home computer Commodore, e avevo appena avuto il mio primo contatto con una pietra miliare: il Turbo Pascal 3.0!

Questo IDE (acronimo di Integrated Development Environment, cioé ambiente di sviluppo integrato) permetteva di creare applicazioni “rimanendo in casa”. Offriva, infatti, in un unico programma tutto ciò che serviva: editor di testo per scrivere il codice, compilatore, linker e permetteva perfino di lanciare l’applicazione, arrivando anche a posizionarsi sulla riga del sorgente incriminata in caso di errore. Fantascienza!

Non a caso è ritenuto il primo IDE della storia, perché permise di “rompere” quella catena, che prevedeva l’uso di una sola applicazione alla volta a seconda di quello che si doveva fare. Il ciclo da seguire normalmente era: fai partire l’editor, salva il sorgente, esci, fai partire il compilatore, se non ci sono errori fai partire il linker, e infine se tutto è andato bene posso finalmente far partire il programmino. Il tutto a una velocità spaventosa (da cui il nome “Turbo”).

L’approccio tradizionale era una sofferenza immane, amplificata ulteriormente dal fatto che, provenendo dal mondo degli home computer (mentre il Turbo Pascal era presente su PC principalmente), concetti come compilatori e linker erano una cosa “stranissima”.

Eppure l’introduzione degli IDE ha segnato la storia. Oggi difficilmente si continua a programmare seguendo il ciclo di cui sopra. Sebbene esistano programmatori che continuino a non usare IDE ma editor di testo, questi ultimi sono comunque stati potenziati negli anni aggiungendogli la possibilità di lanciare applicazioni esterne ad esempio, sopperendo così, in parte, alla mancanza di un ambiente integrato.

L’IDE continua comunque a rimanere la soluzione preferita, perché migliora di gran lunga la produttività. Ricordiamo sempre, infatti, che la risorsa più importante per un programmatore è il tempo necessario allo sviluppo dell’applicazione a cui sta lavorando. Poiché il tempo non lo vendono al mercato, bisogna darsi da fare cercando di sfruttarlo meglio che si può, e gli IDE… sono stati creati apposta.

Poi, per carità, si può anche preferire il classico editor di testo, ma è un po’ come piantare chiodi con la clava anziché usare il ben più comodo martello: l’obiettivo lo si raggiunge, ma impiegando molto più tempo e magari rimediando pure qualche alle dita.

6 Commenti »

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  • # 1
    Riccardo
     scrive: 

    E il turbo C? a che anno è uscito? non nello stesso?

  • # 2
    Cesare
     scrive: 

    Nell’87, dopo il Turbo Pascal 3.0.

    Nello stesso periodo in cui uscì il (favoloso) Turbo Pascal 4.0. :)

  • # 3
    Giuseppe
     scrive: 

    bellissimo articolo, complimenti ;)

  • # 4
    Kel
     scrive: 

    Dillo al mio prof di sistemi real-time, per il quale anche emacs ormai ha troppe funzionalità….

  • # 5
    Ale
     scrive: 

    Che forza, Turbo Pascal 3.0 ce l’avevo in dischetti, poi io alle superiori ho usato il 7.0 perchè eravamo troppo antiquati :D (era il 1999)

    Certo che quando le IDE sbroccano fino a diventare piccoli sistemi operativi (vedi Emacs, che ha anche i giochi!) allora si esagera un po’… :D

  • # 6
    Cesare
     scrive: 

    Se non ricordo male il motto degli utenti di Emacs è che se ti accorgi che ti serve qualcosa, Emacs l’ha già integrata. :D

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