di  -  venerdì 14 settembre 2012

Commentando un pezzo riguardante il futuro dei grandi OEM PC nell’ambito del ritorno dei “thin client”, ho avuto modo di chiarire un altro elemento che da questa transizione rischia di uscire molto cambiato: Internet.

C’è stato un momento in cui, senz’altro ingenuamente, ho sperato che gli standard Internet combinati ad una regolamentazione sulla portabilità dei documenti, rendessero il terminale, lato hardware e software, sempre più irrilevante.

Oggi il terminale, come oggetto, è effettivamente irrilevante, ma solo perché rappresenta l’ultimo anello di un ecosistema. Un ecosistema chiuso in cui i documenti si vogliono integrati nelle stesse app (almeno, nella visione di Apple) ed applicazioni non portabili, confezionano funzionalità che rappresentano un sottoinsieme dei dati presenti sulla rete. In questo scenario Internet, la grande rivoluzione di una rete globale, rischia di ridursi a nient’altro che il tubo su cui viaggiano i dati che perlopiù non si parlano fra di loro.

Forse era inevitabile che il primo capitolo del mercato “post pc” prendesse questa piega: vincoli energetici, modalità peculiari di input di smartphone e tablet hanno condizionato le scelte della prima ora. La paura è che questo modello condizioni anche segmenti che non condividono le limitazioni energetiche e di calcolo degli smartphone. In questo senso il mio auspicio è: lunga vita al PC (Mac).

Per inciso, se già è difficile immaginare cosa sarà fra cent’anni dei documenti prodotti oggi in formati proprietari, ancor di più lo è pensare a cosa accadrà dei dati prodotti tramite micro-applicazioni oggi utilissime, ma di cui fra meno di un anno potremmo non ricordarci neppure il nome.

Un intervento dell’utente Dr.Gonzo, mi dà l’occasione di chiarire alcuni punti che in sede di commento non ho “esploso”.

Le macchine “post-pc”, smartphone (più o meno smart, ci sono molti dispositivi entry level che non fanno certo della smarticità una feature, solo un mezzo per standardizzare la produzione e abbattere i costi / uniformare l’aspetto della UI) e tablet, in un quinquennio hanno raggiunto buoni volumi di vendita.
Partono da zero o quasi, sono spinti dalla moda e da una buona campagna PR soprattutto da parte di un genio (almeno del marketing) come Steve Jobs. Non credo valutare i loro tassi di crescita da zero a qualcosa sia più di tanto significativo per una proiezione a lungo periodo dato che lo storico è puramente basato su un burst dei pochi ultimi anni.
Possiamo però valutare l’impatto che hanno avuto su due mercati maturi da 20 o più anni, dunque le cui dinamiche di vendita sono stabili: quello dei PC e quello dei telefoni.

Dal mio punto di vista la miniaturizzazione è un processo che va avanti da quando esiste il computer e da sempre la miniaturizzazione ha comportato un incremento di adozione di tecnologie prima inaccessibili al bacino di riferimento. Credo che nell’accelerazione degli smartphone/tablet, oltre a un fattore moda che non riesco a delimitare con esattezza e quindi non commento, abbia molto a che vedere con l’utilità.

Dunque, il mercato dei PC cala di pochi punti percentuali pur nella peggior crisi mondiale dal ’29, che colpisce duro soprattutto il suo core market aziendale, quello a più alto valore e marginalità.
Possiamo anche vedere come dopo l’epoca delle follie del P4 ci sia hardware termicamente meno pompato, più duraturo, e idem vale per i sistemi operativi, ormai belli solidi che ti fanno venire meno voglia di buttare tutto nel fuoco e passare alla nuova versione.
Anche i dischi hanno da anni capacità sovrabbondanti, una dotazione larga di ram è la norma, le sk video di qualche anno fa vanno bene per tutti ad eccezione di pochi sfegatati hardcore gamers, comunque frenati dalla priorità che le grandi firme del gaming danno alle console.
Insomma, strano che non sia calato di più e più in fretta per le sue sole dinamiche interne!

Il mercato PC non corre già da qualche anno. A questa non crescita o crescita lenta, credo non siano estranee delle barriere d’accesso alla fruizione delle tecnologie che il PC mette a disposizione. Barriere d’accesso da cui, in certa parte, smartphone e tablet di nuova generazione si sono liberati, abilitando un allargamento del mercato anche al di fuori dei segmenti tradizionalmente interessati al PC. In questo senso, l’operazione Microsoft/Windows 8 ha una finalità duplice: trasformare il PC tradizionale in qualcosa di più “facile” incentivando al contempo un mercato di dispositivi di uso più agile per finalità “light”.

Ad ispirare questa strategia è per l’appunto la considerazione che, per un’utenza ampia e non solo di “niubbi” il 90% delle volte basta un piccolo sottoinsieme delle potenzialità che il PC mette a disposizione. Potenzialità che, ovviamente, si portano dietro un carico di complessità anche nella UI di cui l’utenza, quella più smaliziata per rapidità, quella meno per la mera accessibilità, ha dimostrato di far volentieri a meno.

Il mercato telefoni invece vede oltre un terzo dei terminali tradizionali sparire dalla circolazione, ed essere sostituiti dagli smartcosi.
Smartcosi che ad ogni revisione cercano di essere sempre più simili alle feature di piccoli portatili che a grossi telefoni.

Però si parla di post-pc e non di post-telefoni… *uck logic! :)

Seguendo la linea della miniaturizzazione, mi viene più spontaneo chiamarli “post PC” che “post telefono”. Fermo restando che la definizione mi pare più legata alla convenienza di Apple che non ad una situazione immediata, i dispositivi attuali rappresentano più una miniaturizzazione del personal computer che l’ingrandimento di dispositivi che fondamentalmente nascono per veicolare fonia su reti cablate o wireless.

Ciò premesso, la diffusione dei dispositivi che per comodità continuerò a chiamare “post PC”, come accennavo nel commento riportato più sopra, sta minando uno dei presupposti fondamentali di Internet: la trasportabilità dei dati. Il florilegio di applicazioni, ciascuna delle quali produce dati proprietari e li conserva in un cloud riservato, pone in prospettiva un grosso problema sulla disponibilità degli stessi.

Allargando la prospettiva, la tendenza delle piattaforme a brandizzare e preinstallare sempre più servizi essenziali (da de-googlizzazione di iOS è l’emblema di questo trend) proietta scenari di ecosistemi sempre più chiusi e proprietari, oltre che sempre più vincolanti per l’utente finale. Il quale all’abbandono della piattaforma deve porsi il problema della perdita dei dati sviluppati su quella piattaforma.

Il tutto accade pochi lustri dopo la rivoluzione di Internet, che doveva liberare i dati da confini geografici, piattaforme e contesti tematici (ho approfondito l’argomento dati grezzi vs contesto qui), per consegnarli ad un colossale processo di catalogazione, indicizzazione e ri-contestualizzazione illimitata. Una rivoluzione che, dopo l’ubriacatura di libertà, sconta un’incapacità di generare economie sostenibili a compenso di quegli unici soggetti di cui la cultura prima che la rete non può fare a meno: i produttori di contenuti di qualità.

Dopo le BBS, Compuserve e compagnia, dopo l’universo interconnesso dei primi anni, dopo i microcosmi monadici dei giorni nostri, cosa arriverà?

15 Commenti »

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  • # 1
    Davide Costantini
     scrive: 

    Guarda io me l’immagino così: potenza fondamentalmente centralizzata, terminali sparsi ovunque, thin client così piccoli da portarli addosso, software preso ad abbonamento, applicazioni context aware a palla ;)

    Chiaramente costituisce una sfida normativa notevole per la tutela della privacy e qui la legislazione (ma anche i servizi dal punto di vista tecnico) dovrà migliorare un bel po’.

    Il problema è che le regole cambiano generalmente dopo che avvengono i guai.

    P.S.: ottimo post come sempre.

  • # 2
    x Alessandro
     scrive: 

    Personalmente sono contento se il browser sarà messo un pò da parte. Negli ultimi anni Internet è stata troppo centrata sul browser legandosi mani e piedi con i suoi limiti e le sue possibilità. Tra i meriti dell’iPhone c’è anche quello di aver spinto gli sviluppatori a progettare app partendo dai contenuti da visualizzare e non viceversa ovvero adattare i contenuti al browser con risultati a volte pessimi.

  • # 3
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Alessandro
    Non hai tutti i torti. D’altronde i limiti del browser sono i limiti del PC (come input, periferiche disponibili) e degli standard web. La questione fondamentale è però un’altra: l’arricchimento dei contenuti era completamente irrealizzabile senza questo grado di chiusura? O piuttosto c’è una quota di questa chiusura che, più che all’erogazione di funzioni, è utile ad alzare le barriere per il passaggio alla concorrenza?

  • # 4
    phabio76
     scrive: 

    Ciao,
    oltre a “Post-PC”, bisognerà che qualcuno chiarisca il termine “Convergenza”, che non va più intesa come convergenza di tutte le funzionalità in un unico dispositivo ma come insieme delle necessità di un utente che devono sempre essere soddisfatte in qualsiasi situazione con il dispositivo più appropriato… lo ha spiegato molto meglio Henry Jenkins.

    Un tempo fiero sostenitore dell’HTML5, ultimamente anche Zuckerberg si piega alla logica delle app (gli conviene dire così da quando è ben integrato dentro iOS).
    Anche per quanto rigurda “HTML5 vs App” la saggistica abbonda, con la famosa intervista doppia sulla morte del web di Michael Wolff (è colpa loro) e Chris Anderson (è colpa nostra) contrapposta alla difesa a spada tratta di Tim Berners-Lee che mette in guardia tutti dai giardinetti privati, cito una parte del suo articolo su Scientific American che mi pare significativo:

    [quote]
    Mantenere il Web universale e mantenere i suoi standard aperti aiuta gli utenti ad inventare nuovi servizi. Ma un terzo principio — la suddivisione dei livelli — determina la separazione della struttura del Web da quella di Internet.
    Questa separazione è fondamentale. Il Web va considerata come un’applicazione che gira su Internet che a sua volta è un network che trasmette pacchetti di informazioni fra milioni di computer secondo protocolli aperti e universalmente accettati.

    Per fare un’analogia, il Web è come un elettrodomestico che funziona con la rete elettrica.
    Un frigorifero o una stampante, ad esempio, possono funzionare negli USA secondo dei protocolli standard, cose come il fatto di operare a 120 volt e 60 hertz.
    Allo stesso modo, qualsiasi applicazione di tipo Web, una e-mail o una chat, funzionano grazie all’adozione di protocolli Internet standard come il TCP e l’IP. Le aziende produttrici possono migliorare le caratteristiche dei loro frigoriferi e delle loro stampanti senza modificare il funzionamento dell’elettricità, e le società di servizi possono migliorare la rete elettrica, senza alterare le funzioni degli apparecchi.

    La tecnologia lavora simultaneamente su due livelli distinti che possono essere sviluppati in modo del tutto indipendente l’uno dall’altro. La stessa cosa vale per il Web e Internet. La separazione dei livelli è di cruciale importanza per l’innovazione. Nel 1990 il Web ha fatto il suo esordio su Internet senza comportare alcun cambiamento alla struttura di Internet in sè, e da allora si sono susseguiti continui miglioramenti.
    Dall’epoca, la velocità di connessione a Internet è cresciuta da 300 bit/s fino a 300 Mbit/s senza che il Web dovesse essere riprogettato per beneficiare dell’enorme sviluppo dell’infrastruttura.
    [/quote]

  • # 5
    Dabemo
     scrive: 

    L’utilità di una tecnologia solitamente deriva dal profitto, i soldi indicano quale percorso una tecnologia dovrà prendere per migliorarsi.
    Solo internet per l’accesso ai dati, cioè oggi solo html5 potrà essere il percorso scelto solo se porterà profitto. Oggi il profitto è dato dalle app e quindi quello è il percorso in evoluzione.
    Per adesso l’uso dei dati tramite app (ogni dato, musica, film, tv) permette più libertà dell’uso tramite internet. Perché?
    Perchè le app sono più libere dai vincoli commerciali storicamente attaccati ai dati interessanti con vecchi modelli non digitali.
    Per esempio itunes store per la musica è in attività da più di 10 anni ed è sicuramente il leader di mercato per la vendita di musica digitale, però itunes store per musica è presente in 36 paesi, mentre l’app store che è nato solo 5 anni fa è presente in 155 paesi.
    Le app sono i nuovi media, sono i nuovi dati, si vendono più app che canzoni o libri o film ed è più facile distribuire app nel mondo che canzoni libri o film.
    Il chiuso è chiuso solo per: malware, app che fanno cose diverse da quello che dicono di fare, app che modificano l’esperienza d’uso del telefono di apple, cioè l’interfaccia utente, pornografia e poco altro. Non è un grosso limite ma è sicuramente un grosso vantaggio per gli utenti che possono scordarsi antivirus e protezioni dei minori.

    Apple con l’app store e le app a brezzi bassissimi ha creato un nuovo media, un nuovo formato di dati, un nuovo modo per veicolare creatività e conoscenza.
    Dov’è la chiusura?

  • # 6
    Dr. Gonzo
     scrive: 

    “Non è un grosso limite ma è sicuramente un grosso vantaggio per gli utenti che possono scordarsi antivirus e protezioni dei minori.”
    (chi rinuncia alla propria libertà per la propria sicurezza, finisce per non avere nè l’una nè l’altra)

    I virus e i fenomeni di scam stanno rapidamente attecchendo nelle nuove piattaforme, tra l’altro attratte dall’integrazione di una linea diretta di accesso al tuo credito (abbonamento o ricarica che sia).

    A parte questo, questi terminali sono già per design dei completi ecosistemi di profilazione dell’utente e veicolazione della pubblicità, dall’hardware in su che sa dove sei, per arrivare al software che incatenato in uno store preferenziale (al c.d.a. interessa il 99% dell’utenza, non il geek che esce dal gregge… sempre se ci riesce) che può censurare app scomode come ad-blockers, torrent, concorrenti dei loro prodotti/servizi e così via.

    In pratica, in cambio di un paio di app che sostituisca indegnamente il notepad, due o tre sfondi di gattini e 20 sveglie diverse, paghi per un device che dice agli inserzionisti pubblicitari dove vai (specialmente, in quali negozi), e se userai il wallet o strumenti simili anche cosa compri e quanto solvibile sei, per veicolarti pubblicità mirate in ogni salsa – nel motore di ricerca, nelle app direttamente sponsorizzate, nei circuiti di offerte in apps…

    @approposito di diminuire la fantomatica soglia di ingresso per avere più utenti: siamo sicuri? Siamo sicuri che questi strumenti siano più usabili?
    Anche per dei casual users? E questa utenza poi cosa ci fa? E una utenza anche più evoluta che li affianca al PC e lo sostituisce per diverse attività in mobilità…. cosa e quanto ci fa?
    Guardate che il nodo è tutto qui: quando anche i bambini capiranno che le attività più lucrose per gli inserzionisti, le attività di qualità, vengono fatte nell’ambiente più comodo con una periferica più ergonomica come un PC anzichè in piedi da qualche parte (o pedalando in mezzo a una strada trafficata) su un minischermo impallato dal sole e una pseudotastiera ridicola, la bolla scoppierà e forse molti pseudo-analisti capiranno che sommare mele e pere come se le due utenze (o le due modalità di uso, se l’utente è lo stesso) fossero intercambiabili o anche solo paragonabili, non aiuta di certo a fare piani industriali sostenibili.
    Non manca molto.

  • # 7
    phabio76
     scrive: 

    @Dr. Gonzo
    E se invece tra qualche anno le “lucrose attività” da compiere ti saranno proiettate sulle lenti degli occhiali in modalità che più push non si può, senza neanche doverti scomodare per tirar fuori di tasca il post-telefono?

  • # 8
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ dr gonzo
    Nella misura in cui un’auto col cofano sigillato non sia l’unica opzione che ho, sono tranquillo. Se non sei certo che diminuire la soglia d’accesso alla tecnologia vada ad ampliarne la base utente, puoi trovare ampie rassicurazioni osservando 40 anni di evoluzione informatica.

  • # 9
    Dabemo
     scrive: 

    (chi rinuncia alla propria libertà per la propria sicurezza, finisce per non avere nè l’una nè l’altra)

    A parte la frase fatta, dov’è la rinuncia?
    Vuoi la libertà, fai il jailbreak, vuoi la sicurezza, non lo fai.
    E’ proprio lo store curato che ha reso possibile il fenomeno incredibile delle app. La gente ha paura di internet, di beccarsi dei malware, di far accedere i propri figli a siti inappropriati.
    La formula creata da apple ha liberato (creato) un nuovo mercato con potenzialità enormi. Ha creato un nuovo media. I programmi c’erano sempre stati, le app sono un’altra cosa ed hanno numeri completamente diversi.

    @Alessio
    Le macchine di oggi sono molto meno accessibili agli utenti di quelle di 50 anni fa. Non c’è più nemmeno la ruota di scorta, si suppone ormai che l’utente non faccia e non conosca nulla del funzionamento della macchina.
    Il post pc è un mondo in cui l’uso dei pc non ha una barriera di accesso. Anche un bambino di 2 anni può usare un iphone o un ipad (esperienza personale), mentre anche un adulto può avere difficoltà ad usare un pc e deve imparare ad usarlo.

  • # 10
    Teomondo Scrofalo
     scrive: 

    @Dabemo
    Bella la propaganda. Però io vedo la stragrande maggioranza di adulti e di giovani anche cresciuti con tutti i mezzi informatici a disposizone che non sanno nemmeno cambiare una suoneria o uno sfondo.
    E nemmeno gli viene voglia di farlo.
    O di farci qualcos’altro.
    Perchè lo scopo primario, di gran lunga primario, è lì, già raggiunto, dall’acquisto della perlina scintillante per titillare il proprio ego ed affermarsi nella gerarchia del branco di primati.
    E non li vedo “fare acquisti onlain con ifon che è più semplice” e a fare girare il mercato delle apps…
    Il business non è lì, nei pregi o difetti delle apps o del touch o dell’ultramobile come media di comunicaione (a proposito @phabio76, ricordati di spegnere gli occhialini con i popup pubblicitari mentre guidi, sempre che ti sia gentilmente concesso da produttore), il business è nella testa dei clienti, non è capire cosa vogliono comprare, ma dirgli quello che vogliono comprare.

    @Alessio mi dispiace che caschi anche tu nella trappola del nuovo quindi innovativo. Un media nato per veicolare pubblicità non è più usabile “apprescindere” di un media che è mainstream e ha i suoi canoni di usabilità testati&provati da 20 anni solo perchè è più nuovo.
    E fai molto male ad essere tranquillo, perchè quando la tua opzione di non-cofano-sigillato sarà economicamente irrilevanete e quindi improponibile come un nuovo Amiga nel 2012, il mercato avrà un nuovo esaltante crackdown come accade periodicamente quando i produttori sono talmente sicuri di se da offrire solo fuffa. O forse è solo IT che periodicamente ha fame, comunque la tartaruga non vi può aiutare.

  • # 11
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Teomondo
    Noto il prolungarsi della stessa solita diatriba fra l’approccio “tecnologia fine a se stessa” e “tecnologia finalizzata ad un uso (quale che sia)”.
    Ti faccio una domanda: se per 40 anni una fascia maggioritaria di umanità si è tenuta alla larga dalla tecnologia e dalla rete, era giusto attendersi che l’arrivo di un dispositivo che abbassava le soglie di accesso tecnologico al loro livello, li redimesse dal loro cronico disinteresse verso la tecnologia? Se mia zia da trent’anni usa la macchina per andare e tornare dal supermercato, credi che se le metto sotto al sedere una Countach ci fa qualcosa di diverso?

    In quanto al nuovo=innovativo, per motivi di focus ho omesso di esplicitare, cosa che ho fatto frequentemente in altri contesti, che la rivoluzione di Internet è presto diventata la “rivoluzione” del Web 2.0, dei marchettari occulti e della pubblicità spinta all’estremo per giustificare costi altrimenti insostenibili. Tutto gratis, tutto libero, tutto bello, finché non ti accorgi che se non paghi il prodotto sei tu.

    Il modello che si propone oggi ha un focus al 100% sulla sostenibilità economica. In altre parole, portandomi fuori dalla melma 2.0 che tanti illusi hanno entusiasticamente supportato, perlomeno mi restituisce quella leva – l’acquisto – che mi consente di premiare chi mi serve bene e disincentivare chi lavora male.

    In quanto all'”effetto Amiga”, credo che per rendere la vita più semplice a quelli che non vogliono problemi, servirà sempre qualcuno che quei problemi se li ponga per conto loro. La questione sarà sempre e comunque scegliere da che parte stare.

  • # 12
    Ikon
     scrive: 

    Mai sentito parlare di M2M e Cloud?

  • # 13
    Fortejava
     scrive: 

    Web VS Apps… ovvero: Libertà totale di sviluppo e compatibilità quasi assoluta VS Applicazioni device oriented con focus al 100% sull’uso che se ne fa.
    Vantaggi del web:1)i prodotti (siti/webapp/ria… i nomi si sprecano ormai) sono potenzialmente fruibili da chiunque con qualunque dispositivo 2)I siti, usando i webservices, possono interagire con praticamente qualunque cosa 3)Chiunque può sviluppare un sito web a costo 0, usando strumenti gratuiti
    Svantaggi del web:1) “troppa libertà di sviluppo”: 100 siti potranno avere 100 GUI diverse, molte delle quali probabilmente non saranno compatibili con tutti i dispositivi che vi accedono. 2)I siti web solitamente non sono ottimizzati per essere usati su un dispositivo mobile… Diciamo che ci sono versioni compatibili, ma che non possono sfruttare al 100% il dispositivo mobile che vi accede. Questo è il prezzo da pagare per l’universalità del protocollo.
    Vantaggi delle app:1)Consente di garantire una esperienza utente di qualità maggiore, potendo sfruttare al 100% le potenzialità del dispositivo di interfaccia e dell’hardware. 2)Prestazioni generalmente superiori (l’interfaccia gira sul dispositivo, solo i dati vengono caricati/scaricati).
    Svantaggi delle App: 1)Incompatibilità tra sistemi diversi – Questo limita di molto la libertà di scelta dell’utente quando considera la migrazione ad altra piattaforma: l’app acquistata vale solo per lo store di riferimento, per cui se si cambia SO l’applicazione va acquistata di nuovo 2)Sviluppare applicazioni può costare per acquistare i kit di sviluppo e/o le licenze di accesso agli store come sviluppatori) 3)Le applicazioni possono accedere a una gran parte delle funzioni del telefono, per cui non si sa realmente a cosa accedano, che dati raccolgano e a chi li inviano.
    Questi sono realmente gli elementi della bilancia: Html5 cerca di combattere efficacemente le App ma ovviamente risente di tutti i difetti dei siti web: prestazioni inferiori del codice nativo compilato per iniziare, e rischi di incorrere in interfacce inaccessibili dall’altro lato; di contro però è più che sufficiente per sviluppare il 95% delle applicazioni disponibili, giochi a parte (sono molto più complicati da sviluppare in Html5).
    Io però voglio porre un’altra questione: L’accessibilità (orientata alle persone disabili) per le App… Come siamo messi?

  • # 14
    Christian
     scrive: 

    Sull’accessibilità a mio avviso non siamo mai stati ben messi, ma il resto del problama mi pare destinato a risolversi da solo con la frammentazione del mercato. Al crescere del numero dei soggetti che vendono app, più di uno nel caso di Android, diventerà più semplice e più economico realizzare molti progetti in HTML.

  • # 15
    michelangelog
     scrive: 

    concordo con christian parola per parola.
    Ora la frammentazione è pure nel mondo di ios, vedremo che succede e speriamo anche nell’entrata di nuovi player che vecchie idee migliorate.
    (ogni riferimento a firefox os è puramente casuale)

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