di  -  venerdì 12 settembre 2008

Image courtesy of old-computers.comCorreva l’anno 1994: Michael Spindler – CEO succeduto a John Sculley, il “traditore” di Jobs – annuncia l’apertura del Mac, sperando di invertire le sorti dell’azienda, al tempo quasi decotta, attraverso la massimizzazione della quota di mercato.

Già dieci anni prima tuttavia – nei giorni in cui Bill Gates suggeriva a Sculley di dare in licenza Mac OS – un’azienda brasiliana, la Unitron, approntava il Mac512: erano passati solo pochi mesi dal rilascio della seconda versione del Macintosh, la 512k. Il clone non è tanto interessante per le specifiche tecniche, quanto per la storia che lo circonda, in cui la tecnologia s’intreccia con la politica internazionale.

Dal 1984 la legislazione brasiliana vietava infatti l’importazione di personal computer, nel tentativo di contrastare gli USA in uno dei suoi comparti industriali più floridi e forse di favorire la nascita di un’industria informatica nazionale. Anche il Mac, lanciato nel 1984 come la “next big thing” nel settore, in conseguenza di questa policy, era escluso dall’ingresso nel mercato brasiliano. Fu così che Unitron, azienda brasiliana esperta nel cloning degli imitatissimi Apple II, decise di cavalcare l’hype e realizzare un clone del Mac. Abbandonata la strada del licensing perché troppo onerosa, ottenne un prestito di 10 milioni di dollari dallo stato per la realizzazione del sistema tramite reverse engineering.

Image courtesy of old-computers.comNacque così il Mac512: del tutto analogo al fat mac (512k), ma con una ROM di dimensione doppia e differenze estetiche minori – tasti neri e la presenza, in alcuni esemplari, del pulsante di espulsione floppy. La produzione del Mac512 era già partita quando Apple, venuta in possesso di una release di preproduzione, equipaggiata con una ROM marchiata Apple, iniziò a far pressione sul governo brasiliano e statunitense per il blocco della produzione del computer.

Il governo USA aprì una piccola crisi internazionale – per carità, niente in confronto a quella ventilata ieri dall’integerrima Marge Simpson d’Alaska, alias Sarah Palin – minacciando un aumento dei dazi di importazione dal Brasile. La cancellazione del progetto fu immediata: per le circa 500 unità prodotte non vi fu altro mercato se non quello collezionistico.

L’operazione sigillò per un altro decennio – ossia fino all’abolizione del veto sull’importazione di PC – le porte del mercato brasiliano ad Apple, lasciando campo libero al dilagare della piattaforma PC IBM compatibile.

A vent’anni di distanza tuttavia, appare chiaro il legame fra l’apertura degli standard e l’azzeramento dei profitti di IBM nella divisione PC, sfociata nella vendita dell’intera unità alla cinese Lenovo. E la gloria derivante dal poter affermare che la maggioranza dei computer oggi in circolazione discende dall’IBM XT, vale ben poco rispetto alle laute revenue che Apple ancora miete dall’hardware Mac.

4 Commenti »

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  • # 1
    AlexSwitch
     scrive: 

    Bhè c’è da specificare che all’inizio, per IBM, il Pc era un prodotto da immettere sul mercato in cui non confidava parecchio e doveva costare pochissimo come sviluppo ( tanto è vero che il sistema operativo venne affidato a Microsoft ). L’hardware ( Cpu, memorie, Rom, storage ) utilizzato per il primo Pc era lo standard di quei tempi ed erano già piattaforme aperte di fatto. Infatti con i sistemi PS/2 IBM tentò la via del ” proprietario ” ma non ebbe successo…. D’altro canto vero è che IBM aveva tutta un altra storia tecnologica alle spalle e il suo core business erano i grandi sistemi aziendali e i super computer.

  • # 2
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Sì, parlavo dell’apertura de facto degli standard: IBM, per abbreviare i tempi di sviluppo, ha fatto ricorso ad HW di mercato, il che ha facilitato la nascita di un mercato dei cloni “abusivi”. In seguito IBM una scelta l’ha fatta, ed è stata quella, invece che di frapporsi, di chiedere delle royalty per le componenti proprietarie del PC, legittimando di fatto il mercato dei cloni tanto caro a MS. Questo ha comportato in maniera direi piuttosto diretta l’uscita di IBM dal mercato PC e la vendita della relativa unità produttiva.

  • # 3
    Biffuz
     scrive: 

    Questa storia non la conoscevo. Che furboni alla Unitron però…

    Comunque la storia dei cloni Mac è stata chiusa perché, anziché cannibalizzare il mercato dei PC, stava cannibalizzando il mercato della stessa Apple, visto che gli altri vendevano hardware di qualità magari inferiore, ma più potente e a prezzi minori. Dopotutto, è quello che fanno coloro che installano OS X sui PC, vista l’offerta hardware della Apple.

  • # 4
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Siamo d’accordo, fermo restando che il paragone fra una piattaforma chiusa e una piattaforma aperta non è mai del tutto corretto.
    Bloccando i cloni, Apple difende il concetto di piattaforma chiusa, ossia l’integrazione verticale hw/sw, che garantisce benefici in termini di stabilità e performance non misurabili in mhz.

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