di  -  venerdì 16 novembre 2007

FBI Anti piracyDa qualche tempo a questa parte la battaglia che le major della musica combattono nelle aule dei tribunali si fa sempre più aspra. In questo articolo cercherò di spiegare come e perché si sia giunti ad una vera e propria contrapposizione fra gli interessi dell’industria tecnologica e quelli dell’industria discografica. Concluderò occupandomi di quali segni oggi sembrano indicare il destino di questa guerra.

All’indomani della nascita di Napster, Internet viveva una fase “adolescenziale”: molti ne intuivano le potenzialità, ma la gran parte degli operatori economici l’aveva scambiata per una miniera d’oro inesauribile. Lo schianto della “new economy” e il tramonto delle magnifiche e progressive sorti della rete sarebbe giunto poco dopo, spazzando via le speranze di tanti entusiasti e lasciando ai più cauti ottime occasioni per affermare: “te l’avevo detto”. Dopo questa dolorosissima parentesi, che tanti miliardi ha bruciato nelle borse di tutto il mondo, un alone di timore ha frenato per anni gli investimenti destinati ad Internet, creando in molti analisti il dubbio che la rete fosse strutturalmente incapace di generare valore.

La conseguente stagnazione di cui il mercato tecnologico è stato vittima deve aver influenzato l’atteggiamento delle case discografiche riguardo ad Internet, inducendole probabilmente a pensare che dei nuovi scenari distributivi resi possibili dal web, si potessero prendere le distanze senza correre rischi. Dall’epoca di Napster i numeri del file sharing non hanno tuttavia mai smesso di crescere, stimolando anche in qualche modo il passaggio alla banda larga. L’indotto che il fenomeno P2P ha generato a vantaggio degli ISP – non valutabile esattamente ma di certo interessante – ha di fatto contrapposto gli interessi di questi ultimi a quelli delle major.

Come conseguenza, mentre gli ISP difendevano a spada tratta la propria neutralità, l’industria discografica metteva in atto una strategia di opposizione a tutto campo focalizzata sugli utenti, che ha ottenuto l’effetto di produrre il più enorme volume di FUD che la rete abbia mai conosciuto.

Stante l’iniziale indifferenza e la seguente ostilità delle major rispetto alla rete, l’avvento della distribuzione legale di musica via Internet le ha relegate a un ruolo comprimario rispetto ai nuovi modelli distributivi, costringendole sempre più a giocare una partita “fuori casa”. A questo ruolo le major si sono dimostrate tradizionalmente recalcitranti, reagendo con tentativi di revisione degli accordi di distribuzione in senso restrittivo, un’insistenza feroce sul DRM e una strategia “terroristica” a base di battaglie legali contro utenti finali. Intanto, è storia recente, una solida tenuta del P2P, indifferente ad onerosissime e spesso inconcludenti azioni legali, mette in discussione alla radice le strategie repressive a cui finora le major si sono ispirate.

Guardando indietro negli anni sembra dunque corretto affermare che la resistenza opposta dalle major le abbia private di un ruolo da protagonista nei nuovi modelli distributivi, ed è proprio questa mancanza di lungimiranza che oggi le costringe all’angolo rispetto ad operatori tecnologici che prima e meglio hanno saputo interpretare le potenzialità della rete (iTunes Store nasce nel 2003).

Il quadro sommariamente delineato indica dunque il possibile destino delle case discografiche: si trovano di fronte ad una progressiva ed irreversibile restrizione del loro ruolo di intermediazione a vantaggio dei nuovi operatori. Questa restrizione le esse potranno solo rallentare, agendo da un lato sugli accordi con i vari music store online, dall’altro spingendo le istituzioni e i governi verso il varo di dispositivi legali paralizzanti, come quello che vuole l’abolizione de facto del fair use.

È in poche parole difficilmente ipotizzabile uno scenario in cui le case discografiche possano assicurarsi un perdurante protagonismo della distribuzione musicale, perché i soggetti posti a sbarrare questo cammino hanno un peso economico, una presenza sul mercato e delle prospettive di sviluppo molto più convincenti. È d’altronde difficilmente ipotizzabile che delle disposizioni legali possano ostacolare un trend consolidato come quello della migrazione verso nuovi modelli distributivi: in fin dei conti anche quella tecnologica è una lobby, e oggi pesa molto più delle major.

Infine c’è il mercato, il cui andamento sostanzia i trend descritti: è notizia di questi giorni che la musica DRM-free stia surclassando nelle vendite quella protetta.

L’errore da non commettere al termine di questa analisi, è pensare che stiano trionfando o trionferanno i buoni sui cattivi. Che l’interesse degli operatori tecnologici oggi coincida con quello del pubblico è dopotutto un fatto incidentale, figlio di una logica comune fra “amici” e “nemici”, che non di rado ha fatto vittime anche fra i consumatori.

1 Commento »

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  • # 1
    Andrea Demartini
     scrive: 

    Sono d’accordo e vorrei aggiungere due cose.
    Come notavi non è un discorso di buoni o cattivi. Ognuno segue il proprio interese e per il momento quello delle lobby tecnologiche coincide con quello di una larga parte di utenti tecnologici. Il punto è che solo ultimamente gli interessi delle discografiche si scontrano con quelli dei colossi delle tecnologiche. Fino a poco tempo fa erano gli ISP che si contrapponevano alle case discografiche, una ben piccola forza contro una lobby consolidata nei decenni. Solo con l’esplorazione di nuovi mercati da parte dei colossi (microsoft, apple, google) si sono viste le prime battaglie perse dalle major. Sono convinto che per vederle perdere la “guerra” si debbano scontrare ancora con gli interessi dei restanti colossi informatici, quelli hardware come intel, cisco, hp, dell, ibm, e i vari carrier come le telefoniche: solo quando leggi e pretese delle lobby discografiche avranno oneri insostenibili fra royalty, costi di r&d, mancate vendite imposte dai costosi sistemi di protezione dei contenuti ci sarà lo “scontro” definitivo. Unica mosca bianca e mina vagante dello scenario è Sony, nel contempo etichetta e produtricce di hardware. Infatti sono innumerevoli i suoi tentativi di usare l’hw e il sw per blindare i proventi discografici (minidisc, atrac, BD, rootkit)
    Dopo tale “scontro”, probabilmente gli interessi degli utenti non coincideranno più con quelli delle “buone” multinazionali tecnologiche.

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