di  -  martedì 9 ottobre 2012

Solo qualche giorno fa, 30 big spender del mondo advertising hanno pubblicamente biasimato la decisione di Microsoft di attivare di default la funzione Do Not Track in IE10.

La funzione DNT segnala al sito visitato l’intenzione del visitatore di non condividere i propri dati con soggetti terzi quali servizi di analytics, network adv, piattaforme social: un sistema unificato (ma opzionale per chi dovrebbe recepirne le conseguenze) per eseguire l’opt-out dalla pletora di servizi che raccolgono e aggregano dati sugli utenti Internet per analizzare i trend ed eventualmente servire advertising contestuale.

Lavorando nel mondo della pubblicità ed interessandomi da tempo delle tematiche della privacy e della remunerazione dei contenuti che danno vita al Web, credo di riuscire a cogliere i punti più controversi della questione.

Andiamo subito alla radice del problema: l’idea di essere “tracciati” da un network di advertising, messa giù così, è sgradevole. Il fatto che questo sia utile ad essere serviti con advertising contestuale ai propri interessi passa in secondo piano davanti a modalità di tracciamento percepite dal pubblico come “subdole”.

Benché di fronte a fatti del genere serpeggi la tentazione di separare manicheamente i buoni dai cattivi, benché la mossa di attivare DNT di default suoni da parte di MS molto come un tentativo di conquistarsi un posto in prima fila nel banco dei buoni, la questione ha radici lontane e non si presta a soluzioni tranchant.

Basta fare un paio di passi indietro rispetto alle schermaglie dell’ultim’ora per scoprire che la causa prima di questa impasse risiede nel fatto che, fin dall’alba di Internet, nessuno vuol pagare per altro che il canone di connessione. Nel mentre, fin dalla fine degli anni ’90, uomini in doppiopetto nei salotti buoni della finanza di tutto il mondo, progettavano una web economy fondata sulla pubblicità, in cui il pubblico e la sua privacy, rappresentava il prodotto da vendere e agli inserzionisti, non certo l’acquirente. Da allora l’unico cambiamento risiede nell’affinamento delle tecniche utilizzate per spremere soldi dagli utenti di Internet. Utenti che continuano a pretendere tutto e gratis, ma nel frattempo si sono sensibilizzati su temi come la privacy, agganciando le loro aspettative a labili soluzioni tecnologiche (DNT) e garanzie legislative tutte da dimostrare.

A fronte di queste considerazioni, davanti a un’utenza disabituata a pagare per contenuti e servizi che pure distribuiscono valore (altrimenti non avrebbero miliardi di utenti), come sorprendersi della nascita di economie contorte e subdole a sostegno di tutto il carrozzone? Come può oggi la multinazionale Microsoft come l’ultimo utente di Internet, non domandarsi: “ma il lavoro di tutti quelli che scrivono, comprano e amministrano server, chi lo paga?” Come si può cadere dal pero a fronte di una rete che, per soddisfare la generalizzata refrattarietà dell’utenza al pagamento dei contenuti, guadagna tracciando abitudini e stili di consumo degli utenti? Come si può ignorare che, mano a mano che si chiudono i rubinetti all’advertising e in assenza di altri modelli di remunerazione, la pubblicità diventerà il solo ed unico “contenuto”?

36 Commenti »

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  • # 1
    [D]
     scrive: 

    Allora, la storia è molto semplice e difficilmente si presta a contradditori.

    Un tizio apre una pagina web. Non fa in tempo a farsi un’idea di dove si trova l’informazione che cerca che viene invaso da banner sparaflashanti pro epilessia, concorsi trappola (sei il milionesimo visitatore), annunci spesso scabrosi che spesso si sovrappongono addirittura fino a riuscire a coprire l’informazione ricercata. Il megaschermo del film idiocracy con il contenuto formato francobollo è una parodia ancora troppo buona perchè almeno questo si trova al centro e le pubblicità tutt’attorno, mentre la realtà ci piazza al centro dello schermo ben altro.

    Vogliamo parlare dei contenuti e del fatto che dovrebbero essere personalizzati dai cookie ? Parliamone. Computer nuovi o comunque completamente ripuliti con appositi software che il primo ads che riescono a buttarti sopra è una tizia con le gambe aperte contornati ma creme magiche e “strumentazioni” dallo scopo fin troppo esplicito (nell’eventualità uno non capisse abbastanza c’è anche l’animazione con il/la modello/a che si dimena con “l’apparecchio” attaccato).

    Spesso il grosso del peso di una pagina web è dato proprio da questa giungla di connessioni indesiderate le quali incidono in modo particolare sui tempi di attesi, sulla velocità di navigazione (c’è gente che si cambia computer perchè internet “va piano” poi si scopre che la causa sono banneroni in flash da 500px di lunghezza) ed alla fine sui costi (guai usare una connessione a traffico).

    Si vuole far credere che tutto questo è la naturale conseguenza agli utenti brutti e cattivi che vogliono tutto gratis ma la cosa è falsa: internet era così fin dagli inizi. Appena è uscita dalle università è diventata un far west. Non si può venire adesso e lamentarsi di chi utilizza programmi per filtrare i banner: bisognava essere civili prima e non approfittarsene del concetto di libertà d’espressione fornito dalla rete per fare tutti i propri porci comodi.
    Fa bene microsoft a tirare su una diga, anzi dovrebbe essere una consuetudine comune di tutti i browser fornire un sistema dove è l’utente a scegliere se subire certi assalti alla baionetta da parte degli ads.

  • # 2
    [D]
     scrive: 

    Ovviamente ci sarebbe da fare un discorso analogo a tutto il mondo delle toolbar che si infilano di soppiatto nel sistema quando s’installa qualcosa: ci sono programmi d’uso comune che prima offrono la possibilità di disattivare l’opzione, poi se ne fregano ed installano di tutto e di più (unica soluzione provvisoria, installarli con la rete staccata).

    Questo tipo di mancanza di rispetto da parte dei fornitori di contenuti non può che richiamare per risposta lo stesso atteggiamento da parte degli utenti

  • # 3
    Andrea R
     scrive: 

    D’altronde MS non ha introiti da servizi pubblicitari online, ma i concorrenti invece sì.

  • # 4
    Alessio
     scrive: 

    Sarà, ma io nel comportamenti di MS vedo una strategia di fondo.
    MS si trova ad avere come grosso concorrente nel settore delle ricerche: Google. Mentre MS ha Windows/Office come fonte costante e consistente di guadagni Google ha solo la pubblicità. L’opzione Do Not Track danneggia Google in modo evidente. Danneggia anche MS con Bing ma visto che Bing ha una quota di mercato modesta a MS questo non crea troppi problemi. Inoltre l’opzione potrebbe in futuro danneggiare anche Facebook, un potenziale concorrente in un settore dove adesso MS vale 0 ma ch MS non potrà ignorare per sempre. Inoltre come detto MS fa la figura dalle “buona” ma lo fa unicamente per un interesse diretto, il fatto di passare per buona è un effetto secondario gradevole ma non determinanate. Se MS fosse dominanate nel settore della ricerca e della pubbliictà on-line sicuramente non avrebbe attivato l’opzione di default.
    Come i sual dire (spero di non offendere nessuno) “E’ facile fare i froci col culo degli altri”

  • # 5
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Andrea
    http://advertise.bingads.microsoft.com/

  • # 6
    Herod2k
     scrive: 

    Io avrei 2 domande:

    1. Invece di demandare il problema al server, ovvero di chiedere gentilmente ad Apache/IIS o chi per loro di non prendere i miei dati (inviado quindi l’header DNT) perchè non inviarglieli proprio? o inviarli sfalsati? Anche perché da quanto ho letto il DNT ancora non è standard e oltretutto è facilmente aggirabile con una patch. Immagino il proprietario del server che vive di pubblicitá pensare… “patchare o non patchare apache? Questo è il dilemma…”

    2. La maggiorparte delle statistiche vengono fatte tramite javascript con gli appositi script di google analitics,piwik o sistemi similari li il DNT come si comporta? Se le statistiche vengono effettuate lato utente il DNT è attendibile?

    Io vorrei anche aggiungere che sono tra quei (probabilmente) pochi utenti che preferirebbero pagare il servizio, per evitare tracciamenti e pubblicitá varie, ma molto spesso non è possibile.

    H2K

  • # 7
    samuele
     scrive: 

    nulla in contrario con pubblicità e/o tracciamento, ma…
    spesso e volentieri i siti abusano dell’utente infilandoci ads invadenti, in flash e che coprono il contenuto principale.
    Alla fine si è spinti dalla disperazione. Io stesso ho ad-block installato sul portatile, ma di default è disabilitato per tutti i siti. Appena però qualcuno se ne aprofitta, lo stronco sul nascere. Non c’è cosa più irritante della pubblicità che distoglie l’attenzione dal contenuto di una pagina.
    Dopotutto uno dei successi di Firefox era dovuto al fatto che bloccava le fastidiosissime finestre di popup che infatti ora quasi nessuno usa più.

    comunque quella di ms mi pare una mossa pubblicitaria

  • # 8
    m.ardito
     scrive: 

    1) credo si possa mostrare pubblicità anche senza essere tracciati (funziona così ovunque, tranne che sul web, credo) poi, che sia ** più efficace ** tracciando, ok, ma non è – veramente – l’unico modo possibile…

    2) si potrebbe implementare un cookie (lato sito web) che memorizzi, la prima volta che visiti un sito, le preferenze dell’utente: se il sito campa (anche) con i proventi di publicità e tracking, se li accetti, ok, altrimenti ti devi aspettare una serie di scocciature, es: rallentamento per il caricamento delle pagine (che alleggerisce il lavoro del server), contenuto solo parziale, e varie altre cose… a meno che uno non decida di abbonarsi, pagando

    o no?

  • # 9
    Dr. Gonzo
     scrive: 

    E’molto semplice: MS può tracciare l’utente all’attivazione del sistema, alla registrazione sul loro network (cloud, sociale, mail, ricerca, store), all’accesso ai loro servizi e alle loro apps, cosa sempre più forzatamente “necessaria” (o “frequente”?) per le “feature” che stanno imponendo e integrando sempre più tenacemente come strumenti “standard” di default nel sistema – nulla di diverso rispetto a quanto fa Google su Android e Apple su iOS: non sottovalutate il potere del default, al mercato, almeno quello pubblicitario, interessa quello che fa il 99% degli utenti da mungere, non andare a dare la caccia al restante 1%.

    Detto questo, se io MS posso tracciare l’utente a prescindere dal web “liscio”, quello su cui chiunque dei miei concorrenti (o piccoli operatori fuori dall’oligarchia delle majors) può operare, niente di meglio del “do not track”, faccio la bella figura con i miei clienti e frego la concorrenza!

    Ah, no, lo fanno per la nostra praìvasi…

  • # 10
    Rod
     scrive: 

    Forse io sono legato ad un’idea troppo antiquata di OFFERTA veicolata dalla pubblicità come risposta alla DOMANDA di un bene o servizio, ma non riesco davvero a capire perchè mai la pubblicità su internet debba essere diversa da quella presente sugli altri mass media.

    Mi sono diplomato più di 10 anni fa in un istituto pubblicitario, ma ho avuto l’occasione di vedere da vicino la nascita di un mercato pubblicitario (internet) prima inesistente, di vedere come i teorici dell’advertising abbiano modificato le loro teorie e come alcuni soggetti (Google su tutti) abbiano stravolto le regole del mercato.

    La domada da porsi non è “chi paga?”, è ovvio che a farlo sono gli inserzionisti attraverso i concessionari pubblicitari; la domanda da porsi è “perchè gli inserzionisti o i concessionari dovrebbero avere qualche diritto sulle mie informazioni?”.

    Mi si dirà allora che “serve per fare una pubblicità mirata”, ma la domanda resta: Perchè, solo su internet, ai soggetti della filiera pubblicitaria viene GARANTITO il diritto di fare pubblicità mirata a prezzo della mia privacy?

    Immaginate se Publitalia’80 registrasse le mie telefonate per fare pubblicità mirata durante i film che vedo sulle reti televisive gratuite o se il supermercato sotto casa mi facesse pedinare per scoprire le mie abitudini…

    Nel sistema di libero mercato, chiunque intraprenda un’attività privata se ne assume i rischi! Non può violare i diritti degli altri (per assicurarsi un guadagno sicuro) giustificando il fatto che un suo mancato guadagno avrebbe ripercussioni su tutto il mercato.

  • # 11
    [D]
     scrive: 

    Riguardo alle toolbar invito a fare molta attenzione a conduit.
    Ero sicuro di aver rimosso del tutto quella porcheria (infatti non risulta da nessuna parte all’interno del disco e dei programmi installati) eppure ieri sera, mentre ero intento a smanettare dentro about:config di firefox, avrò trovato poco un centinaio (alla faccia DEL cookie, era un biscottificio) di stringhe con codici di tracciatura tutti riferiti a quell’affare.

    Fate molta attenzione: disinstallare spesso non basta, riescono ancora tracciarvi anche se gli avete detto di no.

  • # 12
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Rod
    Per come la vedo io, praticamente da sempre, la pubblicità svolge il ruolo di creare esigenze o evidenziare esigenze inespresse, piuttosto che cavalcare esigenze esistenti e percepite dal cliente.

    La pubblicità su tutti i mass media rincorre la targettizzazione, Internet offre solo strumenti migliori per ottenerla, e se la carta campa (anche) di edicola, su Internet tutti vogliono tutto gratis. Questo risponde alla domanda sul perché i soggetti che pianificano in Internet siano interessati alla tua profilazione. Il problema è semmai che la pubblicità su Internet vale troppo poco rispetto ad altri mezzi non monitorabili, ma questa è un’altra storia.

    Se Internet rappresenta come rappresenta lo strumento di comunicazione con le crescite più alte, togliergli la sostenibilità economica impatta direttamente sulla qualità dell’informazione, che diventa sempre più soggetta a manipolazioni occulte.

    Nel 2012 nessun imprenditore web sano di mente punterebbe mai su un sito fondato sulla qualità editoriale perché la qualità costa e la pubblicità spesso non basta – e non citarmi la pletora di siti pseudoinformativi che vengono fuori ultimamente, che rimasticano notizie prodotte altrove e ci aggiungono commenti spesso di nessuna rilevanza (se non quella di scatenare polveroni forieri di click). Chi ci ha provato, ad oggi, sta imparando la lezione a colpi di perdite.

    Questo per dire che, in una rete incardinata sulla gratuità, un mercato pubblicitario sano e profittevole (perché nessuno lavora per nulla) è l’unica speranza per il lettore come per l’editore (serio).

  • # 13
    [D]
     scrive: 

    “Il problema è semmai che la pubblicità su Internet vale troppo poco rispetto ad altri mezzi non monitorabili, ma questa è un’altra storia.”

    Forse è proprio quella la storia.
    Se ogni ads paga millesimi di euro a click o impressione è gioco forza che se ne devono mettere molti, spesso troppi ed inopportuni.

  • # 14
    Rod
     scrive: 

    @ Alessio Di Domizio
    Scrivi:
    “Se Internet rappresenta come rappresenta lo strumento di comunicazione con le crescite più alte, togliergli la sostenibilità economica impatta direttamente sulla qualità dell’informazione, che diventa sempre più soggetta a manipolazioni occulte.”

    Ma si ritorna sempre allo stesso punto.
    Perchè tra tutti i media informativi gratuiti, basati sugli introiti pubblicitari, solo su internet devo essere io utente a pagare il rischio d’investimento per tutta la filiera pubblicitaria?

    Cerchiamo di fare un po’ d’ordine mentale: In un sistema di comunicazione autosufficiente, l’advertising (inteso come campagna privata) non esiste.
    Viene introdotto sui mas media statali come reciproco vantaggio tra lo Stato (che ottiene più fondi da investire nelle trasmissioni) e il privato (che ottiene maggiore visibilità commerciale). In questa fase è il privato che si assume tutti i rischi relativi all’investimento pubblicitario.

    L’estremizzazione di questo sitema porta alla nascita delle radio e TV commerciali, completamente gratuite (comprese le informazioni) ma finanziate interamente dagli inserzionisti. In questa fase nascono nuove figure lavorative e nuove imprese basate sulla gestione e concessione di spazi pubblicitari televisivi. Si diffondono anche le ricerche di mercato condotte da società come l’Eurisko, utili per definire le campagne pubblicitarie e indirizzarle ad un target specifico.
    Anche in questa fase il rischio d’investimento è a carico dell’inserzionista benchè, per aiutarlo e ridurre il rischio, nascano strumenti come L’Auditel che spesso PAGANO per conoscere le abitudini private dei telespettatori.

    L’avvento di internet e del suo mercato pubblicitario ha invece creato un soggetto anomalo nei mass media.
    All’improvviso è nato un concessionario che ha fondato la sua fortuna letteralmente sul furto di informazioni riguardo le abitudini degli utenti, dati poi “ricomprati” indirettamente dagli inserzionisti (affidandosi ad AdWords che li gestisce automaticamente) per pubblicità mirate.
    Ora, non so se vi rendete conto ma immaginate se questo accadesse con la stampa e la TV* (o anche solo col commerciante sotto casa)…

    Vorrei dunque che qualcuno mi dicesse perchè abbiamo accettato tutto questo; sembra che senza raccolta dati (e relativa pubblicità mirata) no ci possa essere più informazione indipendente. Ma stiamo scherzando?
    Eppure le informazioni gratuite sugli altri media le otteniamo anche senza barattare i nostri dati con il servizio gratuito (e se lo facciamo, veniamo almeno pagati).

    *Qualcuno obbietterà che un sito web ha una potenziale copertura globale che le trasmissioni TV non hanno.
    Sbagliato: Se pensiamo ad esempio al Super Bowl, con un’audience locale di circa 100 milioni di spettatori e un’audience globale stimata di circa 1 miliardo di persone, pensiamo ad una trasmissione con concessionari ed inserzionisti che si assumono ogni rischio d’investimento pur trattandosi di una trasmissione gratuita.

  • # 15
    Blobay
     scrive: 

    Non capisco preché in tutti i canali televisivi, quotidiani, settimanali, cartelloni pubblicitari, la pubblicità è mirata al mezzo e solo dopo all’utente, mentre in internet il mezzo è direttamente il renter pubblicitario, bypassando direttamente il sito e mirando direttamente l’utente.

    Se un pubblicitario pone un determinato articolo in una trasmissione televisiva, lo fa perché sa che quella viene seguita da un certo tipo di spettatori e dunque presume che avrà più o meno successo.
    In internet, chi crea il sito ha un controllo minimo nella scelta di selezione della pubblicità, può decidere se mostrare porno o poco altro. Il resto viene demandato al renter (Adsense per fare un esempio), che si occupa anche di tracciare l’utente.

    Io posso decidere se guardare o meno una trasmissione televisiva, anche sapendo da chi è sponsorizzata, ottenedo così un controllo, benché minimo, diretto sulla sua pubblicità.

    Al contrario, dentro internet, potrei voler dare tutti i miei dati sensibili al sito che visito, ma nessuno al renter pubblicitario, il quale non ha minimamente chiesto il mio consenso. Eppure ciò mi viene precluso.

    Benché in Google io abbia un account, so che mi traccerà e posso decidere cosa voglio o non voglio fargli conoscere, grazie ad appositi strumenti a mia disposizione. Posso anche decidere di non utilizzarli per niente (come faccio con altri siti), ma non posso fare altrettanto con la “sua” pubblicità! Perché mi chiedo io?

    La soluzione per finanziare i siti internet? Dei buoni vecchi banner statici, come si usava una volta. Si paga un fisso, si sa chi sposnsorizza chi, non imbratta il sito, non rischio di navigare in un immonnezzaio a mia insaputa.

    Anche Adblock ha permesso una pubblicità NON invasiva, probabilmente è questa la via da seguire, altrimenti gli utenti svilupperanno i propri anticorpi, bloccando pure quel poco di “lecito” e non invasivo che permette il finanziamento dei siti.

    Si chiama “modigerazione”, parola che probabilmente dovremmo riscoprire di più in quest’era di fame atavica di denaro.

  • # 16
    Mortiemr86
     scrive: 

    NON E’ UNO SCHERZO! CONGRATULAZIONI!
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    Questo è il banner che appare ogni tanto sull'home page di HWU (anche per questo con FF ho bloccato tutte le pubblicità del sito).
    Come non mi sento in colpa cambiando canale TV quando inizia la pubblicità, tantomeno non ho rimorsi a bloccare simili prese per il coolo.
    Se per evitare pubblicità moleste, posso scegliere se farmi profilare o bloccarle, le blocco.
    Se per bloccarle, oscuro tutte le pubblicità dell'intero sito, la colpa è solo di chi accetta pubblicità di questo tipo.
    Se poi le pubblicità sono invasive (si aprono a tutto schermo), o rallentano la navigazione (tempo fa ce n'era una dell'IBM che mandava al 100% il processore), ritengo che estensioni tipo adblock, siano semplicemente legittima difesa.

    Sta al proprietario del sito far si che la navigazione sia confortevole, altrimenti gli utenti o si allontanano o, se i contenuti sono validi, si attrezzano per non essere infastiditi.
    Se un canale TV propone film interessanti ma con pause pubblicitarie interminabili (sopra i 5 minuti), io cambio canale per quell'intermezzo, se invece sono di lunghezza accettabile (sotto i 3 minuti), attendo la fine degli spot.

  • # 17
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @Rod
    Non capisco cosa intendi: su tutti i mezzi si vendo eyeballs, Internet è solo più efficiente nel sistema di monitoraggio. Tu utente paghi sulla carta quando sfogli la pagina pubblicitaria, paghi sulla TV quando ti sorbisci 4 minuti di pubblicità fra una trasmissione e l’altra, paghi al cinema per la pubblicità prima e dopo la proiezione del primo tempo e quando ti becchi i product placement delle aziende che sponsorizzano il film.

    Su Internet l’utente è più “responsabilizzato” solo perché invece che misurarlo con strumenti campionari, lo conti direttamente alla fonte.

    Continui a sottovalutare il ruolo della profilazione su tutti i mass media. Ti ripeto: l’unica differenza è che su Internet ci sono strumenti migliori, nell’ambito delle leggi vigenti. I tuoi ragionamenti attribuiscono ad un ipotetico paradigma pre-internet, dal sapore vagamente etico, quello che risulta da nient’altro che un sistema imperfetto, basato su dati campionari che misurano il target in modo approssimativo. Internet questo vuoto lo sta colmando offrendo semplicemente strumenti migliori. Semmai quello che non ha senso è che il grosso dei soldi continui a finire in TV, misurato spannometricamente via GRP.

    Senza pubblicità ci sono due alternative: informazione a pagamento o informazione scadente/manipolata. Tertium non datur, così è sempre stato e così sarà sempre.

    PS Anche con una targettizzazione perfetta, l’investimento pubblicitario sarebbe sempre e comunque a carico e rischio del cliente, al quale nessun mezzo, né ora né mai, potrà vendere la certezza della conversione.

    @blobay

    In internet, chi crea il sito ha un controllo minimo nella scelta di selezione della pubblicità, può decidere se mostrare porno o poco altro. Il resto viene demandato al renter (Adsense per fare un esempio), che si occupa anche di tracciare l’utente.

    Non so che riscontri tu abbia, dal canto mio so che l’editore ha il controllo totale anche su Adsense, può scegliere di escludere singolarmente delle campagne, fermo restando che idealmente Adsense dovrebbe servire solo come riempimento per l’invenduto.

    Al contrario, dentro internet, potrei voler dare tutti i miei dati sensibili al sito che visito, ma nessuno al renter pubblicitario, il quale non ha minimamente chiesto il mio consenso. Eppure ciò mi viene precluso.

    Posto che nessun utente vuole dare i propri dati all’editore – salvo poi sciorinarli tutti con soddisfazione su Facebook – i dati li puoi dare eccome e puoi anche scegliere se vuoi renderli disponibili a soggetti terzi. Il network di advertising non deve chiederti il consenso perché ti segue in modo trasversale rispetto ai dati che tu, di tua spontanea volontà, rendi disponibili. Adsense ti conosce anche per la tua attività su Google. Smetti di usare Google e diventerai più opaco fino a sparire. D’altronde nessuno ti chiede una lira per usare Google, che qualche utilità pure te la fornisce, o no?

    La soluzione per finanziare i siti internet? Dei buoni vecchi banner statici, come si usava una volta. Si paga un fisso, si sa chi sposnsorizza chi, non imbratta il sito, non rischio di navigare in un immonnezzaio a mia insaputa.

    Oh bella, allora vieni qui in concessionaria e prova a vendere un banner statico non cliccabile. Se ci riesci uno stipendio da 100mila €/anno non te lo toglie nessuno. Preparati però a sentirti richiedere campagne CPL, se non sai cosa sono te lo spiegano bene poi loro (i clienti).

    Anche Adblock ha permesso una pubblicità NON invasiva, probabilmente è questa la via da seguire, altrimenti gli utenti svilupperanno i propri anticorpi, bloccando pure quel poco di “lecito” e non invasivo che permette il finanziamento dei siti.

    AdBlock e il tutto gratis in generale, ha permesso una sola cosa: che l’informazione giornalistica si inquinasse di ciarpame senza valore e marchettoso, che tutti si sorbiscono felicemente: basta non pagare. Se a qualcuno va bene così, a me no.

    Vedi, c’è un concetto elementare che vent’anni di Internet hanno reso quasi “vintage”: se non paghi non ti tocca nulla, e quel che arriva, cara grazia che c’è. Vai in edicola, prendi un giornale e prova a spiegargli che gli paghi solo 5cent per la carta. O vai da Dell a comprare un server, spiegagli che ci vuoi mettere dentro un sito bellissimo che sarà accessibile gratuitamente a tutti e senza pubblicità. Scommetti che te lo fanno pagare lo stesso?

  • # 18
    Mortimer86
     scrive: 

    @Alessio Di Domizio

    Come già detto, ritengo AdBlock uno strumento di legittima difesa dai siti che abusano di pubblicità o ne usano di moleste, come il cambiare canale nelle TV che che hanno pubblicità troppo lunghe.

    Negli altri media la profilazione avviene in base al contenuto del media, non in base a quello che si è fatto prima di accedere a quel media.
    Se compro Topolino, probabilmente avrò un tipo di pubblictà mirata al lettore standard, ma se prima di andare dal giornalaio sono passato in farmacia a comprare lo sciroppo per la tosse, difficilmente troverò la pubblicità del Bisolvon.

    Un sito potrebbe tranquillamente proporre un pubblicità in base al tipo di contenuti: ad esempio su repubblica.it ha un tipo di pubblicità, sulla pagina dei motori, la pubblicità è principalmente di auto, sulla pagina viaggi c’è la publicità del trentino.
    Google ha i link sponsorizzati sulla ricerca stessa.
    Non c’è bisongo di sapre quali siti ho visitato o cosa ho cercato in precedenza su google o bing o yahoo per fare pubblicità mirate.
    (Poi ci sono i siti dove tutto fa brodo: ed ecco che in un sito di tecnologia, invece che schede video ti ritovi il banner per scaricare il pulcino pio.)

    Se la scelta è farsi profilare o bloccare, io blocco. Se c’è equilibrio tra pubblicità e contenuti, non blocco, anche perchè a volte i link delle pubblicità mi fanno scoprire shop interessanti.

  • # 19
    blobay
     scrive: 

    Non ricordo proprio di aver scritto da qualche parte che NON bisogna pagare per avere qualcosa.

    Personalmente gestisco dei siti amatoriali, per i quali paghiamo di tasca nostra l’affitto del server. I banner pubblicitari li mettiamo per autofinanziarci, ma non sono certo la nostra fonte primaria. Ti assicuro poi che pur avendo fatto tutto in casa, di ciarpame ne trovi poco.

    Prendo poi l’esempio dei quotidiani online, dove gratis ti leggi i titoli degli articoli (come succede con i cartelloni fuori dalle edicole), se vuoi un servizio serio, paghi l’abbonamento.

    Altri siti servono da vetrina per i negozi, per le ditte, per le aziende, tramite i quali vendono e propongono i propri prodotti.

    Di Facebook non parlo, non sono iscritto per mia decisione.

    Di siti che sono gratuitamente fruibili, esistono prevalentemente quelli dell’editoria privata che sfruttano (giustamente) la pubblicità per autofinanziarsi.

    Il punto comunque non è questo, sappiamo tutti che “la pubblicità è l’anima del commercio”, nessuno critica il cartellone pubblicitario, anzi.
    Il punto vero è se un ipotetico adsense, o chi per lui, possa permettersi di infilarsi nei mie panni per decidere di che morte dovrò morire, di che tipo di vita dovrò condurre o che cosa dovrò mangiare d’oggi in avanti.

    Solo perché sono ipoteticamente un maschio bianco, di età compresa tra i 35 e 40 anni e che magari qualche volta capito in un sito nazi fascista prché lì scrive un mio carissimo amico, comprenderai da solo che vedermi propinare tutti i giorni vendita di armi da difesa perché dovrei avere paura di essere aggredito da chissachì, potrebbe farmi girare le scatole se sono tendenzialemnte di sinistra.

    Il mio discorso è tendente all’assurdo, ma meno assurdo potrebbe essere navigare in siti di natura omosessuale perché si sta facendo una ricerca e ritrovarsi poi la pubblicità di siti d’incontri, mentre il computer lo sta usando temporaneamente un minore.

    E così via discorrendo…

    Ripeto, nessuno critica la publicità, che serve, che occorre, che è necessaria, cosa buona e giusta. Si sta criticando la profilazione del visitatore di un sito, che ignaro si ritrova in un database, per il solo fatto di aver acceso un browser. Manco fosse schedato dalla polizia postale, che necessita di un mandato del magistrato per poter effettuare la stessa operazione.

    Io mi chiedo, ma le leggi che fine hanno fatto? Se un’azienda manda dei volantini pubblicitari non richiesti, sono passibili di multe dal garante della privacy. Se io metto una webcam direzionata lungo un marciapiede, sono passibile di multa dal garante della privacy…

    Ma solo perché questi si chiamano Google, Facebook o quel che gli pare, possono essere davvero al di sopra di ogni regola? E i miei diritti? Sono finiti nel water della finanza?

    Esistevano dei blogger che denunciavano a questo tipo di profilazione, tutti li ritenevano dei cacciatori di streghe, a quanto pare avevano ragione, ma oggi nessuno se ne rende più conto o fa semplicemente finta di non sapere.

    Come vedi non sto criticando né i giornalisti, né i giornali, né internet in generale. Sto cirticando fondamentalmente una tecnica di programmazione, che vorrei per lo meno poter dichiarare quantomento poco opportuna.

    Microsoft cavalcherà anche l’onda, non lo discuto, ma se pone il problema, vuol dire che questo esiste e che almeno qualche utente lo ha percepito.

    Invece di criticare il male, qui stiamo criticando chi vi pone una soluzione, senz’altro debole, me ne rendo conto.

  • # 20
    Rod
     scrive: 

    @ Alessio Di Domizio
    Continuiamo a non capirci.
    Io non voglio eliminare la pubblicità da internet come non voglio eliminarla dalla TV; vivo anche grazie alla pubblicità.
    Ciò che voglio è che Google e i soggetti complici smettano di violare sistematicamente la mia privacy solo per diminuire i propri rischi (e’ innegabile che con con la profilazione di Google scompaiono i rischi di target e di campagna estesa) e avere guadagni più sicuri.

    La questione è tutta qui.
    .

    Attualmente stò collaborando con un longevo progetto editoriale che comprende una rivista gratuita ed un forum dedicato abbastanza grande; entrambi vengono sovvenzionati con banner unici a rotazione e spazi sulla rivista.
    L’inserzionista è felice, il gestore del sito è felice, gli utenti sono felici.
    Perchè allora lo stesso modello non può essere seguito anche da altri siti e blog?
    (che preferiscono invece affidarsi ai sevizi di Google, barattando la privacy degli utenti)

    Sembra un discorso etico… perchè lo è.
    E se non si vuole discutere di etica o morale -perchè troppo soggettiva- ma solo di leggi (“nell’ambito delle leggi vigenti”) allora dovremmo farlo anche quando si discute di Adblock Plus:
    Il concessionario pubblicitario ha il diritto legale di spiarmi? Io ho il diritto legale di non vedere le sue pubblicità!
    E un discorso analogo vale per il Do Not Track (per tornare al tema dell’articolo).

    Ricordiamoci inoltre che i sistemi come Adblock Plus non bloccano invece i banner unici che vengono inseriti negli spazi pubblicitari senza basarsi sulle informazioni del singolo utente (esattamente come accade in tutti gli altri media).

    Forse esiste il karma digitale…

  • # 21
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ blobay
    Guarda che “di che morte devi morire” lo decidi sempre e comunque tu, mica adsense. Se leggi AD da tempo sai che a Google non risparmio critiche, ma non è certo colpa di adsense se c’è gente che non sa nemmeno da che parte è voltata e si limita a seguire il gregge.
    Dopodiché, è vero o no che la pubblicità contestuale produce performance migliori di quella non contestuale? È vero o no che meglio di quella buttata ad cazzum riesce a generare introiti che, almeno in potenza, possono finanziare l’editoria seria? Se dunque, da fruitore non pagante di notizie, mi munisco di sistemi che ostacolano l’erogazione di questa pubblicità, non sto togliendo risorse all’editore? E se tolgo risorse all’editore, come posso poi lamentarmi se leggo solo marchette?

    @ rod
    Google non elimina i propri rischi, lavora per offrire un servizio migliore e più performante all’inserzionista. IGP fa la stessa cosa posizionando manifesti dove circola più gente interessata all’oggetto della campagna. Anche quando mi sorbivo la pubblicità dei Masters e della Gig Nikko durante BimBumBam, dietro c’era un calcolo simile. Internet rende solo il tutto più fluido.

    Di più: Google non ti obbliga ad usare i tuoi servizi, e quando lo fai non ti chiede soldi indietro. La tua profilazione è la moneta con cui paghi i server, i dipendenti, la proprietà intellettuale di Google. Non ti piace? Smetti di usare Google, disiscriviti, e Adsense progressivamente ti servirà annunci generici.

    Nessuno ti nega il diritto di essere usare Google senza condividere i tuoi dati. Sappi che questo però non innescherà una moralizzazione del sistema, ma sistemi sempre più subdoli per aggirare la tua volontà. In un certo senso il quadro attuale deriva proprio dal fatto che nessuno ha mai voluto pagare nulla, che nel navigatore c’è questa sensazione di diritto acquisito, come se la connessione mi desse l’accesso a tutto ciò che la rete contiene, come se pagare l’ingresso al cinema mi consentisse di portare a casa anche i proiettori.

    Dopodiché nel 2012 i banner unici di cui parli non possono giocoforza sostenere al 100% un editore. I riempimenti con network tipo Adsense, Simply e simili, sono parte integrante, e rilevante, del conto economico di ogni concessionaria o singolo editore. Editore che per inciso riceve percentuali a due decimali del suo traffico proprio dal search. BTW del “karma digitale” fa parte anche la volontà del lettore di sacrificare qualcosa a fronte di un servizio nel quale riconosce valore.

  • # 22
    [D]
     scrive: 

    Ma la pubblicità “contestuale” non può fare il piacere di mettersi in mostra senza rompere chi legge ?
    Prendiamo il caso di intellitxt. Bene l’idea di caricare spot prendendo parole chiave dall’articolo, ma perchè questo deve essere un div che parte a tradimento quando il mouse si ferma su una parola ? Si fa facile a tirare in ballo la “doppia sottolineatura” peccato che non siamo più ai tempi dove il link è per forza “quella cosa blu con una sola linea sotto la parola” rendendo chiara ed immediata la distinzione: spesso una persona finisce per cliccare credendo di trovare un argomento collegato invece trova la marchetta.
    La persona s’incazza ed imposta un bel filtrino dove anche lo spot contestuale finisce dritto nel water.
    Se questo però si trovasse in una finestrella a lato o sotto l’articolo, BEN SPECIFICANDO COS’E’, non disturberebbe e probabilmente saprebbe attrarre l’attenzione del lettore.
    Il sito di beppe grillo in proposito ha giusto una cosa simile al fondo di ogni articolo dove consiglia di comprare e leggere un libro a tema. Non carica banner in flash, non fa apparire finestrelle a tradimento ed è contestuale.

  • # 23
    Herod2k
     scrive: 

    “Di più: Google non ti obbliga ad usare i tuoi servizi, e quando lo fai non ti chiede soldi indietro. La tua profilazione è la moneta con cui paghi i server, i dipendenti, la proprietà intellettuale di Google. Non ti piace? Smetti di usare Google, disiscriviti, e Adsense progressivamente ti servirà annunci generici.”
    Corretto fino ad un certo punto, io non uso google come motore di ricerca, (uso DuckDuckGo), uso un mio server privato di chat e di email e non sono iscritto a nessun social network.
    Pero se cerco un obbiettivo per una macchina fotografica, e apro, amazon per guardare il prezzo o le caratterestiche tecniche, poi aprendo un altro sito, spesso trovo il banner di amazon che mi offre l’obbiettivo appena visto e la cosa e’ piuttosto martellante e irritante.
    Non so se amazon abbia una sua rete di pubblicita’ o usi quella di google o di yahoo, pero sta di fatto che se ogni tanto entro in qualche negozio on line (mi succede anche con i nostrani eprice.it) o in qualche portale a tema, mi ritrovo i siti successivi tappezzati di pubblicita’ “targettizata”.
    Non sono contrario alla pubblicita’ (se no metterei adblock o similari), non mi da fastidio la pubblicita’ della nuova canon EOS su un forum di fotografia, mi da pero fastidio ritrovarmela in un blog di cucina solo perche’ prima ero in un sito che parlava della canon e via dicendo.
    Chi li ha autorizzati a tracciarmi? Non mi pare di aver mai accettatto o sottoscritto questo tipo di comportamento.

    H2K

  • # 24
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ H2K
    Si chiama retargeting e non devi accettarlo perché ti traccia in forma anonima, senza richiedere i tuoi dati.
    Tra l’altro ha delle performance in termini di CTR molto interessanti, perché se visiti un e-commerce alla ricerca di un articolo è facile che tu sia in una fase avanzata di un processo decisionale che, nel momento in cui ti viene presentata un’offerta vantaggiosa, è facile che diventi una conversione.
    Conviene a te, conviene al network, conviene al publisher: che problema c’è?

  • # 25
    Blobay
     scrive: 

    E perché dovrei volere solo della pubblicità mirata?
    Io posso essere un informatico, ma anche no, potrei essere anche un cuoco appassionato di arredamento.
    Perché mi si propone solo UN tipo di pubblicità, sperando che io acquisti sempre e solo quel prodotto? In questo caso è il renter a decidere quali prodotti commerciali esistano in questo mondo. Un giorno potrà scegliere anche di discriminare delle campagne pubblicitarie per il semplice fatto che secondo il renter non attirano troppo l’attenzione, o perché i banner sono poco cliccati o perché sono contro un certo tipo di “politica” (sono ovviamente delle ipotesi).
    La decisione di un utente può essere condizionata anche solo NON presentandogli un’alternativa, che potrebbe essere ritenuta “scomoda” per qualunque motivo.

    Come sostenuto da qualcuno, perchè se vado a leggere di cucina mi ritrovo banner di tutt’altro genere?

    Non è che se una cosa sia fattibile e profittevole, sia automaticamente giusta.
    Ripeto, il problema è sentito, quindi ESISTE. O ci si “adatta”, o ci pensano gli utenti.

    Il mio discorso ovviamente non è diretto all’editoria che usufruisce anch’essa di un servizio, bensì a chi propone pubblicità in modo subdolo, senza chiedere nemmeno autorizzazione all’utenza.

  • # 26
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Blobay
    Se ti vengono proposti adv contestuali solo ad una parte dei tuoi interessi vuol dire che la tua profilazione è imperfetta. Magari perché tu blocchi alcuni sistemi di profilazione o semplicemente perché il sistema è imperfetto. Migliorandolo è meglio per te, è meglio per l’ad network, è meglio per il publisher, non credi?

  • # 27
    Mortimer86
     scrive: 

    “Anche quando mi sorbivo la pubblicità dei Masters e della Gig Nikko durante BimBumBam, dietro c’era un calcolo simile. Internet rende solo il tutto più fluido.”

    No, Internet rende tutto più subdolo, in TV il calcolo viene fatto in base al contenuto di ciò che stai guardando, non in base ad uno “storico” dei canali che avevi guardato prima.
    Se prima di guardare BimBumBam, eri andato a comprare le sigarette a tuo nonno, non veniva visualizzata la pubblicità di sigarette (nè la pubblicità ti si sovrapponeva al cartone animato).
    Se un pubblicitario si mettesse a pedinarmi per poi attaccarmi dei cartelloni pubblicitari “mirati” di fronte a casa, io chiamo le forze dell’ordine.
    Dato che su Internet certi comportamenti sono ben lontani dall’essere regolamentati uniformemente, ci si difende come si può.
    Si possono generare contenuti ad-hoc senza bisogno di entrare troppo nella sfera privata di una persona? Si
    Si ottengono risultati migliori spiando questa persona? Ovviamente.
    La persona è disposta a farsi spiare? Se si, tutto ok, altimenti ci si ferma prima.
    Se non mi chiedi se voglio essere tracciato o se te ne freghi di fronte al mio dissenzo a tale operazione (tipo google che aggira le impostazioni sulla privacy sia di safari che di Internet Explorer), io ti sbatto violentemente la porta in faccia con adblock, so script, e chi più ne ha più ne metta.

    ” Sappi che questo però non innescherà una moralizzazione del sistema, ma sistemi sempre più subdoli per aggirare la tua volontà.”
    Sulla pirateria, si spendono ingenti fondi per sistemi di protezione che vengono tranquillamente aggirati, come pensi che un’eventuale “guerra” su questo fronte possa avere esiti differenti?

    “In un certo senso il quadro attuale deriva proprio dal fatto che nessuno ha mai voluto pagare nulla,”
    No, il quadro attuale deriva dal fatto che non si voglion mettere contenuti a pagamento perchè ci sono alternative gratuite il cui livello è comparabile, altriemnti perchè le persone comprano LaRepubblica, invece di leggersi gratuitamente Metro?

  • # 28
    Herod2k
     scrive: 

    @Alessio,

    1. il fatto che il tracciamento sia anonimo, non e’ quindi per forza “giusto”. Se qualcuno che non conosci ad un certo punto per strada inizia a seguirti (anche senza sapere chi sei), non ci credo che non ti darebbe fastidio.

    2. molto spesso entro in un negozio e-commerce, per comodita’ nel senso che per vedere le caratteristiche tecniche di prodotti di societa’ differenti e’ molto piu comodo un sito del genere, per non dover entrare e uscire dai differenti siti ufficiali, per di piu non so quasi mai per me, ho moltissimi amici che al momento dell’acquisto mi chiedono cosa ne penso, quindi mi faccio un giro on line e poi ecco, che per giorni mi vogliono vendere qualche cosa.

    “Conviene a te, conviene al network, conviene al publisher: che problema c’è?”
    Il problema e’ che: e’ un servizio che non ho richiesto e che non voglio. Perche’ posso denunciare il supercmercato se mi lascia i volantini nella cassetta della posta e non posso denunciare yahoo, google o chi per loro se mi seguono passo passo (senza averlo richiesto e senza utilizzare i loro servizi) su internet?
    Se un canale televisivo manda troppa pubblicit’a posso cambiare canale, pero qui su internet, se smetto di utilizzare google o yahoo o msn, non cambia nulla, continuo ad essere tracciato dai loro servizi, anche seppur in forma anonima, non mi sta bene lo stesso.

  • # 29
    [D]
     scrive: 

    Mi sa tanto che questo articolo pone una questione di fondo che centra poco con l’argomento dichiarato ed anzi risulti basato su una specie di muro vs muro, del tipo mangiare la minestra.
    Oh bhè pazienza, se non si vuole apprendere un po’ di civiltà e di rispetto per i diritti dei navigatori ci penseranno i cari vecchi adblock + noscript a fare giustizia.
    Una delle più grandi conquiste non scontate dell’umanità è l’autocontrollo, per tutti gli altri ci sono il digiuno e la purga forzati finchè non imparano.

  • # 30
    Rod
     scrive: 

    @ Alessio Di Domizio
    —- —-
    >IGP fa la stessa cosa posizionando manifesti dove circola più gente interessata all’oggetto della campagna. Anche quando mi sorbivo la pubblicità dei Masters e della Gig Nikko durante BimBumBam, dietro c’era un calcolo simile. Internet rende solo il tutto più fluido.Google non ti obbliga ad usare i tuoi servizi.Sappi che questo però non innescherà una moralizzazione del sistema, ma sistemi sempre più subdoli per aggirare la tua volontà.Dopodiché nel 2012 i banner unici di cui parli non possono giocoforza sostenere al 100% un editore.

    fa parte anche la volontà del lettore di sacrificare qualcosa a fronte di un servizio nel quale riconosce valore.<
    —- —-
    Sicuramente per il pigro editore di un sito di agricoltura è più semplice affidarsi a Google piuttosto che animarsi a cercare sponsor tra i produttori di trattori.
    Tuttavia, come ti ho già scritto, esistono delle fortunate eccezioni e ti assicuro che sia gli utenti che gli inserzionisti stanno apprezzando il fatto di interessarsi direttamente invece di barattare la privacy degli utenti solo per comodità personale.

    Le radio e le TV private sopravvivono solo grazie alla pubblicità, e i concessionari non hanno accesso ai dati dell'utenza.
    Perchè sostieni che per mantenere un blog, che costa meno di una TV o una radio, sia imprescindibile il tracking?
    (soprattutto sapendo benissimo che altre realtà web sopravvivono senza)

  • # 31
    Rod
     scrive: 

    @ Alessio Di Domizio
    —- —-
    IGP fa la stessa cosa posizionando manifesti dove circola più gente interessata all’oggetto della campagna. Anche quando mi sorbivo la pubblicità dei Masters e della Gig Nikko durante BimBumBam, dietro c’era un calcolo simile. Internet rende solo il tutto più fluido.
    —- —-

    Internet non rende “tutto più fluido”, introduce strumenti di tracciamento e recupero dati che prima non esistevano.

    Per farti vedere la pubblicità dei Masters su Bim Bum Bam, la Mattel, Mediaset e Publitalia’80 non ti facevano pedinare per scoprire i tuoi consumi.
    Certo, con i progressi della tecnologia sarebbe stato più semplice spiare gli acquirenti all’interno de La Rinascente e poi rivendere queste informazioni ai pubblicitari, ma questo sarebbe stato illegale…

    Se hai familiarità con i meccanismi di ricerca e statistica come Auditel o Eurisko, saprai che le le informazioni cotenute nelle indagini di mercato vengono date su base VOLONTARIA e non raccolte o sottratte in modo occulto in nome di un servizio migliore -e non richiesto- per il consumatore.

    IGP non ti fa pedinare per decidere che cartello posizionare fuori da casa tua.
    Pensare poi che che l’anonimato risolva qualcosa è ingenuo: Non sapere il nome di Mario Rossi ma conoscere la sua targa e numero di telefono e sapere sempre dove si trova e cosa fa, è anche peggio.

    Riguardo alla commercializzazione della privacy consiglio una veloce lettura a questo articolo:
    http://www.tomshw.it/cont/news/l-utente-web-e-solo-merce-e-la-privacy-il-suo-prezzo/40112/1.html

    —- —-
    Google non ti obbliga ad usare i tuoi servizi.
    —- —-
    Non prendiamoci in giro.
    Sai benissimo che i sistemi di tracking sono attivi a molti livelli in un’infrastruttura web (l’articolo tratta di questo). Se così non fosse, sistemi come il Do Not Track non avrebbero motivo di esistere e non sarebbero criticati dai quei soggetti che invece hanno interessi economici sostanziosi nel tracking e nella profilazione degli utenti.

    —- —-
    Sappi che questo però non innescherà una moralizzazione del sistema, ma sistemi sempre più subdoli per aggirare la tua volontà.
    —- —-
    A questo punto potevi anche rispondere “la resistenza è inutile”…

    —- —-
    Dopodiché nel 2012 i banner unici di cui parli non possono giocoforza sostenere al 100% un editore.

    fa parte anche la volontà del lettore di sacrificare qualcosa a fronte di un servizio nel quale riconosce valore.
    —- —-
    Sicuramente per il pigro editore di un sito di agricoltura è più semplice affidarsi a Google piuttosto che animarsi a cercare sponsor tra i produttori di trattori.
    Tuttavia, come ti ho già scritto, esistono delle fortunate eccezioni e ti assicuro che sia gli utenti che gli inserzionisti stanno apprezzando il fatto di interessarsi direttamente invece di barattare la privacy degli utenti solo per comodità personale.

    Le radio e le TV private sopravvivono solo grazie alla pubblicità, e i concessionari non hanno accesso ai dati dell’utenza.
    Perchè sostieni che per mantenere un blog, che costa meno di una TV o una radio, sia imprescindibile il tracking?
    (soprattutto sapendo benissimo che altre realtà web sopravvivono senza)

  • # 32
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    Rod, non sto certo parlando di un blog (e per inciso, AD non lo è! :-) ), a meno che per blog non intendi anche Techcrunch, allora sì, senza tracciamento le performance diminuiscono, senza performance diminuiscono i soldi e senza soldi non si pagano i giornalisti.

    In quanto alle fortunate eccezioni, ti assicuro, sono il primo a sperarci. Ma vivendo ormai da qualche anno in questo mondo, ho visto poche di queste eccezioni concretizzarsi. Servirebbe un cambio culturare da parte di tutte le parti coinvolte, ma ad oggi mi pare pura utopia…

  • # 33
    Blobay
     scrive: 

    Potrebbe bastare anche una legge europea, dell’antitrust o del garante della privacy.
    Purtroppo fino a quando il legislatore, che a causa della sua ignoranza in materia non comprenderà cosa sta effettivamente accadendo, non si muoverà mai in tal senso.
    Speriamo solo che non se ne renda conto troppo tardi.
    Mi auguro una sensibilizzazione su questo fronte.

  • # 34
    [D]
     scrive: 

    Il legislatore capisce solo quando finisce personalmente a bagno nella cacca, vedi caso “italia programmi” quando un genio ha avuto la pensata di mettere l’indirizzo del quirinale e qualcuno ha ricevuto la prima fattura della sua vita.
    In attesa di tanta grazia spetta a noi difenderci e farci giustizia da soli

  • # 35
    Giallu
     scrive: 

    Se non volete essere tracciati, l’uso di Adblock serve ‘na sega. Iniziate a non usare i motori di ricerca e tutti i servizi di Google, Yahoo, Bing, Youtube, non cliccate nemmeno sui banner, non frequentate altri siti oltre al vostro, non iscrivetevi a newsletter. Praticamente, evitate di usare internet.

    Per favore, evitiamo anche di far finta di usare internet da l’altro ieri con proposte del tipo “quando c’erano i banner si stava meglio” oppure fare i bastian contrari per sport evidenziando che “no ai banner contenstuali, si all’advertise per allungare il pene e alle pastiglie contro la diarrea”. Sappiamo come funzionano i link, non prendiamoci in giro facendo finta di essercelo dimenticato.

    Soprattutto basta con il solito modo di pensare per cui “non lo capisco, allora è una cazzata”. Se esiste il tracciamento dei dati è perchè c’è un mercato che lo richiede. Se c’è un mercato è perchè ci sono acquirenti e venditori. Venditori che alla fine sono gli stessi utenti che nonostante siano i primi a ricevere un servizio, si scandalizzano se poi vengono rincorsi dal fornitore con la parcella, che ovviamente si rifiutano pagare. Nessuno vi cerca se non chiedete niente.

    Sta ai webmaster decidere se e come sostenere il suo sito. I webmaster che vendono DEM e tracciati non sono più stronzi rispetto a chi non lo fa, hanno esigenze diverse.

    Il paragone con tv e giornali è assurdo.
    I giornali, oltre alle pubblicità, ottengono sovvenzioni statali. Eggrazziearca***.
    La tv è, fino a prova contraria, il mezzo più diffuso di comunicazione. Impraticabile ed impensabile paragonarlo con internet.

    TV e giornali non utilizzano pubblicità contestuale, come ha detto Di Domizio ma qualcuno fa finta di non saper leggere, perchè sono media antichi e non hanno possibilità di farlo, altrimenti lo farebbero. Finiamola di prenderci in giro, in TV da che mondo e mondo ci sorbiamo pubblicità ogni 30 minuti di trasmissione, pure sulle reti satellitari, il 90% di quello che passa non ci interessa perciò SI-CAMBIA-CANALE. Se TV riconoscesse i nostri gusti, la pubblicità sarebbe una rottura ma più sopportabile, almeno passerebbe roba che ci interessa.

  • # 36
    ALEXANDER NAGIZIO
     scrive: 

    Ottima la tua recensione sulla privacy,non applicata,generalmente, su internet, non solo su Explorer 10 e successivi…che seguiranno. Ma quale soluzione proponi? un programma specifico…esiste? tipo N.D.T.M…o sono, come suppongo, fanfaronate attuate da apparenti leggi sulla privacy restrittive per le aziende, ma inapplicabili…de facto!!! Non si spiegherebbe,altrimenti, l.enorme difussione di programmi antitracciamento,solitamente fasulli, e si perché, caro Alessio, chi garantisce l.utenza che, i presunti protettori della privacy, siano essi politicanti da 4 soldi, specialmente i nostrani, od i produttori di tali subdole tecnologie, mantengano la parola? come dire chi controlla i controllori? cioe’ chi ci garantisce sui programmi antitracciamento,magari essi stessi svendano i nostri usi , costumi,consumi,esigenze, vizi,passioni,voglie,ecc..ecc.? Fidati di una vecchia volpe come il sottoscritto, Consulente in psico-sociologia delle informazioni,e comunicazione…. ,il quale, conosce i suoi polli,e ti dice, in anticipo,apparati di , controllo e repressione governativi, a parte, che giustamente, fanno il loro lavoro anticrimine , antiterroristico od antipedofili eccc…..Siete e sarete,eternamente, spiati, basti pensare a tutti i microchip installati sui fax,modem, televisioni satellitare, tom tom,Garmin, fotocamere di sorveglianza, paraboliche satelttari, cellulari e magari nelle lavastoviglie per sapere che detersivo uso, o quante volte vai al cesso, pardon…bagno…..DR.ALEXANDER NAGIZI….O-GINEVRA-…

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