di  -  venerdì 27 giugno 2008

Ieri ci siamo occupati di spiegare, per sommi capi, le ambiguità della net neutrality. Abbiamo visto che una visione prettamente teorica e politica ha poco a che spartire con la pratica dei problemi e delle strategie di mercato che un ISP si trova ad affrontare per garantire alla sua utenza la qualità dei servizi addizionali offerti, e a se stesso ulteriori fonti di fatturato.

Lo stesso avvento delle web apps mette ISP e application provider in conflitto, e crea conflitto d’interessi nel momento in cui un ISP è anche un application provider. Qual è per un ISP la scelta più vantaggiosa? Usare i servizi creati da terzi come volano per vendere banda o crearne di propri? Fin quando è conveniente tenere tutte le porte aperte e quando invece inizia a convenire concentrare l’utenza sui propri servizi? Questioni di non semplice soluzione.

È certo deprecabile a priori, e proprio nel nome dei principi-base della NN, il fatto che un ISP blocchi, anche in assenza di circostanze di scarsità di banda, i contenuti proposti da un competitor per dirottare gli utenti sui propri. È questa una delle conseguenze che la legge al vaglio del senato USA potrebbe in effetti portare

D’altro canto la scarsità di banda è un problema universale e nessun ISP che tenga un minimo al proprio fatturato, potrà mai pensare di limitare l’accesso a Youtube, per quanto sia esoso in termini di banda. Le applicazioni popolari “ricattano” gli ISP in proporzione al traffico che generano, e quindi al bisogno di banda che creano.

Lo stesso shaping del P2P è un trucco da applicare con le molle: per quanto non ce lo raccontino, gli ISP sanno benissimo che proprio il P2P – gli enormi volumi di traffico che genera tuttora lo dimostrano – ha rappresentato e rappresenta un volano per la diffusione del broadband.

Il cappio sul P2P arriva infatti non nel momento in cui i legittimi proprietari dei contenuti scambiati iniziano a fare la voce grossa, ma guardacaso anni dopo, cioè quando sono gli ISP ed altri soggetti attivi nella distribuzione online, a realizzare che la distribuzione potrebbe essere un business profittevole e a fare quindi, alle ormai provatissime major, proposte legate alla distribuzione legale di contenuti sul proprio network. Proposte che a questo punto non si possono rifiutare.

Come a dire: finché dietro alla net neutrality ci si può riparare per continuare a vendere banda, viva la net neutrality. Dopo, nel momento in cui sulla banda venduta ai consumatori non si fanno più tanti soldi, si crea una generazione di nuovi servizi capaci di attrarre nuovi guadagni, la distribuzione di contenuti per l’appunto, o le applicazioni, e la net neutrality può accomodarsi all’uscita.

Secondo questo approccio “realista”, è proprio la terzietà di Google rispetto agli ISP che posseggono i cavi, a farne un supporter per definizione della net neutrality. Nessuno garantisce che quando i cavi saranno i loro – non è più un mistero che Google stia acquistando fibra in massa –  se ci sarà ancora scarsità di banda, i pacchetti facenti capo a servizi offerti da Google non saranno oggetto di traffic shaping.

Iniziative come Internet for everyone, annunciata pochi giorni fa da Google, non tolgono valore a queste considerazioni: nel momento in cui Google è l’operatore che più di ogni altro sulla rete ha applicazioni da offrire all’utenza, remunerate attraverso la pubblicità, è naturale che faccia pressione sull’amministrazione per ottenere l’accesso ad Internet per ogni cittadino – questa è la finalità della campagna citata. Google spinge sul governo per l’universalità dell’accesso alla rete, il che incidentalmente finirà – se le istanza proposte saranno ascoltate – per estendere a dismisura il mercato di cui è leader. I conti tornano.

In ultima analisi, e senza addentrarci nelle problematiche più attinenti alla rete, la violazione dei principi della NN può portare sì a conseguenze nefaste, realmente in grado di sconvolgere la libertà della rete.

Finché la banda sarà scarsa tuttavia, il traffic shaping dovrà esistere, spesso proprio a difesa dell’interesse degli utenti. Quello della IPTV è solo un caso, ma piuttosto emblematico: quanto saremmo contenti di non poterci svincolare dalla TV satellitare o digitale terrestre, o di non poter fruire dei servizi di movie rental online di iTunes, perché il nostro vicino di casa tiene il PC acceso 24/7 a scaricare pornazzi a palla?

4 Commenti »

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  • # 1
    walter
     scrive: 

    Riguardo l’ultimo passaggio, per quale motivo “tu” dovresti avere più diritto ad usufruire della tua connessione rispetto al “vicino che scarica pornazzi” ?

  • # 2
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Walter
    Mi sa che hai perso qualche passaggio, ti spiego subito.
    Non stiamo parlando di diritti. Stiamo parlando di cose che economicamente hanno senso e cose che non ne hanno. Per un’azienda ha senso vendere servizi sulla propria banda, in modo da differenziare le sue fonti di guadagno.
    Per un utente che quei servizi paga, ha senso aspettarsi una qualità alta, che non è disposto a giustificare col diritto del suo vicino di casa di scaricare roba gratuitamente. Chiaramente il problema non insiste fra vicini di casa, ma concerne il rapporto fra fornitore e acquirente di servizi.
    Tutto ciò si svolge in un contesto in cui la risorsa scarsa è la banda (e ovviamente il danaro) e tutti cercano la massimizzazione dei vantaggi, in termini di servizi (i clienti) o di fatturato (le aziende). Fra i clienti c’è chi paga e chi no, e potrebbe arrivare un momento in cui un’azienda decide che economicamente ha senso focalizzarsi sui clienti che pagano (i servizi) a spese di quelli che pagano solo la banda. Non ci sono giudizi in questo, è una semplice constatazione, dettata dal fatto che il mercato della banda è divenuto iper-competitivo, quello della distribuzione online ha ancora dei margini.

  • # 3
    Walter
     scrive: 

    Dal punto di osservazione dell’ISP è una considerazione senza dubbio sensata e ovvia ma, da come era costruito l’ultimo periodo mi pareva ritenessi giusto, come utente pagante di servizi accessori (es.: iptv) l’avere più diritto ad usufruire della banda rispetto a qualcun altro.
    Certamente ci muoviamo in una direzione nella quale chi acquisterà servizi sarà privilegiato, anche a causa di esigenze tecniche, rimane il fatto che non ritengo giusto discriminare l’utente con semplice contratto di fornitura o almeno farlo in maniera sostenibile.

  • # 4
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Personalmente ritengo quello descritto più o meno un gioco a somma zero. Dunque se qualche miglioramento nella qualità dei servizi avverrà per, poniamo, gli utenti paganti di un servizio ad ampissima banda di movie rental online, avverrà a spese di quelli che pagano meno.
    Il che significa che l’incremento di banda – un esempio è quello che è successo col passaggio di Telecom da 4mbit a 7 e 20mbit – avvantaggerà principalmente gli utenti che quella banda la usano per i servizi a pagamento. Il fatto che questi servizi siano erogati dallo stesso proprietario della banda rende più diretta l’applicazione della formula.

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