di  -  venerdì 19 settembre 2008

ManetteDa sempre, ma particolarmente di questi tempi, su Apple se ne sentono dire di tutti i colori, pro e contro. La questione hackintosh continua a tenere banco e, in attesa di nuovi colpi di scena dal fronte Psystar, molti si interrogano sulla vicenda dei cloni Mac.

Un intervento, non proprio recente ma molto attuale, mi ha colpito al riguardo: secondo Jeff Atwood di codinghorror.com, il Mac altro non è che un dongle, che abilita l’esecuzione delle applicazioni Apple.

Anche detto chiave hardware, il dongle è un disposivo connesso al computer che abilita l’esecuzione di un programma, al fine di proteggere lo sviluppatore dal pericolo derivante dalla copia. Senza dongle il programma non gira: il parallelo con la piattaforma chiusa è quindi tosto ma non del tutto campato in aria.

Se il Mac altro non è se non un dispositivo che limita la libertà di fruizione di un software – si chiede l’autore – perché a nessuno importa nulla di questa limitazione?

Queste per sommi capi le obiezioni di Atwood, che, riprendendo la definizione dello switcher Mac -> Linux Mark Pilgrim, definisce la questione nei termini di freedom zero e non smette di sorprendersi del fatto che gli utenti valutino così poco la loro libertà.

La libertà in effetti è una di quelle cose che si notano solo quando non ci sono, e comunque, come si suol dire, raramente si la si preferisce alla comodità. Il che ci porta dritto dritto alla questione della user experience, da sempre cavallo di battaglia di Apple.

È con la user experience che Apple ha ritagliato un fiorente mercato musicale online nel mare magnum della “pirateria”, è con la user experience che ruba manciate di clienti a Microsoft, la quale con Vista guardacaso muove passi decisi nella stessa direzione – e non parlo solo dell'”eye candy”. La user experience sarà una trappola, ma mi consente di fare il mio lavoro in un modo efficiente ed appagante. In teoria funziona, in pratica, credo, pure.

Il valore della user experience per ampliare l’appeal di un OS, lo hanno capito anche sul fronte Linux: l’interfaccia Gnome concede molto al piacere dell’occhio mentre distribuzioni come Ubuntu sono appositamente mirate a rendere ogni singolo passaggio dell’uso del computer quanto meno traumatico possibile.

Davanti all’ineluttabilità del protagonismo della user experience, valgono a poco i lamenti di tanti sacerdoti integralisti del free software, che magari si sono messi in mente che nel loro computer non dev’esserci neppure una riga di codice proprietario.

Non tutti sono disposti ad abbracciare l’OS che utilizzano come una missione di vita, o dedicargli un tempo di apprendimento/soluzione di problemi imprevisti che inevitabilmente viene sottratto all’operatività. Particolarmente in un momento in cui il PC, alla pari della lavatrice e del microonde, è divenuto una commodity, un bene che attiene al mercato di massa.

Tra l’altro, il modello di integrazione verticale hw/sw – ferocemente contestato dall’articolo citato per quanto riguarda Apple – diventa fondamentale per migliorare la user experience dell’OS del pinguino, e farne un’alternativa papabile a soluzioni proprietarie.

In questo senso la strada imboccata da eeePC e da Dell offre all’utenza generalista una soluzione il più possibile indolore per la migrazione. Innanzitutto perché la stragrande maggioranza degli utenti acquista l’OS in bundling con l’hardware, il che rende lo switching verso OS diversi da quello preinstallato una scelta per definizione in controtendenza, e quindi minoritaria. Il bundling di Linux, viceversa, crea per gli utenti ottime occasioni per provare e magari affezionarsi.

Poi perché la preinstallazione dell’OS garantisce a priori l’assenza di quei piccoli e grandi problemi di compatibilità che possono intralciare la via della migrazione.

Un assunto sembra poi stare alla base delle obiezioni di Atwood: il software Apple è limitato al solo hardware Apple, mentre lo si vorrebbe utilizzabile su qualunque piattaforma. Il valore aggiunto di Apple è dunque nel software, mentre l’hardware è lì solo per gravare i costi finali e arricchire il bilancio dell’azienda di Cupertino?

Non proprio. Nel caso di una piattaforma chiusa quella fra hw e sw è una sinergia non facilmente decifrabile. E comunque, se l’operatività è l’obiettivo che si pone chi acquista un computer, l’integrazione verticale è benvenuta perché abbatte il peso degli imprevisti.

Torniamo dunque alla questione nodale: in quanti sono disposti a cambiare la libertà assoluta con la comodità di avere un dispositivo che, similmente a una console o ad un frigorifero, si accende e funziona? In altri termini, di questa libertà quanti hanno realmente bisogno?

Di libertà, semmai, ne servirebbe un po’ di più sul fronte dell’interoperabilità delle applicazioni e dell’apertura dei formati: in questo caso però la campana suona per tutti.

33 Commenti »

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  • # 1
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    Il computer è e deve rimanere uno strumento.
    Il punto è fare quello che si deve fare nel minor tempo possibile, ovvero la produttività.

    I sistemi che tra “” non ti lasciano molta scelta, dove non hai mille variazioni sul tema (leggi distribuzioni), 100 programmi con cui fare le stesse cose in modo diverso, ma alcuni molto validi che sono utilizzati più o meno da tutti, sono i sistemi vincenti.
    Non c’entra niente l’essere liberi, c’entra il poter andare a casa dal lavoro senza fare la notte sul pc.

    Sbaglia anche chi ritiene la User Experience secondaria, perché anch’essa ha a che fare con la produttività.
    Partiamo dal fatto che lo sviluppo delle applicazioni moderne è almeno per il 50% concentrato sull’interfaccia ed è questa che spesso decreta il successo o il fallimento dell’applicativo in toto.
    In primo luogo è una questione psicologica: una GUI che mette a proprio agio, con la giusta scelta cromatica, proporzioni, font facilita il lavoro.
    In secondo luogo è una questione proprio di organizzazione delle informazioni.
    Se i menu sono fatti bene, consentono all’utente di apprendere e creare dei percorsi mentali abitudinari più velocemente, il tutto nell’ottica di far risparmiare tempo quando dobbiamo eseguire una qualche operazione.

    Sono tutte nozioni che hanno a che fare con l’HCI e l’usabilità e teorizzate ancora decenni fa’.
    Non a caso tutte le interfacce di successo sono il frutto di guidelines WIMP tra la fine degli anni 70 e primi anni 80 (quando cominciavano ad intravedersi i progetti in quel di Palo Alto).
    I sistemi operativi Linux-based sono arrivati dopo e pagano questo ritardo, senza contare che la frammentazione insita in questo modello di distribuzione del software rende difficile nell’utente il riuscire a identificare un unico ambiente (desktop environment) con un prodotto.

  • # 2
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    In effetti il problema dell’uso autoreferenziale del computer deriva anche da un retaggio culturale, legato a quando il computer non apparteneva alla categoria delle commodity.
    In principio il personal computer era roba da hobbisti o poco più. Oggi fa parte della vita quotidiana di un pubblico molto più largo. La partecipazione con cui oggi si acquista un computer è azzerata rispetto a quella con cui si accedeva al personal vent’anni fa.
    Questo non toglie che certe battaglie per la libertà di fruizione di ciò che si è comprato vadano combattute, ma in questo caso il nemico numero uno non sono le piattaforme chiuse che tra l’altro esistono fin dall’alba del personal computer…

  • # 3
    Cesare
     scrive: 

    Esattamente. Per quanto mi riguarda: Setup, Avanti, Avanti, Fine e sono a posto. :D

    Non voglio altri pensieri: voglio lavorare comodamente e basta. ;)

  • # 4
    Negadrive
     scrive: 

    Be’ ormai installare è facile anche con Ubuntu: clicchi il pacchetto e dai ok.
    Anzi, perfino troppo semplice…
    Poi nel repo trovi già praticamente tutto e anche lì è un’attimo: scegli il pacchetto che ti interessa e lo marchi per l’installazione. Così, se ti serve un’utility, non devi neanche ravanare per Internet. Comodissimo. E hai anche più garanzie riguardo ad eventuale software malevolo o poco testato.

    Nella frammentazione di Linux, si parla sempre dal punto di vista dell’utente, ma è una questione opinabile. Tra l’altro anche per Windows ci sono millemila cose “che fanno la stessa cosa” (si chiama concorrenza. Ma non solo quella…), viceversa neanche Ubuntu (così come altre distribuzioni) arriva con tutta quella roba: c’è UN browser, UN programma di grafica, UN istant messenger, UN programma per la posta e così via (alla faccia di chi critica MS perché in Windows c’è solo IE preinstallato).

    Sì, all’utente medio non interessa dover scegliere fra quattro o cinque browser, dieci programmi di grafica e così via, studiarseli e capire cosa è meglio: interessa che nel suo PC ci sia quella “funzionalità” e poterla usare senza altri pensieri. Però se un utente non è soddisfatto di quel che è preinstallato, mi sembra giusto che abbia la possibilità di cercare alternative (a patto che sappia che esistano…) e che non sia costretto ad usare solo quella, magari per colpa di un subdolo un processo di vendor lock-in.

    La frammentazione di Linux invece è “noiosa” anche per gli sviluppatori. Per fare qualche esempio, guardate quanti installer “deve” fare Opera per Linux, oppure guardate alcuni dei “problemini” nel blog di Flash:
    http://blogs.adobe.com/penguin.swf/2008/08/curl_tradeoffs.html

  • # 5
    Don Luca
     scrive: 

    Quoto quanto detto da Jacopo, sono perfettamente d’accordo con lui.

    Personalmente uso mac da ormai 3 anni e ho migliorato di gran lunga la mia produttività… e poi, detto sinceramente… io tutta ‘sta mancanza di libertà non la sento affatto… in questi 3 anni col Mac c’ho fatto veramente di tutto, ho anche installato diverse applicazioni per Linux, ho messo BootCamp per windows e altri sistemi operativi, ho ambienti di virtualizzazione dove fare prove… e tutto questo in tempi molto brevi.

    E’ davvero così importante questa libertà?
    O forse è solamente una moda?

  • # 6
    Arunax
     scrive: 

    A parte gli integralisti del free software, che probabilmente non sono gente che si fa troppi problemi sulle GUI e sull’usabilità, esiste anche un’altra categoria (a cui mi sento di appartenere) che potrebbe non gradire troppo il MacOS: quella degli “utenti etici”. Quelli che vogliono un computer ben funzionante, assolutamente libero e personalizzabile, che preferiscono il software libero ma non si scandalizzano a vedere il software proprietario; quelli che sono il principale target di OS Linux-based come Fedora, Ubuntu, OpenSuse (in ordine dal più libero al più usabile).

    A proposito, dire che “ormai installare è facile anche con Ubuntu” non è del tutto corretto: con Ubuntu il metodo di installazione è sempre stato lo stesso da quando esiste (ottobre 2004) e non è facile, è proprio molto superiore a quello di Windows (mi sembra inopinabile…) e anche meglio di quello di MacOS (questo invece è opinabile, ma io la penso così).

    Tornando agli “utenti etici”, questi non si accontentano di un sistema che dal punto di vista tecnico è eccellente (e MacOS lo è), vogliono anche e soprattutto che sia etico. MacOS non è etico: ti rende più produttivo, sì, ma lo fa chiudendoti ogni alternativa. Se sei come l’80% degli utenti, quello studiato statisticamente dagli ingegneri della Mela Mangiata, non c’è problema: ti piace tutto e lo usi bene. Ma se sei diverso? Se vuoi cambiare qualcosa? Non puoi. Paradossalmente è più facile farlo su Windows.

    In fondo anche la cocaina ti rende più produttivo. Questo non la rende eticamente accettabile, o sbaglio? Naturalmente non voglio paragonare Mac alla cocaina (c’è una bella differenza :D), ma solo dire che per volere un sistema “giusto” ed etico non è necessario “abbracciare l’OS che utilizzano come una missione di vita” come si sostiene nell’articolo. Certo, a ciascuno il suo: ho usato MacOS qualche volta (conoscendo bene la shell da Linux ho anche aiutato un amico che aveva delle magagne, senza sapere nulla di tecnico su MacOS), e malgrado tutta la sua bellezza (estetica e tecnica) non mi ha convinto pienamente. Mi sento più produttivo sulla mia fida macchina con Ubuntu, personalizzata a mio uso (sì, con un po’ di fatica, ma davvero minima, non è che ci siano modifiche così radicali) e assolutamente stabile. Posso farci tutto. Posso farlo gratis. Posso farlo in maniera assolutamente libera, senza paura che qualcuno mi denunci perché “infrango la EULA”. Beh, non mi sembra poi troppo male. Naturalmente un utente MacOS mi dirà che così sono meno produttivo, e un utente Windows mi dirà che non ho le stesse infinite possibilità donate dalla scorta pressoché illimitata di programmi per Win che esistono. Non hanno torto, ma io preferisco la mia libertà. E se al mondo la pensassimo tutti uguale, non sarebbe una gran noia?

  • # 7
    K
     scrive: 

    @Don Luca:

    come molti utenti Mac hai installato BootCamp per avere windows. Ne conosco molti che alla fine stanno molto più tempo in ambiente win che non ambiente mac. Perchè? Perchè quando hai bisogno di fare una cosa che “con Mac non si può fare” passi a Win.
    Insomma, tu non senti il problema della libertà perchè quando ti serve vai in un ambiente non MAC e te la prendi. Ma, voglio ricordarti, che molti utenti Mac PRE-Intel passarono a WIN proprio per questo motivo. E benchè dicessero sempre “ma quanto era bello MAC-OS” erano oramai dipendenti della libertà concessa loro da WIN.

  • # 8
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Arunax
    Etico? Scusa cosa intendi per etico? Che c’entra la strategia di mercato Apple, il fatto che le sue applicazioni – per le quali sono numerosissime le alternative, anche free – usino formati chiusi, con la morale? Non è un po’ arbitrario tirare in ballo l’etica per strategie di mercato – il lock-in – che tra l’altro la legge ritiene perfettamente lecite?

    Vorrei ribadire che la questione dell’apertura dei formati è del tutto parallela a quella delle piattaforme chiuse. Ogni azienda opera all’interno dei limiti che le sono concessi dalla legge (almeno in teoria).
    Sono le istituzioni che dettano le regole del gioco che valgono per tutti, anche per quelli che non le gradiscono.

    E comunque, all’interno di qualunque piattaforma, che sia Windows, Mac o Linux, c’è ampia scelta di applicativi che usano formati aperti: c’è insomma modo di sentirsi “etici” pur usando una piattaforma chiusa. Rendere i formati interoperabili – rendendo le piattaforme di produzione di contenuti effettivamente intercambiabili anche per chi sia vincolato alla produttività – è un problema che attiene la preservazione della concorrenzialità del mercato, e dunque compete a chi quel mercato regola.

    Per inciso, nella misura in cui mi serve di portare a termine un lavoro, poter o meno smanettare col BIOS cambia poco. Cambia molto avere una piattaforma che, in quanto chiusa, sfrutta al 100% il mio hardware senza costringermi a cambiarlo ad ogni piè sospinto. Chi non crede a questo parallelo dia uno sguardo in Internet ai G4 che fanno girare Leopard e poi provasse a installare Vista con Aero attivato su un Pentium 3 – cito Apple solo perché è l’unica piattaforma chiusa superstite; se Amiga si fosse evoluta come prometteva…

    @ K
    Sono abbastanza d’accordo – anche se non vedo in Windows questo enorme surplus di libertà: non a caso il passaggio ad architettura x86 ha avuto un ruolo determinante nell’aumento della quota di mercato del Mac.

  • # 9
    Mighty83
     scrive: 

    @K
    “dipendenti della libertà concessa loro da WIN.”??? Semmai costretti dalla chiusura di Windows che non permette il porting di alcune importanti applicazioni in ambiente Linux / Mac… Windows non concede nessuna libertà in più rispetto agli altri sistemi! Anzi, se possibile, la toglie…!

  • # 10
    Pegamush
     scrive: 

    non sono per nulla d’accordo con questo articolo.
    OSX mi concede molte più libertà di windows, primo di tutto perchè mi permette di usare ANCHE windows, e forse è questo che stai cercando di dire, la tua non è più un’invidia nei confronti dei mac-user, che possono utilizzare tutti gli OS (qualcuno è riuscito a mettere linux, anche se non è ufficialmente supportato), a differenza dei pc-user, che hanno solo win e linux?
    la domanda allora è un’altra: è legittimo che la apple non permetta di installare OSX in ogni macchina? immagino di sì, e sicuramente ci avranno pensato anche loro alla apple se liberare o no OSX, ricordate che il primo obiettivo di un’azienda è massimizzare il profitto!!

  • # 11
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @Pegamush
    Difficile invidiare i gli utenti mac dato che tra i computer che uso quotidianamente c’è anche un Mac. E poi questa storia dell’invidia è davvero – perdonami la franchezza – una banalità.
    Credo che tu debba rileggere l’articolo perché la mia tesi non è assolutamente Mac= zero libertà mentre Windows= libertà assoluta. Da quella tesi, espressa in un articolo linkato, sono partito per dire qualcosa di diverso.

  • # 12
    koolio
     scrive: 

    non credo che apple si sia posta il problema della libertà dell’utente, credo pittosto che apple abbia voluto investire molto nel design e in un sistema hw-sw che dia all’utente una sensazione di ‘padronanza’ e di semplicità nell’esecuzione dei lavori che, ogni giorno, vengono affidati al pc. Visto da questo punto il problema della libertà è semmai una conseguenza..anche xchè a dirla tutta se si hanno remore di questo tipo non compri soluzioni closed ma vai su soluzioni open…senza pensarci un attimo! I problemi della libertà in questo momento, secondo me, sono ad esempio perchè non si possa acquistare un pc senza sistema operativo oppure l’interoperabilità dei formati, se non sbaglio negli USA è un crimine ‘imprigionare’ i dati posseduti dall’utente, ma questa evidentemente è un altra storia. Tornando OT non credo che Apple o Microsoft limitno la libertà a chichessia sono gli utenti che di questa libertà non sanno proprio cosa farsene in quanto la loro visione del problema è appunto click avanti click fine! E forse è giusto così xchè sul pc non fai filosofia dei massimi sistemi…lavori punto! Altri temi riguardanti la libertà hanno visto l’abdicazione di tutti o quasi … mi riferisco all’impronta digitale e sua conservazione in enormi database o la rintracciabilità del telefonino (gli aerei possono spegnere il transponder e continuare a volare i telefonini no ).Su questi temi non ci sono stati particolari patemi d’animo…l’importante è tornare a casa per l’ora di cena no? ;)

  • # 13
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    @ Negadrive.

    Stai sovrapponendo però due tipi di frammentazione.
    Quella di cui parlo io e che non mi stancherò mai di ripetere sarà sempre il punto di forza e il punto debole dei sistemi operativi GNU/Linux.

    Un conto è la scelta di programmi che hai perché sono disponibili come programmi terzi per quella piattaforma, un altro paio di maniche è quella che ti trovi di default a seconda del desktop environment utilizzato da tot distribuzione o interpretazione della stessa distribuzione.
    C’è una bella differenza.

    Ubuntu è quella più diffusa ok, ma non è LINUX. E’ come se io vado dal droghiere e chiedo il parmigiano reggiano. Voglio quello, mi piace e lo compro. Qua ne ho millemila tipi che magari fanno le stesse cose ma creano confusione nell’utente che, tipicamente, venendo da altre piattaforme molto + “rigide” e definite vuole certezza, non troppa scelta che rende difficile lo switch.
    Ed è per questo che alla fin fine gli utenti gira e rigira sono più o meno sempre quelli.
    Se non ci fosse l’azione delle PA o governi che investono pesantemente probabilmente sarebbero ancora meno.

  • # 14
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    x koolio:

    non mi sembra non ci siano stati i patemi d’animo sul problema dei dati sensibili. Se leggi il mio articolo sulla sicurezza delle piattaforme open o sull’aumento di malware si dice esattamente il contrario.

    Il fatto è che arrivi a un certo punto per cui va bene ti poni le problematiche ma semplicemente, dato che devi lavorare, fai le stesse operazioni seppur con maggiori preoccupazioni e un senso crescente di sicurezza (basti pensare a tutti i casi di furti d’identità sui siti d’aste o altro).

  • # 15
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    x arunax

    mah francamente il sistema di installazione n mi sembra affatto superiore.
    E per un semplice motivo: su Windows è lo stesso dal tempo dei tempi e non cambia con il cambiare delle versioni.
    In Suse avevi Yast, con Ubuntu il suo sistema, poi la possibilità di farlo tramite shell e via avanti.

    Mi fa anche abbastanza sorridere il discorso che fai tu o gli utenti “etici” che conosco. Sostengono il baluardo della libertà di utilizzo del computer, dove appunto possono fare quello che vogliono come vogliono e quando vogliono.
    Io rispondo che indipendentemente dal sistema è il computer nel suo complesso che da queste opportunità.
    Cambiano delle tonalità di libertà ma come è un errore dire che non ci sia libertà nelle piattaforme chiuse, è anche altrettanto un errore dire che in quelle aperte io posso fare come mi pare.
    Non posso.
    + scendo a livello macchina e + trovo imposizioni che mi sono imposte dal produttore e che io utente ma nemmeno io sviluppatore posso aggirare (gestione delle risorse ecc.).
    Se volessimo essere veramente liberi, dovremmo per esempio poter riprogrammare per esempio il processore del nostro pc, poter modificare la gestione degli interrupt e così via.

    In questo fraintendimento di fondo, sta tutta la debolezza delle argomentazioni di chi, a torto secondo me, vuole spostare l’informatica in ambiti che nulla hanno a che vedere con la materia e vogliono utilizzare un prodotto, un software come una bandiera per un qualche cosa.

    Le problematiche etiche vere, come ha scritto Alessio, sono quelle trasversali alle tecnologie utilizzate e non riguardano l’open source sì o l’open source no, Linux sì e Windows no.

    Per altro anche il discorso che fai sull’essere sicuro di non violare l’EULA è opinabile.
    Apple e Microsoft essendo gli unici vendor dei rispettivi sistemi operativi, nel momento in cui contrai l’agreement ti tutelano se lo rispetti, anche da possibili problemi di patent pending relative al codice sorgente; per Linux, al di là del FUD operato con il caso SCO, non è che sia così scontato.
    Ormai nelle milioni e milioni di righe i controlli sul codice utilizzato possono non essere sempre cristallini.

    Senza dimenticare poi il caso DRM e la polemica a distanza tra Stallman e Torvalds.

    In qualche modo mi ricorda le utopie filosofiche.
    Libertà a tutti i costi, devo essere così libero tanto che non posso essere libero per esempio di utilizzare o vendere il mio sistema operativo GNU/Linux con il supporto alle tecnologie DRM.
    Un bel paradosso no?

  • # 16
    mio
     scrive: 

    Linux e supporto alle tecnologie DRM?
    Pazzia pura!
    Via il DRM dalla nostra vita digitale!

  • # 17
    roberto
     scrive: 

    @Pegamush

    ah, sarebbe apple che ti da la libertà perchè ti permette di installare windows? non è invece che è apple che ti toglie la libertà perchè non ti permette di installare osx dove vuoi ma solo sul loro hardware?

    @mio

    linux è stato il primo sistema operativo a supportare il chip fritz er il drm ;)

    @tutti
    comincia sempre così: troppa libertà fa male, togliamola per stare più sicuri e produttivi. e si va a finire a questo -> http://en.wikipedia.org/wiki/Domestic_Security_Enhancement_Act_of_2003

  • # 18
    roberto
     scrive: 

    @alessio di domizio

    mi sono sempre chiesto “COSA” dovrebbe invidiare ad apple un utente di windows o di linux :)
    è un pc come gli altri, con un sistema operativo come gli altri, con meno programmi degli altri: che c’è da invidiare a ciò?

  • # 19
    peppe
     scrive: 

    @Jacopo

    Il sistema di installazione di Windows è cambiato con Vista, adesso si avvicina molto di più a quello tipicamente usato dalle distribuzioni Linux dove (semplifico) un’immagine del sistema operativo già pronta viene copiata sulla partizione di destinazione.

    Quanto all’argomento libertà, non penso che nessuno percepisca la “libertà d’uso” come la possibilità di riprogrammare il microcodice di una CPU. La CPU è tradizionalmente venduta come una scatola chiusa che esegue il codice dell’architettura specificata sul suo manuale: nessuno si aspetta di poterne cambiare il funzionamento e va bene così…
    Un computer è diverso. Per “computer” s’intende una macchina che esegue dei programmi forniti dall’utente per soddisfare le sue esigenze; quindi, la libertà nell’uso di questa macchina consiste nel poter essere sempre in grado di farle eseguire qualunque programma si desideri in una maniera tale da sfruttarne tutte le potenzialità – almeno quelle che erano elencate sul suo “cartellino” nel momento in cui la si è acquistata.

    Se una macchina utilizza meccanismi limitanti, quali l’obbligatorietà di firme digitali, per arginare la libertà, da parte di chi l’ha acquistata, di poter eseguire il software di cui sente il bisogno, essa non è più un computer nel senso tradizionale del termine, ma è qualcos’altro – diciamo un “prodotto ad uso specifico” che
    – è perfettamente legittimo;
    – probabilmente può soddisfare le esigenze della maggior parte degli utenti per cui è stata progettata proprio come un computer tradizionale;
    ma non è un computer nel senso che da 60 anni a questa parte siamo abituati a intendere.

    Chi usa il computer nel senso più generico (e in ultima analisi, anche chi si limita ad usarlo come “commodity”) ha ben ragione di temere che, in caso di supremazia commerciale di aziende quali Apple o Microsoft, il significato di “computer” possa essere spostato verso il “prodotto pronto” di cui sopra. Al di là delle previsioni apocalittiche, basta guardare hic et nunc a cosa può fare Apple con iPhone: sceglie al posto dell’utente il software che deve poter girare sul sistema, e impedisce a chiunque di farvi girare prodotti che entrino in concorrenza con i propri (http://apple.slashdot.org/article.pl?sid=08/09/21/122225). Per fortuna se non si concorda con queste pratiche ci si può rivolgere ad altri produttori, ma cosa succederebbe se ad esempio Microsoft cominciasse a fare lo stesso per i suoi sistemi operativi? Magari adducendo motivazioni di sicurezza, facilità d’uso etc.? Solo il software libero rimane quale garanzia contro il verificarsi di questa evenienza. Be’, assieme alle autorità antitrust, la cui scarsa efficacia è sotto gli occhi di tutti (ed in ogni caso, meglio prevenire che curare, no?).

    Quanto al caso GPLv3, mi dispiace allungare ulteriormente il post, ma è bene che il concetto sia espresso chiaramente. Non ha a niente che fare con il DRM, ma con la libertà dell’utente di poter effettivamente eseguire il proprio software GPL su una macchina che fa uso di software GPL. Chi ritiene giusto accordare all’utente questa libertà, scriverà il SUO PROPRIO codice sotto licenza GPLv3. Chi ritiene non sia opportuno, è liberissimo di continuare ad usare la GPLv2. Ma non è corretto dire che “il produttore non ha la libertà di distribuire il SUO linux”: Linux non è “suo”, appartiene alla comunità che lo ha sviluppato con milioni di ore-uomo di lavoro, e che pertanto ha avuto tutto il diritto di decidere la licenza con il quale verrà distribuito. Il produttore di hardware sarà tenuto a rispettarla, così come dovrebbe fare con la licenza di qualunque software commerciale.
    E la GPLv3 non limita la libertà del produttore di distribuire software open source, ma tutela la libertà del consumatore di poterlo usare. E fra i due, credo che la parte “debole” da tutelare sia il consumatore, no?

  • # 20
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ roberto
    Penso che la solfa dell’invidia nasca dal fatto che il Mac arriva a prezzi non abbordabilissimi. Dunque ci dev’essere qualcuno che assimila il Mac alla Porsche Cayenne (turbo ovviamente) e al Rolex Ghiera verde…

  • # 21
    funky
     scrive: 

    siamo ai limiti della follia… Apple crea una piattaforma hw-sw che funziona, chiusa e quindi in un certo senso svantaggiata commercialmente, gli utenti la premiano ugualmente e viene accusata?

    non capisco.

    :-)

    ciao

    funky

  • # 22
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    x Peppe

    hai frainteso. Fin dal primo commento ( arunax credo, spero intendesse lo stesso), mi riferivo al sistema di installazione degli applicativi su Windows o Linux, non all’installazione del sistema operativo, che per altro è banale e si fa tipicamente una volta sola ogni tot anni, mediamente.

    “Quanto all’argomento libertà, non penso che nessuno percepisca la “libertà d’uso” come la possibilità di riprogrammare il microcodice di una CPU. La CPU è tradizionalmente venduta come una scatola chiusa che esegue il codice dell’architettura specificata sul suo manuale: nessuno si aspetta di poterne cambiare il funzionamento e va bene così…”

    Non direi proprio. E’ proprio in questa estremizzazione del concetto di libertà e di facoltà di utilizzo del computer fino ad arrivare a poter manipolare direttamente l’hardware, che è nato il progetto OpenVGA.

    “Un computer è diverso. Per “computer” s’intende una macchina che esegue dei programmi forniti dall’utente per soddisfare le sue esigenze; quindi, la libertà nell’uso di questa macchina consiste nel poter essere sempre in grado di farle eseguire qualunque programma si desideri in una maniera tale da sfruttarne tutte le potenzialità – almeno quelle che erano elencate sul suo “cartellino” nel momento in cui la si è acquistata.”

    Ovvero qualsiasi computer con un sistema operativo moderno e applicazioni che vi girino sopra.
    Se proprio vogliamo puntualizzare questo aspetto, Linux tra i 3 sistemi operativi è quello che mi rende “meno libero” perché soprattutto in ambito professionale è manchevole di determinati applicativi che invece fanno la fortuna degli altri sistemi operativi.
    Office integrato con i servizi Sharepoint, Archicad/Autocad, i prodotti della Vectorworks e via discorrendo.

    “Se una macchina utilizza meccanismi limitanti, quali l’obbligatorietà di firme digitali, per arginare la libertà, da parte di chi l’ha acquistata, di poter eseguire il software di cui sente il bisogno, essa non

    “è più un computer nel senso tradizionale del termine,”

    lo è eccome.
    Onde evitare definizioni aleatorie o interpretazioni personali di cosa sia un computer e dei suoi utilizzi, cito da Dizionario Informatico:
    Computer: macchina elettronica statica programmabile strutturata attorno ad un microprocessore, in grado di eseguire calcoli ad altissima velocità.

    Il resto della definizione qui. http://www.dizionarioinformatico.com/cgi-lib/diz.cgi?frame&key=computer

    Ne potete scegliere una X, ma per favore non mi si porti come argomentazione la labile definizione di computer come macchina ove giri software Linux/libero perché non solo non corrisponde alla realtà (il computer nasce ben prima dei fenomeni OSS) ma non sta nemmeno né in cielo né in terra.

    “ma è qualcos’altro – diciamo un “prodotto ad uso specifico” che
    – è perfettamente legittimo;
    – probabilmente può soddisfare le esigenze della maggior parte degli utenti per cui è stata progettata proprio come un computer tradizionale;
    ma non è un computer nel senso che da 60 anni a questa parte siamo abituati a intendere.”

    Non siamo abituati ad intendere quello che vuoi intendere tu. Le problematiche che c’erano 60 anni fa’ si sono semplicemente evolute ma l’approccio ad esempio all’algoritmica e al problem solving sono i medesimi e nascono come applicazioni matematiche che sono per altro trasparenti alle tecnologie utilizzate.
    Spiacente ma questa cosa della libertà di utilizzo e vero spirito del computer/Informatica è veramente campata in aria e non ha alcun fondamento logico/pragmatico.

    Per quanto riguarda il discorso DRM, se un sistema si definisce libero e ha l’obiettivo di rendere me utente pienamente libero di utilizzare il computer e i programmi che vi girino sopra (ammesso che questo tradotto nella pratica significhi veramente qualcosa) allora io utente devo poter essere ANCHE libero di installare DRM e tecnologie affini senza le quali ALTRIMENTI non potrei essere libero di fruire di determinati contenuti.
    Se questo non avviene allora non mi posso io utente davvero libero e tutto questo sventolare di vessilli in realtà è una grande ipocrisia.

    Ipocrisia che per altro ho visto anche nella manovra sulla GPL3.
    Il fatto stesso di definire a posteriori, dopo che per 20 anni si è scelto di rilasciare software open source con svariati tipi di licenze che rientrasero però sempre nell’egida di questa metodologia/filosofia, che la VERA licenza OpenSource che garantisce le libertà di utilizzo e di modifica da parte di utenti e sviluppatori sia proprio la v3 è ipocrita.

    La licenza è semplicemente un “modo” di confezionare e vendere un mio prodotto, software o meno che sia.

    Non si capisce per quale motivo se io non utilizzo la v3 mi debba sentire un OpenSource di serie B o non pienamente allineato con i principi che la FSF tenta di evangelizzare in tutto il mondo.

    Su questo sono pienamente d’accordo con il pensiero di Torvalds (che per altro anche sul DRM si era espresso allo stesso modo) ed è il problema di quando si vogliono affrontare i problemi dell’Informatica, che è una scienza applicata, con strumenti propri invece della teologia/studio delle religioni

  • # 23
    Don Luca
     scrive: 

    @Arunax

    Mac OS è ancora lontano dall’essere un sistema operativo eccellente, ha un filesystem che fa schifo ed è vecchio di almeno 10 anni e sarebbe ora di passare a qualcosa di nuovo (ZFS o EXT3 per citarne un paio)… forse con Snow Leopard arriveremo alla quasi-eccellenza, ma sarà tutto da vedere.

    @K

    Ciò che dici è verissimo, ma io BootCamp lo uso in extremis, quando ho veramente bisogno di usare qualcosa che non va con un ambiente di virtualizzazione o in emulazione con darwine… per ora solo un paio di giochi mi hanno costretto ad andare a bootcamp: Need for speed most wanted e Warhammer Online. Per il resto ho sempre e solo usato Mac, raramente Parallels e ancor meno darwine.
    La libertà di windows di cui tu parli è che il mondo winsozz è ricchissimo di software che ti permettono di fare veramente di tutto, in tante maniere diverse, di certo non per come è fatto il sistema operativo e le sue API.

  • # 24
    roberto
     scrive: 

    @don luca

    rotflmario!
    allora tutte le api di apple sono perfettamente documentate!!

    esatto -> http://arstechnica.com/news.ars/post/20080229-finding-a-worm-in-the-apple-secret-apis-in-mac-os-x.html

    e così è per tutto il resto.
    sveglia ragazzi, apple è una ditta come e peggio di microsoft e google… solo che hanno un reparto marketing di quelli con i contro_sappiamocosa e vendono un’immagine fasulla :)

  • # 25
    Don Luca
     scrive: 

    @roberto

    Se mi trovi dove nel mio ultimo commento ho parlato delle API di Mac o ho sostenuto che un sistema Mac sia più “aperto” di uno windows te ne sarei grato :D

  • # 26
    Peppe
     scrive: 

    @jacopo

    “Non direi proprio. E’ proprio in questa estremizzazione del concetto di libertà e di facoltà di utilizzo del computer fino ad arrivare a poter manipolare direttamente l’hardware, che è nato il progetto OpenVGA.”

    Il mio punto era: quando si acquista un computer, si deve avere la libertà di fargli eseguire del software che sfrutti liberamente le caratteristiche hardware specificate dal produttore della macchina.
    Dove questo entri in constrasto con il fatto che qualcuno ami trascorrere il suo tempo libero a progettare hardware open source, non lo capisco.

    “non mi si porti come argomentazione la labile definizione di computer come macchina ove giri software Linux/libero perché non solo non corrisponde alla realtà (il computer nasce ben prima dei fenomeni OSS) ma non sta nemmeno né in cielo né in terra.”

    Non ho mai dato una definizione di questo tipo. In realtà non ho neanche parlato di open source. Si parlava di architetture aperte e chiuse, tu sostenevi che non si possono definire architetture “aperte” e “chiuse” perché non c’è una definizione univoca di “apertura”, e invece io te ne ho data una. Ripeto la mia definizione di poche righe fa e ti faccio notare che esprime più propriamente il concetto che il tuo vocabolario sintetizza con una sola parola, “programmabile”.

    “Ovvero qualsiasi computer con un sistema operativo moderno e applicazioni che vi girino sopra.”

    Più propriamente, qualsiasi computer anche privo di sistema operativo risponde alla mia definizione, purché le specifiche dell’hardware siano pubbliche e consentano di interfacciarvisi liberamente. Questa cosa cessa di essere vera nel momento in cui un particolare hardware può essere usato solo da un particolare sistema operativo, non perché ci siano limitazioni tecniche a una maggiore interoperabilità, ma per una scelta arbitraria del produttore dell’hardware o eventualmente del sistema operativo.

    “Se proprio vogliamo puntualizzare questo aspetto, Linux tra i 3 sistemi operativi è quello che mi rende “meno libero” perché soprattutto in ambito professionale è manchevole di determinati applicativi che invece fanno la fortuna degli altri sistemi operativi.”

    Linux non limita né la tua libertà di installare qualsiasi applicazione di cui tu possa avere bisogno, né quella di qualsiasi programmatore di svilupparla. Non si capisce che colpe gli addossi.

    “Non siamo abituati ad intendere quello che vuoi intendere tu. Le problematiche che c’erano 60 anni fa’ si sono semplicemente evolute ma l’approccio ad esempio all’algoritmica e al problem solving sono i medesimi e nascono come applicazioni matematiche che sono per altro trasparenti alle tecnologie utilizzate.”

    Affermazione vagamente opinabile ma che peraltro non contrasta assolutamente con la mia definizione del computer come di una macchina programmabile dall’utente, opposta ad “un servizio offerto all’utente” come si tende a farlo diventare.

    “Spiacente ma questa cosa della libertà di utilizzo e vero spirito del computer/Informatica è veramente campata in aria e non ha alcun fondamento logico/pragmatico.”

    Mi sembra una liquidazione del tutto arbitraria.
    Il fondamento logico è che ovviamente una macchina progettata per risolvere problemi deve poter risolvere qualsiasi problema per cui l’utente sia in grado di programmarla.
    Il fondamento pragmatico è che l’utente non ha bisogno di acquistare una nuova macchina, o comunque rivolgersi al suo produttore, quando ha bisogno di funzionalità al di fuori dal ventaglio previsto al momento dell’acquisto.

    “Per quanto riguarda il discorso DRM, se un sistema si definisce libero e ha l’obiettivo di rendere me utente pienamente libero di utilizzare il computer e i programmi che vi girino sopra (ammesso che questo tradotto nella pratica significhi veramente qualcosa) allora io utente devo poter essere ANCHE libero di installare DRM e tecnologie affini senza le quali ALTRIMENTI non potrei essere libero di fruire di determinati contenuti.”

    Ti do una buona notizia: Linux non limita in alcun modo il software che puoi farci girare sopra, e questo in particolare significa che sei liberissimo di eseguire software DRM, a sorgente chiuso o quant’altro. Come già era stato scritto, Linux è stato fra i primi a supportare le tecnologie TPM. Ancora una volta, ti stai sentendo privato di una libertà che non hai mai perso.

    “Ipocrisia che per altro ho visto anche nella manovra sulla GPL3.
    Il fatto stesso di definire a posteriori, dopo che per 20 anni si è scelto di rilasciare software open source con svariati tipi di licenze che rientrasero però sempre nell’egida di questa metodologia/filosofia, che la VERA licenza OpenSource che garantisce le libertà di utilizzo e di modifica da parte di utenti e sviluppatori sia proprio la v3 è ipocrita.
    La licenza è semplicemente un “modo” di confezionare e vendere un mio prodotto, software o meno che sia.
    Non si capisce per quale motivo se io non utilizzo la v3 mi debba sentire un OpenSource di serie B o non pienamente allineato con i principi che la FSF tenta di evangelizzare in tutto il mondo.”

    Nota che stiamo uscendo fuori tema perché a questo punto non stiamo parlando più di “sistem liberi” contro “sistemi chiusi”, ma di una generica ostilità da parte tua verso la GPLv3 o la FSF in generale. Detto questo.
    Esistono potenzialmente infinite licenze open source, perché infinite sono le scelte che un programmatore può compiere quando decide di rilasciare il suo sorgente alla comunità. La GPL (v2, v3) non è che una di queste. Poi ci sono LGPL, Apache, BSD… Ovviamente non c’è nessuno che si possa permettere di classificare tali licenze fra “serie a” o “serie b”, per il semplice motivo che una tale classificazione sarebbe priva di senso. L’unica “classificazione” diffusamente riconosciuta è quella di “osi-approved”, e tutte le licenze comunemente usate lo sono (inclusa la GPLv2 che sembri preferire alla v3).
    Non esiste alcuna definizione di “VERA licenza open source”, se qualche fonte ti ha fatto credere il contrario ti ha disinformato.
    La differenza fra la GPL v2 e v3 è semplicemente che quest’ultima assegna una maggiore libertà all’utente a discapito del distributore, come già ti ho spiegato in precedenza. Se ti stai domandando come mai sia saltata fuori solo adesso, la risposta è semplice: perché alla FSF (originatrice di quella particolare licenza, ma in nessun modo arbitra dei destini dell’open source) hanno riscontrato da parte di alcuni produttori di hardware dei comportamenti che, a loro dire, venivano meno tramite espedienti (firme digitali) ai principi che avevano ispirato 20 anni fa la GPL v2 ( http://en.wikipedia.org/wiki/Tivoization ). Si può essere in accordo o in disaccordo con loro, e naturalmente non è assolutamente obbligatorio per i progetti GPLv2 passare alla v3, né decidere di non farlo è fonte di onta alcuna da parte della comunità, tant’è vero che un progetto chiave come Linux (!) rimarrà sotto la GPLv2.
    In cosa consiste esattamente questa “ipocrisia” che tu riscontri?

  • # 27
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Peppe e Jacopo
    La vostra contrapposizione è quella fra due scuole di pensiero. Una (Peppe), legata ai modelli di fruizione classici del computer, legata ossia ai tempi in cui il computer era un oggetto di nicchia, riservato solo a chi se ne intendeva e lontano dall’essere un oggetto di massa.
    Quella di Jacopo fa riferimento a un momento in cui il computer è divenuto un oggetto di massa, il che prevedibilmente più che elevare la cultura informatica di un grande numero di persone, ha “abbassato” il computer allo status di commodity, alla stregua di un microonde o di una lavatrici (anch’essi dispositivi che integrano un hardware e un software e a cui nessuno richiede apertura ma semplicemente produttività).
    Essendo la produttività quel che la maggioranza degli utenti cercano – che ci piaccia o meno – vale a poco reclamare contro la chiusura di una piattaforma, tantopiù quando questa – e non è raro – in ragione dell’integrazione verticale hw/sw, innalza la produttività specifica dell’hardware.
    In altre parole quella che la maggior parte degli utenti cercano non è la libertà di usare qualunque software su qualunque computer, ma la libertà di usare le applicazioni di cui hanno bisogno per lavorare nel miglior modo possibile. Per tutti gli altri c’è Linux il quale fa breccia nel pubblico di massa non per la totale libertà che offre, ma nella misura in cui si adegua alla logica della produttività che è quel che gli utenti cercano.
    Non a caso, se diamo uno sguardo al fenomeno netbook, che svolge un fortissimo ruolo di ambasciatore di linux, vediamo distribuzioni limitate e focalizzate su quelle poche applicazioni di cui la maggioranza ha bisogno.
    Tutto ciò premesso, prendersela con Apple (ma perché non anche con tutte le piattaforme chiuse che esistevano prima che Linux esistesse) lascia un po’ il tempo che trova IMHO. Ferma restando l’urgenza – che però compete alle istituzioni – di accelerare sulla spinta verso formati aperti ed interoperabili.

  • # 28
    Fiber
     scrive: 

    Per tutti.
    La liberta e’ quella di scegliere un computer ed un sistema operativo in base ai software di cui uno necessita per lavorare. Se per un sistema operativo non ci sono i software che mi servono per lavorare, di quel sistema operativo non me ne faccio niente perche’ non ho il computer a casa solo per aprire e chiudere finestre..Quindi chi compra e spende un botto per dei computer chiusi come i Pc Apple ( si PC perche’ sono dei pc oramai da 4 anni ) e poi dopo aver fatto cio’ ci fa girare Windows per i software che deve usare per lavoro perche nn presenti su Osx, scusatemi ma non e’ furbo e le tasche di Jobs ringrazionao. Poi quando volete potenziare la macchina perche’le nuove versioni dei software sono sempre piu’ esose di potenza e con piu funzionalita’ dovrete cambiare l’intero computer Mac senza poterlo aggiornare e le tasche di Jobs ringrazieranno ancor… tutto cio’ per cosa?? perche’ su Osx i programmi si disinistallano trascindandoli nel cestino e non c’e’ il registro di sistema?? piu c’e la Mela sullo chassid del Notebook che fa Moda ??

    No grazie lascio a voi queste spese ..per seguire la moda mi compro i vestiti firmati ..buon lavoro

  • # 29
    peppe
     scrive: 

    Pensare dunque che l’utente abbia il diritto di poter scegliere quale software eseguire sulla propria macchina significa “essere legati ai tempi in cui il computer era un oggetto di nicchia, riservato solo a chi se ne intendeva e lontano dall’essere un oggetto di massa” :’-( ?
    Allora l’unico modo per rendere il computer fruibile alle masse è limitare il più possibile la libertà dell’utente di scegliere cosa farne? Se così fosse, non si spiegherebbe perché il computer è, al giorno d’oggi, uno strumento assolutamente di massa, eppure la stragrande maggioranza degli utenti sceglie sistemi Windows, che sono quelli più spostati verso la libertà d’uso.
    Probabilmente sarebbe interessante concentrarsi sull’equazione chiusura produttività. Non avendo grande esperienza di piattaforme chiuse, potreste portarmi qualche esempio in cui il non aver potuto scegliere vi ha fatto risparmiare tempo? Parlate di “integrazione verticale” quale ulteriore fonte di produttività: ma in che cosa consiste esattamente questa integrazione, specialmente ora che OS X (stiamo parlando di mac, vero?) gira su normale hardware pc?
    Il fatto è, che la “migliore produttività” che notate usando un mac, non deriva dal fatto che non avete dovuto scegliere quale hardware e quali applicazioni usare (del resto, dal lato software il mac è ancora una piattaforma aperta tanto quanto windows), ma più propriamente dal fatto che l’intera vostra esperienza con la macchina mac è stata progettata con cura dalla Apple, al fine di rendervela il più amichevole possibile.
    All’estremo opposto, una distribuzione Linux è un sistema inorganico, composto da un numero enorme di sottosistemi progettati separatamente, la cui interazione non manca di provocare scintille. E’ per questo che Linux non ha successo nel mercato “desktop”, non perché sia una piattaforma troppo aperta. Infatti, quando è successo che un venditore è intervenuto alla stregua di Apple, realizzando una piattaforma sempre basata su Linux, ma ben progettata e ispirata, ecco che Linux ha successo eccome: l’esempio dei netbook, che Alessio stesso ha proposto. Hanno successo, eppure sono piattaforme apertissime.
    Per finire, se nei miei interventi in questo thread ho preso di mira solo Apple, è semplicemente perché l’articolo s’intitola “Mac = freedom zero?”… state tranquilli che ho abbondantemente allagato internet con critiche ad altre parti :) .

    P.S. Non capisco perché continuate a confrontare il computer con i tostapane, il tostapane serve a fare toast e servirà a questo fino alla fine dei suoi giorni, per questo non gli si richiede “apertura”; il computer invece è una macchina ad uso generico; nel corso degli anni cambia continuamente la sua destinazione d’uso in una maniera che nessuno, neanche chi ce l’ha venduta, può prevedere… per non parlare del fatto che si deve interfacciare con una quantità di altre entità (sistemi operativi, applicativi, altro hardware…) che vanno ben al di là del pan carré e della 220. Per questo a un computer si richiede “apertura” oltre che produttività.

  • # 30
    Massimiliano
     scrive: 

    Mac (o windows) = poca liberta’ di scelta.

    Su Linux ho i desktop virtuali indipendenti su due monitor su Mac gli spaces non possono essere gestiti in maniera indipendente: i due monitor vengono visti come un unico grande schermo. La critica vale anche per windows e non ci sono nemmeno i desktop virtuali (a meno che non ci siano in Vista che non conosco).

    Su un Mac rumoroso (di solito quelli piu’ vecchietti o i Power Mac) non riesco a trovare componenti piu’ silenziosi come alimentatori o dissipatori se non li ha previsti Apple.

    Per chi rientra nella media degli utenti PC un Mac va sicuramente meglio di Windows, ma non c’e’ molta possibilita’ di scelta se si hanno esigenze diverse.

  • # 31
    Cesare
     scrive: 

    Sei male informato: i desktop virtuali sono supportati da una vita in Windows, ma per attivarli serve un’apposita utility (della famiglia PowerToys).

    Questo perché, come hai detto bene, è questione di esigenze. Quelle dell’utente medio a cui si rivolgono certi prodotti sono decisamente ridotte…

    Quanto alla libertà, non vedo cosa manchi su Windows e OS X: c’è la possibilità di personalizzarli a seconda delle proprie esigenze. Per farlo, come per Linux & co, serve “soltanto” una cosa: sapere come farlo e dove andare a mettere mano. Un concetto che troppo spesso viene relegato esclusivamente alla comunità di quest’ultimo s.o..

  • # 32
    Jacopo Cocchi
     scrive: 

    onestamente la mancanza di desktop virtuali default non è che sia la prima caratteristica che mi viene in mente pensando ad OSX o Windows.

    Su XP io conosco almeno una decina di applicazioni con le + svariate licenze che consentono di virtualizzare + desktop.
    Solitamente offrono anche una gamma di effetti come il cubo rotante o altre cose (es. il fu Yod3D).

  • # 33
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Peppe
    “Pensare dunque che l’utente abbia il diritto di poter scegliere quale software eseguire sulla propria macchina significa “essere legati ai tempi in cui il computer era un oggetto di nicchia, riservato solo a chi se ne intendeva e lontano dall’essere un oggetto di massa” :’-( ?”

    Precisamente. Della libertà, nel senso in cui la intendi tu, temo non interessi molto all’utenza che macina il grosso dei volumi di vendita. Ti faccio un esempio banale: pensa a come IE mantiene la sua quota di mercato. Perché scegliere quando si può non scegliere e andare direttamente sul preinstallato?

    “Allora l’unico modo per rendere il computer fruibile alle masse è limitare il più possibile la libertà dell’utente di scegliere cosa farne?”

    Continui a confondere quel che libertà significa per te e quello che significa per la larga parte degli utenti, che della libertà di cui tu parli, dati di vendita di OS proprietari alla mano, non sembra sentire molto la mancanza.

    “Probabilmente sarebbe interessante concentrarsi sull’equazione chiusura produttività. Non avendo grande esperienza di piattaforme chiuse, potreste portarmi qualche esempio in cui il non aver potuto scegliere vi ha fatto risparmiare tempo?”

    Integrazione verticale è la chiusura di un software a un determinato hardware. Poco importa se il Mac oggi usa hardware comune a quello PC: rispetto all’universo di hardware PC – ivi comprese le varie estensioni proprietarie che ciascuno ci appiccica per stiracchiare lo standard più vicino al suo business ed agevolare il lock-in degli utenti – Mac certifica la compatibilità solo con un sottoinsieme molto limitato, il che ne fa tuttora una piattaforma chiusa. I vantaggi delle piattaforme chiuse si esprimono in termini di ottimizzazione e sfruttamento totale delle risorse hw disponibili. Il che diventa ancor più critico in settori in cui le risorse hw disponibili sono scarse ed esistono vincoli stringenti tipo consumo.

    “Il fatto è, che la “migliore produttività” che notate usando un mac, non deriva dal fatto che non avete dovuto scegliere quale hardware e quali applicazioni usare (del resto, dal lato software il mac è ancora una piattaforma aperta tanto quanto windows), ma più propriamente dal fatto che l’intera vostra esperienza con la macchina mac è stata progettata con cura dalla Apple, al fine di rendervela il più amichevole possibile.”

    Non capisco cosa intendi dire e comunque l’amichevolezza non ci ha nulla a che vedere. Quando devi programmare un’applicazione per un parco hardware molto limitato, è più facile che riesci a sfruttare a fondo le caratteristiche di quell’hardware. È questo il vantaggio fondamentale che una piattaforma hardware chiusa ti garantisce. La libertà di usare il software che vuoi su un hardware è una questione diversa e parallela. Essendo possibile sviluppare software per mac, l’indisponibilità di molti software alternativi è forse più legata alla quota di mercato di Apple che non alla sua filosofia. Non far girare applicazioni Apple su hardware non apple è una scelta che appartiene alla discrezionalità di Apple. Vai a chiedere a Microsoft se ti fa girare windows sulla PS3 :-)

    “Infatti, quando è successo che un venditore è intervenuto alla stregua di Apple, realizzando una piattaforma sempre basata su Linux, ma ben progettata e ispirata, ecco che Linux ha successo eccome: l’esempio dei netbook, che Alessio stesso ha proposto. Hanno successo, eppure sono piattaforme apertissime.”

    Così aperte che quando accendi l’eeepc, un grande ambasciatore di linux nel mercato consumer, hai 6 applicazioni preinstallate. E non credo che il successo di eeepc sia dovuto alla possibilità di bypassare l’interfaccia semplificata per entrare sulla riga di comando di xandros.

    “P.S. Non capisco perché continuate a confrontare il computer con i tostapane, il tostapane serve a fare toast e servirà a questo fino alla fine dei suoi giorni, per questo non gli si richiede “apertura”;”

    Torniamo al punto di partenza. La gente non acquista computer per il piacere di avere un computer. Questo lo facevo io ai tempi del vic 20, quando anche nel resto del mondo non si era ben capito cosa avesse poi di tanto personal un computer. Oggi l’acquisto di un computer è legato alla volontà di soddisfazione di un bisogno. E poter accedere alla propria mail da casa vale tanto quanto potersi fare un toast a casa invece che prenderlo al bar.

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