di  -  martedì 18 dicembre 2012

Un interessante pezzo di Paolo Bottazzini su Linkiesta racconta la fine della luna di miele fra Washington Post e Guardian da un lato e Facebook dall’altro.

Come potete leggere nella fonte, entrambe le testate hanno deciso di rimuovere la propria Facebook app e riportare in casa il social reader.

L’aspetto che più trovo significativo della vicenda – vi consiglio di apprenderla per intero sul pezzo linkato – è la sovversione, effettuata dal social reader di Facebook, dei criteri di rilevanza stabiliti dall’editore.

Come scrive l’autore infatti:

Da un lato questa procedura finisce per promuovere gli articoli più popolari, senza alcun riguardo né per la qualità della produzione, né per la focalità degli argomenti rispetto alle direttive strategiche del piano editoriale della testata; dall’altro lato i principi di funzionamento dell’algoritmo tendono a rinchiudere i lettori nella «filter bubble» che li espone solo alle informazioni in cui l’utente e la sua cerchia di amici vorrebbero trovare la descrizione del mondo nella sua complessità.

Una testata che sottopone ai suoi interlocutori solo le storie che vorrebbero sentirsi raccontare come rappresentazione della realtà si sottrae al compito etico e politico di contribuire a formare la coscienza critica dei lettori.

Come immaginerà chi da tempo segue la rubrica semisegreta il tarlo, in linea di principio comprendo perfettamente questa obiezione: la selezione del rilevante dall’irrilevante e l’ordinamento degli argomenti in base ad un criterio di rilevanza rappresentano buona parte dell’anima “etica e politica” di una testata editoriale.

Alla rilevanza è legato anche il cruciale tema della “filter bubble”: la concreta possibilità di ritrovarsi – con la complicità dei social network e delle SERP personalizzate di Google – sempre più rinchiusi in una Internet fatta di noi stessi, dei nostri interessi, sempre più incapaci di scontrarci con qualcosa di esterno ai nostri temi preferiti e, perché no, diverso dalle nostre opinioni esistenti. Una Internet che in ultima analisi ci rende solo più ignoranti e ottusi.

Una Internet che, dietro le sembianze di gratuità e apertura, è sempre più modellata attorno all’influenza di giganti assetati di danaro come Google e Facebook, sta diventando sempre meno adatta ad ospitare una funzione fondamentale per la preservazione di ogni parvenza di democrazia: l’informazione. Ben venga in tal senso un’opposizione “culturale” alla Facebook-izzazione delle notizie.

7 Commenti »

I commenti inseriti dai lettori di AppuntiDigitali non sono oggetto di moderazione preventiva, ma solo di eventuale filtro antispam. Qualora si ravvisi un contenuto non consono (offensivo o diffamatorio) si prega di contattare l'amministrazione di Appunti Digitali all'indirizzo info@appuntidigitali.it, specificando quale sia il commento in oggetto.

  • # 1
    Marika
     scrive: 

    In effetti è condivisibile la scelta del Washington Post e del Guardian: non si può stravolgere una linea editoriale di un giornale.
    Mi viene in mente che, se si guardano gli articoli più popolari e letti su giornali online come Corriere e Repubblica, spesso sono gli articoli frivoli di spalla o fondo e non quelli in primo piano.

  • # 2
    E' finita la commedia
     scrive: 

    Quindi la “filter bubble” è un male se è impostata dall’utente o da un social network, quando invece è impostata direttamente da un direttore e uno staff editoriale politicizzato e tangentizzato la filter bubble viene automaticamente promossa a nobile&alta “linea editoriale”…

  • # 3
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Più che altro si chiama giornalismo. Se pensi di non averne bisogno sei libero di affrontare la complessità, magari poi ti ritrovi come tanti a spartire il tempo fra gatti che fanno cose stupide e teorie omni-complottiste.

  • # 4
    blobay
     scrive: 

    La BBC a suo tempo fece una scelta simile escludendo i dati d’ascolto dell’Auditel (o relativo inglese) dal proprio canale.
    In pratica se si segue la pubblicità, si segue la massa con tutti i suoi mal di pancia e pruriti sessuali. Trasformando alla fine il servizio pubblico in marchette pubblicitarie.
    Decisero dunque che il canone andava speso per creare un servizio di qualità. Fu così che la BBC rinacque, diventano quello che oggi è uno dei più autorevoli canali televisivi.

  • # 5
    E' finita la commedia
     scrive: 

    Il giornalismo è un punto di vista, esattamente come le “filter bubble”.
    Chi mi dice che gli scopi di una redazione di un magnate dell’editoria siano più “nobili” (o più neutrali, o più compatibili con i miei, o qualsiasi altro sia il “valore aggiunto” che vogliamo dare all’opera del giornalista) di quelli di un magnate del web?
    Il giornalismo non è neutrale, la rete non è neutrale… “è la stampa bellezza, e tu non puoi farci niente!”

  • # 6
    Nexol
     scrive: 

    Volevo segnalare che il link a “il tarlo” nell’articolo è errato. :)

  • # 7
    banryu
     scrive: 

    @E’ finita la commedia:
    Paragonare Facebook & Google con il giornalismo è come paragonare le mele con le arance. Facebook e Google non sono “editori” nel senso che non fanno editoria con tutto quello che ne consegue (in primis la responsabilità dell’editore rispetto a ciò che pubblica), ad esempio.

    Inoltre, il fenomeno noto come “filter bubble” non ha un equivalente nel mondo del giornalismo, ti faccio un esempio.

    Immaginiamo un lettore di orientamento politico di sinistra, che normalmente legge uno o più giornali dello stesso orientamento politico. Può leggere sempre e solo quei giornali, che probabilmente non saranno così tanto zelanti nel pubblicare le magagne del loro schieramento politico quanto lo sono nel pubblicare quelle della parte avversa.

    Ma quel lettore può anche, ogni tanto, andare a leggersi un giornale della parte politica avversa. Magari ci troverà molte faziosità, ma potrebbe anche trovarci qualche spunto di riflessione nuovo, della serie: “toh guarda, non ci avevo mai pensato”.

    Inoltre un giornale ha degli editori: se uno si informa su chi essi siano, può farsi un’idea di massima su quale sia il “punto-di-vista/filtro” in gioco.

    ***

    La “filter bubble” invece è un fenomeno assolutamente trasparente all’utente. Facendo riferimento a Google, ad esempio, tu non sai esattamente quali siano i fattori che entrano in gioco e, a parità query di ricerca, influenzano i risultati che tu ricevi al posto di un’altra persona.
    I confini di questa bolla sono molto meno percepibili e assolutamente fuori dal tuo controllo.
    Inoltre se te ne vuoi liberare, perchè magari vuoi fare una ricerca che includa nei risultati anche cose che potenzialmente l’algoritmo dietro le quinte valuta come “molto lontane o non interessanti” per te non hai scampo: non la puoi disabilitare.

    Per questo è ormai da più di un anno che ho completamente abbandonato Google e come motore di ricerca uso altro.

    Magari ogni tanto scontrarsi/incontrarsi con posizioni/informazioni/notizie/opinioni diverse dalle nostre può essere utile.

    Ogni informazione (utile) che non ti viene data, è una possibilità di scelta in meno. Quindi di libertà.

    Cosa succende (al nostro modo di pensare) quando ci si abitua ad essere utenti di un sistema che ci nega certi input perchè li valuta troppo distanti dalla rappresentazione della realtà a cui solitamente, per quel sistema aderiamo? Specie se la nostra percezione del sistema in questione diventa molto fievole perchè il sistema stesso diventa via via sempre più trasparente per noi?

Scrivi un commento!

Aggiungi il commento, oppure trackback dal tuo sito.

I commenti inseriti dai lettori di AppuntiDigitali non sono oggetto di moderazione preventiva, ma solo di eventuale filtro antispam. Qualora si ravvisi un contenuto non consono (offensivo o diffamatorio) si prega di contattare l'amministrazione di Appunti Digitali all'indirizzo info@appuntidigitali.it, specificando quale sia il commento in oggetto.