di  -  giovedì 9 ottobre 2008

750.000 posti di lavoro persi. Da 200 a 250 miliardi di dollari di danni economici al settore. È l’apocalisse? I frutti dell’attuale crisi economica? No: sono le cifre che l’industria della produzione di contenuti sventola da anni, ogni qual volta si debba far pressione sul governo per invocare ulteriori restrizioni alla libertà degli utenti per la protezione della proprietà intellettuale.

Bene, un’indagine di ArsTechnica dimostra che sono completamente campate in aria. Nella migliore delle ipotesi poco aggiornate e calcolate in modo da divenire opportunamente catastrofiche.

Adesso io non vorrei partire col solito post da quattro soldi in cui tutti ci uniamo in un biasimo corale per l’industria e giù pernacchie, maledizioni, insulti e via discorrendo. La produzione di contenuti va remunerata, su questo non ci piove.

Il punto è che le attuali rivendicazioni politiche, truffaldine a quel che si apprende, non nascono a tutela di un mercato che minaccia di scomparire:

nascono a tutela di un sistema che rischia di scomparire, e molti se lo augurano, perché reso inattuale dai nuovi media; un sistema perlopiù incapace di reagire al progresso dei modelli distributivi con altri strumenti se non la battaglia legale.

Nascono dunque a tutela di soggetti cui una generale retrivia ha guadagnato la progressiva marginalità nel mercato, a vantaggio di chi prima e meglio ha capito le potenzialità della rete.

A rimanere, abbarbicati sulle proprie posizioni, sono soggetti che hanno molto danaro e che dunque possono finanziare campagne elettorali, movimenti politici, organizzazioni “benefiche”. Soggetti che però non sono affatto indispensabili – non almeno quanto vorrebbero far credere – in un sistema che va ristrutturandosi attorno alla distribuzione online.

Soggetti che tra l’altro, come abbiamo raccontato qualche tempo fa, agiscono seguendo logiche non necessariamente coerenti con gli interessi di chi i contenuti produce.

Alla fine ho tradito i miei propositi e ho scritto il solito rant. Spero non me ne vorrete: se non altro vi invito a leggere l’articolo linkato per capire fino a che punto le cifre citate a ripetizione dall’industria discografica americana sono inesatte, arbitrarie, gonfiate.

Scoprirete che, per esempio, la storia dei 750mila posti di lavoro perduti, risale a stime del 1986, che tra l’altro parlavano di un range che partiva dalle 130.000 unità.

8 Commenti »

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  • # 1
    Nat
     scrive: 

    Quando ho scoperto l’esistenza di steam di valve mi sono detto: ecco, hanno trovato un’ottima soluzione antipirateria sia per gli utenti sia per le aziende.

    Poi pero’ mi sono chiesto come mai questo modello non avesse preso piede in modo cosi’ diffuso. Mi e’ venuta in mente principalmente una spiegazione: tutti quelli che, oltre alla software house produttrice ci mangiano sopra.

    Vendere videogames o in generale software in digital delivery stroncherebbe tutta quella fetta di succhiasangue che si occupa della creazione dei drm, masterizzazioni, scatolame, e spedizioni; e questo ovviamente non piace per niente. Meglio continuare con il buon vecchio sistema e affiancandoci campagne anti-pirateria di proporzioni immani.

    Io sono a contrario alla pirateria, intendiamoci, mi e’ capitato di scaricare roba, soprattutto da ragazzino, ma ormai da qualche anno mi limito ad acquistare quello che voglio e lasciare perdere il resto. Questo pero’ non significa che mi piaccia essere preso per il c…o quando vedo prezzi spaventosi per prodotti incompleti e non testati, o dmr alla spore o in generale stile EA; e nel contempo sentire le aziende che dichiarano perdite epocali senza di fatto voler cambiare il loro sistema di vendita (evidentemente non al passo con i tempi).

  • # 2
    atomo37
     scrive: 

    certo che se calcolano il valore di tutto quello che è scaricato illegalmente le cifre sono certamente da capogiro, ma forse una giusta valutazione dovrebbe implicare almeno tre importanti considerazioni iniziali:
    – che percentuale di ciò che è scaricato illegalmente verrebbe acquistato se uno non lo trovasse piratato? (mi permetto di stimare non più dell’1%).
    – quanta pubblicità e popolarità guadagnano alcuni prodotti (musica intesa come autori e gruppi musicali e software per esempio) attraverso la pirateria?
    – che implicazioni sociali in termini di formazione e cultura hanno il reperimento gratuito di film, musica e software specialmente in considerazione che praticamente nessuno potrebbe permettersi di comprare e/o pagare tutto se volesse copie originali?

    non sto giustificando assolutamente il fenomeno, ma i danni della pirateria andrebbero molto ridimensionati.

  • # 3
    Fade
     scrive: 

    “- che implicazioni sociali in termini di formazione e cultura hanno il reperimento gratuito di film, musica e software specialmente in considerazione che praticamente nessuno potrebbe permettersi di comprare e/o pagare tutto se volesse copie originali?”

    ecco il punto, secondo me. Non dico che la cultura debba essere gratuita, ma quantomeno a prezzo di costo. Farmi pagare la cultura a peso d’oro è ingiusto, perché il “povero” non deve poter leggere un libro/vedere un film/sentire un cd? Bisognerebbe tagliare i “middle men”, o avere quantomeno un sovvenzionamento statale perché la cultura deve essere libera più possibile, imho

  • # 4
    Lorenzo
     scrive: 

    @fade

    cultura libera? belle parole…ma i fatti parlano di gente che si scarica i CD di Avril Lavigne, non di Captain Beefheart o di Frank Zappa…cultura libera è per i più un bel paravento per giustificare il furto.

  • # 5
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Lorenzo
    La gente scarica Avril Lavigne e consimili perché la TV passa centomila volte al giorno le sue lagne. Il sistema della distribuzione attuale, quello che crea i milionari per un hit di successo, spende gazillioni di euro in visibilità media per generare nella clientela il bisogno di accedere a quella musica.
    Da quando esiste il P2P, non gli torna tutto il previsto perché parte di quel bisogno compulsivo generato attraverso la pressione mediatica, si sfoga su canali non remunerati.

    Senza cedere allo slogan della cultura libera per tutti, che mi sembra un po’ utopistico e anche un po’ propagandistico, non posso fare a meno di chiedermi cosa succederebbe se invece di lavorare attivamente per generare il bisogno dei loro artisti, le case discografiche allocassero budget per l’ottimizzazione dei canali distributivi, e magari lasciassero visibilità a più artisti di generi più diversificati, piuttosto che dar spazio a poche primedonne.

  • # 6
    Anti P2P
     scrive: 

    Appunti digitali oppure appunti da una cella di una galera? Mi chiedo come fa uno che di lavoro dovrebbe giudicare e promuovere software e Hw a parlare bene della pirateria? lo sai che dietro a ciò di cui parli ci sono persone che ci lavorano ogni giorno, e se da domani non si sviluppassero più sw non si girassero più film e nessun cantante suonasse più??
    Ogni produzione deve essere remunerata non nascondiamoci dietro alla scusa della cultura per tutti!! Vuoi un programma prova una sherware se ti piace lo compri, vuoi vedere un film lo noleggio (ti costa pure solo 1€) ti piace una canzone la senti alla radio , via internet ecc. il resto sono solo false scuse!!

  • # 7
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Anti P2P
    Queste sono chiacchiere da bar sport. Innanzitutto le mie considerazioni riguardano gli intermediatori, non gli artisti.

    Il software merita un discorso a parte.
    In ambito musicale le case discografiche non fanno solo l’interesse degli artisti, ma prima di tutto il loro. Gli artisti sopravviverebbero anche se la distribuzione si ristrutturasse attorno all’online. Le case discografiche, dopo aver speso infinite risorse nella lotta all’evoluzione dei modelli distributivi, no.
    Puoi solo informarti al riguardo.

    Per quel che concerne la remunerazione degli artisti, ripeto che è un discorso a parte. Le case discografiche – perché è di quelle che parliamo, non degli artisti – assieme alla lotta alla pirateria hanno intrapreso una crociata contro l’evoluzione dei modelli distributivi che però sta avvenendo loro malgrado.

    A proposito: dove mi hai sentito parlar bene della pirateria?

  • # 8
    Corrado
     scrive: 


    1- Appunti digitali oppure appunti da una cella di una galera? Mi chiedo come fa uno che di lavoro dovrebbe giudicare e promuovere software e Hw a parlare bene della pirateria? lo sai che dietro a ciò di cui parli ci sono persone che ci lavorano ogni giorno, e se da domani non si sviluppassero più sw non si girassero più film e nessun cantante suonasse più??

    2- Ogni produzione deve essere remunerata non nascondiamoci dietro alla scusa della cultura per tutti!!

    3- Vuoi un programma prova una sherware se ti piace lo compri

    4- vuoi vedere un film lo noleggio (ti costa pure solo 1€)

    5- ti piace una canzone la senti alla radio , via internet ecc. il resto sono solo false scuse!!”

    ———————-

    -1 Secondo me è un punto di vista molto obiettivo, dove invece di criticare chi sostiene il p2p e chi sostiene le major, cerca una soluzione o centra il succo del problema.

    -2 Anni fa a Bologna c’era una biblioteca multimediale… ti tesseravi, segnavi un 5-10 CD, andavi a casa, li ascoltavi e quando volevi li riportavi indietro. costo zero. Risultato? Ho ampliato la mia conoscenza musicale PRIMA ANCORA del boom di internet… era il ’96.

    -3 Meglio usare programmi free o opensource il più possibile. Almeno per quelli come me che non vogliono usare la carta di credito.

    -4 Guarda ho cercato Freaks in tutte le videoteche della zona… sul “mulo” ho fatto fatica ma l’ho raccolto :)

    -5 Lasciamo perdere le radio va che dopo la tv sono lo strumento delle major per ficcare in testa il motivetto orecchiabile e fare “sfondare” i giocattolini delle case discografiche. La meno peggio è K-Rock ma è circoscritta a reggo emilia.

    Quoto chi concorda sul fatto che la musica dovrebbe costare meno e tagliare i passaggi intermedi… io suono da parecchi anni a livello locale… mi sono sempre pagato solo il disturbo di montare gli strumenti, fare i suoni e suonare 2 ore, spesso magari ripagato solo con qualche birra.

    Dovrebbe essere la gente però a dire basta alla televisione.

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