di  -  venerdì 11 luglio 2008

Image courtesy of vintagecomputing.comLa salsedine e il solleone non intaccano il cuore vintage della nostra amata rubrica, che oggi ci porterà qualche anno indietro rispetto a dove ci eravamo lasciati nella scorsa puntata, per l’esattezza nel 1983. Anno in cui Apple, che in queste ore domina le scene mondiali con un telefono che ha diffuso enormemente, fra clienti e concorrenti, il concetto di interfaccia touch, era ancora lungi dal lanciare il primo Mac.

Anno in cui HP lanciò il 150 , una macchina MS-DOS ma non IBM compatibile, per molti versi rivoluzionaria. Innanzitutto lo schermo: un normale Sony da 9″, accompagnato da una serie di sensori infrarossi in grado di individuare oltre 900 posizioni, il che forniva una delle prime applicazioni sul mercato del concetto di touch screen.

Poi la scelta del floppy: il sistema HP-150, per primo nel mercato USA, offriva il formato da 3.5″, di capacità lievemente inferiore agli omologhi da 5.25″ (270kb contro 360), ma ben più resistenti – grazie scocca rigida e alla protezione completa della parte magnetica – e compatti.

Piuttosto eccezionale anche la CPU che equipaggiava la macchina: un Intel 8088 dalla frequenza di ben 8 Mhz, contro i 4.77 della maggioranza degli omologhi allora in circolazione, limitato però dall’impossibilità di inserire sulla scheda madre il coprocessore matematico 8087.

Merita una menzione anche il layout della macchina: la scheda madre era infatti adiacente al tubo catodico mentre la parte separata era occupata dalle sole unità di memorizzazione di massa: il citato lettore floppy, disponibile anche in versione doppia, un hard disk o una soluzione ibrida FD+HD. Nell’unità centrale era tra l’altro possibile inserire una piccola stampante termica, alimentata con i classici fax-roll di qualche lustro fa.

Come riporta il mitico Alfonso Martone, uno dei padri spirituali di questa rubrica, il sistema era molto ben ingegnerizzato, consentendo il disassemblaggio completo senza l’ausilio di cacciavite, ed offriva una risoluzione di 512×384 punti, ossia 4:3 spaccati.

Sempre grazie ad Alfonso, apprendiamo che dal punto di vista software, il sistema utilizzava una versione customizzata di MS-DOS 2.11 integrata con un PAM (personal application manager), dotato di una shell capace di sfruttare il touch screen.

Il sistema touch era tra l’altro supportato anche da BIOS, consentendo all’HP-150 di funzionare anche come terminale, mantenendo la peculiarità della sua interfaccia.

Come tutti i prodotti troppo rivoluzionari, complice l’incompatibilità con lo standard IBM e un prezzo piuttosto elevato, HP-150 fu presto messo da parte per far spazio alla serie Vectra. Un altro motivo per considerare l’affermazione dello standard IBM compatibile come la vittoria della mediocrità? A voi la risposta.

Rimane per il popolo degli appassionati oggetto di culto, ricercato ma di difficilissimo reperimento sul mercato dell’antiquariato informatico. Un oggetto i cui aspetti rivoluzionari, per quanto desiderabili, sono ancora da venire nella gran parte della produzione informatica attuale.

3 Commenti »

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  • # 1
    cacchione
     scrive: 

    Non tanto l’ anticipo sui tempi ne decretò il fallimento (destino comune a molti prodotti innovativi) quanto l’ effettiva utilità del touch su un SO dos e l’ usabilità.

  • # 2
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Con un adeguato supporto degli sviluppatori avrebbe potuto fornire grossi vantaggio anche in quelle che al tempo erano le killer application. Il problema è proprio questo: Lotus 123 ci funzionava sì, ma via tastiera.

  • # 3
    Al
     scrive: 

    Lo provai a suo tempo ed il Touchscreen non è che funzionasse granchè bene e poi il prezzo era elevatissimo anche nella versione senza TS.
    Per il resto era un signor PC, anche perchè era equipaggiato con il BASIC HP che, allora, era un linguaggio potentissimo.

    Comunque hai ragione, la vittoria del PC IBM è la vittoria della mediocrità, tuttavia la vedrei più come vittoria della compatibilità e della portabilità.

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