di  -  mercoledì 15 ottobre 2008

Google (mono)chromeGli abitanti di Siria e Iran, o almeno quelli che hanno accesso alla rete, non possono godere dei vantaggi – o anche semplicemente farsi un’idea da soli – del nuovo browser di casa Google, Chrome.

Lo riporta Mediashift, che lo ha appreso a sua volta da Syria report. Tanto per fugare ogni dubbio di problemi tecnici, nemmeno  Google Talk e Gmail notifier sono disponibili, così come Google Earth non è stato disponibile in Sudan l’anno scorso. E nella lista dei paesi ci sono anche gli immancabili Cuba e Corea del Nord. Ma il problema non è di Mountain View, sono le leggi americane.

Le transazioni economiche con questi paesi sono fortemente limitate dalle regole sulle esportazioni americane, che comprendono anche i download di software, per quanto la cosa possa far sorridere. Normalmente i software free sono esenti da questa restrizione, secondo la logica bacata che “se un prodotto è free non conterrà la migliore tecnologia disponibile”, ma in questo caso evidentemente la regola non vale, e gli Stati Uniti sono convinti che questi software potrebbero aiutare “i nemici” nella costruzione di armi. Questa è infatti la motivazione ufficiale che permette il blocco dei download.

Blocco che peraltro è utile tanto quanto un retino per raccogliere la pioggia, visto che l’utente appena sopra l’entry level riesce ad aggirare i blocchi con poco sforzo, e che vivendo in situazioni di regime (Iran) o di semi-guerra (Siria) le persone sono abituate ad arrangiarsi senza troppi problemi.

Nel caso in questione il banale uso di un proxy è sufficiente ad aggirare l’ostacolo. E’ però vero che esiste un’altro lato della medaglia, ovvero un problema dal capo opposto del cavo, se vogliamo: gli stessi governi nazionali spesso impediscono l’accesso a determinate risorse o piattaforme: la Siria ad esempio ha bloccato Facebook e Skype, e la Cina filtra pesantemente tutti i contenuti, con risultati alterni a giudicare dalle notizie che ogni tanto si vedono in giro.

Restando al caso Google, il ragionamento che fa MediaShift è che è buffo che una azienda che punta molto sul medio oriente sia costretta a comportarsi così dalla legislazione del suo paese d’origine: Google ha infatti versioni localizzate per il medio oriente e l’Africa del Nord di Knol, Blogger, Orkut e Docs, e ha anche la chat di Gmail in arabo, oltre che il supporto per le lingue destrorse: riuscirà almeno il motore più grande del mondo a convincere il governo dell’inutilità delle sue azioni in questo campo, visto che a quanto pare gli utenti non vengono ascoltati (e anzi, spesso perseguiti)?

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